LO SGUARDO BIANCO

Scritto nel gennaio del 2004 e rieditato nel settembre del 2025

Maria Elena

Roma mi avvolgeva come una seta leggera. Camminavo per le vie dell’università con il passo sicuro di chi sapeva di essere guardata. Non era vanità, era abitudine. Da quando ero stata abbastanza grande per accorgermene, avevo notato che gli sguardi degli altri mi seguivano sempre. Alcuni curiosi, altri con invidia e altri ancora pieni di desiderio. Io li accoglievo con grazia, quasi come si accetta un dono inevitabile.

Ero arrivata qui due anni fa, dalla mia amata Perugia, in un settembre ancora caldo. Mi ero subito fatta delle amiche e poi, quando era stato il momento di cercare un appartamento vicino all’università, avevo conosciuto lei.

Irene.

Ricordavo il nostro primo incontro come si ricordano quelle cose che cambiano improvvisamente il ritmo delle giornate. Irene veniva da Asti, con una borsa di studio e una valigia che sembrava troppo grande per la sua figura minuta. Era timida, introversa e un po’ disordinata, ma in lei c’era una gentilezza che non si poteva ignorare. I suoi genitori erano impiegati, persone semplici e oneste, e lei era lì per costruirsi un futuro diverso, con la forza silenziosa di chi sapeva cosa significava guadagnarsi ogni passo.

Io, figlia di due psicologi famosi e rispettati, ero cresciuta tra libri, conferenze e conversazioni che scavavano nell’anima. Studiare psicologia era quasi naturale per me, come se stessi seguendo un sentiero già tracciato. Irene, invece, che si era iscritta a storia antica, quel sentiero lo stava disegnando da zero, con la matita tremante ma ugualmente decisa di chi non aveva paura di sognare.

Eravamo diventate coinquiline per caso, ma amiche per scelta. Lei mi aveva insegnato a rallentare e ad accettare che, a volte, non era possibile avere proprio tutte le risposte. Io, forse, le avevo insegnato a credere un po’ di più in sé stessa. Eravamo diverse, sì. Ma era proprio in quella diversità che avevamo trovato il nostro equilibrio. Irene era diventata la mia confidente, la mia ancora nei – per fortuna rari – momenti di difficoltà e la mia risata imprevista nei giorni più grigi.

Non tutti, però, la capivano. Paola e Cristina per esempio, le altre mie amiche della facoltà, non l’avevano mai accettata del tutto.

“È strana”, diceva Paola. “Sempre sulle sue, sempre a guardarti come se volesse decifrarti.”

E Cristina non perdeva occasione per darle manforte.

“Lunatica, oltretutto. Un giorno ti sorride, il giorno dopo ti ignora. Ma come fai a frequentarla?”

Io la difendevo. Sempre. Perché Irene era diversa, sì, ma anche autentica. O almeno così pensavo.

Fino a quando avevamo conosciuto Marco. Il giornalista. L’uomo che aveva fatto tremare il terreno sotto i nostri piedi, il convitato di pietra fra noi anche nei momenti più casuali.

L’avevamo incontrato a un seminario sulla comunicazione emotiva. Ricordavo che non avevo particolarmente voglia di andarci, ma Irene mi aveva spronata.

“Ti sarà utile per gli studi”, aveva insistito, chiudendo piano il suo libro di storia.

“Ma non fondamentale. E poi stasera ho la cena con Paola e le altre…”

“Puoi andare e tornare in tutta calma. La tua cena non scapperà.”

Si era alzata.

“Dai, ti accompagno.”

Avevo sorriso.

“Davvero? Ti staccheresti dai tuoi studi per venire con me?”

Irene aveva annuito e così, presa la metro e due tram, eravamo arrivate all’auditorium strapieno, trovando miracolosamente due posti fra le ultime file. Ed eccolo lì.

Marco era alto, con una presenza che si imponeva senza bisogno di parole. Aveva capelli scuri, folti e leggermente ondulati, che gli cadevano sulla fronte con un’eleganza distratta. Gli occhi erano castani, profondi, con quella sfumatura calda che sembrava cambiare sotto la luce del tramonto. Il viso era definito, con una mascella pronunciata e zigomi alti. Ma era lo sguardo che colpiva: diretto, a volte troppo, come se cercasse sempre qualcosa dietro le parole degli altri. Si muoveva con naturalezza, ma ogni suo gesto sembrava misurato. Quando sorrideva, lo faceva con una piega appena accennata delle labbra, e raramente con gli occhi. Era un sorriso che lasciava il dubbio: era per te, o per qualcosa a cui stava pensando?

