La prima volta che vidi Mara fu in un pomeriggio di dicembre con l’aria tagliente e grigia, come se il cielo avesse deciso di trattenere ogni colore. Mi ero da poco trasferito a Bologna con i miei genitori, e quel primo giorno di scuola sembrava il sipario su un palcoscenico estraneo: freddo, enorme e pieno di occhi dalle espressioni non esattamente amichevoli.
“Questo è Luca Da Rossi”, mi presentò la professoressa di lettere alla terza A della scuola media Sant’Alfano. “Si è appena trasferito, quindi mi raccomando. Accoglietelo con gentilezza.”
Sentii la pelle pizzicare sotto gli sguardi dei miei nuovi compagni di classe, e mi tenni stretto al manico della cartella come se fosse un salvagente.
“Allora, dove vuoi sederti?” chiese la professoressa, scrutando la fila di banchi. “Ah, ecco, lì c’è posto.”
Mi indicò un banco vicino alle finestre. A testa bassa, camminai lentamente verso quella postazione sentendo ogni passo rimbombarmi nella mente.
Mi sedetti con il cuore tamburellante, sperando di diventare invisibile.
Fu allora che la vidi.
La mia compagna di banco guardava fuori, gli occhi persi oltre il vetro. C’era qualcosa in lei che mi fece fermare il respiro: una calma elegante, come un disegno a matita tracciato da mani esperte. I lunghi capelli castani le ricadevano sulle spalle come seta liquida.
Voltandosi, incrociò il mio sguardo con i suoi profondi occhi verdi.
“C-ciao…” balbettai, appoggiando sulle labbra un sorriso timido che durò mezzo secondo.
“E tu chi sei?” mi chiese lei, con voce morbida ma curiosa.
“Sono Luca… quello nuovo…”
La ragazza dietro di noi intervenne con un sorrisetto. “Mara, dormivi quando la prof ce l’ha presentato?”
Mara abbassò lo sguardo, sorridendo piano. “Scusami, ero distratta. Piacere, io sono Mara.”
Mi tese la mano. La stretta fu gentile, breve, come se mi accarezzasse la brezza marina.
“Da dove vieni?”
“Da Verona.”
“Che fate lì dietro, vi distraete?”
La voce della professoressa c’interruppe all’improvviso. “Immaginavo fosse lei, signorina Gasperetti. La poesia del maestro Petrarca non le piace, forse?”
“Petrarca? Ma davvero ci tocca leggere queste cose? Se gli piaceva Laura, doveva dirglielo e basta. Scriverle mille poesie e nemmeno parlarle… mi sembra proprio una perdita di tempo.”
La professoressa sospirò piano. “Se la pensa così per me può uscire, signorina. Magari troverà ispirazione nel corridoio.”
Mara si alzò senza protestare. Uscendo, si sistemò lo zaino sulle spalle: era l’ultima ora e forse aveva intenzione di tornarsene direttamente a casa.
Andò alla porta poi si girò sorridendo verso la professoressa. “Comunque io Laura manco la saluterei. Petrarca mi sembra fissato più che innamorato.”
La professoressa, irritata, fece per replicare ma Mara la anticipò aprendo la porta e uscendo, chiudendosela poi con delicatezza alle spalle.
Due delle mie nuove compagne si scambiarono un rapido sguardo, poi la lezione riprese.
All’uscita ritrovai Mara seduta sui gradini della scuola, circondata da ragazzi che ridacchiavano. Sentii l’impulso di avvicinarmi, ma la timidezza mi tenne a distanza.
Mentre mi voltavo verso la fermata la notai abbracciare un ragazzo e scambiarsi con lui un bacio veloce. Improvvisamente, mi sentii come se mi fossi appena svegliato da un sogno. Mara mi piaceva… come non mi era mai piaciuta nessun’altra prima.
Il giorno dopo arrivai in classe con anticipo, forse sperando di riuscire almeno a parlarle un po’. Ma il suo banco restò vuoto per tutta la mattina.
Alla fine della lezione, il professore di matematica chiuse il registro e chiese: “Chi porta gli esercizi alla vostra compagna Mara?”
Silenzio.
