IL VOLTO NEL SOGNO
Scritto nel novembre del 2022

Fino ai dodici anni, la mia vita era sembrata una favola. Un meraviglioso palazzo nelle campagne vicino Milano, due genitori che adoravo e un roseo futuro davanti a me.
Poi, di colpo, tutto era crollato: mio padre era stato incarcerato, perdendo di colpo tutte le sue fortune, e la mia povera mamma era morta due mesi dopo.
Per fortuna la sorella di mio padre, Sarie Lavenza, era intervenuta. Raggiunta Milano, mi aveva formalmente adottata e insieme a lei ero partita per la Svizzera.
La casa in cui viveva con la sua famiglia si affacciava sul lago di Ginevra; elegante, seppur non grandissima, era circondata da boschi che inizialmente trovai rassicuranti, quasi protettivi.
Il marito di mia zia era quasi sempre assente mentre mia cugina Hortense, più grande di me di tre anni, mi trattava con elegante indifferenza.
Non mi sentivo comunque sola, perché avevo subito legato con una delle serve della casa, Justine Moritz, che all’incirca della mia età aveva finito per diventare la mia confidente.
Il cuore di Justine era gentile, e aveva un sorriso che sapeva placare le mie occasionali inquietudini.
Dall’altra parte del lago, raggiungibile soltanto a remi, si ergeva la tenuta dei Frankenstein: immensa, cupa, con guglie così irte e affusolate da sembrare artigli rivolti al cielo.
Il barone Alphonse era un uomo freddo ma cortese, ma suo figlio Victor… Victor era un enigma. Quando lo conobbi meglio imparai ad apprezzare il suo temperamento brillante, ma c’era in lui qualcosa che m’inquietava. I suoi scatti d’ira mi turbavano: il suo sorriso era luminoso, ma bastava un suo sguardo tagliente per farmi sentire come sul bordo di un profondo precipizio.
Victor era cresciuto senza madre, morta quando lui era ancora piccolo. Viveva con il padre e il fratellino William, un bambino vivace ma capriccioso che lui sopportava a fatica. Spesso lo ignorava, o lo rimproverava con una durezza che mi lasciava interdetta.
Nonostante le nostre differenze, Victor e io finimmo per diventare molto amici. Chiacchieravamo spesso nel giardino della casa di mia zia, sotto le pergole di rose, e lui mi raccontava delle sue letture, delle sue teorie e delle ambizioni che covava nel cuore. C’era passione in lui, ma anche qualcosa di più oscuro. Una fame di sapere che sembrava divorarlo dall’interno.
Un’estate, cinque anni dopo il mio arrivo dai Lavenza, arrivò Henry Clerval, ospite dei Frankenstein e l’unico compagno di scuola con cui Victor avesse legato.
Henry era diverso da lui come il giorno dalla notte. Dolce, attento e con uno sguardo che sembrava leggermi dentro.
“Elizabeth”, mi disse una sera mentre passeggiavamo lungo il lago, “tu guardi il mondo come se fosse un mistero da svelare. Io invece lo vedo più come un dono da custodire. E se posso dirlo… tu sei il dono più bello che abbia mai ricevuto.”
Arrossii, ma non potei fare a meno di sorridere.
“Henry, ti prego… così mi metti in imbarazzo…”
“Però stai sorridendo.”
“Bè, sì ma…”
Lui rise piano. “Allora è deciso: mi impegnerò a farti sorridere ogni giorno. È una missione che mi piace.”
Io ed Henry ci innamorammo senza quasi nemmeno rendercene conto. Bastavano gli sguardi, le passeggiate, le parole sussurrate sotto le stelle. Con Henry mi sentivo viva, e al suo fianco potevo finalmente essere me stessa.
Victor notò il cambiamento. I suoi occhi si fecero più cupi, le parole più taglienti. Una sera venne a trovarmi, raggiungendomi in giardino.
“Elizabeth, presto dovrò partire”, disse prima ancora che avessi occasione di aprire bocca.
“Vado a studiare all’università di Ingolstadt con Henry. Medicina, scienze. Finalmente avrò l’occasione di mettere in pratica tutto ciò che ho imparato sui libri.”
