TALOS

Scritto nel marzo del 2007 e rieditato nel luglio del 2026

Nacqui sull’isola di Creta, figlio di pescatori che non avevano altro se non il mare e la loro fatica. Minosse era il nostro re, ma per noi cretesi egli non era soltanto un sovrano: era un mito vivente. Quando lo vedevo avanzare alla testa dei suoi eserciti, racchiuso nella dorata corazza da battaglia, mi sembrava impossibile che un uomo potesse contenere tanta forza. Da bambino poi, credevo addirittura che il sole stesso si fermasse per guardarlo.

Il palazzo reale di Cnosso, residenza della famiglia reale, era un luogo da sogno, una costruzione immensa che si innalzava su bianche colonne di marmo così robuste da poter sorreggere persino il cielo. Non l’avevo mai visto da vicino, ma Dedalo – amico di mio padre e il miglior architetto e inventore di tutta la Grecia – ci parlava spesso delle sue stanze profumate d’incenso o delle corti interne dove la musica non si spegneva mai. Dedalo mi piaceva: aveva viaggiato per il mondo e, mentre le sere in cui ci veniva a trovare m’insegnava a leggere e scrivere, mi raccontava le gesta dei grandi eroi del passato. «Cadmo dal pugno invincibile», diceva con la sua voce profonda, «Perseo, capace di domare l’alato Pegaso… e Eracle, figlio di Zeus e così possente da rivaleggiare persino con gli Olimpi.»

«E tu… li hai conosciuti tutti…?» gli chiedevo con l’ingenuità del bambino che ero, al che lui rideva e mi passava un braccio attorno alle spalle.

Amico del re e frequentatore abituale della corte, Dedalo ci aveva anche parlato della principessa Arianna, la figlia maggiore di Minosse, che soleva danzare, leggera come il vento e con i selvaggi capelli neri come la notte, tra le corti della reggia.

Poi arrivarono le voci. Prima semplici sussurri, poi mormorii sempre più cupi.

La regina Pasifae, la donna più bella di Creta, era stata colpita da una passione innaturale per uno dei tori sacri a Poseidone e, da quell’unione proibita, era nata una creatura che nessuno riusciva a nominare senza che la voce gli si strozzasse in gola: il Minotauro, metà uomo e metà bestia, con la testa di toro e un’inesauribile fame di carne umana. Quando Dedalo ce lo raccontò, i miei genitori si scambiarono muti sguardi pieni di sgomento: era come se un’ombra fosse calata sull’isola, un presagio di sventura che nessuno poteva ignorare.

Minosse ordinò a Dedalo di costruire un labirinto sotterraneo per nascondere l’orrore di quell’indesiderato figliastro, e così l’architetto, lavorando senza sosta per mesi, creò il Labirinto, un fitto intrico sotterraneo di corridoi senza uscita. La bestia venne rinchiusa lì ma, poiché il re non se la sentiva di nutrirla sacrificando giovani cretesi, impose ai regni vicini – che Creta aveva sottomesso dopo anni di guerre – di inviare ogni anno dodici ostaggi destinati al Labirinto.

Un giorno tuttavia, fra i dodici ostaggi provenienti da Atene, arrivò il principe Teseo che, con l’aiuto di Arianna, penetrò nel Labirinto, uccise il Minotauro e fuggì con la principessa verso i patri lidi.

Quando il sangue del Minotauro toccò la terra, anche il mito di Minosse iniziò a sgretolarsi e i nemici, che fino ad allora avevano tremato solo al sentire il suo nome, sentirono l’odore della sua debolezza come i lupi il sangue delle loro vittime. Un giorno, una flotta di incursori proveniente dalla Shardania mise a ferro e fuoco la costa, bruciando villaggi e distruggendo tutto ciò che trovava.

I miei genitori morirono nel terribile massacro mentre io, scampato a stento insieme a pochi fortunati, i giorni successivi tornai sulla spiaggia ormai ridotta a un luogo di morte. Piangevo inconsolabile e incapace di muovermi; Dedalo mi parlava, ma le sue parole non arrivavano davvero a me. Il mio mondo era andato in pezzi, e fu allora che compresi la verità: Minosse non era un Dio, era solo un uomo. E gli uomini, anche i più grandi, possono fallire.

Quella fu solo la prima della incursioni contro le nostre coste e mentre Creta soffriva e i nostri villaggi bruciavano uno dopo l’altro i regni un tempo sottomessi smisero via via di pagare i tributi. Ogni giorno sembrava portare una nuova ferita; il nostro re, un tempo splendente come il sole, si piegava sotto il peso dei suoi anni e dei suoi errori e sua moglie, ormai impazzita, si era rinchiusa nel labirinto che nei giorni di gloria aveva ospitato il suo figlio mostruoso.

Passarono gli anni e mentre trascorrevo le mie giornate pescando e aiutando Dedalo quando potevo, mi costruii una nuova capanna sulla spiaggia e giurai a me stesso che un giorno – se mai ne avessi avuto la possibilità – avrei difeso io stesso i confini di Creta, anche in nome dei miei genitori,

Un giorno, Minosse convocò Dedalo a corte e io, entrato a palazzo con lui, per la prima volta vidi con i miei occhi ciò che restava della gloria di Creta: stanze un tempo splendide ora spente, corridoi silenziosi e solo l’ombra di un sovrano seduto su di un trono intarsiato d’oro che sembrava ormai troppo grande per lui. «Dedalo, amico mio…» disse con voce rotta da ansia e disperazione. «La mia terra brucia, i miei uomini cadono… e il mio regno vacilla. Mostrami una via. Te lo ordino come re ma… te ne imploro come uomo.»