“Da Rossi, potresti farlo tu?” chiese guardando me. “Abita poco lontano da casa tua.”
Per un momento mi chiesi come facesse a saperlo, poi pensai che nella mia scheda di studente era indicato il mio indirizzo di casa oltre agli altri dati.
Accettai quindi con un cenno, già preso dal pensiero che adesso avevo la scusa perfetta per rivedere Mara.
A casa, mangiai in fretta un piatto di pasta ignorando il dolce. Quando mia madre mi chiese se fosse tutto ok, risposi solo che dovevo consegnare dei compiti a una mia compagna e che quindi dovevo uscire subito.
Non sapevo ancora orientarmi bene nel quartiere, ma grazie alle indicazioni di alcuni gentili passanti, riuscii a trovare quasi subito il palazzo popolare dove abitava Mara. Suonai il campanello con il cuore che batteva nel petto come una pallina da ping-pong.
“Mara?” mi rispose una voce femminile quando mi presentai al citofono. “È al campetto dietro l’angolo.”
La ringraziai e mi incamminai.
Mara era lì, circondata da un gruppetto di ragazzi e ragazze. Mi vide subito.
“Ti ho portato i compiti di oggi,” le dissi, cercando di non incrociare gli occhi degli altri. Sembravano tutti un po’ acidi.
“Eh? Davvero?” fece lei, sorridendo di lato come se fossimo complici in chissà cosa.
“Sì… eccoli.”
“Che carino,” disse mentre prendeva i fogli. “Dai, resta un attimo qui con noi.”
Mi sedetti sul bordo del muretto. Sentivo risatine in lontananza, chissà se ridevano di me. Mara si alzò e mi fissò.
“Andiamo a farci un giro?”
Camminammo fino ai vecchi spogliatoi. L’aria sapeva di polvere e legno marcio. Faceva un po’ freddo.
Lei guardò intorno, poi buttò i compiti per terra come se niente fosse.
“Mi trovi bella?” chiese a bruciapelo.
“E-eh?”
Mi fissava sul serio, aspettava una risposta.
“Sì.”
“Sei sincero, mi piaci.” Sorrise. “Senti… posso fidarmi di te?”
Annuii, ma avevo la gola secca.
Lei mi guardò a lungo, poi tirò fuori una busta.
“La porteresti al Cuore Rossoblù? A Moreno.”
Non osai chiederle nulla, per paura che cambiasse idea e di perdere quel seppur piccolo momento di condivisione. Presi la busta, e le promisi di andare subito.
Il Cuore Rossoblù era un bar pieno di fumo, schiamazzi e bandiere del Bologna appese ai muri. Entrai e il gestore mi squadrò come fossi piovuto dal tetto.
Intimidito, fui sul punto di girare i tacchi ma avevo fatto una promessa a Mara. Quindi mi feci avanti e chiesi di Moreno.
Un ragazzo, alto e con i lunghi capelli scuri, sollevò gli occhi dalla partita di biliardo in cui era impegnato a giocare. Avrà avuto almeno diciassette-diciotto anni. “Moreno sono io. Che vuoi da me?”
“Mi… mi manda Mara”, risposi facendo un passo avanti e porgendogli la busta che tenevo in mano. “Mara Gasperetti. E mi ha chiesto di darti questa.”
“Mara, eh?”
Moreno si fece avanti, zittendo con un’occhiata le risate di un paio di altri avventori e tendendo la mano. “Be’, dammi quella busta. Sei qui per quello, no?”
Lo feci, e lui la prese guardandola per un momento.
“Ti ringrazio. Ti offrirei da bere”, aggiunse in tono volutamente ironico. “Ma qualcosa mi dice che non sei abbastanza grande. Giusto?”
Mi sforzai di sorridere ma non ci riuscii: anzi, a disagio sotto lo sguardo acuto di Moreno accennai un breve saluto e battei in ritirata.
Uscii dal locale con la testa piena di domande: chi era esattamente Moreno per Mara? Qual era il contenuto di quella busta che gli avevo consegnato? Qualsiasi fossero le risposte a quegli interrogativi… sapevo, in cuor mio, che non avrei mai avuto il coraggio di chiederle a Mara.