Parlava con passione e ironia ben calibrate e tutto, in lui, mi aveva conquistata fin dal primo momento.

A fine conferenza, i nostri sguardi si erano incrociati a lungo. Scoperto che aveva in programma una serie di appuntamenti sempre nel medesimo posto, non ne avevo mancato uno. All’ultima sessione avevo aspettato che tutti uscissero e, rimasti soli nell’aula, l’avevo avvicinato.

Marco aveva sorriso. Avevamo parlato, poi mi aveva offerto un caffè ed eravamo finiti a fare una passeggiata lungo il Tevere. Le sue dita avevano sfiorato le mie mentre parlava di articoli e rivoluzioni interiori. E mi era sembrato evidente che la nostra non fosse solo attrazione. Era come se, per la prima volta, qualcuno mi vedesse davvero.

Avevamo iniziato a scriverci. Poi a vederci. E infine a toccarci.

La prima volta che Marco mi aveva sfiorato il collo con le labbra, eravamo nel suo studio, tra pile di libri e finestre aperte sulla sera. Il suo respiro era caldo, lento, e io avevo chiuso gli occhi. Non c’era fretta. Solo tensione, e desiderio che si dilatava come un’onda. Avevamo fatto l’amore sulla scrivania, prima con passione sfrenata e poi più dolcemente, e quella era stata solo la prima di molte altre volte.

Due mesi di sesso, passione e scambi di confidenze finché io, sempre più presa di lui, avevo commesso un passo falso. Avevo parlato di Marco a Irene, presentandoglielo a una cena a casa nostra senza sapere – senza nemmeno lontanamente immaginare – che lui interessasse anche a lei.

E da quel momento… Irene aveva iniziato a cambiare.

All’inizio era stato quasi impercettibile. Aveva smesso di essere silenziosa, aveva iniziato a parlare di più e a occupare lo spazio con una sicurezza che non le avevo mai visto. Rideva più forte, si truccava con più cura e, quando ci vedeva assieme, faceva domande a Marco che sembravano innocenti ma non lo erano affatto. Poi aveva iniziato a competere. A provocare. A ferire.

Le sue parole erano sempre educate, ma improvvisamente affilate. Mi correggeva davanti agli altri, mi interrompeva con un sorriso, mi faceva sentire come se stessi esagerando anche quando non lo facevo. E io non riuscivo a capire se quella fosse davvero lei, o una sua versione distorta che non avevo mai conosciuto.

Una sera, durante una cena fra compagni di università, era successo. Eravamo seduti tutti intorno a un tavolo, il vino scorreva, le risate anche. Marco era lì, vicino a me. Irene – per la prima volta stranamente ciarliera in compagnia di persone che quasi non conosceva – parlava con leggerezza, come se fra noi nulla fosse cambiato. Poi, all’improvviso, aveva detto: “Maria Elena capisce tutti al volo. È come se avesse un radar per gli altri… peccato che il segnale ogni tanto si perda un po’ quando si tratta di se stessa.”

Sembrava una battuta, una frase da nulla. Qualcuno aveva anche riso, ma mi aveva attraversato il gelo lungo la schiena.

Perché sapevo che quelle non erano affatto parole buttate lì per caso. Era un colpo preciso, mirato. Quasi un modo per dire che la mia sicurezza era solo facciata, che la mia gentilezza era vanità travestita.

L’avevo fissata, e negli occhi di Irene non c’era più la ragazza timida che avevo conosciuto due anni prima. C’era qualcosa di diverso. Più duro. Più distante. E io, per la prima volta, avevo sentito che la nostra amicizia stava cambiando forma. Stava finendo, o forse si stava trasformando in qualcosa di diverso.

Irene si era insinuata fra me e le mie amiche, che all’improvviso non sembravano nemmeno più detestarla. Anzi, erano quasi affascinate da quella nuova versione di lei.

