TALOS
Scritto nel marzo del 2007

Nacqui sull’isola di Creta, figlio di semplici pescatori, all’epoca del regno del grande re Minosse. A noi abitanti dell’isola egli sembrava simile a un Dio: capace di qualsiasi impresa, invincibile in battaglia e splendido quando marciava, chiuso nella regale armatura dorata, alla testa dei suoi eserciti.
Il palazzo reale, poi, si diceva fosse un mondo a parte, fatto di colonne scolpite, danze rituali e profumi d’incenso. Dedalo – il più abile artista di Creta – che viveva a palazzo ed era un caro amico di mio padre, ci aveva raccontato che la principessa Arianna, figlia maggiore del re, danzava tra le corti con grazia impareggiabile, affascinando tutti come una visione: capelli neri come la notte, occhi selvaggi, movimenti che incantavano anche il vento. Si diceva che avesse il favore degli Dei, e che il suo cuore fosse più audace di quello di molti guerrieri.
Un giorno, però, l’isola iniziò a riempirsi di voci e sussurri. La regina Pasifae, sposa di Minosse, la cui straordinaria bellezza era celebrata in tutti i regni della Grecia, era stata colpita da una passione innaturale per uno dei tori del recinto sacro, doni del Dio dei Mari Poseidone. Da quell’unione proibita nacque una creatura mostruosa: il Minotauro, metà uomo e metà bestia, divoratore di carne umana fin dalla più tenera età. Per nascondere l’orrore e placare gli Dei, Minosse ordinò a Dedalo di costruire il Labirinto Sacro, un intrico sotterraneo di corridoi senza uscita, dove la bestia fu rinchiusa per sempre
Minosse, non sentendosela di nutrire il mostruoso figliastro sacrificandogli giovani cretesi, ordinò ai regni vicini che gli avevano giurato fedeltà di inviare ogni anno dodici giovani ostaggi che venivano poi sacrificati e rinchiusi nel labirinto alla mercé della bestia.
Un giorno però, insieme agli ostaggi, arrivò Teseo, principe di Atene. Con l’aiuto di Arianna egli penetrò nel Labirinto Sacro, uccise la creatura e fuggì con la principessa verso i patrii lidi.
La morte del Minotauro e il tradimento di Arianna sembrarono quasi il segnale che il potere di Minosse non era assoluto come si era fin lì creduto. E quando una grande flotta, giunta dall’isola nota come Shardania, mise a ferro e fuoco la costa e uccise i miei genitori e molti altri prima che l’esercito cretese riuscisse a respingerla, capii.
Minosse, il sovrano dalla corazza divina che avevo sempre idolatrato, non era onnipotente. Era solo un uomo, oppresso da mille problemi.
Quella fu la prima incursione. Molte altre ne seguirono, e mentre io crescevo e diventavo uomo nemici che fino ad allora avevano atteso nell’ombra cominciarono ad assaltare Creta da ogni lato. Le coste bruciavano, le città tremavano. Il re, un tempo venerato come un dio, sembrava sempre più solo un vecchio stanco, incapace di proteggere il suo regno mentre sua moglie, ormai impazzita, si era rinchiusa nello stesso labirinto che aveva ospitato il suo figlio mostruoso.
Io vivevo di pesca ma iniziai anche ad aiutare Dedalo nel suo lavoro, entrando per la prima volta a corte, che era diventato un luogo triste e trascurato ben diverso dal passato.
Dopo l’ennesima incursione subita, un giorno Minosse si rivolse a Dedalo col tono accorato di chi è sull’orlo della disperazione.
“Dimmi, vecchio amico, che cosa devo fare per proteggere la mia terra dai nemici che la assalgono? Il mio esercito sembra non bastare… ho bisogno di te. Del tuo ingegno, e del tuo aiuto.”
Lo guardai: invecchiato e ingobbito, sembrava il ritratto stesso della disperazione.
Dedalo però gli sorrise. Era più anziano di lui, ma dritto e con i capelli ancora quasi tutti neri sembrava molto più giovane.
“Mio re”, rispose, “concedimi qualche giorno per riflettere e ti porterò la soluzione a tutti i tuoi mali.”
Minosse non rispose, ma nel suo annuire c’era ben più di un significato.
Una sera, tornando dalla pesca, incontrai sulla spiaggia una fanciulla.
Pallida come la luna, capelli neri come la notte, occhi d’ametista che sembravano conoscevano il dolore e l’incanto. Vestita con un lungo abito scuro, sedeva sola in riva al mare e non potei fare a meno di avvicinarmi a lei.
