LO SGUARDO BIANCO
Scritto nel gennaio del 2002 e rieditato nel settembre del 2025

MARIA ELENA
Roma mi avvolgeva come una seta leggera. Una sensazione che oggi mi manca più di quanto credessi possibile. Camminavo per le vie attigue all’università con quel passo sicuro che avevo imparato negli anni, il passo di chi sa di essere guardata. Non era vanità, la mia, o almeno non solo. Si trattava più che altro di abitudine. Quando cresci circondata da sguardi che ti seguono, finisci per accoglierli come si accoglie un vento caldo: senza starci troppo a pensare. Sfiorai con lo sguardo una cabina telefonica: la cornetta penzolava inutilizzata, una moneta da cento lire ancora inserita nel vano. Piccoli resti di un mondo che allora mi sembrava eterno.
Ero arrivata a Roma due anni prima, dalla mia Perugia, con la certezza — forse un po’ presuntuosa — che mi sarei fatta strada ovunque. E in effetti era andata così: amiche, corsi, professori che mi stimavano. Poi avevo incontrato lei.
Irene.
Ricordo ancora il nostro primo incontro. Lei, con quella valigia troppo grande e gli occhi forse troppo piccoli per contenere tutto ciò che provava. Timida, introversa, disordinata. Eppure… c’era una gentilezza in lei che mi aveva colpita subito. Una gentilezza che mi aveva fatto pensare: posso aiutarla. E sì, lo ammetto: all’inizio mi aveva anche fatto un po’ pena. Darle la mia amicizia mi aveva fatto sentire… buona. Una brava ragazza. Una che “salva” gli altri.
Poi, però, avevo iniziato a volerle bene davvero. Irene non era solo diventata la mia compagna di stanza, ma anche la mia ancora nei giorni storti, la mia risata imprevista e la preziosa compagnia nelle serate in cui ero troppo stanca per pensare di uscire. Io le insegnavo a credere in sé stessa, lei mi dava dei nuovi punti di vista su cose che credevo di conoscere ormai bene.
Non tutti la capivano. Paola e Cristina, per esempio, le mie compagne di corso, la guardavano come si osserva un animale di una specie sconosciuta.
«È strana», erano state le parole di Paola un giorno che eravamo sedute tutte e tre a un tavolino del bar dell’università.
«Io direi più lunatica», aveva aggiunto Cristina, con quel suo tono leggero che a volte me la rendeva poco sopportabile. «Pensa che l’altro giorno, quando l’ho incontrata, non mi ha nemmeno salutata.»
«Forse non ti avrà vista», l’avevo difesa io, subito ordinando tre caffè per stoppare sul nascere la sua replica. Difendere Irene mi veniva naturale, forse perché difendere lei significava tutelare anche una parte di me.
Fino a quando avevamo conosciuto Marco. Il giornalista. L’uomo che aveva fatto tremare il terreno sotto i nostri piedi, il convitato di pietra che aveva finito per insinuarsi fra noi anche nei momenti più casuali.
L’avevamo incontrato a un seminario sulla comunicazione emotiva. Ricordo che non avevo particolarmente voglia di andarci, ma Irene mi aveva spronata.
«Ti sarà utile per gli studi», aveva insistito, chiudendo piano il suo libro di storia.
«Ma non fondamentale. E poi stasera ho la cena con Paola e le altre.»
«Puoi andare e tornare in tutta calma. La tua cena non scapperà.»
Si era alzata, con quella sua determinazione timida che mi faceva sempre sorridere.
«Dai, ti accompagno.»
Avevo riso. «Davvero? Ti staccheresti dai tuoi studi per venire con me?»
Lei aveva annuito, e così — presa la metro, poi due tram e fatto l’ultimo pezzo a piedi — eravamo arrivate all’auditorium strapieno, trovando miracolosamente due posti fra le ultime file.
Ed eccolo lì.
Marco.
Alto, con una presenza che non aveva bisogno di parole. Capelli scuri, folti e leggermente ondulati. Occhi castani e profondi, con una sfumatura calda che sembrava cambiare tonalità sotto le luci dell’auditorium. Il viso definito, la mascella pronunciata, gli zigomi alti.
