OMBRE SU CAMELOT

Scritto nel dicembre del 1999

Nel dispiegamento di stendardi dei vari regni, la regina Ginevra di Camelot vide il leopardo rosso in campo nero del Lothian.

“E’ arrivato Baldia” disse ad Artù, che stava cingendo la corona.

“Bene, ne sono felice” le rispose l’Alto Re, porgendole poi il braccio per aiutarla a scendere le scale.

Morgana, che stava vicino a loro, ripensò a quel lontano giorno in cui Baldia, giovanissimo, era arrivato per la prima volta a Camelot. Quanti anni erano trascorsi, ormai? Dieci, undici…

Con la mente tornò a quel lontano giorno…

Artù abbracciò Galvano.

“Benvenuto, cugino” gli disse. “Come vanno le cose alle isole Orkneys?”

“Benissimo, grazie. Sire, cugino mio, datemi licenza di presentarvi i miei figli Guinglain e Baldia.”

Guinglain sembrava una copia del padre; i capelli rossi e lisci, gli occhi azzurri e calmi, il contegno tranquillo.

Baldia era alto e forte, con i capelli biondo-rossi raccolti in trecce lunghe fino alla vita.

Artù li abbracciò entrambi.

“Benvenuti, nipoti miei. Domani ci sarà la cerimonia d’investitura per i giovani cavalieri. Galvano, se i tuoi figli lo desiderano, possono unirsi agli altri per la veglia nella chiesa di Saint Patrick, e domani saranno nominati cavalieri. Da me o da chi vorranno.”

Galvano s’illuminò. “Vi ringrazio, maestà.”

Fece un cenno ai due giovani, che si avviarono verso la basilica, accompagnati da sir Cai.

Galvano vide Morgana, accanto a Ginevra, e le baciò la mano.

“Cugina…”

“Come state, Galvano?” Disse lei freddamente. Non c’era mai stata simpatia fra di loro, e di certo Morgana non aveva intenzione di simularla.

Artù mise una mano sulla spalla del cugino. “Anche Bran de Lys è qui, con i suoi fedeli. Confido che entrambi vi comporterete ragionevolmente.”

“Certamente” rispose il cavaliere di Orkneys. “Ora perdonatemi, devo andare a vedere come stanno mia moglie e le mie figlie. Erano con i carri e dovrebbero essere arrivate alle porte della città.”

“Vai pure. A cena come sempre sederai alla mia destra.”

Galvano sorrise. “Contateci, Artù.”

Quando si fu allontanato, Morgana disse piano al fratello: “Sei sicuro che sia stata una buona idea invitare anche Bran de Lys? Sai che è una testa calda.”

Artù rise, circondandole la vita con un braccio. “Sorella, non scordare che Camelot esiste per MIA volontà, la Tavola Rotonda è una MIA creazione, e se non fosse stato per ME Bran avrebbe perso la vita nella battaglia di Agned. E Galvano è un mio fedele sostenitore. Non ci saranno problemi, qui nel mio regno non temo nulla.”

Lei sospirò; Artù era un po’ troppo sicuro di sé, di non sbagliare mai. Questo non era bene, lei lo sentiva.

“Figli miei” disse il vescovo ai giovani vestiti di bianco ancora inginocchiati per la veglia in chiesa “ora potete ritirarvi nelle vostre camere. Domani mattina riceverete la spada e l’investitura a cavalieri per difendere Nostro Signore.”

I giovani si alzarono ed uscirono dalla cattedrale.

“Fa freddino” commentò Baldia, con il solito tono irridente. “Quasi quasi preferivo starmene alle Orkneys; ora là è estate…”

Guinglain sorrise. “E rinunceresti a diventare cavaliere?”

Baldia alzò le spalle. “Diventare cavaliere non ha reso nostro padre migliore di quanto fosse prima; e Tadwall, che regna nel Lothian al posto suo per ordine di Artù ha fama di essere un tiranno senza pietà.”

Il fratello maggiore stava per rispondergli, quando un uomo si parò loro di fronte; era un gigante con i capelli neri, vestito riccamente.

“Zio…” mormorò Guinglain.

Il gigante sorrise. “Come stai, nipote? Speravo di vederti.”

“Baldia” disse Guinglain rivolgendosi al fratello minore “questo è nostro zio, Bran de Lys, signore delle Isole Esterne. Zio, vi presento mio fratello Baldia.”

Il giovane non sorrise; dopotutto per lui Bran non era nessuno.

“Vi lascio soli, avrete molte cose da dirvi.” Disse e si allontanò.

Bran non lo guardò neanche. “Come stai, nipote?” Domandò a Guinglain.

“Bene, vi ringrazio, zio. Sapete che domani sarò fatto cavaliere?”

Bran rise. “Ah… e sarà tuo padre a darti l’investitura?”

Così dicendo si toccò la spalla, dove aveva ricevuto una ferita proprio da Galvano al tempo del loro duello.

“Lo odiate ancora, zio? Mia madre l’ha perdonato tanto tempo fa, e ormai sono passati quindici anni dalla morte del nonno…”

“Sì, hai ragione. Ormai non lo odio più. Dopotutto mio padre se l’era cercata, dichiarando guerra ad Artù.”

In effetti lord Bagras, sovrano delle Isole Esterne, aveva ostacolato Artù al tempo in cui questi cercava di unificare tutta la Britannia; l’Alto Re aveva invaso allora le sue isole e Galvano, durante la battaglia decisiva, aveva trafitto il vecchio sovrano al petto, uccidendolo sul colpo.

Bran, nel tentativo di vendicare il padre, si era lanciato contro il figlio di Lot ricevendo la ferita alla spalla; a battaglia finita, Artù l’aveva esiliato e aveva dato in sposa Ragnell, la sorella di Bran, a Galvano.

Sebbene da principio lei fosse ostile nei confronti del cavaliere che le aveva pur sempre ucciso il padre, col tempo si era fatta conquistare dalla cortesia di lui, ed erano diventati una coppia felice.

Guinglain, il figlio maschio, era nato un anno dopo il matrimonio, seguito da Rheiss e poi da Lisandia, la figlia più giovane.

Poi Galvano, su pressione di sua madre Margawse, aveva fatto venire a palazzo il figlio Baldia, avuto da una nobildonna del Galles, che prometteva di diventare, per forza e coraggio, un grande cavaliere.

Bran, che nel frattempo, su preghiera di Ragnell, Artù aveva richiamato, si era formalmente riconciliato con Galvano, e l’Alto Re gli aveva restituito il suo regno a patto che gli giurasse eterna fedeltà.

“Desidero che domani, alla mia investitura, assista anche tu, zio. Ci terrei molto.” Proseguì Guinglain, guardando Bran negli occhi.