“Sono certa che ti farai onore, Victor.”
Lui non sorrise. Tacque, osservando per un momento le acque del lago. Quando parlò di nuovo, lo fece con voce incrinata di tensione.
“Elizabeth, tu… tu lo sai che ti amo, vero?”
Mi mancò il fiato. Lo sguardo di Victor era bruciante, ma non di calore: piuttosto sembrava animato da una strana febbre.
“Victor…” incominciai. Cosa si aspettava che gli dicessi? “Victor, sei un caro amico e ti voglio bene, ma… ma non nel modo che forse vorresti. Non posso ricambiare i tuoi sentimenti, mi dispiace.”
Gli occhi gli si strinsero in due fessure.
“Non puoi… o non vuoi?” ribatté con tono altero, la voce carica di veleno.
“Non voglio illuderti. Il… il mio cuore è altrove.”
“Altrove? ALTROVE?”
La sua esplosione di rabbia mi fece paura, poi Victor serrò la mascella. “Ti pentirai di questa scelta, Elizabeth. Un giorno capirai cosa hai rifiutato. Ma sarà troppo tardi per tornare indietro.”
Alla fine dell’estate, Henry e Victor partirono per Ingolstadt. Henry mi sarebbe mancato moltissimo, ma mi aveva promesso che non appena terminati gli studi avrebbe parlato con suo padre e poi ci saremmo ufficialmente fidanzati.
Le prime lettere che mi scrisse erano entusiastiche, e in ognuna di esse non perdeva mai occasione di ripetermi quanto mi amava e quanto sentisse la mia mancanza.
Poi, all’improvviso… più nulla.
I giorni divennero settimane e le settimane mesi. Non ebbi più notizie di lui, nemmeno una lettera.
Ogni giorno mi svegliavo con la speranza di un messaggio, un segno, una parola. Ma il silenzio era assoluto, quasi come quello dei boschi attorno al lago, che adesso avevano assunto un silenzio troppo profondo come se osservassero senza parlare.
E poi iniziarono i sogni.
Ogni notte mi ritrovavo in un campo oscuro, sotto un cielo senza stelle. Il terreno era freddo e umido, e il vento sembrava sussurrare parole che non comprendevo. In lontananza, un fuoco ardeva e accanto ad esso c’era una figura maschile. Sempre di spalle. Sempre indistinta. Henry?
Lo chiamavo: “Henry… Henry…”
Non si voltava mai, eppure in qualche modo sentivo che era lui.
A volte riuscivo a vederlo per un istante. Si voltava verso di me, ma era come guardare attraverso un vetro appannato. I suoi lineamenti sembravano sbagliati, come fossero stati ricostruiti male. Eppure, in quei tratti intravisti come attraverso uno specchio deformato, io riconoscevo colui al quale avevo donato il cuore. O almeno qualcosa di lui.
Una notte, feci un sogno diverso. La figura mi si avvicinò. I suoi passi non facevano rumore e quando fu a pochi metri da me, si fermò. Il volto era confuso, attraversato da una ragnatela di cicatrici come se fosse stato ricucito in fretta. Ma gli occhi… gli occhi erano quelli di Henry. E mi guardavano con una tristezza così profonda da stringermi il cuore.
Mi svegliai piangendo, e con la bruttissima sensazione che fosse successo qualcosa di orribile.
Non potevo più aspettare. Chiesto il permesso alla zia, partii subito per Ingolstadt con Justine. La città era cupa, i tetti delle case grigi e una pioggia costante sembrava lavare via ogni speranza.
Quando oltrepassammo le porte fra le mura, ebbi come la sensazione di entrare in una prigione. Ma non mi persi d’animo.
Io e Justine trovammo Victor in un alloggio alla periferia più malfamata della città. Aveva trasformato quel posto in un laboratorio, immerso in strani vapori e orribili resti di arti mozzati, muscoli e ossa dall’odore nauseabondo.
Un grande telo macchiato di sangue copriva una strana e bassa struttura al centro della stanza.