“Chi sei?” le domandai.
“Mi chiamo Medea”.
La sua voce era dolce e io la guardavo, incantato. Non avevo mai visto una fanciulla più bella di lei.
“Io sono Talos”, le dissi, ricordando comunque le regole dell’ospitalità. “Posso chiederti da dove vieni? Non ti ho mai vista da queste parti.”
Mi parve rabbrividisse.
“Vengo da lontano, dalla Colchide.”
“Colchide?”
“Sì, dove i morti camminano fra i vivi. Lì… è tutto freddo e buio. Non come qui”, sorrise, “dove splende sempre il sole. Mi piacerebbe restare…”
“Puoi restare, se vuoi.”
“No, non credo. Nessuno mi conosce, qui, e non saprei dove andare…”
D’impulso mi sedetti accanto a lei.
“Vieni nella mia capanna. È povera, e non ho da offrirti che un pasto semplice, ma ti prometto che starai bene.”
Medea sorrise e mi prese le mani.
“Ti ringrazio, Talos. Accetto volentieri.”
La portai alla mia capanna e da quel giorno Medea rimase con me. Vivemmo come marito e moglie: di giorno pescavo, lei accudiva la casa e preparava da mangiare. La notte condividevamo il letto, ma non la toccai mai. Sentivo crescere in me un sentimento tenero e profondo per quella bella straniera, ma fu una sera che compresi per davvero chi era.
“Il fuoco stasera non vuole proprio accendersi…” sorrisi un po’ mortificato. “Forse la legna non è abbastanza asciutta.”
“Lascia fare a me.”
Medea si chinò accanto al focolare senza dire nulla. Le sue dita sfiorarono i rami quasi stesse ascoltando la loro voce interiore, poi chiuse gli occhi e sussurrò qualcosa in una lingua che non conoscevo, dolce e antica, come il suono del vento tra le rocce.
Dal palmo della sua mano si sollevò allora un filo di luce, sottile come un respiro. Serpeggiò tra i rami, accarezzandoli, e in un istante il fuoco si destò: non con uno scoppio ma con un bagliore lento e azzurrino.
Mentre la fiamma danzava, silenziosa e perfetta, senza fumo né crepitii, fissai Medea senza parole.
Lei sorrise appena, come se quello che il prodigio che aveva appena compiuto fosse la cosa più naturale del mondo.
Medea possedeva poteri magici. La fanciulla che amavo… era una strega?
Gli attacchi a Creta continuavano senza tregua ma un giorno Dedalo si presentò al sovrano. Io lo accompagnavo, ma senza avere la minima idea di che cosa volesse dirgli.
“Allora, Dedalo”, lo accolse Minosse, impaziente, “hai trovato un modo di aiutarmi? Creta ormai è sull’orlo della disperazione…”
“Sì, mio re. Ti costruirò un eroe senza pari. Il suo corpo di bronzo sarà invincibile e la sua forza terrà lontani gli invasori per sempre.»
Minosse sorrise incredulo.
“E come pensi di fare?”
“Grande re, fidati di me come hai sempre fatto. Ti chiedo una sola cosa.”
“Quale?”
“Il sacrificio di un giovane. Egli fonderà la sua anima con quella del guerriero di bronzo. Dovrà donare il suo cuore, che io impianterò nel petto della mia creazione. E da quel momento in poi la sua vita sarà consacrata solo alla difesa del tuo regno.”
Minosse impallidì.
“Questo significa… morire.”
“Sì, ma il giovane potrà rinascere nel corpo del guerriero. Mio re, Efesto in persona mi ha concesso la mia arte. Devi avere fiducia in me, so quello che faccio.”
Minosse però scosse la testa.
“No non posso fare ciò che mi proponi. Come potrei chiedere a un giovane del mio popolo di sacrificare la sua vita per salvare tutti? Piuttosto…”
D’impulso feci un passo avanti.
“Re Minosse, mi offro io”, proposi, e il re e Dedalo si voltarono a fissarmi.
Ragazzo”, mi fece un cenno il re, «avvicinati.”
Mi accostai al trono e mi inginocchiai.
“Qual è il tutto nome?”
“Talos, mio re.”
“Ebbene, Talos, vuoi davvero sacrificarti per salvare il mio regno?”