Il sovrano delle Isole Esterne sorrise. “D’accordo. Dopotutto sono io che ti ho insegnato a combattere. Ora ti lascio andare, dovresti riposarti, domani avrai una giornata pesante.”

“Hai ragione, zio. Ah, zio… domani parlate con mia madre, vi prego. So che le mancate molto…”

Bran annuì, allontanandosi nel buio.

“Non dovresti tirare sassi nel fiume. Disturbi i pesci.”

Baldia si voltò verso chi aveva parlato; nella semioscurità vide una donna, vestita di scuro.

“Mi… milady?” Mormorò.

La donna fece una risatina sommessa e si avvicinò un po’ di più; il suo viso, dai profondi occhi verdi, gli sembrava familiare.

“Ci conosciamo?” Le domandò.

“Sì. Siamo parenti.”

“Parenti?”

“Precisamente. Sono lady Morgana, tua zia.”

Il giovane le prese la mano e la baciò. “Perdonatemi, non vi avevo riconosciuta.”

Lei sorrise. “Non importa. Trovo che questa sia una notte troppo bella per restare da soli. Mi faresti compagnia?”

Lui scosse la testa. “Mi dispiace, milady, ma devo rientrare agli alloggi dei novizi. Domani sarò fatto cavaliere.”

“Ne sono al corrente. Faremo in modo che non si accorgano della tua assenza. Su, vieni.”

Gli tese la mano e lo condusse ai suoi alloggi. Chiusa la porta, si tolse il mantello, rimanendo col vestito scuro che le scopriva le spalle e ne metteva in risalto le forme perfette.

“Siediti” disse indicando la panca vicino al fuoco. “Vuoi una coppa di vino?”

“Grazie.” Baldia si sedette, e lei gli si sedette di fronte.

“Allora, che cosa te ne pare della nostra Camelot?” Domandò Morgana, mentre con gli occhi indagatori sembrava leggergli nell’anima.

“Mette soggezione, signora…”

Lei sorrise. “E io ti metto soggezione?”

“N-non penso di capire…”

Morgana gli si accostò, gli prese il viso tra le mani e lo baciò. “Baciami, Baldia…” gli sussurrò con voce provocante.

Lui la baciò, poi la prese tra le braccia, la sollevò e la condusse al letto a quattro colonne.

Dopo averla adagiata sulle morbide coltri Baldia spogliò delicatamente Morgana, mentre lei spogliava lui; poi fecero l’amore e lui fu tenero e gentile, tanto che Morgana sentì cadere le barriere mentali che si era creata per non dover più soffrire.

Più tardi, quando erano sdraiati uno a fianco dell’altra sul grande letto, Morgana pianse, per la prima volta dalla morte di Accolon, pianse di gioia.

“Che cos’hai, zia?”

“Nulla” rispose lei, appoggiando la testa nella curva del suo braccio. “Quanti anni hai, Baldia?”

“Diciassette” le rispose il giovane.

Così giovane? Pensò Morgana. Anch’io avevo diciassette anni quando fui fidanzata a Lot. E se rimanessi incinta? Artù mi permetterà di sposarlo?

Scacciando quei pensieri, lo abbracciò teneramente.

“Hai conosciuto tuo nonno?”

“Pochissimo. Morì quand’ero ancora un bambino. E tu?”

“Sì, lo conoscevo. Per un certo periodo fui la sua fidanzata, poi lui sposò Margawse e io andai in sposa a suo cugino Yudais di Bremenium. “

Un brivido la scosse, al ricordo di quei tre anni di patimenti e sofferenze; anche se proprio tramite Yudais aveva conosciuto Accolon, suo figlio, e vissuto con lui i pochi momenti di felicità prima che egli morisse in battaglia.

“Domani verrai ad assistere alla cerimonia della mia investitura?” Le chiese lui, baciandola sul collo.

“No, non verrò. Non entro mai in chiesa. Ma verrò ad assistere al torneo che seguirà l’investitura dei giovani cavalieri.”

“Allora mi farò onore per te, Morgana. Pensavo di sfidare sir Lancillotto…”

Lei rise. “Fai attenzione, lui vuol sempre vincere, anche nelle sfide amichevoli. Ci sarà anche Tadwall di Dunpeldyrs al torneo?”

Si pentì di averlo chiesto, perché lui si oscurò. “Spero di no, quel maledetto tiranno mi è più odioso di una serpe! Lothian è nostro e Artù ce ne ha privati alla morte del re Lot, dandolo a Tadwall. E’ stata un’ingiustizia.”

Lei annuì, ma non volle replicare; si alzò e si rivestì e, mentre lui faceva lo stesso per un attimo lo guardò e le sembrò di rivedere Lot; sebbene il giovane fosse biondo e il defunto re di Lothian scuro di capelli, avevano la stessa determinazione, la stessa ambizione.

D’improvviso sentì come un colpo alla bocca dello stomaco.

Ho amato Lot, pensò. L’ho amato e non me ne sono mai resa conto.

Baldia si chinò a darle un bacio. “Ora devo andare, zia.”

“Va’ pure, mio caro. Fatti onore domani.”

“Te lo giuro.”

E mentre lui usciva Morgana sentì di aver trovato una persona molto simile a sé.

Guinglain, Baldia, Gereint e gli altri giovani furono fatti cavalieri il giorno dopo, e subito tutti si recarono sul campo delle giostre per il torneo che si sarebbe svolto in onore dei novelli cavalieri.

Morgana, che era venuta ad assistere, pensò per un attimo di sedersi vicino a Ginevra, ma cambiò idea incrociando lo sguardo freddo della regina.

Mi odia ancora, pensò. Non mi ha ancora perdonato di averla allontanata da Lancillotto.

Infatti era per intervento di Morgana che un anno prima Lancillotto aveva sposato lady Ehlana di Corbenic. Morgana era certa di aver agito bene: Lancillotto e Ginevra erano troppo intimi, ma con le sue azioni si era guadagnata l’astio della sposa di Artù.

Si sedette vicino a Lisandia, la figlia minore di Galvano, che sedeva in compagnia della sorella Rheiss e dei cugini Belthram e Cartytia, figli di Mordred, ultimogenito della regina Margawse.

Tutti la salutarono calorosamente, tranne Cartytia, che neanche la guardò, impegnata com’era a cercare sul campo l’alta figura del biondo sir Crystal dei Finni.

“Vi avevo tenuto il posto, zia” le disse Lisandia gentilmente.

“Ti ringrazio, sei molto gentile. Guarda, quello non è tuo fratello Baldia?”

“Ma che fa?” S’intromise Rheiss. “Chi sta sfidando?”