Il giorno dopo, a scuola, Mara non mi rivolse nemmeno uno sguardo. Per lei ero diventato trasparente, come se non fossi mai esistito. Mi chiesi se l’avessi offesa o se avessi detto qualcosa di sbagliato.
Poi qualche giorno dopo, all’uscita, mi si avvicinò all’improvviso e mi prese sottobraccio.
“Ciao”, disse con un sorrisetto. “Scusa se sono stata un po’… beh, distante. Avevo la testa incasinata.”
“Ma dai, tranquilla. Adesso è tutto okay?” chiesi, cercando i suoi occhi ma senza farlo troppo spudoratamente.
“Sì, molto meglio. E grazie anche a te, per quella cosa.”
Stavo per risponderle, quando una moto nera rombò accanto a noi. Il pilota tolse il casco e lo riconobbi all’istante: era Moreno.
“Salta su, piccola,” disse, ignorandomi completamente.
Mara gli andò incontro, lo baciò e si lasciò trascinare in sella dietro di lui con naturalezza. Prima di infilarsi il casco, mi lanciò un sorriso veloce. Poi la moto si allontanò, sollevando una nuvola di polvere.
Restammo compagni di banco fino alla fine dell’anno, ma non si può dire che diventammo amici. A volte parlavamo, a volte no. Mara era spesso altrove, come sospesa nei suoi pensieri. Io invece non riuscivo a togliermela dalla mente. Ero propri cotto di lei, anche se allora non mi rendevo ancora conto della profondità dei miei sentimenti.
Dopo le medie, io e la mia famiglia ci trasferimmo in un altro quartiere e mi iscrissi a un istituto tecnico a Piacenza; Mara invece non proseguì gli studi e seppi da un nostro compagno di scuola che aveva iniziato a lavorare come cameriera in un locale.
Il tempo passò ma l’immagine che avevo di lei – della ragazzina che mi aveva rubato il cuore – non svanì mai dalla mia mente.
Ero troppo timido per andare a cercarla ma sempre, nelle lunghe ore prima di addormentarmi, me lo chiedevo: l’avrei mai più rivista?
Cinque anni più tardi, successe. Appena preso il diploma, stavo festeggiando in pizzeria con il mio amico Gabriele.
Era diverso da me, estroso mentre io ero introverso e timido, ma mi piaceva per la sua grande conoscenza delle materie umanistiche e per la sua conversazione piacevole e leggera.
“Cosa vi porto?” ci chiese a un tratto una voce femminile.
Alzai gli occhi e… rimasi pietrificato.
Era cresciuta, si era fatta una bellissima ragazza e il suo corpo – dalle forme perfette fasciate nella stretta divisa da cameriera – toglieva il fiato. Non era più la ragazzina di un tempo… ma l’avrei riconosciuta ovunque.
“Mara…” mormorai.
“Ci conosciamo?” chiese lei con uno sguardo neutro.
“Sono Luca. Eravamo compagni alle scuole medie. Non ti ricordi?”
“Luca…” replicò, ma era evidente che non si ricordava. “Sì. Sì, vagamente. Come va?”
“Bene. E tu?”
“Così. Allora, cosa vi porto?”
La sua freddezza mi lasciò senza parole. Gabriele ordinò per entrambi. Lei annotò, poi si allontanò senza aggiungere altro.
“Che ti è preso?” mi chiese Gabriele.
“Era Mara…”
“Una tua compagna delle medie, questo l’ho capito. E ho capito che ti piace. Ma posso darti un consiglio?”
Annuii.
“Lasciala perdere. Lo vedi, non si ricordava neanche di te. Sai quante ne troverai, all’università, di ragazze anche più interessanti di lei?”
Io non replicai, e finimmo di cenare. Ogni tanto seguivo con lo sguardo, ma lei non tornò più al nostro tavolo. Lei… che non si era neanche ricordata di me.
Dopo aver salutato Gabriele, restai nei pressi della pizzeria. Volevo parlare con Mara, quella era la mia occasione. Non mi aveva riconosciuto, va bene… ma non mi sarei arreso così.