“Creta è anche la mia casa, sire. E poi ho fiducia nell’abilità di Dedalo e sono certo che, quando il mio cuore batterà nel corpo del suo guerriero di bronzo vivrò una nuova vita. E difenderò quest’isola da tutti i suoi nemici.”
“Vedo che sei deciso… Dedalo, tu che cosa ne pensi?”
“Se Talos se la sente”, rispose l’architetto, “io non ho obiezioni.”
“Talos, ma sei impazzito?” esclamò sconvolta Medea, quando a casa le raccontai della mia decisione. “Ma perché vuoi morire?”
La presi delicatamente per le spalle.
“Io voglio vivere Medea. Ma voglio anche proteggere Creta come non ho potuto fare con i miei genitori… e che tu viva in un mondo migliore.»
Rimase in silenzio, e io sentii che se non le confessavo i miei sentimenti adesso non ne avrei trovato mai più il coraggio.
“Ti amo, Medea. Ti amo fin da quando…”
“Oh Talos…” m’interruppe lei. “Ti amo anch’io, ed è proprio per questo che non voglio perderti…”
Mi baciò e li, davanti al fuoco della mia umile capanna, ci spogliammo al suono del battito dei nostri cuori. Quando Medea, nuda, si sdraiò sul giaciglio e mi attirò a sé mi persi dentro di lei, senza più pensare a Creta o alla mia imminente trasformazione.
In quel momento esistevamo solo io e Medea. E nient’altro contava.
Una statua di bronzo, alta e imponente, stava al centro del laboratorio di Dedalo. Mi avvicinai, incantato: le proporzioni erano perfette e i lineamenti del viso scolpiti con tale maestria da sembrare quasi umani.
Poi tutto accadde con una rapidità tale da farmi dubitare che fosse successo davvero. Qualcuno mi colpì alle spalle, e caddi al suolo privo di sensi.
Quando ripresi conoscenza, mi sembrò che tutto fosse cambiato. Vedevo le cose attorno a me – oggetti, attrezzi – con occhi… diversi. Ma non avrei saputo spiegare meglio quella sensazione.
Ero ancora nel laboratorio di Dedalo, solo e disteso su una lastra di pietra. Provai ad alzare un braccio, ma con terrore mi accorsi che riuscivo appena a muovere un dito.
All’improvviso ricordai: il colpo, il vuoto e poi il nulla. Che la trasformazione… fosse riuscita?
Riprovai a muovermi. Questa volta ci riuscii, più rapido, fluido ma quando osservai il mio braccio… rimasi impietrito. Era di bronzo. Brillava nella semioscurità, e presto mi accorsi che tutto il mio corpo era fatto dello stesso materiale.
Allora l’esperimento di Dedalo aveva funzionato!
Mi alzai scoprendo che le mie membra erano agili e scattanti. Mi diressi verso la porta e uscii. La luce del sole mi accecò per un istante, poi mi ci abituai.
Davanti a me, vidi che l’intera corte – forse addirittura l’intera isola – si era radunata per vedermi.
Dedalo, con le lacrime agli occhi, si fece avanti e mi abbracciò. Poi alzò le mani al cielo.
“Ti ringrazio, divino Efesto! Hai compiuto il miracolo, donando la vita a questo corpo di bronzo. Ora quest’eroe nato dal tuo sacro fuoco e dalla mia arte ci difenderà tutti!”
Il re Minosse si avvicinò, scrutandomi con una strana espressione.
“Puoi… puoi sentirmi?” domandò.
“Sì, sire”, risposi. Ma subito tacqui, spaventato dalla potenza rimbombante della mia voce.
Minosse annuì.
“Bene. Dedalo, a quanto pare, aveva ragione. Da oggi tu sarai il difensore della nostra isola: Talos, l’eroe di bronzo in cui batte un cuore umano.”
Fra applausi e acclamazioni, vidi Radamante e Sarpedonte, i fratelli del re, osservarmi incuriositi. Un passo dietro al sovrano, invece, l’unica figlia che gli restava, la principessa Fedra, non mi staccava gli occhi di dosso.
Il suo sguardo non mi piacque, e subito mi allontanai per cercare Medea tra la folla. Quando la trovai, un’ombra nera in aperto contrasto con i colori di coloro che le stavano accanto, mi avvicinai rendendole le mani.
“Medea… amore mio.”
“Sei… sei proprio tu?”
“Sì. Il mio cuore è sempre lo stesso, anche se rinchiuso in questo corpo di bronzo. Non è cambiato niente, per me.”