“Sir Lancillotto…” le rispose Lisandia con un filo di voce, stringendosi istintivamente contro Morgana.

Il palco era in subbuglio; soltanto la principessa Cartytia, vestita di nero come al solito, non manifestò alcuna emozione.

Non le importa, pensò Morgana. Pensa solo a Crystal.. oh, Dio, le ho di nuovo letto nei pensieri…

Si volse verso il campo e vide Baldia, impegnato nel duello con Lancillotto, cadere a terra, per poi rialzarsi e stringere il figlio di Ban a bordo campo, colpendolo senza sosta.

A giudicare dall’energia di Baldia e Lancillotto, il duello avrebbe potuto ancora proseguire a lungo, ma Artù entrò nel campo e separò i due contendenti.

“Avete combattuto bene” disse, ad alta voce. “Ora abbracciatevi, come si conviene a due fratelli cavalieri.”

Mentre Baldia e Lancillotto si abbracciavano, Morgana non potè fare a meno di pensare che Artù doveva sempre controllare ogni cosa, persino i duelli dovevano concludersi quando voleva lui.

Mordred, che si era portato accanto ad Artù, prese la parola. “Maestà, amici miei. Permettetemi di onorare questo giovane cavaliere offrendogli in sposa mia figlia Cartytia!”

Artù annuì, e Galvano abbracciò Mordred. Cartytia, chiamata sul campo dall’Alto Re, si accostò appena a Baldia mentre con sguardo smarrito cercava gli occhi di Crystal.

Improvvisamente, a Morgana parve di vedere Baldia assalito da ombre minacciose, alla testa dei suoi soldati, ma il cielo era scuro e la desolazione del paesaggio… poteva essere solo di Avalon, regno della misteriosa Dama del Lago. Ma perché quel luogo?

Così com’era venuta, la visone sparì, e la voce di Artù, chiara e sicura, diceva.

“Domani stesso celebreremo il fidanzamento tra i miei nipoti Baldia, figlio di Galvano, e Cartytia, figlia di Mordred!”

Devo parlare a Baldia dei miei cattivi presagi, pensò Morgana. Prima che succeda qualcosa d’irrimediabile.

Baldia rise, mentre baciava Morgana, che gli aveva appena rivelato il contenuto della sua visione. Erano soli nella camera di lei.

“Ma zia, perché dovrei preoccuparmi? E’ ovvio che Cartytia non mi ama! Neppure ci conosciamo.”

“Non farebbe differenza, caro. Lei ama Crystal.”

“Anche se fosse, non oserà rifiutare una decisione del re Artù. Nessuno oserebbe farlo.”

“Già. Artù decide della vita di tutti noi come se fossimo burattini, senza curarsi dei nostri pensieri.” Disse Morgana amaramente.

“Ma Morgana, è un re, ed è normale per un sovrano decidere queste cose. Dopotutto, se la Britannia è in pace e solidamente governata lo si deve quasi esclusivamente al coraggio di Artù. Anche se certe sue decisioni nemmeno io le accetto, come quella riguardante il Lothian, devo ammettere che il nostro Paese non potrebbe avere sovrano migliore di Artù Pendragon.”

“Sì, forse hai ragione. Baciami, ti prego…”

Lui la baciò e, dopo che l’ebbe fatta sua, Morgana pensò che probabilmente la visione che aveva avuto era eccessivamente allarmistica.

Probabilmente sono solo gelosa, a pensare Baldia fra le braccia di un’altra, provò a dirsi. No, non era quello. Non amava Baldia, anche se gli voleva molto bene; e probabilmente il giovane nipote non l’avrebbe chiesta in sposa in nessun caso.

Era troppo vecchia per lui, oltre ad essere sua zia.

Il loro futuro prevedeva semplicemente una bella amicizia, e quella sarebbe probabilmente stata l’ultima volta che andavano a letto insieme, pensò addormentandosi.

La mattina, quando si risvegliò, vide che Baldia era già uscito; si alzò di malavoglia, fece colazione e poi scese le scale per andare ad assistere alla cerimonia del fidanzamento.

Per le scale incontrò Cartytia e, guardandola in viso, capì che aveva pianto e sembrava molto agitata.

Ha paura di Baldia, pensò Morgana. Come io ne avevo di Lot…

E poi si disse che era diverso; perché lei non aveva nessun altro e in fondo amava Lot, anche se allora non se ne rendeva conto, mentre Cartytia era innamorata di Crystal.

Poi Morgana prese posto nella sala del trono accanto a Lisandia; vide Artù entrare accompagnato da Galvano e Mordred, e svettare in altezza su di loro.

Baldia e Cartytia si alzarono e si avvicinarono al trono, e il vescovo pronunciò le parole di rito, dopodiché i due giovani si diedero la mano scambiandosi un casto bacio.

A parte la principessa, che teneva gli occhi bassi ed era pallida, tutti nella sala sembravano allegri e gioiosi; in particolare Artù, che con quell’unione rinsaldava ancora di più i legami fra i suoi parenti più stretti.

E ora Baldia è re di Lothian e Orkneys, e Cartytia è fuggita chissà dove… pensò Morgana, ritornando con la mente al presente.

Baciò il nipote, che portava con orgoglio la corona che era appartenuta a Lot e della quale Galvano non aveva voluto sapere niente.

Aveva sempre disprezzato il cugino, per la sua mancanza di ambizione, e per la sua assurda devozione per Artù.

E come aveva ricambiato, l’Alto Re, questo suo affetto incondizionato? Nominando Lancillotto capitano della cavalleria al posto suo e il figlio di questi, Galahad, suo erede.

Inoltre, se non fosse stato per il coraggio e l’ardimento di Baldia, il Lothian sarebbe rimasto sotto il pugno di ferro di Tadwall.

Invece, approfittando di alcune ingiustizie commesse da quest’ultimo, Baldia l’aveva sfidato invadendo Lothian e sconfiggendolo in battaglia.

Artù si era adirato moltissimo, per quello che considerava un atto di disturbo al suo dominio assoluto, ed aveva esiliato Baldia.

Tuttavia poco dopo, sbolliti i malumori, l’aveva richiamato e gli aveva consentito di proclamarsi re di Lothian oltre che delle isole Orkneys; sapevano tutti che non c’era altra scelta, del resto.

L’altro figlio di Galvano, Guinglain, era morto l’anno prima, durante l’assurda campagna di conquista che l’Alto Re aveva lanciato contro quel che restava dell’Impero Romano.

L’imperatore romano Caius Aurelianus aveva sfidato Artù invadendo la Broceliande, che faceva parte della confederazione di stati che avevano giurato fedeltà all’Alto Re.