Io lo guardai prendersi per un momento il viso fra le mani e quel che restava del mio idolo d’infanzia si sgretolò definitivamente. Davanti a me c’era solo un uomo che chiedeva aiuto e, una volta di più, desiderai sapere impugnare una spada.

Dedalo fece un passo avanti. Alto e sicuro di sé, sorrise al re come se volesse trasmettergli un po’ della sua fiducia. «Concedimi qualche giorno, mio re. E troverò ciò che ti serve.»

Minosse si limitò ad annuire, poi ci congedò.


Una sera, tornando dalla pesca, scorsi una figura seduta sulla spiaggia. All’inizio pensai fosse un’illusione, come se la luce rossastra del tramonto mi stesse giocando strani scherzi, ma quando mi avvicinai, vidi che era reale. Una ragazza, dalla pelle pallida come la luna e i lunghi e lisci capelli neri. Il suo abito scuro si muoveva appena, sfiorato dal vento del mare. Sedeva sola, immobile, come se aspettasse qualcosa o qualcuno.

Mi fermai a pochi passi da lei. «Chi sei?» le chiesi.

Lei sollevò lo sguardo. I suoi occhi, di un viola come non ne avevo mai visti, mi scrutarono quasi cercassero qualcosa dentro di me, qualcosa che nemmeno io conoscevo.

«Medea», rispose.

La sua voce, dolce ma priva di fragilità, mi colpì come una nota che rimane sospesa nell’aria.

«Io sono Talos», risposi comunque, ricordando le regole dell’ospitalità che mio padre mi aveva insegnato. «Non ti ho mai vista da queste parti. Posso chiederti da dove vieni?»

Per un istante sembrò rabbrividire, come se un ricordo le avesse sfiorato la pelle. «Da molto lontano. Dalla Colchide.»

«La Colchide?» Non ne avevo mai sentito parlare.

«Sì. Lì i morti camminano accanto ai vivi e il freddo non lascia mai la pelle. Qui invece», proseguì dopo un breve istante, «il sole non ha paura di farsi strada fra le nuvole del cielo. Mi piacerebbe poter restare.»

«Puoi farlo, se vuoi», dissi d’impulso, come se la mia voce avesse deciso prima di me.

Lei abbassò lo sguardo. «Non credo.»

Le sedetti vicino. «Vieni nella mia capanna. È povera, e non ho da offrirti che un pasto semplice… ma ti prometto che starai bene.»

Un sorriso, leggero e quasi timido, le rischiarò il volto affilato. Mi prese le mani con delicatezza. «Grazie, Talos. Verrò.»


La portai con me, e da quel giorno Medea rimase nella mia capanna dove vivemmo come marito e moglie anche se nessuno ci aveva uniti. Di giorno pescavo e lei accudiva la casa, preparando il cibo con una cura che non avevo mai conosciuto. La notte dividevamo il letto, ma non la toccai mai. Non per mancanza di desiderio, anzi… Medea mi attirava come il canto delle Sirene, di cui Dedalo mi aveva parlato, doveva attirare i marinai nel più profondo degli abissi. Ma ogni volta che avrei potuto fare un passo in più verso di lei esitavo, forse per paura, forse per rispetto, mentre sentivo crescere in me un sentimento che non avevo mai provato prima per nessuno. Medea parlava poco e non mi raccontò mai del suo passato.

Una sera però iniziai a comprendere chi era davvero.

Stavo cercando di accendere il fuoco, ma la legna sembrava rifiutarsi di collaborare. «Il fuoco stasera non vuole proprio accendersi…» mormorai un po’ mortificato. «Forse la legna è troppo umida.»

«Lascia», disse lei.

Si chinò accanto al focolare e le sue dita sfiorarono i rami come ad accarezzarli. Poi chiuse gli occhi e sussurrò qualcosa in una lingua che non avevo mai sentito: antica e sinuosa, come il vento che fischia tra le rocce. D’un tratto, dal palmo della sua mano si sollevò un filo di luce. sottile, che serpeggiò tra la legna, accendendo infine un fuoco fatto di un tenue bagliore azzurrino.

Mentre la fiamma danzava impossibile, senza fumo e senza crepitii, io fissai Medea senza parole con un misto di stupore e paura.

Le labbra le si piegarono appena, come se il sorriso fosse un gesto che non le apparteneva del tutto o se quel prodigio fosse la cosa più naturale del mondo.

Sentii un brivido lungo la schiena. Medea possedeva poteri magici! La fanciulla che ormai mi ero reso conto di amare… era una strega?


Io e Medea non parlammo più di quell’episodio: io avevo troppa paura di chiedere e lei non sembrava intenzionata a dire di più.

Gli attacchi a Creta nel frattempo non si fermavano e nemmeno il ritorno del principe Radamante, il fratello minore del re, alla testa di un numeroso esercito di mercenari tessali, riuscì a impedire che sempre più la nostra terra piombasse nella rovina e nel caos.

Dedalo tuttavia mi comunicò di aver trovato una soluzione e si ripresentò a corte. Io lo accompagnai, seguendo come un’ombra il suo passo deciso capace di ispirare fiducia.