“Oh, Talos…” mormorò.
La strinsi a me, facendo attenzione a non farle male e sussurrandole che la amavo, come è forse ancora si più di prima.
Da quel giorno, la mia vita si trasformò in un combattimento continuo. Ogni giorno compivo per tre volte il giro completo delle coste dell’isola, intercettando tutti coloro che sbarcavano per attaccarla.
Né spade né lance riuscivano a scalfire il mio corpo di bronzo, mentre io colpivo con forza quasi divina. Gli attacchi a Creta diminuirono, e allo scopo di farli cessare del tutto, Minosse mi ordinò di scagliare massi contro qualsiasi nave straniera che si avvicinasse alle nostre coste senza esporre prima la bandiera bianca.
A sera, Medea mia aspettava a casa. Vivevamo il nostro amore con passione e intensità, e ogni tanto andavamo insieme a trovare Dedalo, che ormai per me era diventato quasi un padre.
“Dedalo”, gli domandai una sera, “davvero la mia forza non ha limiti?”
“Tutto ha un limite, Talos”, mi rispose. “Anche tu, che pure possiedi questo corpo di bronzo.”
“Qual è il mio punto debole, maestro? Tu dovresti saperlo…”
Dedalo sembrò esitare, mentre io e Medea lo fissavamo in attesa di una risposta.
“Vedi…” annuì infine. “Il tuo corpo è quasi invulnerabile, ma…” s’interruppe posandomi un dito sul petto, “qui, solo una sottile placca di bronzo copre il tuo cuore umano.”
“Perché?”
“Per ricordarti che sei, prima di tutto, un uomo. La forza che hai ottenuto deve servire solo a difendere Creta, non per scopi personali o mire di conquista.”
“E così sarà”, risposi, mentre Medea mi stringeva il braccio.
Un giorno, compiendo il mio solito giro di ronda sulle coste, vidi una grande nave nera avvicinarsi da est. Le sue vele rosse recavano uno strano simbolo, e stavo già per sollevare un masso da lanciarle contro quando una pattuglia di guardie del palazzo, guidata dal principe Radamante, mi raggiunse.
“Fermo guardiano”, mi ordinò il principe. “Lascia che quella nave attracchi al porto e che i suoi uomini sbarchino senza ostacoli.”
Obbedii, come mio dovere senza chiedere spiegazioni, poi Radamante mi congedò bruscamente: per quel giorno, i miei compiti erano terminati.
Tornai a casa e raccontai a Medea della strana nave.
“Viene dalla Colchide”, disse abbassando lo sguardo. “E gli uomini a bordo sono qui per riportare a casa la loro principessa.”
La fissai.
“La loro… principessa?”
“Io sono la principessa di Colchide, Talos. Il re Eete è mio padre, e adesso… è venuto il momento di tornare.”
“Sei… una principessa? Ma perché non me l’hai mai detto?”
“L’avrei voluto semplicemente dimenticare”, sorrise amaramente. “Ero felice qui, lontana dagli intrighi di corte, dalla malvagità di mio padre e dalla gelosia di mio fratello. Per un po’ mi sono illusa di poter fuggire per sempre, ma adesso so che non è possibile. Non si può fuggire dal proprio destino, Talos.”
“Se tu lo vuoi…” mormorai prendendola fra le braccia. “Farò a pezzi quella nave con le mie stesse mani.”
“So che lo faresti, ma no. Tu devi obbedire a Minosse, e io…”
Un bussare alla porta interruppe la nostra conversazione. Andai ad aprire e mi trovai di fronte Radamante accompagnato da un contingente di guerrieri dalle nere armature.
Alti e pallidi, sembravano provenire da un altro mondo. Quello che sembrava il loro comandante s’inchinò a Medea.
“Principessa, il re tuo padre desidera vederti. È molto malato e chiede insistentemente di te. Il re Minosse ha già acconsentito alla tua partenza.”
Allora Minosse sapeva chi era Medea? Quel pensiero mi colpì, ma prima che potessi dire qualcosa lei si voltò e mi baciò,
“Addio, amore mio…” mormorò cercando di trattenere le lacrime. “Non ti dimenticherò mai, qualsiasi cosa accada.”
Io, sopraffatto dal dolore, non dissi nulla. Più tardi, osservando la nave nera allontanarsi veloce sul mare, mi sedetti disperato sulla spiaggia.