Era bello, ma fu il suo sguardo a colpirmi fin dalla prima volta. Diretto, a volte troppo, come se cercasse sempre qualcosa dietro le parole degli altri. Si muoveva con naturalezza, ma ogni gesto sembrava misurato. E quando sorrideva… era un sorriso che lasciava il dubbio: era per te, o per un pensiero che non condivideva con nessuno?
Parlava con passione e ironia ben calibrate. E tutto, in lui, mi aveva conquistata fin dal primo momento.
A fine conferenza, i nostri sguardi si erano incrociati a lungo. Più tardi, scoperto che avrebbe tenuto una serie di incontri sempre nello stesso posto, mi ero ripromessa di non mancarne nemmeno uno.
All’ultima sessione avevo aspettato che tutti uscissero. Quando eravamo rimasti soli nell’aula, l’avevo avvicinato e mi ero presentata.
«Ti è piaciuta la conferenza?» aveva chiesto lui, tendendomi la mano con un sorriso.
«Molto», avevo risposto. «Soprattutto la parte sulla vulnerabilità. L’ho trovata molto interessante, direi quasi… illuminante.»
«Proprio la parte che di solito nessuno vuole mai ascoltare», era stato il suo commento, e dal tono avevo capito di averlo colpito. «Notevole.»
Avevamo parlato. Poi mi aveva offerto un caffè e da lì eravamo finiti a passeggiare lungo il Tevere. Le dita di Marco avevano sfiorato le mie mentre parlava di articoli e rivoluzioni interiori. E mi era sembrato evidente che la nostra non fosse solo attrazione. Era come se, per la prima volta, qualcuno mi vedesse davvero.
Avevamo iniziato a scriverci. Poi a vederci e infine a toccarci.
La prima volta che Marco mi aveva sfiorato il collo con le labbra eravamo nel suo studio, tra pile di libri e finestre aperte sul tramonto romano. Il suo respiro era caldo, lento, e io avevo chiuso gli occhi. Non c’era fretta. Solo tensione, e desiderio che sembrava dilatarsi come le onde calme del mare.
Avevamo fatto l’amore sulla scrivania, prima dolcemente e poi con passione sempre più sfrenata. E quella era stata solo la prima di molte altre volte.
Due mesi di sesso, passione e confidenze. Finché io, sempre più presa da lui, avevo commesso un passo falso.
Avevo parlato di Marco a Irene. E l’avevo portato a una cena a casa nostra senza sapere — senza nemmeno lontanamente immaginare — che lui interessasse anche a lei.
E da quel momento… Irene aveva iniziato a cambiare.
All’inizio era stato quasi impercettibile. Aveva smesso di essere silenziosa. Aveva iniziato a parlare di più, a occupare lo spazio con una sicurezza che non le avevo mai visto. Rideva più forte, si truccava con più cura. E quando ci vedeva insieme, faceva domande a Marco che sembravano innocenti ma non lo erano affatto.
Poi aveva iniziato a competere. A provocare, persino a ferire.
Le sue parole erano sempre educate, ma improvvisamente affilate. Mi correggeva davanti agli altri, mi interrompeva con un sorriso oppure mi faceva sentire come se stessi esagerando anche quando non lo facevo.
E io non riuscivo a capire se quella fosse davvero lei, o una sua versione distorta che non avevo mai conosciuto.
E una sera, durante una cena fra compagni di università, era successo.
Eravamo seduti tutti intorno a un tavolo, il vino scorreva, le risate anche. Marco era lì, vicino a me. Irene, con la sua nuova spigliatezza a cui faticavo ancora ad abituarmi, parlava con una leggerezza disarmante, come se tra noi non si fosse aperta alcuna crepa.
Poi, all’improvviso, aveva detto: «Maria Elena capisce tutti al volo. È come se avesse un radar per gli altri… peccato che il segnale ogni tanto si perda un po’ quando si tratta di se stessa.»
Sembrava una battuta. Qualcuno aveva anche riso. Ma io mi ero sentita attraversare la schiena da una fitta di gelo improvviso.