Minosse ci accolse, circondato da famigliari e consiglieri. «Dedalo…» disse, la voce incrinata dall’agitazione, «hai trovato un modo di salvarci tutti?»

Dedalo chinò appena il capo. «Sì, mio re.»

Minosse si sporse in avanti, come se temesse che quella flebile speranza potesse già sfuggirgli di mano. «Parla.»

«Ti costruirò un eroe senza pari. Un corpo invincibile, fatto di bronzo, con una forza pari che terrà lontani gli invasori per sempre.»

Minosse rimase in silenzio per un istante, incredulo. «E… come intendi fare?»

Dedalo non esitò. «Fidati di me, come hai sempre fatto. Ti chiedo solo una cosa.»

«Quale?»

«Il sacrificio di un giovane.» La frase cadde nella sala come una pietra. «Dovrà essere così coraggioso da donare il suo cuore, che io impianterò nel petto della mia creazione. In quel momento la sua anima si fonderà con quella del guerriero di bronzo e la sua vita sarà consacrata alla difesa del tuo regno.»

Minosse impallidì, ma la sua voce rimase quella di un sovrano. «Per compiere quest’opera tuttavia… dovrà morire.»

«Sì», rispose Dedalo senza durezza. «Ma potrà rinascere nel corpo del custode. Efesto stesso ha benedetto la mia arte. Mio re… so ciò che faccio.»

La sala del trono piombò in un cupo silenzio. Minosse fissava Dedalo, mentre i suoi fratelli e i nobili di Creta si scambiavano sguardi perplessi. Fu a quel punto che decisi.

Feci un passo avanti, rivolgendomi direttamente al re. «Re Minosse… mi offro io.»

Minosse mi fissò a lungo. «Avvicinati.»

Mi inginocchiai ai piedi del trono.

«Qual è il tuo nome?»

«Talos, mio re.»

«Talos… sei un guerriero?»

«No, mio re. Sono un semplice pescatore.»

«E vuoi davvero sacrificarti per Creta?»

«Creta è la mia casa, sire. E io… non ho potuto proteggere i miei genitori, ma posso vendicarli difendendo questa terra. E ho fiducia in Dedalo. Se il mio cuore batterà nel corpo del suo guerriero… io vivrò una nuova vita. E difenderò l’isola. Lo giuro.»

Minosse annuì. «Vedo che sei deciso… Dedalo?»

«Se Talos ha deciso in tal senso, io non ho obiezioni.»

Tornato a casa, raccontai tutto a Medea e lei rimase immobile. Poi la sua voce, bassa e seria, si spezzò appena: «Talos… che follia è questa? Perché desideri gettare via la tua vita così?

Le presi le spalle con delicatezza. «Io voglio vivere, Medea. Ma voglio anche proteggere Creta. E… voglio che tu viva in un mondo migliore.»

Lei tacque, ma ormai la conoscevo bene e sapevo che il suo silenzio non era mai privo di significato. Sentii che se non parlavo in quel momento, non l’avrei fatto mai più. «Ti amo, Medea. E Creta adesso è anche casa tua.»

Lei chiuse gli occhi, come se le mie parole fossero un dolore e un dono insieme. «Talos…anch’io ti amo. Ed è per questo che temo di perderti.»

La fissai, al colmo di una sbalordita felicità. «Anche tu…?»

Sorrise e mi confidò che, se all’inizio mi vedeva soltanto come un estraneo – gentile ma trascinato insieme a lei nella corrente della sorte – col tempo la mia genuinità aveva disarmato pian piano tutta la sua diffidenza, fino a trasformare un sentimento di amicizia in qualcosa di ben più profondo.

Mi baciò poi, davanti al fuoco della mia capanna, ci spogliammo al ritmo del battito dei nostri cuori. Quando Medea, nuda, si sdraiò sul giaciglio e mi attirò a sé, mi persi dentro di lei. In quel momento non pensai a Creta, né alla mia imminente trasformazione. Esistevamo solo noi e il nostro amore sbocciato senza far rumore, come un fiore prezioso che non ha bisogno di spettatori per mostrare il suo profumo e i suoi colori.


Una statua di bronzo dominava il laboratorio di Dedalo. Alta, imponente e perfetta… sarebbe stato quello il mio nuovo corpo? Mi avvicinai, incantato: il volto sotto l’elmo sembrava quasi vivo.

Dedalo mi poggiò una mano sulla spalla e i nostri occhi si incontrarono per un momento, poi tutto accadde troppo in fretta. Un colpo alle spalle mi fece cadere a terra e il buio fu su di me.

Quando riaprii gli occhi, il mondo era diverso. Gli oggetti attorno a me avevano contorni più netti, più duri. Disteso su una tavola di pietra, provai a muovere un braccio… e vidi solo un dito di bronzo che si sollevava, lento e pesante.

Il ricordo del colpo tornò come un lampo. La trasformazione… era riuscita?

Riprovai e questa volta il movimento fu fluido. Guardai il mio braccio. Bronzo liscio e luminoso. Tutto il mio corpo era bronzo. Mi alzai e sentii le membra agili e scattanti, il pavimento tremare sotto i miei passi pesanti. Uscii dal laboratorio e subito la luce del sole mi accecò, poi riuscii a fissarla senza problemi.

Davanti a me c’era la corte riunita e alle sue spalle una gran moltitudine di persone.