Senza Medea non ero altro che un solitario guerriero con un cuore umano in un corpo di bronzo. Che ne sarebbe stato, da ora in avanti, della mia vita?
Due anni dopo la partenza di Medea, Dedalo morì di vecchiaia e con lui se ne andò l’ultima persona che mi avesse voluto davvero bene.
Le mie imprese a difesa di Creta venivano celebrate dai cantori, ma mai una volta Minosse mi invitò a corte per festeggiare con lui.
Gli abitanti dell’isola, pur consapevoli che la loro sicurezza dipendeva da me, ogni volta che mi incrociavano erano intimoriti dal mio corpo di bronzo e dalla mia forza senza limiti. Strano: finché avevo Medea al mio fianco, non me ne ero mai curato.
Dopo ogni battaglia, tornavo quindi alla mia capanna solitaria ma un giorno sulla spiaggia incontrai la principessa Fedra.
Era davvero bellissima, dovevo ammetterlo, forse anche più di sua madre Pasifae. Lineamenti perfetti, occhi chiari come il marmo e un portamento che avrebbe acceso il desiderio in qualsiasi uomo.
Non il mio, però, perché dietro all’apparenza incantevole mi sembrava che Fedra celasse un’anima distante, come se il gelo dell’inverno avesse trovato rifugio nel suo cuore.
“Principessa…” m’inchinai.
“Talos, vorrei parlarti un attimo”, sorrise, ma anche quel gesto mi parve calcolato.
La guardai in silenzio.
“La tua vita è una battaglia continua…” proseguì. “Dimmi, non ti senti mai solo?”
Non sapevo cosa rispondere, quindi rimasi in silenzio.
Fedra allora si avvicinò, cominciando ad accarezzare con un dito i miei muscoli di bronzo.
“Sei così forte…” sussurrò, disegnando il contorno dei miei pettorali.
“Principessa…”
Sorridendo – forse divertita dal mio disagio? – mi accarezzò il viso.
“Ma i tuoi occhi sono tristi. Devi sentirti così solo…mio padre dovrebbe dimostrarti più riconoscenza.”
“Faccio il mio dovere, principessa”, risposi, sottraendomi alle sue carezze. “Non pretendo ringraziamenti.”
“Ma un po’ di calore umano potrebbe allietare le tue fredde serate…” ribatté Fedra in tono mellifluo. “Sai, io potrei dartelo… basta che tu lo voglia.”
Scossi la testa.
“Principessa, sono stato creato per combattere. Ho scelto consapevolmente questa vita: difendere la mia patria dagli invasori. Non voglio altro, non desidero nulla… da nessuno.”
Indispettita, la vidi stringere gli occhi ma senza lasciarle il tempo di replicare mi voltai e me ne andai.
Col tempo, la mia terribile fama si diffuse tra le popolazioni del mar Egeo tanto che, per molti anni, nessuna nave osò avvicinarsi a Creta senza prima aver issato bandiera bianca.
Minosse morì, Fedra venne data in sposa a un re della terraferma e Radamante divenne il sovrano dell’isola.
Io continuavo a pensare a Medea, anche se non avevo avuto più sue notizie e non sapevo nemmeno se fosse ancora viva.
Un giorno vidi un vascello dorato avvicinarsi alle coste. Era danneggiato, ma in passato doveva essere stato splendido: fiancate bronzee rivestite d’oro, remi che solcavano le acque e una grande vela azzurra adesso stracciata.
Stavo già per raccogliere da terra un masso da scagliare contro la nave, quando sul l’albero principale venne issata la bandiera bianca.
Allora mi fermai e, non vedendo drappelli armati sopraggiungere dal palazzo, mi preparai ad accogliere io stesso gli stranieri.
Quando la nave si fermò sulla spiaggia, sbarcarono per primi un uomo e una donna.
“Benvenuti a Creta, stranieri”, mi feci loro incontro, “io…
Ma le parole mi morirono in bocca. L’uomo mi era sconosciuto, ma la donna… quella era Medea!
“Medea…” mormorai. “Sei tu…”
Lei mi sorrise. Fece un cenno al suo compagno – un uomo in armatura con un vello dorato drappeggiato sulle spalle – e si avvicinò.
Non era cambiata. I capelli neri, il viso senza rughe. Sembrava felice di rivedermi.
Spalancai le braccia e lei mi si strinse contro, come aveva fatto tante volte quando vivevano insieme. Avevo le lacrime agli occhi.