Era un colpo preciso. Mirato. E negli occhi di Irene non c’era più la ragazza timida che avevo conosciuto. C’era qualcosa di più duro e distante, e io avevo capito che la nostra amicizia stava cambiando forma. Stava finendo… o forse si stava trasformando in qualcosa di diverso.
E di lì a poco anche il mio rapporto con Marco iniziò a cambiare. Non in modo evidente, ma piuttosto sottile come se il fulcro della sua attenzione si stesse via via spostando. Su Irene? Non osai chiederglielo, limitandomi a guardarlo scivolare via piano, come una luce che si affievolisce senza che tu te ne accorga davvero. E io, che avevo sempre creduto di saper leggere gli altri, non riuscivo più a leggere lui. Fu allora che capii che stavo perdendo entrambi: Irene e Marco. E che forse non avevo nessun modo di impedirlo.
Poi era arrivata la malattia.
La vista aveva iniziato a tradirmi, le luci si confondevano e i visi delle persone finivano per sfumarsi. All’inizio avevo pensato si trattasse dello stress per gli esami, ma dato che i problemi continuavano mi ero decisa a rivolgermi a uno specialista.
Il medico mi aveva guardata con una serietà che non avevo mai visto.
«Signorina, questi sintomi non vanno sottovalutati.»
«Si tratta di… qualcosa di grave?»
«Non posso dirlo con certezza prima di fare degli accertamenti e non voglio allarmarla, ma avrebbe dovuto venire da me prima.»
Avevo trattenuto il fiato, e quando i risultati degli esami erano arrivati il verdetto era stato terribile: soffrivo di una degenerazione della retina, rara e progressiva.
C’erano delle cure, ma avrei anche potuto perdere la vista.
Non ne avevo parlato con nessuno. Né con Marco né con Irene.
E così, un giorno, avevo fatto le valigie e me ne ero andata. Senza rumore né scenate e lasciando soltanto una lettera sul tavolo.
A Perugia, nella casa dov’erano nata e tra le braccia dei miei genitori, avevo finalmente ceduto. E avevo aspettato. Loro. Marco e Irene. Sapevo che sarebbero venuti, quello che non sapevo era cos’avrebbero trovato.
O meglio, chi avrebbero trovato.
Perché io, per la prima volta in vita mia, non volevo essere vista. L’unica cosa che desideravo era essere capita. E forse era per questo che il mio corpo, da settimane, chiedeva un altro tipo di attenzione oltre alle cure a cui stavo sottoponendo i miei poveri occhi.
Quando sentii la porta di casa aprirsi e mio padre accogliere Marco e Irene, appoggiai la mano al corrimano. Non per scena. Perché ne avevo bisogno.
Scendere le scale non era più un gesto naturale. Dovevo ascoltare la luce, il pavimento, il corpo. Dovevo fidarmi solo dei miei sensi.
Li sentii prima di vederli. Le voci. I passi. Il respiro trattenuto.
Quando li raggiunsi, vidi prima le sagome e poi i loro volti.
«Ciao», dissi. Un saluto semplice, ma pieno di mille significati.
Marco mi guardava come se avesse capito qualcosa troppo tardi. Irene invece teneva lo sguardo basso, come se avesse paura di incontrare il mio.
«Come stai?» chiese Marco, con una voce che non gli avevo mai sentito.
«Meglio, adesso che siete qui», risposi. E lo pensavo davvero.
Poi guardai Irene. «Ti sono mancata almeno un po’?»
Lei rise piano, nervosa. «Più di quanto pensi.»
E per un istante, nonostante tutto… mi sentii di nuovo intera.
IRENE
Non ero mai stata brava con le parole. Le studiavo, le smontavo e analizzavo… e poi, quando toccava a me usarle, mi si spezzavano in gola. Sempre. Da sempre.