Prima c’erano stati i messaggi nella nostra chat di gruppo:

Maria Elena, tu che sei così brava a capire gli altri, magari ci spieghi cosa vuole dire Marco quando non risponde per ore…”

Oppure:

Sei la nostra esperta di silenzi, no?

Poi le foto. Irene aveva addirittura pubblicato sui social una vecchia immagine non propriamente edificante, di me ubriaca a una festa dell’università. Ma era stata la didascalia a ferirmi: La nostra filosofa in pausa mistica.

Dopo tutta una serie di altri scherzi e scorrettezze, avevo cominciato a rispondere. Non apertamente, non con rabbia. Ma con una nuova freddezza. Un commento tagliente, un sorriso che non arrivava agli occhi, anch’io con delle battute che sembravano casuali ma che – lo vedevo – facevano centro.

Il gioco era cambiato. Non era più solo Irene a colpire. Io avevo imparato a difendermi, e a ferire se necessario. La nostra guerra si era fatta più serrata, più cattiva ma senza mai trovare il coraggio di affrontarci apertamente.

Parallelamente, ogni incontro con Marco sembrava essere diventato anche un confronto con Irene. Ogni carezza, una sfida. Ogni parola, una lama sospesa su un precipizio d’incertezze.

Se lui aveva percepito qualcosa, non lo aveva mai detto. Ma il suo sguardo, a volte, si posava su di me con una cautela nuova. Quasi temesse di ferirmi senza volerlo. Come se avesse capito che tra me e Irene si stava giocando una partita silenziosa, e lui era il campo.

Una sera, mentre eravamo insieme sul divano di casa sua, mi aveva accarezzato i capelli e aveva detto, quasi distrattamente: “Irene è strana ultimamente. E ho notato che vi punzecchiate spesso.” Poi aveva aggiunto, dopo una pausa: “Cosa sta succedendo tra di voi?”

Avevo fatto finta di sorridere. “Ma niente. È solo il nostro modo di scherzare. Non preoccuparti.”

Lui però non aveva riso. Aveva continuato a guardarmi, come se cercasse qualcosa che non riusciva a nominare. E in quel momento avevo avuto l’impressione che anche lui stesse in qualche modo cambiando. Che la nostra complicità non fosse più solo nostra. Che Irene, in pian piano, si stesse insinuando anche tra noi due.

Da lì in poi, Marco aveva cominciato a fare attenzione. A evitare certi commenti, a non coinvolgere troppo Irene nei nostri discorsi. Ma ogni volta che lei era presente, il suo modo di toccarmi cambiava. Come se dovesse dimostrare qualcosa. A me, a Irene… o a se stesso?

E mentre mi sembrava di percepire una strana tensione fra loro, mi chiedevo sempre più spesso che cosa provavo veramente per lui.

Poi, all’improvviso, la vista aveva iniziato a tradirmi. Le luci si confondevano, i volti si sfumavano. All’inizio avevo pensato fosse stress, e non ci avevo dato peso. Ma quando mi ero decisa ad andare dal medico, la realtà si era rivelata diversa.

“Signorina, da quanto tempo è che manifesta questi sintomi?”

“Saranno più o meno due mesi…”

“E perché ha aspettato così tanto a farsi visitare?”

“Bé, io… ma è qualcosa di grave?”

Lui si era spinto un po’ in avanti sulla scrivania. “Naturalmente non posso dirlo con assoluta certezza prima dei risultati degli esami, ma per la mia esperienza, di solito questi sintomi sono preoccupanti. Signorina, non voglio spaventarla, ma potrebbe anche trattarsi di qualcosa di serio.”

Ero impallidita, ma il peggio doveva ancora venire. I risultati degli accertamenti, arrivati qualche giorno dopo, mi avevano messa di fronte a una realtà che mi aveva fatto crollare la terra sotto i piedi.

Una degenerazione della retina. Rara e progressiva.

Potevo… perdere la vista.

Non ne avevo parlato con nessuno. Non con Marco né con Iene. Ma avevo preso una decisione. Un giorno che Irene era uscita per andare a lezione, avevo fatto le valigie e lasciato Roma con un biglietto del treno di sola andata per Perugia.

Sul tavolo della cucina, una lettera indirizzata a lei e a Marco in cui spiegavo tutto. E quando ero arrivata alla villa dei miei, la casa della mia infanzia, mamma e papà mi avevano aperto la porta accogliendomi fra le braccia.