Verso l’una, il locale chiuse. Mara uscì per ultima, con un giubbotto di pelle e jeans consunti. Si strinse un momento nel giubbotto, forse per il freddo, poi mi vide.
“Luca.” Il suo tono non era propriamente entusiastico. “Che ci fai ancora qui?”
“Volevo fare quattro chiacchiere. Non ci vediamo da anni…”
“Sono stanca. Ho il turno domani mattina.”
“Solo un momento…”
“Buonanotte.”
Si voltò. Ma appena fece due passi, tre moto arrivarono sgommando e si fermarono davanti a lei.
“Ancora voi…” disse Mara a voce bassa.
“Sì.”
Uno dei centauri alzò la visiera del casco, occhi scuri dall’espressione cupa. “Ci devi ancora dei soldi, o te lo sei scordata?”
“Io… sto cercando di sistemare le cose.”
“Niente scuse. Altrimenti va a finire che te lo rovino quel tuo bel faccino.”
Un tono minaccioso. Non potevo stare a guardare.
“Quanto vi deve?” chiesi facendomi avanti.
“E tu chi saresti?” domandò l’uomo, scrutandomi con diffidenza.
“Stanne fuori, Luca”, intervenne Mara. “Tu non c’entri.”
“Trecento euro.” La risposta del motociclista parve una sentenza.“Vuoi fare il cavaliere e saldare tu il suo debito?”
Presi i soldi dal portafoglio. Un regalo di mia madre per il diploma. Glieli porsi.
Il motociclista mi fissò, poi li prese.
“Hai del fegato, te lo riconosco ragazzo. Ma fossi in te rifletterei bene su chi stai aiutando.”
Con un gesto secco partì, seguito dagli altri. Nella notte rimasero solo il silenzio e il rombo lontano.
“Ora sei libera”, sorrisi a Mara.
“Non dovevi”, ribatté piccata. “Io pago i miei conti da sola.”
“Volevo solo aiutarti…”
“Risparmiami i discorsi da salvatore, Luca. Che cosa vuoi in cambio? Un ringraziamento? Un appuntamento? Una scopata? Eh?”
Arrossii. Non mi aspettavo quella reazione e non risposi.
Mi fissò, e i suoi occhi sembravano attraversarmi.
“Scusami…” sospirò. “Sono dura, lo so. Ma la gentilezza mi mette a disagio. Facciamo così: fra un mese, ti ridò i soldi.”
“Non è necessario…”
“Per me lo è. Ci vediamo qui fra trenta giorni, va bene?”
“Sì”, anuii, incapace di oppormi.
“Buonanotte. E grazie.” Per la prima volta un accenno di sorriso. “Sei stato gentile a volermi aiutare.”
“Buonanotte, Mara.”
Restai lì a guardarla allontanarsi. C’era qualcosa in lei che non capivo, ma adesso che l’avevo ritrovata ero deciso a non perderla mai più di vista.
Nelle settimane mi impegnai a cercare lavoro, come se riempire le ore potesse alleggerire il peso di certi pensieri in attesa di iscrivermi alla facoltà di ingegneria. Alla fine trovai un impiego come fattorino per una ditta di trasporti. Turni doppi, paga discreta. Per il momento poteva bastare.
Ogni sera, dopo il lavoro, passavo davanti alla pizzeria soltanto per vederla uscire. Mara. Restavo in disparte, nell’ombra, con il timore che la mia presenza potesse infastidirla. Mi bastava un attimo, uno sguardo fugace al suo profilo illuminato dalla vetrina, e il mio cuore riprendeva a correre.
L’amavo. Non era più quella fame acerba di quando avevamo tredici anni: il bisogno di essere visti, scelti, riconosciuti. Di quando bastava un “mi trovi bella?” per credere che il mondo potesse cambiare.
Era qualcosa di diverso, ora. Più profondo. Più chiaro. Una certezza silenziosa che solo chi è davvero innamorato può comprendere. Ero pronto a fare qualsiasi cosa pur di conquistarla.