A scuola ero quella strana. Quella che non parlava e che si sedeva in fondo, che non veniva mai invitata alle feste e preferiva nascondersi dentro maglioni troppo larghi. I miei compagni di scuola mi ignoravano, ma le peggiori di tutto erano le ragazze. Loro ridevano di tutto: della mia voce, dei miei passi incerti o anche solo del fatto che non avessi mai baciato nessuno. Una volta, dopo una partita di pallavolo, addirittura mi chiusero nello spogliatoio e spensero la luce. Le sentivo ridere da fuori mentre io piangevo, in silenzio con il viso affondato nelle ginocchia.
Fu allora che imparai: a non chiedere, a non sperare e a non aspettarmi niente da nessuno.
Quando arrivai a Roma, ero pronta a essere invisibile: un’ombra per tutti gli altri, concentrata solo sullo studio. Mi andava bene così. La storia antica sarebbe stato il mio rifugio e i libri la mia corazza. Poi incontrai lei.
Maria Elena.
Lei era… tutto. Tutto quello che io non ero e sicuramente non sarei mai stata. Alta, luminosa, sicura, bionda come un angelo con i capelli perfetti mentre i miei, scuri, a volte mi si aggrovigliavano sulla spazzola. Una che quando entra in una stanza, questa si sistema da sola. Io la guardavo e pensavo: ecco, così si vive.
E quando lei si accorse di me — di me, sì proprio di me! — sentii qualcosa aprirsi. Mi parlò con dolcezza. Mi fece spazio. Mi chiese di esserci. Vicino a lei mi sentivo normale. Vista. Scelta.
Diventammo come sorelle, e non m’importava di cosa dicevano tutti gli altri. Io sapevo che, come lei lo era per me, per Maria Elena ero importante.
Poi arrivò Marco.
Lo vidi durante una conferenza. Parlava, ma non erano tanto le sue parole che sentivo. Sentivo la sua voce. Calda, profonda e un po’ ironica. Anche Maria Elena sembrava interessata. Lo guardava e, quando lui ricambiò quello sguardo… mi sentii di nuovo invisibile.
Solo che questa volta non volevo più esserlo.
«Se ti piace dovresti farti avanti», mi disse Fiamma Martinelli, la mia compagna di corso. Capelli biondo‑rossi e occhi verdi, aveva la stessa sicurezza di sé di Maria Elena, e mi dava l’impressione di sapere sempre tutto.
«Vuoi dire…» balbettai, «che dovrei lottare per Marco? Io…»
Lei sorrise. Aveva un sorriso da chi sa già come andrà a finire e si rigirava fra le dita un medaglione a forma di martello.
«Io, fossi in te non vorrei rimpianti», replicò. «Dovresti dirlo alla tua amica. E anche a lui. Una vita in seconda fila… non è vita.»
Quelle parole mi colpirono forte, come uno schiaffo in pieno viso. E accesero qualcosa, che forse fino ad allora non aveva fatto altro che dormire dentro di me.
Perché dovevo essere sempre io quella che guarda? Perché Maria Elena e quelle come lei dovevano sempre avere tutto?
In quel momento odiai la mia migliore amica. Sì. La odiai. E qualcosa in me si ruppe. O si accese. O entrambe le cose.
Iniziai ad avvicinarmi a Marco. Gli scrivevo. Gli parlavo. Mi esposi con lui come non avevo mai fatto con nessun altro in tutta la mia vita. E ogni suo sorriso… era come se mi desse una scossa. Una scossa che mi attraversava tutta.
Ma poi la vedevo. Lei. Maria Elena. Vicino a lui. A toccargli la mano o sorridergli come se fosse suo da sempre.
E tutto si spegneva.
La rivalità diventò silenziosa. Feroce. Ogni carezza di Maria Elena per me era un colpo in pieno stomaco. I suoi sguardi mi sembravano trappole.
E io rispondevo. Non apertamente. Mai apertamente. Ma colpivo. Piccoli colpi. Precisi. Invisibili agli altri ma non a lei.
Le nascondevo i libri oppure le cambiavo d nascosto l’orario di una lezione. Le facevo trovare il rossetto sbavato e una volta le invertii persino delle slide che le servivano a studiare per il prossimo esame.
Niente di enorme. Ma abbastanza da farla, pian piano, vacillare.