Artù, infiammato dall’ira, era sbarcato in Broceliande sconfiggendo poi facilmente le truppe Romane; tuttavia, invece di limitarsi a fortificare le sue difese, l’Alto Re si era poi lanciato alla conquista di Roma, nell’illogico intento di punire l’imperatore per aver osato sfidarlo.

L’eccessiva sicurezza in se stesso, tuttavia, l’aveva tradito, perché l’Impero poteva sì essere in decadenza, ma aveva ancora forze sufficienti per difendere i propri confini.

Dopo le prime, illusorie vittorie, i Britanni erano stati sconfitti e costretti a ritirarsi.

Guinglain, per coprire le spalle ai suoi durante l’imbarco per il ritorno in Britannia, era rimasto alla retroguardia, ed era caduto in un’imboscata dei Romani.

Artù, colpito dalla morte del giovane e valoroso nipote e di altri cavalieri, aveva richiamato Baldia e cercato di moderare i suoi atteggiamenti dittatoriali; ma ormai la sua popolarità stava vacillando.

Cartytia era fuggita da corte per evitare il matrimonio con Baldia, e Bran de Lys, incolpando l’Alto Re per la morte di Guinglain, gli si era ribellato.

Grazie all’intervento dei soldati di Lancillotto la rivolta era stata soffocata nel sangue e Bran ucciso, ma l’esercito reale, sfinito dopo le continue battaglie, necessitava di forze fresche.

I Sassoni sbarcavano di nuovo sulle coste Britanniche, approfittando delle lotte intestine, e devastavano tutto ciò che trovavano; Mordred, nominato comandante in capo delle truppe della costa, cercava di tamponare le incursioni come poteva, ma non aveva uomini a sufficienza per respingere definitivamente il nemico.

Molti sovrani si recavano a Camelot e facevano sentire le loro voci di protesta; sembrava che all’improvviso tutto stesse precipitando.

Artù aveva dato Rea, la figlia maggiore di Galvano, in sposa a Ivain di Galles, nominando quest’ultimo sovrano delle Isole Esterne al posto del morto Bran.

Gareth e Gaheris, i fratelli di Galvano, erano stati inviati a fortificare il Vallo di Adriano, e Lancillotto faceva giungere in rinforzo più soldati che poteva dal regno di suo padre Ban.

Galvano si era fra l’altro assunto il compito di addestrare i giovani che dovevano formare il nerbo del nuovo esercito di Artù, mentre Baldia governava il regno del quale sarebbe toccato a lui cingere la corona.

Galvano ha sempre vissuto all’ombra di Artù, pensò Morgana. Per fare questo, ha dimenticato le sue Terre, lasciandole in mano ad un governatore straniero. Ora Baldia le ha riconquistate; sarà lui a completare l’opera di Lot.

Io sono l’unica a conoscenza dell’arma su cui Lot contava per deporre Artù, ed è arrivato il momento di mettere Baldia al corrente di tutto.

Si accorse che Artù la chiamava. “Morgana, sorella, c’è anche il duca di Cornovaglia!”

Cador sembrava invecchiato; abbracciò Morgana e la chiamò dolcemente “cara sorella” ; tutti i dissapori avvenuti fra di loro in passato, al tempo in cui entrambi erano poco più che ragazzi, sembravano superati.

Galvano si accostò a Baldia.

“Figlio mio” esordì, con voce neutra. “Ora che sei un sovrano, dovresti pensare a prendere moglie. Non c’è nessuna principessa che t’interessi?”

“Ti ricordo, padre” rispose il sovrano di Lothian “che ho già una promessa sposa, e non intendo rompere il fidanzamento con Cartytia.”

“Ma…”

“Per niente al Mondo, padre.” Terminò Baldia, credendo di aver chiuso la questione.

“Se la smetterai d’interrompermi, figlio mio” insistette Galvano “ti ricordo che Cartytia è fuggita ormai da anni, sembra ad Avalon, e di certo non desidera tornare, né tu puoi avventurarti fin là per riprenderla.”

Baldia non replicò, e Morgana, guardandolo negli occhi, vide che lui ripensava alle sue visioni di tanti anni prima.

Lancillotto, che le sedeva accanto, le prese la mano.

“Stai bene, cugina?”

Lei sorrise. “Sì, sono solo un po’ stanca. Come procede la ricostituzione dell’esercito Britanno?”

Il figlio di Ban sospirò. “Ho chiesto a mio padre altri cavalieri, ma quelli che arriveranno a primavera saranno gli ultimi; i Franchi si stanno nuovamente facendo pericolosi e non è possibile sguarnire ulteriormente le frontiere del Benoic. Galvano si sta occupando di addestrare i giovani tirocinanti, ma a mio parere Artù dovrebbe accogliere nelle sue armate anche i Sassoni del trattato di Winchester. Dopotutto ormai sono in Britannia da anni, e sono certo che combatteranno per difendere le loro Terre. Ma…”

“Ma Artù non ne vuole sapere.” Lo interruppe Morgana.

“No. Sostiene che non accetterà mai dei Sassoni nelle sue file; piuttosto preferirebbe vedere il suo Paese allo sfascio. E’ così ostinato…”

Ma Artù deve rispondere delle sue azioni ad un intero Paese, pensò Morgana. Non possiamo lasciare che il suo orgoglio distrugga tutto ciò che abbiamo. Lui ha spesso fatto cose incomprensibili ai più, in nome della ragion di Stato. Temo che ora la ragion di Stato richieda di deporre Artù.

“Buonanotte, cugino” disse a Lancillotto. “Mi ritiro nelle mie stanze.”

Una volta nella sua camera, mandò i paggi a convocare gli uomini su cui aveva deciso di puntare per quanto si accingeva a fare.

Poco dopo, da una porta laterale, entrò Baldia, re di Lothian, e da un altro ingresso Cador di Cornovaglia.

Morgana sorrise ad entrambi. “Sedetevi, vi prego.”

“Che significa questa convocazione, sorella mia?” Domandò Cador.

“Ora vi spiegherò. Ognuno di noi ha motivi sufficienti per detestare re Artù. Tu ed io, Cador, per la morte di nostro padre, e tu, Baldia, perché per perseguire i suoi scopi privò voi di Lothian delle vostre Terre.

Non scordatevi che un bastardo siede sul trono che avrebbe dovuto essere dei Cornvaille di Cornovaglia o di Lot, prima che il defunto arcimago Merlino, d’accordo con i vescovi, facesse approvare la legge che consente ai figli illegittimi concepiti nell’adulterio di ereditare.

Ma non è per ragioni personali che mi accingo a proporvi ciò che ho in mente. Ora seguitemi al mio palazzo, Avilions; è poco distante da qui. Venite.”