Mi ero sfogata con loro per poi abbandonarmi ai silenzi che mi erano tanto familiari, in cerca di protezione e tranquillità. Ma li aspettavo. Marco e Irene. Sapevo che sarebbero venuti. Ma non sapevo cosa avrebbero trovato. Chi… avrebbero trovato.

Perché io, per la prima volta in vita mia, non volevo essere vista. Volevo essere capita.

Irene

Non ero mai stata brava con le parole. Le studiavo, le analizzavo, le smontavo come si fa con le rovine di un tempio antico. Ma quando si trattava di usarle per me, per dire quello che sentivo, era come se mi si spezzassero in gola.

A scuola ero quella strana. Quella che non parlava. Quella che si sedeva sempre in fondo, che non veniva mai alle feste, che si vestiva con maglioni troppo larghi e teneva lo sguardo basso. Mi prendevano in giro per tutto. Per la voce, per il modo in cui camminavo, per il fatto che non avevo mai baciato nessuno. Una volta, in terza media, mi avevano chiusa nello spogliatoio della palestra e spento la luce. Ridevano dall’altra parte della porta, mentre io piangevo in silenzio, con le ginocchia strette al petto. Da allora avevo imparato a non chiedere. A non aspettare. A non sperare. In niente e in nessuno.

Quando ero arrivata a Roma, pronta per dare finalmente una svolta alla mia vita seguendo la mia passione per la storia antica, ero ormai rassegnata ad essere invisibile. E ci stavo quasi bene… ma poi avevo incontrato Maria Elena.

Lei era tutto ciò che io non ero. Alta, con degli splendidi capelli ricci e biondi, luminosa e sicura come una Dea antica. Quando entrava – che fosse in un locale o in un’aula della facoltà – le teste si voltavano. Se parlava, la gente ascoltava. Rispettata e ammirata da tutti, eppure si era accorta di me. Davvero. Mi aveva parlato con dolcezza, mi aveva fatto spazio, mi aveva chiesto di uscire, di condividere, di esserci. Per la prima volta, avevo avuto un’amica. Una vera. Qualcuno che non mi giudicava. Che non rideva di me e mi faceva sentire normale e accettata. E io l’avevo amata. Come si ama una sorella. Come si ama la possibilità di una vita tutta nuova.

Poi era arrivato Marco. E qualcosa era cambiato.

Lo avevo visto per la prima volta durante una conferenza, a cui ero andata proprio insieme a una svogliata Maria Elena. Parlava di giornalismo e verità, ma io sentivo solo la sua voce. Calda, profonda, con quella punta di sarcasmo che mi faceva tremare. Maria Elena lo guardava e quando anche lui aveva ricambiato il suo sguardo… mi ero sentita di nuovo invisibile.

Ma questa volta non volevo più esserlo. Marco mi piaceva, e anche molto.

“Se ti piace dovresti farti avanti”, mi aveva consigliato Fiamma Martinelli, una mia compagna di facoltà. “Non è sbagliato desiderare, fa parte della natura umana.”

“Vuoi dire…” avevo spalancato gli occhi, “che dovrei lottare per lui? Ma io…”

Fiamma aveva sorriso. Aveva un anno più di me ed era molto bella, con i lunghi capelli biondo-rossi e gli occhi verdi, aveva sorriso. Portava al collo un piccolo medaglione a forma di martello, che ogni tanto si rigirava, come soprappensiero, fra le dita.

“Io fossi in te non vorrei avere rimpianti. Dovresti dire alla tua amica che Marco ti piace, e anche a lui. Saresti sincera con tutti e due, e almeno ti toglieresti un bel peso dal cuore. Credimi”, aveva concluso alzandosi in piedi, “una vita sempre in seconda fila… non è vita.”

Le sue parole mi avevano colpita… accendendo però anche in me una rivalsa fino ad allora sconosciuta. Perché dovevo mettermi sempre in secondo piano? Non era giusto che Maria Elena avesse sempre tutto. Anch’io avevo il diritto di essere scelta. In quel preciso momento sentiii di odiarla… e qualcosa in me cambiò. Decisi che avrei combattuto per Marco… ma a modo mio.