E ogni volta che la vedevo incassare un colpo, mordersi le labbra o trattenersi invece di rispondermi male… mi sentivo forte. E subito dopo, sporca.
Perché ogni colpo sferrato mi faceva sentire viva. E vuota.
Poi Maria Elena iniziò a rispondere. Non con cattiveria, non so se ne sarebbe capace. Ma era precisa ed elegante e aveva una sicurezza che io non avrei mai avuto.
E lì capii che la guerra era iniziata. Quella vera. E che nessuna di noi ne sarebbe uscita intera.
Una notte incontrai Marco fuori dall’università. Appoggiato a un muro. Una sigaretta tra le dita e lo sguardo perso.
Mi guardò. «Ciao Irene . Non dormi?»
«No. Tu?»
Sorrise. «Neanche.»
Ci sedemmo su una panchina. Il silenzio pesava, come se entrambi sapessimo qualcosa che all’altro era però nascosto. Poi lui mi sfiorò la mano, un gesto minuscolo quasi casuale.
Mi avvicinai e lui non si mosse. I nostri volti si sfiorarono. Le sue labbra erano lì… alla sola distanza di un respiro.
Ma non accadde niente.
Solo uno sguardo. Lungo. Profondo. Che diceva tutto e niente.
E qualche giorno dopo, all’improvviso, Maria Elena sparì.
Trovai una lettera in cui mi confidava di essere malata, e mi sentii vuota. All’improvviso la nostra competizione mi sembrava senza senso. Avevo ferito la mia amica, e per cosa? Proprio lei, che mi aveva vista quando nessuno lo aveva mai fatto. E che avevo trasformato in un bersaglio.
Appena possibile, io e Marco partimmo subito per Perugia. Arrivati alla casa dove Maria Elena viveva con i suoi genitori, una bella villa vicino a un piccolo lago, mi sentii stringere lo stomaco. Sarei riuscita ad affrontare Maria Elena dopo tutto quello che le avevo fatto?
Arrivati alla porta, suonammo e un signore di mezza età ci aprì. Somigliava a Maria Elena, gentile e sicuro di sé.
«Irene, vero?» sorrise, rivolgendosi a me dopo aver stretto la mano a Marco. «Mia figlia ci ha parlato molto di te. Mia moglie adesso non c’è, ma anche lei sarà molto felice di conoscerti.»
Mi si gelò il sangue. Maria Elena aveva parlato ai suoi… di me?
«D-davvero…?», balbettai.
Entrammo. La casa era luminosa, i muri pieni di quadri e una bella libreria nel salotto che intravidi da una porta aperta. Era un posto che parlava di amore. Adesso capivo da dove arrivava la sicurezza di sé di Maria Elena.
Poi la vidi.
Maria Elena scendeva le scale piano. Una mano sul corrimano, l’altra sulla parete. Mi sembrò un po’ più magra e più fragile. Ma era sempre bellissima.
«Elena…» mormorai. «Io… mi dispiace così tanto…»
Il sorriso pieno di affetto che mi rivolse sentii di non meritarlo. Ci sedemmo in salotto, dove Maria Elena ci informò che aveva condannato un medico, negli Stati Uniti, che si occupava proprio della sua malattia.
«Forse può aiutarmi.»
«Quando partirai?» chiesi.
«Dipenderà dagli ultimi esami, ma il più presto possibile.»
«Vorrei accompagnarti», intervenne Marco, ma Maria Elena scosse la testa.
«Ci sono i miei genitori.»
Poi si voltò verso di me. Ci fissammo per un lungo momento poi io abbassai lo sguardo.
«Perdonami…» mormorai.
Lei non rispose subito. Annui soltanto. Poi si sporse in avanti e mi abbracciò, tenendomi stretta.
E io, per la prima volta, mi vidi davvero. Non come la sua ombra. Non come la ragazza che lottava per amore. Ma come qualcuno che aveva imparato che l’amicizia, un’amicizia vera e sincera, era un tesoro raro. E se Maria Elena poteva perdonarmi. Allora, forse, potevo perdonarmi anch’io.