Dedalo avanzò, le lacrime agli occhi e mi abbracciò come si abbraccia un figlio. Poi alzò le mani al cielo. «Efesto… grazie! Hai dato vita al custode e adesso questo eroe nato dal tuo fuoco e dalla mia arte difenderà tutti noi!»

Minosse si avvicinò. «Talos, puoi sentirmi?»

«Sì, sire.» La mia voce rimbombò come un tuono nel bronzo.

Lui annuì, con un sollievo che sembrava quasi un crollo. «Allora Dedalo aveva ragione. Da oggi tu sei il difensore di Creta. Talos… l’eroe di bronzo in cui batte un cuore umano.»

Fra gli applausi e le acclamazioni, vidi Radamante e Sarpedonte – l’altro fratello del re – osservarmi con diffidente curiosità. Un passo dietro Minosse, invece, la principessa Fedra, la più giovane dei figli del re, non distoglieva gli occhi da me. Il suo sguardo mi mise a disagio e mi allontanai subito, cercando Medea tra la folla.

La trovai poco distante: un’ombra nera in mezzo ai colori degli altri. Mi avvicinai e le presi le mani.

«Medea… amore mio.»

Mi guardò fisso negli occhi. «Sei… tu?»

«Sì. Il mio cuore è lo stesso e, anche se adesso è rinchiuso in questo bronzo… per me non è cambiato nulla.»

Lei abbassò lo sguardo. «Talos…»

La strinsi con delicatezza, temendo di farle male con la mia nuova forza e le sussurrai che l’amavo, e che adesso finalmente possedevo la forza per proteggerla.

Non fui sicuro di sentire la sua risposta.


Da quel giorno la mia vita divenne un combattimento continuo. Ogni giorno percorrevo tre volte il perimetro dell’isola, pattugliando le coste e intercettando chiunque tentasse di sbarcare.

Non sapevo impugnare una lancia o una spada, imbracciare uno scudo… ma non importava, perché nessuna arma riusciva a scalfire il mio corpo di bronzo e io dovevo solo colpire, con una forza che ormai era ben al di là dall’essere umana, per mettere in fuga ogni nemico.

Potevo combattere senza sosta per giorni, forse addirittura per settimane, perché il mio nuovo corpo non soffriva né il caldo né il freddo, non sentiva fatica e anche sotto la pioggia il mio equilibrio era perfetto.

Gli attacchi a Creta iniziarono a diminuire ma Minosse, deciso a farli cessare del tutto, mi ordinò di scagliare massi contro qualsiasi nave straniera che si avvicinasse senza esporre la bandiera bianca simbolo di pace.

A sera, Medea mi aspettava a casa e, anche se non potevamo più vivere l’estasi del piacere, vivevamo il nostro amore con intensità come se ogni volta che stringevo il suo corpo snello fra le braccia potesse essere l’ultima. Ogni tanto andavamo a trovare Dedalo, e cenavamo con lui nel fresco del suo giardino; per quanto non avessi più bisogno di nutrirmi, stare lì con le persone che amavo era un piccolo tesoro prezioso.

Una sera gli chiesi: «Dedalo… davvero la mia forza non ha limiti?»

Sorrise appena. «Tutto ha un limite, Talos. E anche il guerriero più forte è ben lontano dall’essere invincibile.»

Io e Medea ci scambiammo un rapido sguardo.

«Qual è il mio punto debole?» domandai. «Sei stato tu a creare il mio nuovo corpo, e solo tu puoi saperlo.»

Dedalo esitò. «Vedi…» disse infine. «Il tuo corpo è quasi invulnerabile. Ma qui…» mi posò un dito sul petto. «Qui, a protezione del tuo cuore umano, c’è solo una sottile placca di bronzo.»

«Perché?»

«Per ricordarti chi sei e che la tua forza serve a difendere Creta, non a conquistare o per opprimere i più deboli.»

«E così sarà», annuii, mentre Medea mi strinse il braccio, silenziosa.


La leggenda della mia forza si diffuse per tutto il mare Egeo come se i vascelli che abbattevo dalle scogliere portassero negli abissi la loro voce di morte, e ormai nessuno osava più attaccare le coste di Creta. Un giorno però, durante il mio solito giro di ronda, vidi una grande nave nera avvicinarsi da est. Le sue vele rosse portavano un simbolo che non conoscevo e stavo già sollevando un masso pronto a scagliarlo quando una pattuglia di guardie del palazzo, guidata da Radamante, mi raggiunse.

«Fermo, guardiano», ordinò il principe. «Lascia che quella nave attracchi. Non la ostacolare, è un ordine.»

Obbedii com’era mio dovere e mi allontanai senza fare domande. Tornato a casa raccontai a Medea della nave, ma lei distolse lo sguardo. «Viene dalla Colchide», disse a voce bassa. «E gli uomini a bordo… sono qui per riportare a casa la loro principessa.»

La fissai, mentre il mio cuore rallentò di un battito. «La loro… principessa? Non capisco…»

Medea inspirò lentamente. «Io sono la principessa di Colchide, Talos e mio padre è il re Eete: è da lui che ho ereditato i miei poteri.»

«Una principessa? Perché non me l’hai mai detto?»

«Perché volevo dimenticarlo.» Il suo sorriso era amaro. «Qui ero felice. Lontana dagli intrighi di corte, dalla crudeltà di mio padre e dalla gelosia di mio fratello maggiore. Vicino a te, ho creduto per un momento di essere sfuggita alle tenebre, perché anche dopo aver visto i miei poteri non mi hai mai fatto domande. Ma dal proprio destino… non esiste fuga.»