Iniziai ad avvicinarmi a lui, gli scrivevo, gli parlavo. Mi esponevo. Ogni volta che lui mi sorrideva, sentivo una scintilla. Ma poi la vedevo vicino a lui, a sorridergli o prendergli una mano. Lei. Maria Elena. E tutto si spegneva.

La rivalità tra noi diventò silenziosa e feroce. Le carezze di Maria Elena a Marco erano dichiarazioni di guerra. I suoi sguardi, come trappole ben orchestrate.

Iniziai a rispondere. Non apertamente. Ma con frecciatine, gesti piccoli ma taglienti. Battute improvvise, messaggi in chat, foto pubblicate senza il suo consenso. E non solo: le nascondevo i libri o le cambiavo l’orario di una lezione, sapendo che avrebbe perso il seminario. Le facevo trovare il rossetto sbavato prima di una presentazione importante. Una volta, le avevo persino invertito le slide di un progetto. Nulla di eclatante. Ma abbastanza da farla vacillare.

E ogni volta che vedevo Maria Elena incassare, che abbassava lo sguardo o si mordeva le labbra per non reagire, mi sentivo… perversamente soddisfatta. E subito dopo, sporca.

Perché ogni colpo mi faceva sentire più forte. E più vuota.

Poi, Maria Elena ha contrattaccato.

Non con la mia stessa cattiveria. Non con la stessa precisione. Più sottilmente, ma ugualmente efficace.

E io, per la prima volta, ho capito che non ero più l’unica a giocare. Che la guerra era cominciata davvero. E che nessuna di noi ne sarebbe uscita indenne.

Una notte poi, avevo incontrato per caso Marco fuori dall’università. Stava fumando, appoggiato a un muro. Mi aveva guardata. “Non dormi?” aveva chiesto.

“No. Tu?”

Mi aveva fissata.

“Neanche.”

Ci eravamo seduti su una panchina. Il silenzio tra noi era denso. Poi lui mi aveva sfiorato la mano. Un gesto piccolo, quasi casuale. Ma io lo avevo sentito ovunque. Il cuore mi batteva forte. Mi ero avvicinata. Lui non si era ritratto. I nostri volti si erano sfiorati. Le sue labbra erano a un respiro dalle mie…

Ma non era successo nulla.

Solo uno sguardo. Uno sguardo lungo, profondo, che mi diceva tutto e niente.

Poi, all’improvviso, Maria Elena era sparita.

Una lettera. Una confessione. Una malattia.

E io mi ero sentita vuota. Non per Marco. Non per la competizione. Ma per lei. Per l’amica che avevo ferito. Per la ragazza che adesso rischiava di non vedere mai più, la sola persona che mi aveva fatto sentire vista, e che io avevo trasformato in una nemica da distruggere.

Ero subito partita con Marco per Perugia. La villa dove Maria Elena viveva con i suo i genitori sembrava immersa in un silenzio carico di aspettativa. Suo padre ci aveva accolti con gentilezza, ma con quella discrezione che si riserva agli ospiti che portano qualcosa di irrisolto.

Entrati, Maria Elena ci era venuta incontro scendendo le scale con passo incerto. Sembrava dimagrita. Più fragile. Ma sempre bellissima.

Ci aveva fatti accomodare in salotto, dove la luce del pomeriggio filtrava tra le tende leggere. Lì avevamo parlato, con calma e questa volta senza più filtri né bugie.

“E-Elena…” avevo mormorato, trattenendo le lacrime nel vederla così. “Io… mi dispiace così tanto…”

Lei mi aveva sorriso, poi Marco le aveva chiesto della sua malattia. Se ci fossero speranze di guarigione, qualcosa insomma che si potesse fare.

“C’è un medico negli Stati Uniti”, era stata la sua risposta. “Mio padre l’ha contattato.”

“E… che cosa vi ha detto?”

“Che forse può aiutarmi. Sta conducendo una terapia sperimentale. Non è una certezza, certo, ma… è comunque qualcosa.”

Aveva abbassato lo sguardo, come se non volesse che la speranza le si leggesse troppo in viso. Io avevo sentito un nodo alla gola. Non per la malattia. Per tutto quello che era successo prima.

“Quando partirai?”

“Presto. Forse tra un mese. Dipende dai risultati degli ultimi esami.”

Marco le aveva preso la mano. “Ti accompagnerò, se vuoi.”