“Medea…” le sussurrai. “Sono così felice di rivederti…”
“Oh, Talos…”
Restammo per un attimo così, poi sentii un dolore improvviso al petto. Mi staccai da Medea e con sgomento vidi che mi aveva conficcato un pugnale di ferro all’altezza del cuore.
“Medea… m-ma perché…?”
Un’ombra di tristezza le attraversò il volto, ma non rispose.
Caddi in ginocchio, il respiro sempre più affannoso. Stavo morendo, e a uccidermi… era stata la donna che amavo. No non era possibile…
“Sta morendo?” domandò l’uomo in armatura al fianco di Medea.
Lei lo guardò e annuì.
“Sì. Ora non potrà più ostacolarci, Giasone. Da’ ordine a Peleo e agli altri di assaltare il villaggio più vicino. Dobbiamo prendere tutto ciò che ci serve prima che le guardie del re ci scoprano. Và!”
Giasone corse via, e quando fu lontano Medea si inginocchiò al mio fianco. Mi prese la mano.
“Talos”, disse prendendomi la mano. “Mi dispiace di averti colpito ma… non avevo scelta. Ho promesso di aiutare Giasone, dopo che lui e i suoi compagni mi hanno liberata da mio padre e sottratta alla vendetta di mio fratello.”
“Medea… ma…”
“Ti ho ferito, sì. Ma solo per dimostrare a Giasone che può fidarsi di me.”
Mi mise in mano una boccetta.
“Che cos’è?”
“Una pozione che salva dalla morte. Quando saremo lontani, bevila. All’interno della boccetta c’è anche una mappa che conduce all’isola di Lemno.”
“Le-Lemno?”
“Sì. Appena puoi, raggiungila. Ci rivedremo lì non appena mi sarà possibile.”
“Ma io… io non posso abbandonare Creta…”
“Talos, ti prego!” mi interruppe concitata. “Io ti amo, non ho mai smesso. Quindi bevi la pozione, salvati… e ripensa a ciò che ti ho detto. Adesso devo andare.”
“Medea, no… aspetta, Medea!”
Lei però si allontanò, correndo via senza che potessi fare nulla per fermarla.
Rimasto solo, aprii la boccetta, estrassi la mappa e bevvi la pozione. Subito mi sentii meglio, e passai la notte steso sul mio giaciglio a ripensare a Medea e alla sua proposta.
Il silenzio di marmo nella sala del trono era più assordante del clangore delle sue placche di bronzo. Talos, il gigante, si stagliava di fronte a Minosse e alla corte, un monumento alla forza ora macchiato dalla fragilità.
La mattina dopo venni convocato a corte dal re Radamante. L’interrogatorio a cui mi sottopose, in una corte piena di sguardi ostili, non fu una richiesta di chiarimenti ma già un’implicita accusa.
“Spiega, guardiano. Per quale motivo hai lasciato passare Giasone e i suoi Argonauti e permesso loro di saccheggiare uno dei nostri insediamenti costieri? L’automa invincibile ha forse abbassato la guardia? Rimani la nostra migliore arma di difesa o sei per caso diventato un traditore?”
Tacque e mi fissò con severa freddezza.
“Sire, le tue accuse sono ingiuste. Ho tentato di fermare gli invasori ma sono stato sopraffatto da un attacco a tradimento, un vile incantesimo lanciato dalla maga Medea. Non ero preparato a resistere alla magia, mio re… ti chiedo perdono.”
“Medea”, ripeté Radamante, il viso atteggiato a una smorfia di profondo disprezzo. “Per ora sei congedato, guardiano. Ma non tollererò un altro tuo sbaglio. Tienilo bene a mente.”
Uscii dal palazzo e vidi la principessa Fedra che mi fissava con gelido astio. La sua presenza fu quasi un segnale di ciò che mi attendeva per le strade della città.
Il popolo di Creta mi guarda a passare con una diffidenza mai vista prima, c’era nei loro sguardi un rifiuto che diceva più di mille parole. Qualcuno sputò anche a terra al mio passaggio e mormorii come “si credeva invincibile invece è stato solo una delusione…” si alzarono quasi ovunque.
D’un tratto un uomo mi si parò davanti, un vecchio il cui sguardo lampeggiava d’odio.
“Avevo un figlio e la sua sposa nel villaggio assaltato ieri”, mi apostrofò, “e gli Argonauti, quei cani maledetti, li hanno trucidati insieme a molti altri. È solo colpa tua! Ci hai fatto credere di essere al sicuro, e adesso scopriamo che siamo nudi di fronte al nemico!”