«Se tu lo vuoi», replicai deciso, «distruggo quella nave.»

Lei scosse la testa. «No. Tu devi obbedire a Minosse e per me è venuto il momento di tornare a casa. Io…»

Sentii delle voci fuori dalla capanna e quando andai a vedere chi fosse Radamante era lì, accompagnato da guerrieri dalle armature nere. Alti e pallidi, sembravano venire da un altro mondo.

Quello che sembrava il loro comandante s’inchinò a Medea. «Principessa, il re tuo padre desidera vederti. È molto malato e chiede di te. Devi venire con noi, il re Minosse ha già acconsentito alla tua partenza.»

Minosse… sapeva chi era Medea? Il solo pensarlo mi suonava come un tradimento.

Medea si voltò verso di me e mi baciò. «Addio, amore mio…» sussurrò, trattenendo quelle che mi sembrarono lacrime. «Non ti dimenticherò mai. Te lo prometto.»

Non riuscii a dirle nulla e rimasi lì a guardarla andar via insieme ai soldati della Colchide; più tardi, seduto sulla spiaggia mentre la nave nera si allontanava veloce finendo per venire inghiottita dal mare e dalle tenebre, sospirai.

Senza Medea mi sembrava di essere solo un guerriero di bronzo con un cuore umano, improvvisamente svuotato di ogni scopo. Creta ormai era al sicuro, e senza la donna che amavo che cosa mi restava da difendere? Che cosa ne sarebbe stato, adesso, della mia vita?


Due anni dopo la partenza di Medea, Dedalo si ammalò e morì, e con lui se ne andò l’ultima persona che mi avesse voluto davvero bene. Minosse lo fece seppellire con tutti gli onori ma alle esequie mi accorsi di essere l’unico a piangerlo sinceramente.

Le mie imprese venivano cantate dai poeti, ma il re non mi invitò mai a corte e gli abitanti dell’isola, pur sapendo che la loro sicurezza dipendeva da me, si ritraevano quando mi incrociavano. Il bronzo del mio corpo li intimidiva, la mia forza li spaventava… temevano davvero che potessi far loro del male? Strano come, finché avevo Medea al mio fianco, non me ne fossi mai accorto.

Dopo ogni battaglia tornavo alla mia capanna, vuota e silenziosa ma un giorno, sulla spiaggia, incontrai la principessa Fedra.

Era cresciuta, ed era bellissima, lo dovevo ammettere: lineamenti perfetti, occhi chiari come il marmo e un portamento sensuale che avrebbe acceso il desiderio in qualsiasi uomo. Ma non nel mio. Io amavo Medea e poi, dietro la bellezza di Fedra, percepivo un gelo che metteva i brividi.

«Principessa…» mi inchinai salutandola.

Fedra sorrise. Un sorriso studiato, privo di qualsiasi spontaneità. «Talos, vorrei parlarti un momento.»

Rimasi in silenzio.

«La tua vita è una battaglia continua», continuò lei. «Non ti senti mai solo?»

Non risposi.

Fedra si avvicinò e le sue dita sfiorarono il bronzo dei miei muscoli, tracciando immaginarie linee sottili. «Sei così forte…» sussurrò, e notai la punta della lingua sfiorarle le labbra dipinte di blu..

«Principessa…»

Lei sorrise di nuovo, come divertita dal mio disagio. Mi accarezzò il viso. «I tuoi occhi però sono tristi. Mio padre dovrebbe mostrarti più riconoscenza.»

«Faccio il mio dovere», risposi rigidamente. «Non pretendo ringraziamenti.»

«Ma un po’ di calore umano potrebbe allietare le tue fredde serate…» La sua voce era miele e veleno. «Io potrei dartelo. Basta che tu lo voglia.»

Ero sbalordito. Voleva… fare l’amore con me, dare piacere a un corpo di bronzo che non poteva darlo né riceverlo? Ma forse non avrei dovuto stupirmi, del resto sua madre si era fatta possedere da un toro. Che la follia fosse insita nel ramo femminile della famiglia reale?

Scossi la testa. «Principessa, ho scelto io questa vita. Difendere Creta è tutto ciò che desidero, e non voglio niente di più.»

Fedra strinse gli occhi, indispettita dal mio rifiuto mentre io, senza darle il tempo di replicare, dedicatole un accenno d’inchino mi voltai e me ne andai.


Il gelo dell’inverno prese il posto del caldo dell’estate in un ciclo che mi sembrava ormai interminabile e, sul finire del quarto anno dalla partenza di Medea Minosse chiuse gli occhi per sempre, come se l’aver messo in sicurezza Creta rappresentasse la conclusione della sua missione di vita. Radamante divenne sovrano e immediatamente diede Fedra in sposa a un re della terraferma, qualcuno disse per cementare antiche alleanze mentre qualcun altro la vide solo come una comoda scusa per sbarazzarsi di una futura rivale politica.

Ormai le mie ronde si erano ridotte di numero, non essendoci più pericoli imminenti, e sempre più spesso il tramonto della sera mi trovava seduto sulla spiaggia a fissare l’orizzonte. Continuavo a pensare a Medea, sperando – per quanto quel pensiero mi facesse anche male – che ovunque fosse avesse trovato almeno un po’ di serenità.