Eppure a volte mi chiedevo: come si fa ad avere ancora i brividi per qualcuno che, in fondo, non si è mai conosciuto davvero? Forse era solo l’idea che mi ero costruito di lei. O forse Mara era proprio così: un magnete, una ferita lieve, una domanda che non smetteva di chiedere risposta.
Anche dopo tanti anni, bastava che mi guardasse ed era come perdere l’equilibrio. L’amavo e la desideravo e sentivo… che se solo lei mi avesse ricambiato, la mia vita sarebbe totalmente cambiata.
Alla fine del mese mi presentai all’ingresso della pizzeria, come promesso. Mara mi vide subito e si avvicinò.
“Ciao, il mio turno non è ancora finito.Ti va di aspettarmi al bar di fronte?Stacco tra un’ora.”
Annuii e attraversai la strada. Ordinai una birra e aspettai. Quando Mara arrivò, sembrava più rilassata.
“Cosa prendi?” le chiesi.
“Un gin-tonic.”
Ne ordinai due.
“Allora, come stai?”
“Potrebbe andare meglio”, rispose con un sorriso stanco. “E tu?”
“Bene. Ho iniziato a lavorare come fattorino alla Unicol-Transport e sto completando l’iter di iscrizione alla facoltà di ingegneria.”
“Uhm, interessante” commentò, anche se il suo tono di voce suggeriva tutt’altro. “Hai la ragazza?”
Scossi la testa. “No.”
“Ma c’è qualcuna che ti piace, vero?”
“C’è.” Esitai. “E tu?”
“No. Al momento no.”
“E Moreno?”
Mi guardò sorpresa. “Moreno? Ah… sì, ma ti ricordi ancora di lui? È una storia vecchia. Ogni periodo ha la sua, e ogni storia ha una fine.”
“Non per tutti.”
“Forse. Ma chi crede all’amore eterno, forse dovrebbe svegliarsi un po’.”
“Io ci credo.”
Lei mi fissò a lungo, poi mise mano al portafoglio.”
“Senti, devo andare. Ecco i soldi che ti dovevo.”
Mi porse i trecento euro, ma le sfiorai la mano.
“Non li voglio”, scossi la testa.
“Come sarebbe?”
“Non ti ho aiutata per avere qualcosa in cambio.”
“E perché allora?”
“Perché… ti amo”, le dissi di getto. “Ti amo da sempre.”
Lei restò in silenzio, poi posò i soldi sul tavolo.
“Prendili. E con questo siamo pari.”
Fece per alzarsi, ma la trattenni.
“Aspetta. Il fatto che ti amo… per te non conta nulla?”
Sospirò.
“Senti Luca…” la sua voce era ferma. “Qualunque cosa provi per me, io non ti amo. Neanche ci conosciamo bene!”
“Allora conosciamoci. Proviamo a uscire assieme… per favore Mara, dammi una possibilità…”
“No.” Si alzò in piedi e capii che non sarei mai riuscito a trannenerla. “E comunque, l’amore non è una cosa che si chiede. O si prova o non si prova. Dimenticami, è meglio. Addio.”
Se ne andò senza nemmeno guardarsi indietro, e io rimasi lì, solo e sconfitto. Mara si era di nuovo allontanata da me. Questa volta… per sempre?
I mesi successivi furono difficili. Mi buttai nel lavoro e nella nuova esperienza universitaria, in cui ottenni subito degli ottimi risultati.
Ingegneria mi piaceva e, esame dopo esame tutti passati con i massimi voti, lasciai anche il lavoro per concentrarmi totalmente sull’università.
Cercavo il più possibile di non pensare a Mara, ma lei era ovunque. La sua voce, il suo viso. Ogni mio pensiero tornava a lei, alla ragazza che amavo.
Il mio amico Gabriele, iscritto alla mia stessa facoltà – ma più per non andare a lavorare col padre che per vero interesse – vedendomi così, cercò di scuotermi.
Un giorno organizzò una cena a casa sua, con la sua fidanzata Margherita e un’amica di lei: Rebecca.
“Ti piacerà”, mi disse.
Non ne ero convinto, ma accettai.
Rebecca era gentile, non molto alta ma decisamente carina, capelli scuri e sorriso sincero. Era una giornalista free-lance e collaborava con una testata locale di discreto successo. Conversammo, cenammo, guardammo un film. E anche se Mara era lì, nella mia mente, provai il più possibile a vivere il momento.