Non gli risposi – che potevo dirgli? – e mi allontanai velocemente prima che la folla mi lanciasse addosso sterco e uova marce.
Rientrato nella mia capanna mi gettai sul pagliericcio, ancora sconvolto per quello che era successo. Una domanda mi bruciava nella mente.
Che cosa dovevo, in fondo, a quella gente?
Avevo sempre adempiuto al mio dovere, rinunciato persino alla mia umanità per difendere Creta… e al primo passo falso ero stato trattato come un criminale, ricevendo da tutti solo disprezzo.
Se l’accusa era stata di tradimento, l’ingratitudine del re e del popolo di Creta non era forse una forma più sottile e dolorosa di tradimento reciproco?
Adesso mi rendevo conto che non ero mai stato per davvero accettato, e che anzi la mia devozione era stata ricambiata solo con timore e differenza.
Decisi che non avevo più motivo di rimanere qui: se Creta desiderava difendersi dai suoi nemici, da ora in avanti avrebbe dovuto farlo da sola.
Mi alzai in piedi e, lasciata la capanna, raggiunsi la mia barca. Avrei cercato l’isola di Lemno, e una volta lì avrei scoperto se, fra tutti, almeno Medea avrebbe mantenuto la sua parola.
Lo speravo con tutto il cuore.
Dopo alcuni giorni di viaggio per mare, arrivai a Lemno seguendo le indicazioni della piccola mappa che Medea mi aveva lasciato. Mi stabilii in un anfratto appartato vicino a un piccolo golfo, facendo attenzione a non attirare l’attenzione degli abitanti dell’isola.
Ogni giorno speravo di vedere arrivare Medea, ma col passare degli anni cominciai a perdere la speranza.
Poi, un giorno, udii la sua voce chiamarmi dall’alto di una collinetta.
Felice di rivederla, corsi da lei poi mi fermai: Medea era lì, bellissima come la ricordavo, ma sembrava ci fosse qualcosa di sbagliato nella luce attorno a lei. Per un istante, l’aria si fece densa, come se ombre infantili si fossero raccolte ai suoi piedi- piccole sagome, immobili e senza volto. Un battito di ciglia, e tutto svanì. Solo il suo sguardo rimase, più antico, più stanco.
La strinsi a me.
“Amore mio… ormai avevo quasi perso la speranza. È passato così tanto tempo che…”
“Sono… successe tante cose”, rispose, e in quel momento mi accorsi che quello che teneva fra le braccia e che a tutta prima mi era sembrato un fagotto di stracci era in realtà un bambino di pochi mesi.
“Lui è Medo”, disse semplicemente Medea, sorridendo al piccolo che aveva i capelli e la pelle del suo stesso colore. “Mio figlio.”
“E il figlio di… Giasone?”
“No. C’è molto… che ancora non sai di me. E forse, una volta che ti avrò raccontato tutto… non mi vorrai più.”
Le posai una mano sulla sua.
“Mi importa solo che ora sei qui, con me. Tutto il resto può restare dove sta: nel passato dietro di noi.”
Mi guardò negli occhi, come se dalla mia risposta dipendesse tutto il suo futuro.
“Lo credi davvero?”
“Sì.”
Le accarezzai il volto, poi sfiorai il piccolo Medo che dormiva tra le sue braccia. “E amerò anche lui. Perché è parte di te.”
Per un istante, il suo volto si sciolse. Non in lacrime, ma in un sorriso che si vedeva non la sfiorava da tempo.
“Anch’io ti amo, Talos.”
Non risposi. Non ce n’era bisogno.
Qualunque cosa fosse accaduta, qualunque ombra Medea si portasse dentro, non avrebbe più avuto potere su di noi.
La strinsi a me, facendo attenzione al piccolo Medo, promettendole che qualunque cosa ci riservasse il futuro, saremmo stati noi a tracciare il nostro cammino.
Soltanto noi.
Soltanto noi.
FINE
Recensioni e commenti
RECENSIONI

Creta e i suoi miti, Minosse e il Minotauro, Pasifae, Arianna e il filo… ma il mito di Talos, gigante di bronzo guardiano dell’isola, è forse quello meno conosciuto.
Tu l’hai reso molto umano, un giovane coraggioso che si offre a Dedalo per amore di Medea.
Ecco, Medea è una figura che mi è sempre piaciuta, e mi è piaciuto che alla fine non tradisce Talos come sembra ma lo salva per poi ricongiungersi con lui.