Una sera vidi un grande vascello sconosciuto avvicinarsi alle coste. Era danneggiato, ma un tempo doveva essere stato splendido: fiancate bronzee rivestite d’oro, remi lucenti e una grande vela azzurra adesso stracciata e sfilacciata dal vento.

Conscio del mio dovere, stavo già per prendere un masso quando la bandiera bianca venne issata. Mi fermai e, non scorgendo in giro guardie dal palazzo, una strana curiosità mi spinse a farmi incontro alla nave per accoglierne a terra gli occupanti.

La nave quasi si arenò sulla spiaggia e, quando lo scafo malridotto si fermò e calò una traballante scaletta di legno. Da essa discesero un uomo e una donna.

Mi feci avanti. «Benvenuti a Creta, stranieri. Io…»

Le parole mi morirono in gola. L’uomo – un giovane guerriero dai radi capelli biondi con un vello dorato gettato di traverso sull’armatura sbeccata e l’elmo sottobraccio– mi era sconosciuto, ma la donna che era con lui… era Medea!

«Medea…» sussurrai al colmo dello stupore. «Sei tu…»

Lei sorrise e, fatto cenno al guerriero di rimanere indietro, si avvicinò.

Non era cambiata. Non un’ombra di grigio nei capelli neri o accenni di rughe sul viso che amavo così tanto. E i suoi occhi… i suoi occhi erano quelli di sempre.

Confuso, ma felice di rivederla, spalancai le braccia e lei mi si strinse contro. Restammo così un istante, senza bisogno di dirci nulla, poi sentii un dolore improvviso al petto e mi staccai da lei. Abbassai gli occhi e vidi… vidi la lama di un pugnale di ferro conficcata proprio al centro della placca sottile che mi proteggeva il cuore.

«Medea… p-perché…?»

Non rispose, mentre un’ombra di tristezza le attraversò il volto e gli occhi magnetici le si inumidirono di lacrime.

Le gambe cedettero e il mondo si inclinò. Il mio cuore prese a battere lento, troppo lento, non riuscivo a respirare. Qualcosa dentro di me si stava spegnendo e, quando crollai a terra, capii solo questo: lei mi stava uccidendo.

«Ci sei riuscita», disse l’uomo in armatura, nella voce una punta di disprezzo. «Guardalo, il famoso Talos, l’invincibile difensore di Creta. A vederlo così ai tuoi piedi non si direbbe proprio tanto potente.»

Medea si voltò di scatto verso di lui. «La via adesso è libera. Giasone, da’ ordine a Peleo e agli altri di assaltare il villaggio più vicino. Dobbiamo prendere ciò che ci serve prima che le guardie ci scoprano. Va’.»

Giasone s’infilò l’elmo crestato e per un attimo non mi sembrò nulla più che un demone oscuro e minaccioso.

Poi si allontanò e Medea si inginocchiò accanto a me. «Talos… mi dispiace. Non avevo scelta. Ho promesso di aiutare Giasone e i suoi Argonauti nella sua missione e in cambio lui e i suoi compagni mi hanno liberata da mio padre… e dalla vendetta di mio fratello.»

Sfiorò con le dita il pugnale conficcato nel mio petto ed esso sparì come se non fosse mai stato lì. Il dolore si alleviò un po’ e riuscii, seppure a fatica a rialzarmi in piedi e a permettere a Medea di ricondurmi alla mia capanna.

Qui si frugò sotto la veste e ne estrasse una boccetta di vetro avvolta in un panno. «Bevi.»

«Che cos’è?»

«Una pozione che allevierà del tutto il dolore. E quel panno è una mappa che conduce all’isola di Lemno.»

«Lemno…?»

«Sì. Se vorrai raggiungerla, ti prometto che un giorno ci rivedremo lì.»

«Ma io… non posso abbandonare Creta…»

«Forse dopo stanotte le cose cambieranno. Se così sarà, ricordati che non ho mai smesso di amarti e mettiti in salvo. Ora devo andare.»

Ero troppo debole per fermarla e lei corse via. Rimasto solo, misi da parte la mappa e bevvi la pozione. Pian piano iniziai a sentirmi meglio, anche se non al punto tale da correre fuori e provare a mettermi sulle tracce di Giasone e dei suoi.

Ancora confuso e indebolito, non riuscivo a pensare bene. Riuscii solo a mettere a fuoco due pensieri: Medea mi amava ancora, ma la sua intuizione non sbagliava mai e le sue parole su Creta tornavano come un’eco che non riuscivo a scacciare.

“Forse dopo stanotte le cose cambieranno.”

Che cosa aveva voluto dire? Mi stesi sul giaciglio, tremante, e rimasi sveglio tutta la notte con il fiato corto e il cuore pesante, chiedendomi se davvero quella notte avrebbe cambiato tutto.


La mattina seguente il sole spuntò di malavoglia per venire subito oscurato da nere nuvole temporalesche mentre io, perfettamente ristabilito, ricevetti una convocazione a corte dal re Radamante. L’atmosfera era pesante: la sala era piena di sguardi ostili, come se tutti avessero già deciso la mia colpa.

Radamante mi fissò con la freddezza di chi non cerca risposte, ma conferme. «Spiega, guardiano. Per quale motivo hai lasciato passare Giasone e i suoi uomini, permettendo loro di saccheggiare un nostro insediamento costiero? Il colosso invincibile ha forse perso la sua capacità di discernere il pericolo? Sei ancora la nostra arma di difesa… o sei diventato un traditore?»