Lei aveva sorriso. “Lo so, ma non è necessario. Ci sono i miei genitori con me.”

Poi si era voltata verso di me. I suoi occhi erano limpidi, ma non indulgenti. Mi guardava come si guarda qualcuno che si è amato e che ha fatto male. Io non riuscivo a sostenerle lo sguardo. Avevo abbassato gli occhi, poi li avevo rialzati. E finalmente avevo detto: “Perdonami.”

Maria Elena non aveva risposto subito. Aveva solo annuito, piano. Poi si era alzata e ci aveva abbracciati. Uno alla volta. Senza parole.

E io, per la prima volta, mi ero vista. Non come la sua ombra. Non come la ragazza che aveva lottato per amore. Ma come qualcuno che aveva imparato a desiderare. E, forse, a perdonarsi.

Marco

Le incontrai insieme. Maria Elena e Irene. Quasi due poli opposti. Luce e ombra, fuoco e ghiaccio. E io, come sempre, mi lasciai attrarre dal fuoco.

Maria Elena era magnetica. Possedeva quella grazia che non si può ignorare. Quando parlava, il mondo sembrava fermarsi. Quando mi guardava, mi sentivo scelto. E io, che vivevo di parole e di storie, finivo per scrivere di lei anche quando non ne avevo l’intenzione. Con lei tutto era armonia, misura, bellezza. La sua pelle profumava di mandorla e di privilegio. La prima volta che facemmo l’amore, con passione e dolcezza, fu come danzare in una stanza piena di luce. I suoi occhi mi cercavano, mi sfidavano, mi possedevano. Al suo fianco, mi sembrava di essere la versione migliore di me stesso.

Una sera, nel suo appartamento, accese una candela profumata, mise su un disco jazz e si sedette accanto a me sul tappeto. Parlammo per ore: paure, sogni, infanzie. Poi, senza preavviso, mi prese la mano e la poggiò sul suo cuore.

“Qui”, disse. “È dove tengo tutte le cose di cui non parlo mai.”

Sentii il battito accelerato sotto la pelle. E capii che Maria Elena non era solo bellezza. Era profondità. Una forza silenziosa che mi aveva conquistato.

Ma Irene era lì. Sempre. Vicina. Presente. Quando iniziò a scrivermi e a cercarmi, compresi che sotto la sua apparente tranquillità bruciavano passioni forse celate troppo a lungo.

E mi scoprii a desiderarla. In modo diverso, certo, da come desideravo Maria Elena… ma non per questo meno forte.

Irene non mi idealizzava. Mi guardava come se sapesse dove nascondevo le mie paure. E questo mi inquietava. Mi attirava. Mi confondeva.

Con lei non c’era danza. C’era silenzio. Tensione. Quella scintilla che bruciava piano, sotto pelle.

Lei e Maria Elena iniziarono a farsi la guerra. Lo percepivo chiaramente, anche se nessuna delle due lo disse mai apertamente.

Non osai intervenire, anche se sentivo che la mia relazione con Maria Elena stava lentamente cambiando.

Una sera, trovai Irene fuori dall’università. Era tesa. Nervosa. Ci sedemmo a parlare. Ci sfiorammo. Le mani, poi le labbra. Per un attimo pensai di baciarla. Eravamo così vicini…

Ma mi tirai indietro. Non perché non la volessi, ma perché sapevo che sarebbe stato troppo. Troppo complicato. O forse troppo vicino a qualcosa che non sapevo gestire.

Poi, senza preavviso, Maria Elena sparì.

La sua lettera mi colpì profondamente. Non solo per la malattia. Ma per il modo in cui se ne andò. Senza rabbia. Senza rancore. Solo con una verità che non sapevo come affrontare.

Mi sentii piccolo. Impotente. Diviso.

Io e Irene partimmo per Perugia. La trovammo cambiata. Fragile, sì. Ma anche più limpida. Ci accolse. Ci parlò. E poi ci lasciò andare.

Da quel giorno, qualcosa in me si incrinò. Non per l’assenza di Maria Elena, ma per la lucidità che vidi in lei. La sua capacità di fare spazio anche nel dolore.

Lei aveva sempre avuto quella grazia che non si può imparare. Quella forza che non si mostra, ma si sente. E ora, nel suo momento più difficile, era più grande di tutto. Anche di me.