A cavallo, raggiunsero la tenuta di Avilions; dopo aver affidato le cavalcature agli stallieri, seguirono Morgana, che aveva aperto una porta laterale, giù per una ripida scaletta che sembrava condurre alle segrete.

Morgana mise la mano su un mattone del muro, e una parte di parete si alzò, aprendo un piccolo passaggio che portava a una stanzetta piccola ma ben arredata.

Qui, seduto su una cassapanca, stava un uomo, vestito di velluto scuro, che calzava un paio di stivali di ottima fattura.

Sentendoli entrare, costui alzò la testa.

“Chi siete?” Domandò, osservandoli. Poi, vedendo Morgana, si alzò e le fece un inchino.

“Siete voi, milady?”

“Sì, mio signore” rispose lei, con voce dolce.

Avvicinandosi, i due sovrani poterono vedere in viso il loro interlocutore.

Costui aveva un bel viso, armonioso e regolare, e gli occhi grigi; i capelli biondi erano ondulati e ben tagliati, ed era senza barba.

Sembrava avere circa quarant’anni. Qualcosa, nel suo viso, possedeva un che di familiare…

“Artù…” mormorò Cador.

Baldia trasalì; in effetti, a parte la diversa espressione degli occhi, quell’uomo era identico all’Alto Re.

Si voltò verso Morgana, ma lei stava conversando con lo sconosciuto.

“Come state, lord Emrys?”

“Abbastanza bene. Ditemi, Artù mi dà ancora la caccia?”

Baldia e Cador si guardarono, ma Morgana rispose senza esitare.

“Sì, ma non temete; qui siete al sicuro dalle sue spie, non vi troverà. E sta per venire il momento in cui potrete sostituirvi a lui e riportare la giustizia su questo Paese agonizzante.”

Emrys fece una smorfia. “Artù è sempre un tiranno?”

“Sì, mio signore. E non scordatevi mai che siete voi il fratello maggiore, e Artù è l’usurpatore. Questi uomini sono il re di Lothian e il duca di Cornovaglia, miei e vostri amici.”

Emrys li guardò con calma, poi annuì. “Signori, mi spiace di non potervi dare un’ospitalità migliore. Quando siederò sul trono che mi spetta di diritto avrete un posto d’onore fra i miei consiglieri.”

Cador fece per rispondere, ma Baldia lo prevenne. “Vi ringrazio, mio signore” rispose facendo un inchino.

“Ora vi lasciamo riposare, Emrys. Verrò presto a farvi visita.”

“Vi aspetterò, mia signora.”

Uscirono, e a un tocco di Morgana, il muro si riabbassò.

“Ora spero ci spiegherai, sorella” disse Cador un po’ infastidito. “Che cosa significa tutto questo, e chi è quell’uomo?”

Lei sorrise, mentre faceva accomodare i suoi ospiti in una calda camera ben illuminata.

“Calmati, fratello, se vi ho portati qui è proprio per spiegarvi tutto. Quell’uomo è il fratello gemello di re Artù.”

Baldia deglutì. “Ho sempre creduto che Uther e Igerne avessero avuto un solo figlio…”

“Non è così” rispose Morgana, scuotendo la testa. “Vedete, la notte che la regina partorì io, Morgawse ed Elen, le sue figlie, l’assistevamo insieme alle levatrici. Il re Lot, sposo di Margawse, e il re Nantres, marito di Elen, aspettavano insieme a Uther fuori dalla stanza della partoriente.

Noi, figlie del defunto duca di Cornovaglia, odiavamo l’Alto re Uther, e detestavamo nostra madre, perché andava già a letto con lui quando nostro padre, il vecchio duca Gorlois, era ancora vivo.

Quando Igerne partorì un bel bambino, Uther entrò nella stanza con Merlino, il potente mago, che prese il neonato tra le braccia, lo benedì e lo chiamò Artù.

Ma, pochi minuti dopo, la regina diede alla luce un altro bambino, e tutti ammutolimmo; due gemelli erano un segno infausto, e lo stesso Alto Re Uther impallidì.

“Che cosa facciamo, Merlino?” Domandò.

Il grande mago sembrava preoccupato; forse la sua famosa arte magica non riusciva a prevedere proprio tutto.

“Dovremo uccidere uno dei due neonati, Uther.” Disse alla fine con voce atona. “Due gemelli porterebbero solo confusione; tuttavia non dobbiamo sporcarci le mani col sangue reale. Esponiamolo: i lupi decideranno del suo destino.”

Uther annuì, e, insensibile alle proteste di Igerne, le strappò il secondogenito affidandolo a sir Ulfius, suo fidato cavaliere, ordinandogli di esporre il piccino sulle gelide montagne.

Poi scese nella sala dei banchetti, a festeggiare con i suoi nobili; non gl’importava nulla della morte a cui aveva appena condannato uno dei suoi figli; aveva l’erede al trono, e questo per lui era più che sufficiente.

Io e Margawse dicemmo a Lot del bambino e lui, che odiava Uther quanto noi, mandò i suoi soldati a prenderlo sui monti, e lo portò a Lothian con sé, dandogli nome Emrys.

Per maggior sicurezza, Emrys fu poi mandato nelle Orkneys, perché crescesse nell’ombra e a dovuta distanza dai regni del Continente; gl’insegnammo ad odiare Uther, che l’aveva condannato a morte, e alla morte dell’Alto Re il giovane cavalcò con Lot verso Londinium per reclamare la propria eredità, dato che di Artù non si era più saputo niente.

Ma, inaspettatamente, Merlino inventò la prova della spada nella roccia e presentò il giovane Artù ai nobili ed ai re; disse loro che fino a quel momento l’aveva tenuto nascosto nella casa del capitano Ector, per tenerlo al sicuro dai suoi nemici.

Quando Artù estrasse la spada dalla roccia e venne acclamato come nuovo Alto Re di Britannia Lot, informato di tutto, ritenne più prudente rimandare Emrys nelle Orkneys.

Poco tempo dopo il sovrano di Lothian morì nella battaglia di Celyddon e io mi recai nelle isole e portai Emrys qui nel mio castello, tenendolo nascosto. Nessuno sapeva della sua esistenza, ma mi sentivo più tranquilla a tenerlo qui, vicino a me.

Per lungo tempo tenni il segreto della sua esistenza per me, perché non avevo alleati di cui potermi fidare; ora però, tu, Baldia, sei re di Lothian e tu, Cador, ti sei conquistato dopo lunghi anni di diffidenza, la fiducia dell’Alto Re e hai il pieno controllo della costa est. Inoltre ora la posizione di Artù è debole, minacciata da molti problemi; questo è il momento adatto per sostituire Artù con Emrys.”