Tacque, e il silenzio fu più duro delle sue parole.

«Sire…» risposi a bassa voce, ferito dalla sua accusa di tradimento. «Ho tentato di fermare gli invasori, ma sono stato sopraffatto da un attacco a tradimento. Un incantesimo… lanciato da Medea a cui non ero preparato. Ti chiedo perdono.»

Radamante arricciò le labbra in una smorfia di disprezzo. «Medea.» Il nome gli uscì pieno di velenoso disprezzo. «Per ora sei congedato. Ma non tollererò un altro tuo errore. Ricordatelo.»

Mi voltai e me ne andai, percorrendo fino alla fine il lungo corridoio che mi portò quasi all’uscita del palazzo reale. Fedra era lì ad aspettarmi, immobile, a pochi passi dalla porta e mi fissava con una sorta di gelido compiacimento, come se il mio fallimento le avesse dato un piacere segreto.

La sua sgradevole presenza fu come un presagio. Per le strade della città, la gente non si limitò a ritrarsi al mio passaggio come al solito, ma mi fissava con una diffidenza che non non avevo mai visto. Nei loro occhi c’era un rifiuto che parlava più di mille insulti; i genitori tiravano via i bambini e qualcuno persino sputò a terra.

«Si credeva invincibile…» colsi un mormorio. «Invece è stato solo una delusione.»

Tirai dritto quando, ad un tratto, un vecchio mi si parò davanti., con lo sguardo che bruciava d’odio.

«Avevo un figlio e una nuora nel villaggio assaltato ieri… e sono stati trucidati per colpa tua! Ci hai fatto credere di essere al sicuro… e adesso scopriamo che siamo nudi davanti al nemico!»

Non risposi, e del resto che cosa avrei potuto dire? Mi allontanai in fretta, prima che la folla mi lanciasse addosso sterco e uova marce.


Rientrato nella mia capanna, mi gettai sul pagliericcio mentre una domanda mi bruciava dentro:

che cosa dovevo, in fondo, a quella gente?

Avevo rinunciato alla mia umanità per difendere Creta, combattuto senza sosta per anni senza mai chiedere o ricevere alcun compenso. E al primo passo falso… ero diventato un criminale.

Adesso capivo che non ero mai stato accettato davvero e decisi che non avevo più motivo di restare. Se Creta voleva difendersi… da ora in avanti avrebbe dovuto farlo da sola.

Mi alzai e, lasciai la capanna, raggiunsi la mia barca deciso a navigare fino all’isola di Lemno. Grazie alla mappa che Medea mi aveva lasciato, l’avrei di sicuro trovata e, una volta lì, avrei scoperto se almeno la donna che amavo aveva mantenuto la sua parola.

Dopo alcuni giorni di viaggio raggiunsi l’isola; grande e piena di verde mi parve a tutta prima disabitata ma scoprii in un secondo momento che non lo era. Costruita una piccola capanna di paglia e legno in un anfratto vicino a un golfo, infatti, venni a sapere che quel posto era popolato di donne feroci e vendicative, che avevano sterminato i loro mariti rose di gelosia.

Alzai le spalle con indifferenza: non avevo nulla contro di loro e, fino a che si fossero tenute alla larga sarei stato felice di evitarle. Di certo, pensai, non avrei mosso un dito per difendere l’isola da attacchi esterni qualora ce ne fossero stati: avevo chiuso con quella vita e, a meno di trovarmi io stesso in pericolo, le sorti degli altri avevano smesso di riguardarmi.

Ogni giorno speravo di vedere arrivare Medea ma, col passare prima dei mesi e poi degli anni, la speranza via via si consumò: il mio cuore continuava a battere, ma ormai nemmeno i suoi palpiti sembravano riscaldare il mio petto di metallo.

Poi, un giorno, udii la sua voce chiamarmi dall’alto di una collinetta.

Corsi, felice, verso di lei poi mi fermai.

Lei era lì, identica a come la ricordavo. Ma mi sembrò ci fosse qualcosa di sbagliato nella luce che aveva attorno e all’improvviso l’aria si fece densa, come se piccole ombre senza volto si fossero raccolte ai suoi piedi. Poi un soffio di vento salmastro e tutto svanì come se avessi solo sognato.

Feci ancora qualche passo e strinsi Medea fra le braccia. «Amore mio… avevo quasi perso la speranza. È passato così tanto tempo che…»

«Sono successe molte cose» replicò e solo allora vidi ciò che teneva tra le braccia: non un fagotto di stracci, ma un bambino di pochi mesi che dormiva placidamente.

«Lui è Medo.» Medea sorrise al piccolo, che aveva i suoi stessi capelli scuri. «Mio figlio.»

«Il figlio di… Giasone?»

«No.» La sua voce si fece d’un tratto sottile come un filo. «C’è ancora molto che non sai di me. E forse, quando ti avrò raccontato tutto… non mi vorrai più.»

Le posai una mano sulla sua. «Mi importa solo che tu sia qui e il resto, se lo desideri, possiamo lasciarlo nel passato.»

Medea mi guardò negli occhi. «Lo credi davvero?» mi chiese in un soffio, poi restò in attesa come se dalla mia risposta dipendesse tutto il suo futuro.

«Sì.» Le sfiorai il volto poi abbassai gli occhi sul piccolo Medo. «E amerò anche lui. Perché è parte di te.»