Maria Elena mi mancava. Non solo il sesso e la passione. Mi mancava lei.

Provai a chiamarla, a scriverle. Ma mi fece capire chiaramente che la sua priorità era curarsi. Su di noi, su ciò che avevamo condiviso, nemmeno una parola.

Allora mi struggevo nei ricordi. Ripensavo alle sere passate assieme. Le sue mani che cercavano le mie. Il modo in cui mi ascoltava, senza interrompere. In quei momenti, avrei potuto perdermi nei suoi occhi.

E fu lì, in quel vuoto che lasciò, che capii davvero di averla amata. Non per ciò che rappresentava, non per la bellezza o l’armonia che portava con sé. Ma per la sua verità. Per il modo in cui mi aveva guardato, senza chiedere nulla. Per la sua capacità di esserci, anche nel silenzio. Sì, avevo amato Maria Elena. E l’avevo capito troppo tardi.

Da quando eravamo tornati da Perugia, io e Irene ci eravamo a malapena sentiti . Forse i sensi di colpa che provava nei confronti dell’amica avevano spento in lei ogni interesse per me.

Ogni tanto pensavo a lei. Come si pensa a qualcosa che fa parte di te, ma che non sai più dove mettere. E provavo una rabbia impotente: perché le avevo permesso di intromettersi fra noi, rovinando con le mie stesse mani qualcosa di bello e di così prezioso?

Forse, se avessi capito di amarla e le fossi stato più vicino, Maria Elena non sarebbe partita da sola. Forse… non l’avrei persa.

Poi, un giorno, un messaggio. Irene voleva vedermi.

Ci incontrammo nel suo appartamento dove viveva ormai da sola. La luce era fioca, filtrata da una lampada sul tavolo. Io seduto sul divano, le mani intrecciate. Lei in piedi, davanti alla finestra. Fuori, la città respirava piano.

“Non riesco a smettere di pensarci”, dissi.

“A lei?”

“A tutto. A lei, a noi. E a quello che è rimasto.”

Silenzio. Si voltò lentamente, si avvicinò, si sedette accanto a me.

“Non so nemmeno cosa sia rimasto, Marco. A volte mi sembra solo polvere. Altre… qualcosa di più.”

“Con Maria Elena all’inizio sembrava tutto perfetto. Poi la nostra relazione diventò fragile. Bastava un gesto sbagliato per romperla.”

“E tu… pensi di averla rotta?”

“La amavo, Irene. E sono stato uno stupido a non capirlo in tempo. Ho amato… sempre e solo lei.”

Come colpita da uno schiaffo in pieno viso, lei abbassò la testa.

Subito pentito di averla ferita, feci per aggiungere altro ma Irene scosse la testa.

“Se è così…” sussurrò stringendosi nelle spalle, “vai da lei. Dille ciò che provi, e forse…”

“Credo sia troppo tardi. Lei ha deciso di lasciarci andare… tutti e due. E non penso c’entri solo la sua malattia.”

“Lei è forte, Marco. Ma non invincibile. Sei sicuro che tra voi sia tutto finito?”

Non risposi. Invece, tacqui a lungo.

“E tu?” chiesi infine. “Non ti ho nemmeno chiesto come stai.”

“Sono… ancora in costruzione”, rispose sorridendo appena.

La guardai negli occhi.

“Quando ti ho vista accanto a Maria Elena, la prima volta… sembravi diversa.”

“Lo ero. Sai, lei è stata la mia unica amica. Mi ha sempre difesa, incoraggiata… e io l’ho ferita. Consapevolmente. Per paura. Per bisogno. Per un senso di rivalsa che adesso mi sembra solo stupido.”

“Ma le hai voluto bene. E gliene vuoi ancora.”

“Sì.”

Silenzio. Di nuovo.

“E adesso?”

“Non voglio più combattere. Non con lei. Non con te. Nemmeno con me stessa.”

“Ti credo.”

“E tu cosa vuoi, Marco? Cosa vuoi davvero?”

La guardai. Abbassai lo sguardo. Poi lo rialzai.

“Voglio capire chi sono. Senza dover scegliere tra chi mi ha fatto sentire migliore… e chi mi ha fatto sentire vero.”

Irene annuì e andò verso la porta. Poi si fermò e mi guardò.