Quando Rebecca si alzò per andare, feci lo stesso.
“Vuoi un passaggio?” mi chiese.
Esitai, poi accettai. La sua vecchia Fiat mi accompagnò sotto casa. Rebelcca la guidava sicura, le mani morbide sul volante.
“Abito qui”, le dissi.
“Ti accompagno fin sotto.”
Davanti al portone, spense il motore. Mi girai per salutarla e trovai le sue labbra sulle mie. Mi sorprese, ma poi la strinsi lasciandomi andare.
“Piano…” mormorò.
“Ti ho fatto male?”
“Un po’.” Rise. “Senti, pensavo… ti va di venire da me? Vivo sola. Potremmo starcene un po’ tranquilli…”
Scossi la testa, imbarazzato. “Non stasera.”
“Okay. Ti lascio il mio numero. Dammi la mano.”
Mi scrisse il suo numero di telefono sul palmo, poi mi baciò ancora.
“Buonanotte.”
“Anche a te. Ti chiamo presto.”
Rientrai e mi feci una doccia fredda. Rebecca era molto carina, dolce e interessante. Mi piaceva? Sì, un po’ sì ma… niente poteva togliere dalla mia mente il pensiero ostinato di Mara.
La sua voce, le sue parole. Quelle parole fredde che ancora bruciavano come una ferita aperta. Non riuscivo ad accettare che fosse davvero finita così.
Non chiamai Rebecca. Avevo promesso di farlo, ma dentro di me sapevo che se fossi stato con lei con il pensiero fisso di Mara sarebbe stato ancora peggio.
Un giorno, appena finito la lezione pomeridiana all’università, feci un lungo giro per la città. Alla fine – senza nemmeno stupirmi più di tanto – mi ritrovai davanti alla pizzeria dove lavorava Mara.
Mancava poco alla chiusura, e il cuore mi batteva più forte ad ogni minuto che passava. Mentre osservavo le vetrine illuminate, una macchina si fermò proprio davanti al locale.
Una Lamborghini argentata, elegante come una promessa impossibile. L’autista, un ragazzo in divisa, aprì la portiera posteriore con gesto abituato. Ne scese un uomo maturo, basso e corpulento, vestito con un abito di cachemire che cercava invano di dargli un’aria distinta. Aveva gli occhi porcini e una sigaretta accesa tra le labbra, che fumava lentamente parlando con l’autista.
Non mi sembrava di averlo mai visto, ma forse era una persona importante. La sua sicurezza lo faceva sembrare invisibile e invincibile allo stesso tempo.
Un’ora dopo, le luci della pizzeria si spensero. Mara uscì, i capelli sciolti sulle spalle e un abito nero che le accarezzava con delicatezza le curve. Mi bloccai, pronto a muovere un passo verso di lei.
E poi, il cuore rallentò.
Mara si avvicinò all’uomo della Lamborghini. Lo abbracciò, e lui le cinse la vita con gesto confidenziale, sfiorandole il viso prima di baciarla sulla bocca. Lei gli rispose senza esitazioni.
Poi salirono in auto, l’autista mise in moto e sparirono lungo i viali. Io rimasi lì, come congelato… chi era quello sconosciuto, e come faceva Mara a conoscerlo?
Invece di tornare a casa, in preda alla confusione cercai una cabina e chiamai Rebecca. Forse non era giusto, ma… avevo bisogno di qualcuno che mi facesse respirare.
“Sì?” rispose con la sua voce limpida.
“Ciao Rebecca, sono Luca. Ti disturbo?”
“No, anzi… mi fa piacere sentirti.”
“Ti va di vederci?”
“Volentieri. Vieni da me? L’indirizzo è…”
Sapevo dov’era, e pochi minuti dopo ero davanti al suo portone. Mi aprì subito e salii.
Indossava jeans e una maglietta chiara. Mi accolse con un sorriso e un bacio leggero. Dentro casa, mi colpì la cura degli spazi: ordinato, pieno di dettagli personali. Una casa vissuta.