“Io sono con te, zia” le rispose Baldia dopo un lungo silenzio. “Ma come pensi di fare?”

Lei non rispose subito, ma guardò Cador.

“Morgana” disse infine il duca di Cornovaglia. “Quando nostro padre Gorlois venne ucciso avrei voluto pugnalare Uther con le mie mani, ma non lo feci per evitare una guerra civile. Ora ti chiedo… come pensi di fare per sostituire Artù con Emrys? Spero ti renderai conto che non possiamo scatenare una rivolta…”

“Certo, il Paese è già sufficientemente indebolito. Presto si terranno i fuochi sacri di Beltaine; sapete che Artù vi partecipa ogni anno, in onore del Vecchio Popolo. Quella sarà la nostra occasione…”

“Che cosa dobbiamo fare?”

“Per ora, ascoltatemi; si sa che Artù si reca ai sacri fuochi scortato da Galvano, mentre Lancillotto prende il suo posto a Camelot e… nel letto della regina Ginevra.”

I due non si scomposero; la relazione fra Lancillotto e Ginevra era nota a tutti, anche se nessuno osava farne parola apertamente.

Anni prima Morgana aveva cercato di allontanarli, attirandosi l’odio di Ginevra, ma da quando la moglie di Lancillotto era morta e lui era tornato a stabilirsi a Camelot la relazione era ripresa più intensa che mai.

“Tu, Baldia, dovrai offrirti di accompagnare Artù al posto di tuo padre Galvano; una volta ai fuochi, il re sarà nelle mie mani e attueremo lo scambio.

Baldia annuì; personalmente non amava Artù, e lo considerava colpevole della morte di Guinglain, conseguenza della sconsiderata spedizione contro le truppe dell’Impero Romano.

Conveniva con Morgana che la politica dell’Alto Re stava portando il Paese ad un punto di rottura dal quale sembrava non ci potesse più essere ritorno; se solo Artù avesse ascoltato i consigli dei suoi fedeli, invece di chiudere occhi e orecchie, allora, forse…

Si sforzò di ascoltare Morgana.

“Tramite Emrys governeremo la Britannia” stava dicendo lei “e ripristineremo l’Antica Religione. Ginevra potrà restare come regina, il suo ruolo è comunque pressoché ininfluente.”

“Sei certa che Emrys si farà guidare da te, Morgana?” Domandò Cador.

Lei sorrise. “Emrys mi ama, fratello. Non c’è niente che non farebbe per me. Col suo appoggio sconfiggeremo anche la potente Dama del Lago e Avalon sarà finalmente mia.”

Avalon, pensò Baldia. Potrò rivedere Cartytia.

“Ora potete ritirarvi. Sarete stanchi. Ho dato ordine di farvi preparare due camere per evitare che vi rimettiate a cavallo a quest’ora tarda.”

Rimasta sola, Morgana sorrise fra sé; presto Artù sarebbe stato spodestato, e la Britannia si sarebbe piegata al suo volere…

Tre giorni dopo, Baldia chiese udienza a re Artù.

“Vieni, figliolo” lo accolse l’Alto Re, seduto sul suo scranno decorato d’oro; la sacra spada Excalibur era appoggiata al muro. “Per quale motivo hai chiesto di vedermi?”

“Maestà, domani è Beltaine. Avete intenzione di recarvi come ogni anno ai fuochi sacri?”

Artù sorrise, alzandosi in piedi per andare alla finestra; era alto e atletico come sempre, e le braccia erano piene di cicatrici delle ferite subite nelle numerose battaglie a cui aveva partecipato: Agned, Celyddon, Monte Badone…

“Certamente” rispose, sicuro. “Anche se il momento per il regno non è dei migliori, non intendo mancare per nessun motivo ai miei doveri di sovrano; e tra questi, c’è il rendere onore al Vecchio Popolo della selce. Per quale motivo mi domandi queste cose?”

“Mi permettereste di accompagnarvi?”

“Come mai questa richiesta?”

“Ecco, io desidererei fare qualcosa per voi…”

Dopo aver riflettuto un momento Artù annuì. “D’accordo, accolgo la tua richiesta. Di solito mi accompagna tuo padre, ma questa volta lui dovrà prendere il mio posto a Camelot, perché Lancillotto deve recarsi ad accogliere i nuovi soldati che Ban mi manda.”

Baldia distolse lo sguardo, imbarazzato.

“Non occorre che fai quella faccia, ragazzo” disse l’Alto Re. “So perfettamente ciò che stai pensando; secondo te io allontano Lancillotto per le voci che ci sono su di lui e su Ginevra.”

Baldia arrossì. “Ma-maestà…”

Artù strinse gli occhi. “Non prenderti il disturbo di fingerti sorpreso, Baldia. A me non sfugge nulla di ciò che accade nel mio regno. Sappi che le voci sono soltanto voci, e fin quando rimangono tali, non sono pericolose. Lancillotto occupa il posto che mi serve occupi, così come Ginevra, e non c’è altro da dire. Io devo governare un grande Paese, e per farlo tutto dev’essere sotto controllo. Per questo, alla morte di Lot, misi Tadwall sul trono che sarebbe spettato a tuo padre e Baudemago regna a Gorre al posto di Urien.”

Baldia fece una smorfia ma non disse nulla.

“Il Nord è il punto debole del mio regno, perché è lì che sbarcano in maggior numero gli scorridori Sassoni e Germanici, quindi dev’essere in mano a persone fidate.

Non potevo certo lasciare Lothian vacante o quel traditore di Urien su un trono, sarebbe stato troppo pericoloso. Per questo ho preferito ignorare i diritti dinastici di tuo padre, che a quel tempo era soltanto un ragazzino e non avrebbe certo potuto governare un regno, meno che mai uno importante come quello di Lothian.

Le ragioni personali non contano, se in gioco c’è il bene del Paese. Ora lasciami, ti aspetto qui domani sera. Va’ pure.”

Baldia s’inchinò ed uscì; Artù era senz’altro un sovrano energico e aveva fantasia, intuito, durezza di carattere.

Certamente aveva i suoi buoni motivi per agire come agiva, ma errori come la spedizione a Roma e l’eccessiva durezza con cui sedava le rivolte pesavano sulla sua condotta.

Lui non aveva abbastanza esperienza per giudicare l’operato dell’Alto Re, né poteva sapere con certezza se la scelta di Morgana di sostituirlo col fratello gemello fosse dettata davvero dalla preoccupazione per il bene del Paese o soltanto dalla sua personale ambizione.