Il cuore mi si strinse. Victor era cambiato: aveva lo sguardo allucinato, come di chi aveva visto o fatto troppo. Che cosa gli era successo?
“Victor…” mormorai con voce tremante.
“Elizabeth”, rispose, ignorando Justine come se fosse invisibile. “Sei tu.”
Sorrise, ma il suo era un sorriso che non toccava gli occhi. “Che sei venuta a fare qui?”
“Ecco, io…” deglutii, imbarazzata. “Non ho più avuto tue notizie. E neanche di Henry…”
“Henry?” m’interruppe. “Ah sì, lui. Ho scoperto di voi due. Mi avete spezzato il cuore Elizabeth, lo sai? E un Frankenstein reagisce sempre ai torti.”
“C-cosa… cosa gli hai fatto?” D’un tratto ebbi un terribile sospetto. “Victor, l’hai…”
“L’ho? L’ho?” mi fece il verso lui. Sembrava divertito dal mio sgomento.
“L’hai… ucciso?” sussurrai con le lacrime agli occhi.
“Non proprio. Ci ho pensato, sì, ma poi ho cambiato idea. Vedi, alla mia creazione… mancavano ancora delle parti.”
Si mosse di scatto e sollevò il telo, scoprendo un lungo tavolo di legno.
Urlai.
Sul tavolo giaceva un uomo. Una creatura alta e muscolosa la cui pelle era però di un bianco cadaverico, piena di cicatrici mal ricucite. Lo sconosciuto teneva gli occhi chiusi ma, quando li aprì, vidi qualcosa che mi fece impazzire: quelli erano gli occhi di Henry!
Caddi in ginocchio. Justine tentò di sorreggermi, ma non riuscivo a respirare.
Victor mi osservava con compiacimento febbrile. “Vedi? Non l’ho ucciso. L’ho reso eterno. Henry vivrà… ma non come lo ricordavi, soltanto qualcosa di lui. Che adesso appartiene a me.”
“V-Victor…” le parole mi vennero quasi strappate di bocca. “Ma cos’hai fatto…?”
“Ho sfidato la morte, ho vinto la natura!” rispose, gli occhi accesi di una luce folle. “Io sono un genio, Elizabeth, un Dio fra gli uomini! Ho dato la vita a ciò che era morto, e da ora in avanti tutti s’inchineranno di fronte a me!”
Scossi la testa, e proprio in quel momento la creatura sul tavolo si alzò a sedere. Si mosse, mi guardò e tese le braccia verso di me.
Le sue labbra erano nere come quelle di un cadavere, e quando le aprì per parlare ne uscì soltanto un sussurro roco e spezzato.
“E…li…za…beth…” mormorò.
Justine urlò terrorizzata, e io capii che l’incubo era soltanto all’inizio.
FINE
Recensioni e commenti
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Un racconto avvincente che ripercorre le vicende di Frankestein senza essere banale, complimenti 🙂
Grazie 😘❤️.
Si l’idea mi è venuta proprio poco prima che uscisse l’ultimo film sull’argomento.
Solo quando ho letto il nome di Justine Moritz ho capito che il racconto era ispirato al Frankenstein di Mary Shelley. Abbiamo un Victor che dà segni di squilibrio mentale fin dall’inizio, praticamente, in preda al delirio di onnipotenza e ossessionato da Elizabeth. Chi ne ha fatto le spese è il povero Henry, e, purtroppo, siamo solo all’inizio, perché questa follia darà il via a una serie di catastrofi, in cui nessuno verrà risparmiato, nemmeno il folle Victor. Il sogno di Elizabeth è stato premonitore. Io ritornerei subito a Milano, se fossi in lei, prima che sia troppo tardi, e mi porterei dietro anche Justine, dato il tragico epilogo e a cui è destinata.
Ciao, sì qui abbiamo una versione di Victor già pazzoide di suo, geloso e con manie di onnipotenza.
Purtroppo si, il povero Henry ne ha fatte le spese e adesso per Elizabeth e la sventurata Justine si preannunciano tempi cupi.
Grazie di aver letto e recensito ☺️