Parlammo poco. Mi sedetti sul divano e rifiutai quando mi offrì da bere. Lei sorrise poi, disinvolta, si mise a cavalcioni su di me prendendomi il viso fra le mani e iniziando a baciarmi.
“Andiamo… a letto…?” mormorai.
“No, voglio farlo qui.”
Cominciò a baciarmi dappertutto, poi si tolse la maglietta: non portava il reggiseno, e mise le mie mani sui suoi seni.
“Toccami…” mormorò con voce roca. “Così, non ti fermare…”
Iniziavo ad eccitarmi, e per un momento credetti di riuscire a liberarmi dalla mia ossessione per Mara. Le strinsi i seni con più forza, stuzzicandoli con la lingua; lei gemette di piacere, poi mi tolse la maglia e fece scorrere le sue dita sulla mia pelle nuda.
Mi infilò una mano sotto i pantaloni, quando all’improvviso suonò il telefono.
Trattenni Rebecca su di me.
“Non rispondere…” le mormorai. “Richiameranno…”
“Potrebbe essere importante. Magari è per lavoro…”
Io cercai di baciarla, ma lei si divincolò e, sfuggendo al mio abbraccio, alzò la cornetta.
Rispose. “Valerio… adesso? Davvero? Va bene. Passa fra venti minuti.”
Si rivestì in fretta. Io rimasi seduto sul divano, ancora avvolto da quella confusione emotiva.
“Chi è Valerio?” domandai.
“Valerio Aquilanti, il mio caporedattore. Un bravissimo giornalista, una mente brillante.”
“E perché viene qui?”
“Ha scoperto qualcosa di grosso… posso fidarmi di te, Luca?”
“Certo.”
“È su Magretti, il vicesindaco. Pare che protegga certi personaggi poco puliti. C’è di mezzo anche un locale, il Blue Light, gestito da suo figlio.”
Non che me ne importasse. “Ma… e noi…?”
“Recupereremo dopo”, mi fece l’occhiolino. “Promesso. Adesso però rimettiti la maglietta.”
Poco dopo il campanello suonò. Rebecca aprì, ed entrò un uomo distinto e con quella sicurezza di sé che possiede solo chi sembra occuparsi più del suo successo che delle persone che lo circondano. I capelli impomatati e gli occhi scuri e freddi, mi salutò con appena un cenno della testa. Si sedette come se fosse il padrone di casa e porse a Rebecca un fascicolo rilegato.
“Questo è quello che ho trovato.”
Si parlava di pressioni politiche, licenze fasulle, sindacati e industriali. Io ascoltavo in silenzio.
Poi mi cadde l’occhio su una foto. La raccolsi. Un uomo, tra gli altri, mi fece gelare il sangue. Era lui. Quello con cui Mara era uscita dalla pizzeria!
“Chi… chi è questo?” chiesi.
“Magretti”, rispose Rebecca, un lieve sorriso le increspò le labbra. “è uno dei politici più noti di Bologna, alle scorse elezioni comunali la sua faccia era ovunque.”
“Non seguo la politica. Ma credo di averlo visto, proprio stasera vicino alla pizzeria La Luna Storta.”
Sentivo lo sguardo scrutatore di Aquilanti su di me.
Rebecca mi accarezzò un braccio. “Sei pallido. Stai bene?”
“Sì… solo un po’ stanco.”
Mi alzai. “Vado a casa. Ci sentiamo domani.”
Aquilanti mi congedò con un cenno distratto., mentre Rebecca mi accompagnò alla porta. “Senti, mi dispiace per come sono andate le cose stasera. Questa cosa di Magretti però è troppo importante, Valerio potrebbe avere in mano lo scoop dell’anno! Non ci sei rimasto male, vero?”
“No, tranquilla…” sorrisi.
Lei, sollevata, mi baciò, poi tornò al suo lavoro con la promessa di rivederci presto.
Uscito, respirai l’aria fresca della sera. Il pensiero che Mara fosse in quel mondo ambiguo, magari compromessa, mi tormentava. E il suo ricordo, invece di spegnersi, si faceva ogni giorno più inquieto.