MARCO
Le incontrai insieme. Maria Elena e Irene. Quasi due poli opposti. Luce e ombra, fuoco e ghiaccio. E io, come sempre, mi lasciai attrarre dal fuoco. Dal calore facile. Dalla bellezza che non chiede permesso.
Maria Elena era magnetica. Possedeva quella grazia impossibile da ignorare e, quando parlava, il mondo sembrava fermarsi. E io, che ho sempre vissuto di storie e parole, finivo per scrivere di lei anche quando non volevo. Anche quando – forse – avrei dovuto fermarmi.
La sua pelle profumava di mandorla e di privilegio e la prima volta che facemmo l’amore fu come danzare in una stanza piena di luce. I suoi occhi mi cercavano come se mi sfidassero a possederla. Al suo fianco, mi sembrava di essere la versione migliore di me stesso. O almeno… quella che volevo credere di essere.
Una sera, nel suo appartamento, accese una candela profumata, mise un disco jazz e si sedette accanto a me sul tappeto. Parlammo per ore poi, senza preavviso, Maria Elena mi prese la mano e se la posò sul cuore.
«Qui», disse. «È dove tengo tutte le cose di cui non parlo mai.»
Sentii il battito del cuore accelerare un po’. E capii che Maria Elena non era solo bellezza, ma possedeva una forza silenziosa che mi aveva conquistato quasi senza che me ne accorgessi.
Ma Irene era lì. Vicina e presente, più di quanto inizialmente mi rendessi conto.
Quando iniziò a scrivermi e a cercarmi, compresi che sotto la sua apparente tranquillità bruciavano passioni rimaste forse troppo a lungo in silenzio. E mi scoprii a desiderarla. Sì. La desideravo. In modo diverso da Maria Elena… ma non meno forte.
Irene non mi idealizzava. Sembrava piuttosto guardarmi come se sapesse dove nascondevo le mie paure. E questo mi inquietava e allo stesso tempo finiva per attirarmi e confondermi.
Quando lei e Maria Elena iniziarono a farsi la guerra, lo percepii chiaramente ma non intervenni. Avrei dovuto, dato che ero io la causa della loro improvvisa rivalità ma… avevo paura. Sì. Paura di peggiorare tutto o forse di scegliere, di sbagliare. La verità? Ero un codardo, e forse lo sono sempre stato.
Nel frattempo, la mia relazione con Maria Elena stava via via cambiando, come se una crepa sottile si stesse allargando pian piano fra noi.
Una sera, trovai Irene fuori dall’università. Mi sembrò tesa, nervosa… o forse proiettavo su di lei le mie stesse sensazioni?
«Non dormi?» le chiesi.
«No. Tu?»
«Neanche.»
Ci sedemmo su una panchina. Il silenzio che piombò tra noi era carico di elettricità. Le sfiorai la mano e ci avvicinammo: quando i nostri volti si sfiorarono, le sue labbra a un respiro dalle mie, per un attimo desiderai baciarla.
Mi fermai. Non perché non la volessi, anzi. Ma se mi fossi lasciato andare con lei, cosa sarebbe successo con Maria Elena?
Quando lei sparì e lessi la lettera che aveva lasciato a Irene, mi sentii quasi piccolo e impotente. Da quando sapeva di essere malata? E perché non mi aveva mai detto niente? Forse… non si fidava di me, o sapeva che non l’amavo come meritava?
Mi tormentai per qualche settimana poi, appena possibile, partii per Perugia insieme a Irene. Per tutto il viaggio ci scambiammo poche parole, forse perché entrambi eravamo troppo occupati a fare i conti con i reciproci sensi di colpa.
Appena arrivati alla porta della villa dove Maria Elena viveva con i genitori, fu suo padre ad aprirci. «Benvenuti», disse. A Irene rivolse un sorriso gentile. A me uno sguardo più lungo, valutante. Cosa gli aveva detto Maria Elena di noi?
Ci fece entrare, ma io non feci molto caso ai dettagli della villa. I miei occhi erano fissi sulla tromba delle scale… e finalmente, eccola.