Bella storia!

Un altro bel lavoro: Talos e Medea sono due personaggi che mi hanno profondamente emozionata, lui coraggioso e innamorato lei pronta a tutto pur di sfuggire al cupo destino a cui altri l’hanno destinata senza il suo consenso.
Amore, coraggio, sentimenti… consiglierei questo racconto a tutti.
Davvero.
Sabrina
Se vuoi lasciare un tuo commento al racconto scrivimi, sarò felice di risponderti!
I tuoi dati sono al sicuro. Non riceverai mai SPAM da me.



Che bella storia d’amore ❤️. Questo racconto fa anche sognare paesaggi mitologici e terre più o meno lontane. Esprimo il desiderio di andare a Creta con mio marito per conoscere i luoghi del mito.
Grazie, riferisco al marito 🥰❤️.
Ti ringrazio di aver letto e recensito 🥰.
La storia d’amore fra Talos e Medea è totalmente di mia invenzione – nelle leggende i due personaggi ebbero sì a che fare, ma in un modo differente – e quindi sono ancora più contento che sia riuscita bene.
🥰🌹
La tua capacità narrativa e l abilità con cui fornisci un immagine introspettiva dei personaggi è sempre eccelsa.
Grazie mille ☺️.
Complimenti ancora più graditi considerando che tu sei bravissimo a cogliere i dettagli, di personaggi e caratterizzazioni, e quindi un lettore molto attento.
Trovo molta sensibilità e profondità nel modo in cui parli dei personaggi e apprezzo il modo in cui usi anche l’immaginazione nei tuoi racconti. Non conosco bene i miti (ne avevo studiato qualcuno al liceo) ed è stato bello rispolverarli nella lettura dei tuoi racconti
Grazie ☺️.
Sì secondo me la caratterizzazione dei personaggi, i loro sentimenti, odi, amori, rancori, desideri, è alla base non soltanto di ogni buon racconto ma anche di ogni storia che si rispetti.
Bisogna proprio partire da lì, poi tutto il resto lo so costruisce attorno.
Confesso che ci ero rimasta male quando Medea aveva colpito Talos al cuore, e anche quando gli ha dato la pozione “salva vita” non è che mi avesse convinta più di tanto, considerando la figura di Medea nella mitologia classica. E invece abbiamo una Medea innamorata, e un Talos semplicemente straordinario: buono, coraggioso, innamorato, leale, fedele all’unica donna che abbia mai amato, liquidando la bella e algida Fedra, e alla sua patria e al suo re. Fin troppo! E questa fedeltà, purtroppo, non viene apprezzata, perché al primo errore (che poi errore non è, perché Talos ha permesso di sbarcare a un’imbarcazione che aveva issato bandiera bianca, seguendo gli ordini, ed è stato pugnalato) tutti, re compreso, gli manifestano il loro disprezzo, che hanno sempre provato, in fondo. Nemmeno la buonanima di Minosse ha mai mostrato gratitudine per quel guerriero che ha sacrificato la sua umanità per difenderli. E alla fine ha fatto bene Talos ad andarsene, nulla più lo legava a quell’isola, dal momento che i suoi genitori erano morti anni prima. Ti rinnovo i miei complimenti perché anche questo racconto è scritto benissimo ed è avvincente. Ma, a questo punto, chi è il padre del figlioletto di Medea, visto che lei stessa ha confessato che non è Giasone?
Ciao!
Sì, qui abbiamo una versione di Medea diversa dal mito e anche il suo interagire con Talos è una mia invenzione: nel mito lei lo uccide per aiutare gli Argonauti ma tra loro non ci sono rapporti di sorta, qui invece c’è una storia d’amore molto intensa e profonda.
E Talos, nobile e coraggioso, diventa sì il difensore di Creta, ma ritornando al concetto del “diverso” che viene visto comunque sempre con diffidenza non riceve molta gratitudine dalla gente, che anzi lo guarda con una malcelata paura.
Alla fine, accusato anche ingiustamente dal nuovo sovrano, se ne va incontro a una nuova vita.
Il figlio di Medea è – anche se qui non ne viene fatta menzione – del re di Atene Egeo, padre anche dell’eroe Teseo. I figli di Giasone li ha uccisi – qui non mi discosto dal mito – e difatti sono le loro le ombre che per un momento Talos percepisce attorno a lei.
Grazie di aver letto e recensito 🤗