Tuttavia, qualunque fosse la situazione, ormai i giochi erano fatti, e l’indomani sarebbe avvenuto lo scambio programmato da Morgana; che fosse o no un bene, a quel punto era troppo tardi per tornare indietro.

“E’ tutto a posto, cugino?” Chiese Artù.

“Sì, maestà” rispose Galvano. “La ronda di mezzanotte è appena passata e le sentinelle tutte posizionate.”

“Bene.” L’Alto Re, vestito solo di una giubba verde, portava morbidi stivali di camoscio, e un mantello nero sulle spalle. “Possiamo andare, Baldia.”

“Sì, signore” rispose il nipote, vestito come lui.

Uscirono da una postierla laterale e si diressero alla collina dove già i fuochi sacri brillavano in quantità.

“Beltaine…” mormorò Artù. “Ricordo la prima volta che vi partecipai, avevo sedici anni e già allora mi pareva di avere un grande destino tra le mani… nonostante pensassi di essere soltanto il figlio bastardo di sir Ector.”

Raggiunsero le capanne e Morgana venne loro incontro; Artù sembrò sorpreso, poi rise.

“Sorella! Ben trovata! Mi aspettavi, per caso?”

“No, Artù, ma io sono una sacerdotessa dell’Antica Religione e come tale presiedo ai fuochi sacri, che, come sai, sono un’usanza pagana…”

“Sì, lo so.” Artù la fissò intensamente e lei, conscia di ciò che stava per fare, distolse lo sguardo, prendendolo per mano. “Vieni, fratello.”

Entrarono in una capanna di paglia dove una fanciulla, con i capelli scuri, era in attesa.

“Fay” la presentò Morgana. Fay era davvero una bellezza, snella e ben fatta, con gli occhi blu.

Artù le si avvicinò, dando a Morgana un ultimo sguardo amorevole e un bacio sulla guancia.

Uscendo, lei si costrinse a indurire il cuore, per non pensare che stava per condannare il fratello che, nonostante tutti i suoi mille difetti, le aveva sempre voluto bene.

Artù si accostò a Fay e, con un movimento sciolto, la sollevò tra le braccia e la depose sul pagliericcio.

Lei lo accarezzava in un modo tale da eccitarlo e fargli scorrere dei brividi di piacere lungo tutto il corpo, e Artù le strappò i vestiti in un impeto di passione e poi, abbassatosi i calzoni, la penetrò brutalmente.

Fay gridava e gemeva di piacere, mentre Artù si sentiva come preda di un incantesimo; dopo che ebbe raggiunto il punto massimo di piacere sentì che il sonno piombava improvvisamente su di lui.

Mentre gli occhi gli si chiudevano gli sembrò di vedere la sua immagine riflessa, guardarlo con una strana luce negli occhi.

Si risvegliò con un terribile mal di testa, nudo e disteso sul pagliericcio; non aveva idea di quanto tempo fosse passato, ma Fay era sparita e da fuori non proveniva alcun rumore.

Non ricordava molto, tranne quella visione di un altro se stesso che lo osservava… ma forse si era trattato soltanto di un sogno.

Forse si trattava del suo doppleganger, la sua immagine infernale; secondo l’arcimago Merlino chi incontrava il suo doppio era destinato a morire entro breve tempo.

Ma Artù non credeva a quelle superstizioni; era l’Alto Re di Britannia, un guerriero impareggiabile, l’eroe che aveva riunito la Britannia dopo anni di crisi.

Cercò i suoi vestiti, ma non li trovò.

Poi fu attirato da un movimento all’entrata della capanna, e l’uomo identico a lui entrò.

Allora non l’aveva sognato! Lo sconosciuto indossava un vestito di velluto blu, stivali neri bordati d’argento e non portava la spada.

“Chi sei?” Domandò Artù.

L’uomo non rispose, ma distolse lo sguardo da lui ed uscì. Un istante dopo la capanna venne invasa da un gruppo di uomini armati, che non portavano insegne e i cui visi gli erano completamente sconosciuti.

Gli si avvicinarono e quello che sembrava il capo, con una maschera nera sul viso, gli gettò alcuni vestiti.

“Vestitevi, signore.”

L’Alto Re prese i vestiti. “Si può sapere chi siete e cosa volete da me?”

L’uomo mascherato gli puntò la lama della sua spada alla gola. “VESTITEVI.”

Lentamente, Artù si vestì, pentendosi di non aver portato con sé la spada; ma dov’erano Baldia e Morgana?

Quando il re ebbe indossato gli abiti l’uomo mascherato fece un cenno a uno dei suoi uomini e questi avanzò, con un elmo di ferro sottobraccio.

Si avvicinò al capitano, porgendogli l’elmo, ma… ora che lo poteva vedere meglio, Artù notò che non si trattava di un elmo, bensì di una specie di maschera di ferro grigio, con due fessure per gli occhi e una, più larga, per la bocca.

Quando capì che l’uomo aveva intenzione di calargliela sul viso, cercò di ribellarsi, ma era solo e disarmato, e venne facilmente immobilizzato da quattro uomini; urlò, ma l’uomo calò la maschera e gliela richiuse sul capo.

Dapprima Artù ebbe l’impressione di sentirsi soffocare, poi si accorse che, nonostante l’oggetto che ora gli copriva il viso fosse fatto di ferro, sembrava stranamente leggero.

“Che cosa volete da me?” Domandò con voce soffocata. “Non sapete chi sono?”

“Sì” rispose l’uomo con la maschera, con voce dura. “Siete un prigioniero.” E così dicendo gli calò un pugno guantato di acciaio sul capo.

Il re svenne all’istante, accasciandosi al suolo.

Morgana entrò poco dopo insieme a Baldia.

“E’ andato tutto secondo i piani?” Domandò all’uomo mascherato.

“Sì” rispose questi, togliendosi la maschera e rivelandosi per Cador di Cornovaglia. “Ed Emrys?”

“Ci aspetta alla cappella vicino al pioppo. Ma ora il suo nome è Artù, fratello, ricordatelo.”

Cador annuì. “Sì, certo. Vogliamo andare? Edwig, Barthening, portate il prigioniero ad Avilions, poi aspettateci là. Andate!”

Morgana li osservò, mentre uscivano. “Possiamo fidarci di loro?”

“Sì, non temere, li conosco tutti, hanno giurato di servirmi fino alla morte.”

“Allora d’accordo. Raggiungiamo Emrys.”

Uscendo all’aria aperta, Morgana si sentì un po’ meglio, ma il suo cuore era pesante.

Artù, pensava, che cos’ho fatto al mio fratellino, che mi ha sempre voluto bene?

Scacciò i sensi di colpa; Artù le voleva bene, certo, ma aveva sacrificato i suoi affetti alla dura strategia politica che era costata la vita a tante persone, e per colpa sua molti avevano sofferto.