“Io credo che stiamo entrambi imparando qualcosa, Marco. A desiderare. A restare. E forse, a non ferire più.”

Non risposi. La guardai soltanto. E in quello sguardo c’era tutto ciò che non riuscivo a dire. Il rimpianto. La gratitudine. La paura di ricominciare. E la voglia, silenziosa, di farlo davvero.

Poi lei si voltò ed uscì.

La porta si chiuse piano alle sue spalle. Ma nel silenzio che rimase, il mondo non mi sembrava più fermo. Come se, in qualche suo angolo invisibile, qualcosa avesse appena ricominciato a respirare.

Stavo per voltarmi, per lasciar andare anche quel pensiero, quando sentii la sua voce, lieve, da dietro la porta socchiusa. “Marco… non arrenderti con lei.”

Rimasi immobile mentre il cuore, per un istante, sembrò dimenticare di battere.

“Maria Elena ha paura. Come te. Ma se tu fai il primo passo… forse lei si sentirà meno sola.”

Non aggiunse altro, e l’attimo dopo sentii i suoi passi leggeri allontanarsi lungo il corridoio. Il silenzio tornò. Ma non era più lo stesso.

Quella notte dormii poco. Le parole di Irene mi giravano in testa come una sommessa melodia difficile da ignorare.

E così, l’indomani, presi il telefono. Le dita esitavano, ma il cuore no. Avrei chiamato Maria Elena dicendole che avevo bisogno di parlarle. Poi, se avesse accettato di vedermi, le avrei confessato quello che provavo per lei. Non volevo farle pressioni: solo, se avesse voluto, starle vicino lungo il difficile percorso che stava per intraprendere. E forse, con pazienza, un giorno avremmo potuto avere un nuovo inizio.

FINE

Recensioni e commenti

RECENSIONI

4 commenti
    • admin
      admin dice:

      Grazie ❤️.
      Questo commento mi fa particolarmente piacere, perché questo è un racconto su cui ho lavorato molto per rendere realistici i punti di vista di tre personaggi molto diversi tra loro.
      E le relazioni sono a volte molto complicate, si ☺️

      Rispondi
      • Monica
        Monica dice:

        Che bel racconto! Hai scavato a fondo nell’animo dei tre protagonisti, e il modo che hai usato, facendo narrare a ognuno di loro tutta la loro storia, dal loro punto di vista, lo ha reso ancora più vero. Questa è una storia di vita vera, di un’amicizia che sfocia rivalità per via di un ragazzo di cui entrambe si sono innamorate, e che è rimasto affascinato da entrambe, senza prendere una posizione netta, tanto da scombinare un rapporto speciale. Solo quando Maria Elena sceglie per tutti e tre, colpita da una cosa inaspettata, dolorosa, Marco comprende che è lei quella che amava veramente, forse troppo tardi (o forse no, tutto dipenderà dalla volontà di Maria Elena di riaverlo accanto, in un momento tanto particolare e doloroso), e Irene che Maria Elena è, forse, l’unica vera amica che abbia avuto, che le voleva bene per come era. Quante volte, nella vita reale, ci si accorge di aver perso qualcuno di prezioso quando è troppo tardi! E quante volte si cerca di proteggere chi si rivolta contro e non si fa alcuno scrupolo di ferire, soprattutto se l’oggetto del desiderio è lo stesso? A volte, le batoste della vita servono anche per farci pensare più a noi stessi, come meriteremmo.

        Rispondi
        • admin
          admin dice:

          Ciao, grazie ☺️🌹.
          Sì,questo è uno dei racconti a cui tengo maggiormente proprio perché descrive dinamiche molto frequenti.
          Amicizia, amore e odio varie volte hanno confini più labili di quanto pensiamo, e basta una semplice variabile – in questo caso Marco – a spostare e ribaltare tutto.
          Con lui ho cercato di proporre un personaggio non del tutto positivo ma nemmeno negativo: del resto in ognuno di noi convivono più aspetti e può capitare di essere attratti – non per forza in senso sentimentale, anche solo ammirati per esempio – da una persona che ne rispecchia uno e da un’altra che invece ci è più vicina per altri aspetti.
          Poi però – come ha fatto Marco – una scelta la si fa.
          A presto ☺️

          Rispondi

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