La tensione le si sciolse di dosso e sbocciò in un sorriso che sembrava non toccarla da anni. «Anch’io ti amo, Talos.»

Non risposi. Non serviva perché qualunque cosa fosse accaduta, qualsiasi ombra Medea portasse con sé… non avrebbe più avuto potere su di noi e promisi ad entrambi che qualunque cosa ci riservasse il futuro, saremmo stati noi a tracciarne il cammino.

FINE

Recensioni e commenti

RECENSIONI

Creta e i suoi miti, Minosse e il Minotauro, Pasifae, Arianna e il filo… ma il mito di Talos, gigante di bronzo guardiano dell’isola, è forse quello meno conosciuto.

Tu l’hai reso molto umano, un giovane coraggioso che si offre a Dedalo per amore di Medea.

Ecco, Medea è una figura che mi è sempre piaciuta, e mi è piaciuto che alla fine non tradisce Talos come sembra ma lo salva per poi ricongiungersi con lui.

Bella storia!

Un altro bel lavoro: Talos e Medea sono due personaggi che mi hanno profondamente emozionata, lui coraggioso e innamorato lei pronta a tutto pur di sfuggire al cupo destino a cui altri l’hanno destinata senza il suo consenso.

Amore, coraggio, sentimenti… consiglierei questo racconto a tutti.

Davvero.

Sabrina

8 commenti
  1. Agata
    Agata dice:

    Che bella storia d’amore ❤️. Questo racconto fa anche sognare paesaggi mitologici e terre più o meno lontane. Esprimo il desiderio di andare a Creta con mio marito per conoscere i luoghi del mito.

    Rispondi
    • admin
      admin dice:

      Grazie, riferisco al marito 🥰❤️.
      Ti ringrazio di aver letto e recensito 🥰.
      La storia d’amore fra Talos e Medea è totalmente di mia invenzione – nelle leggende i due personaggi ebbero sì a che fare, ma in un modo differente – e quindi sono ancora più contento che sia riuscita bene.
      🥰🌹

      Rispondi
    • admin
      admin dice:

      Grazie mille ☺️.
      Complimenti ancora più graditi considerando che tu sei bravissimo a cogliere i dettagli, di personaggi e caratterizzazioni, e quindi un lettore molto attento.

      Rispondi
      • Claudia galignano
        Claudia galignano dice:

        Trovo molta sensibilità e profondità nel modo in cui parli dei personaggi e apprezzo il modo in cui usi anche l’immaginazione nei tuoi racconti. Non conosco bene i miti (ne avevo studiato qualcuno al liceo) ed è stato bello rispolverarli nella lettura dei tuoi racconti

        Rispondi
        • admin
          admin dice:

          Grazie ☺️.
          Sì secondo me la caratterizzazione dei personaggi, i loro sentimenti, odi, amori, rancori, desideri, è alla base non soltanto di ogni buon racconto ma anche di ogni storia che si rispetti.
          Bisogna proprio partire da lì, poi tutto il resto lo so costruisce attorno.

          Rispondi
  2. Monica
    Monica dice:

    Confesso che ci ero rimasta male quando Medea aveva colpito Talos al cuore, e anche quando gli ha dato la pozione “salva vita” non è che mi avesse convinta più di tanto, considerando la figura di Medea nella mitologia classica. E invece abbiamo una Medea innamorata, e un Talos semplicemente straordinario: buono, coraggioso, innamorato, leale, fedele all’unica donna che abbia mai amato, liquidando la bella e algida Fedra, e alla sua patria e al suo re. Fin troppo! E questa fedeltà, purtroppo, non viene apprezzata, perché al primo errore (che poi errore non è, perché Talos ha permesso di sbarcare a un’imbarcazione che aveva issato bandiera bianca, seguendo gli ordini, ed è stato pugnalato) tutti, re compreso, gli manifestano il loro disprezzo, che hanno sempre provato, in fondo. Nemmeno la buonanima di Minosse ha mai mostrato gratitudine per quel guerriero che ha sacrificato la sua umanità per difenderli. E alla fine ha fatto bene Talos ad andarsene, nulla più lo legava a quell’isola, dal momento che i suoi genitori erano morti anni prima. Ti rinnovo i miei complimenti perché anche questo racconto è scritto benissimo ed è avvincente. Ma, a questo punto, chi è il padre del figlioletto di Medea, visto che lei stessa ha confessato che non è Giasone?

    Rispondi
    • admin
      admin dice:

      Ciao!
      Sì, qui abbiamo una versione di Medea diversa dal mito e anche il suo interagire con Talos è una mia invenzione: nel mito lei lo uccide per aiutare gli Argonauti ma tra loro non ci sono rapporti di sorta, qui invece c’è una storia d’amore molto intensa e profonda.
      E Talos, nobile e coraggioso, diventa sì il difensore di Creta, ma ritornando al concetto del “diverso” che viene visto comunque sempre con diffidenza non riceve molta gratitudine dalla gente, che anzi lo guarda con una malcelata paura.
      Alla fine, accusato anche ingiustamente dal nuovo sovrano, se ne va incontro a una nuova vita.
      Il figlio di Medea è – anche se qui non ne viene fatta menzione – del re di Atene Egeo, padre anche dell’eroe Teseo. I figli di Giasone li ha uccisi – qui non mi discosto dal mito – e difatti sono le loro le ombre che per un momento Talos percepisce attorno a lei.
      Grazie di aver letto e recensito 🤗

      Rispondi

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