No, pensò Morgana, non aveva scelta; se voleva governare la Britannia, doveva abbandonare i sentimentalismi. Per sempre.

Emrys era inginocchiato presso l’altare di pietra della cappella; si sentiva strano a poter respirare l’aria fresca della sera dopo anni di forzata reclusione.

La sua vita era sempre stata una lunga, anche se dolce, prigionia; dapprima nelle isole Orkneys, al palazzo reale, dove era stato educato come un principe, nelle lettere e nella scherma.

Poi il re Lot, a cui aveva voluto bene come ad un padre, era venuto a prenderlo e gli aveva rivelato che lui era figlio dell’Alto Re di Britannia, Uther Pendragon, che stava morendo a Londra senza eredi maschi riconosciuti.

Insieme avevano cavalcato verso Sud, ma poi era giunta la notizia che Merlino aveva trovato un altro per il trono, anche lui figlio di Uther, e per lui, Emrys, era più prudente tornare nelle Orkneys.

E così quelle fredde isole spazzate dal vento erano di nuovo tornate ad essere la sua unica casa; il viceré Sikgand era gentile con lui ma quasi sempre ubriaco, e alla fine era morto in una battaglia navale.

Un giorno una nave era giunta da chissà dove ed Emrys aveva pensato che il re Lot venisse ad ispezionare il suo regno oppure a mandare un altro viceré.

Invece dalla nave era sbarcata una dama, bella e sicura di sé; Morgana di Cornovaglia, vedova del re Yudais di Bremenium.

Gli aveva detto di essere la sua sorellastra, figlia della stessa madre, e che re Lot, il suo tutore, era morto in battaglia.

Emrys però non la vedeva come una sorella, ma ne era rimasto affascinato; erano diventati amanti, e per lui ogni volta che potevano stare insieme, era come vivere un bellissimo sogno.

Morgana gli aveva rivelato che l’attuale monarca di Britannia era un tiranno di nome Artù, ed era suo fratello gemello.

Per riportare la giustizia nel Paese era necessario spodestarlo, ed Emrys, anche lui figlio di Uther, avrebbe potuto prenderne il posto.

Il giovane si era sentito il cuore in gola: lui sul trono! Ma per il momento, aveva detto Morgana con voce soave, era necessario che lui si tenesse nascosto, perché gli uomini di Artù lo stavano cercando per tutto il Paese con l’ordine di ucciderlo.

Su consiglio di Morgana aveva lasciato le isole e si era trasferito ad Avilions, la tenuta di caccia di lei; da allora erano trascorsi molti anni e Emrys non si era più mosso dal palazzo di Morgana.

In principio facevano l’amore ogni notte, e lei faceva sempre piani per rovesciare il tiranno che sempre più, a suo dire, rovinava la Britannia…

Poi pian piano si erano visti di meno, e così erano passati più di quindici anni; ed ora, finalmente, lei l’aveva liberato, e poi avevano fatto l’amore, all’aria aperta.

Era venuto il momento, gli aveva detto Morgana, di condurlo su quel trono che era suo di diritto, per il quale lui si era nascosto una vita intera.

E suo fratello Artù? L’aveva visto solo una volta, la notte precedente, ed Emrys aveva sentito un groppo in gola nel vedere quel viso identico al suo, quegli occhi franchi e grigi che tante volte aveva visto riflessi allo specchio.

E così quello era Artù, il tiranno… ma non avrebbe lasciato che soffrisse o che vivesse una vita di paure come aveva dovuto fare lui; e non l’avrebbe ucciso.

Qualsiasi cosa avesse detto Morgana, lui sarebbe stato un sovrano giusto e generoso; se avesse ucciso suo fratello si sarebbe messo al suo livello, e lui non lo voleva, quali che fossero le colpe delle quali Artù si era macchiato.

Udendo dei passi dietro di lui, Emrys si voltò e vide Morgana, la sua Morgana, accompagnata da Cador di Cornovaglia e Baldia di Lothian, i suoi leali sostenitori.

Osservando i loro visi, vide che erano duri e chiusi.

Quelli erano uomini ambiziosi; senza dubbio avrebbero voluto dei favori, in cambio dell’aiuto che gli stavano dando nella conquista del potere.

Lui li avrebbe blanditi, promettendo magari quel che volevano, ma poi avrebbe riflettuto sulla legittimità delle loro richieste.

Se le avesse giudicate giuste, allora forse li avrebbe accontentati, ma solo in quel caso.

Sarò un re giusto, pensò, non voglio essere come Artù. Ognuno dei miei sudditi, ricco o povero, riceverà uguale trattamento alla mia corte.

E non lascerò, rifletté ancora, osservando l’espressione fredda e calcolatrice di Morgana, che Morgana decida per me, come Merlino faceva per Uther o all’inizio del regno di Artù. Non sarò un docile strumento nelle sue mani, anche se sarò felice se lei vorrà rimanere al mio fianco a corte.

Le sorrise; sì, l’amava, ma in tutti quegli anni aveva capito che lei l’aveva usato per i suoi fini politici.

Forse Morgana gli voleva bene, sì, ma per lei il potere era molto più importante.

Ebbene, presto si sarebbe resa conto di avere a che fare con un re giusto ma deciso e di polso; sorrise tra sé, mentre montava a cavallo.

Dopotutto, pensò Emrys, anche lui era un Pendragon, ed era venuto il momento di dimostrarlo.

FINE

Recensioni e commenti

RECENSIONI

Artù regna su Camelot con mano ferma e autorevolezza ma nell’ombra Morgana e Baldia (personaggio ricorrente, e in ogni racconto sembra avere una sfumatura diversa, m’incuriosisce molto questa tua bravura nel tratteggiare così bene i caratteri dei personaggi) si alleano per spodestarlo.

E spunta anche un gemello in stile Maschera di ferro… che però non si rivelerà un burattino nelle mani di chi l’ha messo sul trono ma è deciso a regnare con giustizia da vero re.

Ho trovato Emrys un soggetto davvero affascinante e promettente, e non mi dispiacerebbe leggere un eventuale seguito di questa storia.

Ti rinnovo i miei complimenti.

Paolo

Morgana è la mente, Baldia è il braccio… ma Emrys non sembra affatto disposto ad essere semplicemente il sostituto di Artù, anzi è ben deciso a regnare usando la sua testa e riportando giustizia nel regno stufo del pugno di ferro di Artù.

Sarei davvero curiosa di sapere se ce la farà o se Artù in qualche modo riuscirà a liberarsi e a far saltare il piano di Morgana.

Bravo! Che altro dire?

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