Maria Elena scendeva lentamente, elegante come sempre. Ma c’era qualcosa di diverso: un’incertezza nei movimenti, un modo nuovo di inclinare la testa, come se cercasse la luce giusta per vedere.
Ci salutò e ci fece accomodare in salotto. La luce del pomeriggio filtrava tra le tende, morbida e quasi protettiva. Io mi sedetti, ma avevo la sensazione di non avere più un posto preciso nel mondo.
Durante tutta la conversazione, guardavo Maria Elena riuscendo solo a pensare che avevo sbagliato con lei. E perché? Perché avevo avuto paura di scegliere. E ora scoprivo di aver perso la cosa più vera che avessi mai avuto.
Rientrati a Roma, non riuscii più a concentrarmi sul lavoro o su qualsiasi altra cosa. Maria Elena mi mancava. Non solo il sesso e la passione che avevamo condiviso, mi mancava tutto di lei.
Provai a chiamarla, a scriverle. Ma mi fece capire che adesso la sua priorità era curarsi. E, in modo gentile ma netto, che su di noi non aveva più parole da spendere.
E allora mi struggevo nei ricordi. Ripensavo alle sere passate assieme. Alle sue mani che cercavano le mie. Al modo in cui mi ascoltava, senza interrompere per poi farmi le domande giuste nel momento giusto.
E in quel vuoto che sentivo accompagnarmi giorno dopo giorno, capii di averla davvero amata… e di amarla ancora. Sì, l’amavo e l’avevo capito troppo tardi. Come sempre. Ero riuscito solo a deluderla.
Da quando eravamo tornati da Perugia, io e Irene ci eravamo a malapena sentiti. Forse i sensi di colpa che provava verso l’amica avevano spento in lei ogni interesse per me.
Ogni tanto pensavo a lei, come si pensa a qualcosa che fa parte di te ma che non sai più dove mettere.
E provavo una rabbia impotente. Perché le avevo permesso di intromettersi fra noi, rovinando con le mie stesse mani qualcosa di bello e di prezioso. Ma la colpa era mia, inutile che me la prendessi con lei.
Forse, se avessi capito di amarla e le fossi stato più vicino, Maria Elena non sarebbe partita da sola. Forse… non l’avrei persa.
Poi, un giorno di fine estate, sentii un messaggio in segreteria. Irene voleva vedermi.
Ci incontrammo nel mio appartamento. La luce era fioca, filtrata da una lampada posata sul tavolo di legno. Io seduto sul divano, le mani intrecciate. Lei rimase invece in piedi, davanti alla finestra aperta.
«Non riesco a smettere di pensarci», dissi interrompendo la stentata conversazione che avevamo iniziato.
«A lei?»
«A tutto. A lei, a noi. E a quello che è rimasto.»
Annuì lentamente, poi si avvicinò e si sedette accanto a me.
«Non so nemmeno cosa sia rimasto, Marco. A volte mi sembra solo polvere. Altre… qualcosa di più.»
«Con Maria Elena all’inizio sembrava tutto perfetto. Poi la nostra relazione diventò fragile. Tanto che avevo l’impressione che bastasse un gesto sbagliato per romperla.»
«E tu… pensi di averla rotta? O che l’abbia fatto io?»
«Se è così, io te l’ho permesso. Ma la amavo, Irene. E la amo ancora, sono stato uno stupido a non capirlo in tempo. Ho amato… sempre e solo lei.»
Lei abbassò la testa. Come se l’avessi colpita.
«Se è così…» sussurrò, «vai da lei. Dille ciò che provi.»
«Credo sia troppo tardi. Ha deciso di lasciarci andare… tutti e due.»
«Maria Elena in questo momento è fragile, Marco. Ma forse non ti ha dimenticato. Sei sicuro… che tra voi sia tutto finito?»
Non risposi. Non avrei saputo cosa dire.
«E tu?» preferii chiederle. «Come stai?»
«Sono… ancora in costruzione», rispose con un sorriso stanco. Sai, Maria Elena manca molto anche a me. Lei è stata la mia unica amica, mi ha sempre difesa, incoraggiata… e io l’ho ferita. Per uno stupido desiderio di rivalsa.»
Silenzio.
«E adesso?» chiesi dopo un po’.
«Non voglio più combattere. Non con lei e nemmeno con me stessa. E soprattutto, non voglio farlo per qualcun altro»
«Capisco.»
«E tu cosa vuoi, Marco? Cosa vuoi davvero?»
La guardai. Abbassai lo sguardo, poi lo rialzai.
«Voglio capire chi sono. Senza scappare più.»
Lei annuì. Poi si alzò e andò verso la porta.
«Credo che questa storia abbia insegnato qualcosa a tutti e due, Marco», sorrise posando una mano sulla maniglia. «Abbi cura di te.»
Uscì, chiudendosi piano la porta alle spalle.
Mi alzai per andare in cucina a prepararmi la cena, quando sentii la voce di Irene, lieve da dietro la porta chiusa.
«Marco… non arrenderti con lei.»
Rimasi immobile.
«Forse anche Maria Elena ha paura. Ma se la ami devi rischiare. Almeno non avrai rimpianti.»
Non risposi e, pian piano, i suoi passi si allontanarono.
Quella notte dormii poco. Le parole di Irene continuavano a girarmi in testa senza volersene andare.
E così, l’indomani, presi il telefono. Le dita esitavano. Ma il cuore no.
Avrei chiamato Maria Elena. Le avrei detto che avevo bisogno di parlarle, che volevo esserci per lei, in qualsiasi modo avesse desiderato. Se necessario, l’avrei aspettata per tutto il tempo che avesse voluto. Non volevo più scappare.
E forse — con pazienza e se Maria Elena l’avesse desiderato — un giorno avremmo potuto avere un nuovo inizio.
FINE
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Bello e avvincente questo racconto, dinamiche che ho visto delle volte nelle amicizie. Sì impara sempre molto dalle relazioni
Grazie ❤️.
Questo commento mi fa particolarmente piacere, perché questo è un racconto su cui ho lavorato molto per rendere realistici i punti di vista di tre personaggi molto diversi tra loro.
E le relazioni sono a volte molto complicate, si ☺️
Che bel racconto! Hai scavato a fondo nell’animo dei tre protagonisti, e il modo che hai usato, facendo narrare a ognuno di loro tutta la loro storia, dal loro punto di vista, lo ha reso ancora più vero. Questa è una storia di vita vera, di un’amicizia che sfocia rivalità per via di un ragazzo di cui entrambe si sono innamorate, e che è rimasto affascinato da entrambe, senza prendere una posizione netta, tanto da scombinare un rapporto speciale. Solo quando Maria Elena sceglie per tutti e tre, colpita da una cosa inaspettata, dolorosa, Marco comprende che è lei quella che amava veramente, forse troppo tardi (o forse no, tutto dipenderà dalla volontà di Maria Elena di riaverlo accanto, in un momento tanto particolare e doloroso), e Irene che Maria Elena è, forse, l’unica vera amica che abbia avuto, che le voleva bene per come era. Quante volte, nella vita reale, ci si accorge di aver perso qualcuno di prezioso quando è troppo tardi! E quante volte si cerca di proteggere chi si rivolta contro e non si fa alcuno scrupolo di ferire, soprattutto se l’oggetto del desiderio è lo stesso? A volte, le batoste della vita servono anche per farci pensare più a noi stessi, come meriteremmo.
Ciao, grazie ☺️🌹.
Sì,questo è uno dei racconti a cui tengo maggiormente proprio perché descrive dinamiche molto frequenti.
Amicizia, amore e odio varie volte hanno confini più labili di quanto pensiamo, e basta una semplice variabile – in questo caso Marco – a spostare e ribaltare tutto.
Con lui ho cercato di proporre un personaggio non del tutto positivo ma nemmeno negativo: del resto in ognuno di noi convivono più aspetti e può capitare di essere attratti – non per forza in senso sentimentale, anche solo ammirati per esempio – da una persona che ne rispecchia uno e da un’altra che invece ci è più vicina per altri aspetti.
Poi però – come ha fatto Marco – una scelta la si fa.
A presto ☺️