Nelle settimane l’inchiesta proseguì, e Rebecca mi raccontò che lei e Aquilanti avevano cercato di pubblicare un articolo che accusava apertamente Magretti. Il direttore del loro giornale però li aveva fermati, suggerendo una linea più morbida. Così avevano deciso di continuare a indagare, nella speranza di raccogliere prove più solide prima di tentare di nuovo.
Nel frattempo, con l’aiuto dei miei genitori e i risparmi messi da parte, comprai una vecchia Polo di seconda mano. L’iniziale passione con Rebecca si raffreddò in fretta, e ci vedemmo sempre più raramente. Lei sempre più presa dal lavoro e io sempre più assorbito dai pensieri che mi riportavano, inevitabilmente, a Mara. Avevo tentato di distrarmi ma non aveva funzionato: lei era la mia passione, la mia ossessione… e come una droga non riuscivo a fare a meno di pensare a lei.
Continuai a passare davanti alla pizzeria dove lavorava ogni sera, sperando di incrociarla almeno per un istante. Ma quasi sempre, al momento dell’uscita, la Lamborghini argentata di Magretti la aspettava. Lei saliva, senza mai voltarsi verso di me.
Mi sentivo rivoltare lo stomaco; che Mara non mi ricambiasse lo sapevo, ma con quel vecchio che ci faceva?
Il solo pensiero che lui la baciasse o la toccasse dappertutto, mi faceva impazzire.
Una sera, sopraffatto dalla frustrazione, decisi di seguirli. Dopo diversi isolati, l’auto si fermò davanti a un locale dal nome illuminato: Blue Light. Ricordai quel nome, Rebecca lo aveva menzionato quella sera durante la conversazione con Aquilanti: era il locale gestito dal figlio di Magretti, una costruzione rotonda piena di luci e da cui si sentiva provenire una musica assordante.
Parcheggiai, presi fiato, ed entrai.
Il locale era rumoroso, affollato, immerso in luci violente e musica sparata al massimo. Provocanti ragazze seminude, probabilmente escort, attiravano i clienti facendosi offrire da bere e si alternavano a ballare sul palo al centro del palco affollato di spettatori.
Mi sedetti in un angolo, cercando di nascondermi in quel caos. Mara era lì con Magretti… ma dove potevo cercarla?
Un presentatore dalle movenze teatrali salì sul palco.
“Signore e signori, il nostro pezzo forte… la stella del Blue Light… Mara!”
Il cuore mi saltò in gola.
Lei salì sul piccolo palco, sfiorando con le dita il lungo palo fissato da terra al soffitto. Portava un cortissimo abito scuro, audace e scenico. I suoi movimenti erano sicuri, sensuali e controllati, e la platea esplose in applausi. Ma io non riuscivo a guardarla come tutti gli altri. Vedevo la ragazza che che amavo da sempre… e non riuscivo a comprendere cosa l’avesse portata fin lì.
“Che cosa le porto?” mi chiese una ragazza del locale.
“Una birra. Grazie.”
“Le interessa anche l’’extra?”
“Scusi?”
“Vuole trascorrere del tempo con una delle ragazze, in privato?”
Non risposi. Lei mi portò la birra e si allontanò.
Un altro uomo si avvicinò, elegante, professionale.
“Buonasera signore. È la prima volta qui?”
“Sì.”
“Se ha una preferenza, possiamo organizzarle un incontro riservato con una delle nostre ragazze. Ovviamente con una piccola maggiorazione.”
Guardai Mara ricevere gli applausi sul palco. E capii che, se volevo parlarle davvero, forse quella era l’unica occasione.
“La ragazza che ha appena ballato.”
“Mara. È una delle nostre artiste più richieste. Il costo di un privé con lei è di seicento euro.”
“Va bene. Accettate gli assegni?”
“Sì. Venga, mi segua.”
Mi condusse in una stanza piccola, pulita e curata. Mi sedetti sul bordo del letto, cercando di dominare la confusione che mi ribolliva dentro.
Poi pensai al locale, a Magretti, a Rebecca. E alle prove che lei e Aquilanti cercavano… Mara era coinvolta in qualcosa che puzzava di marcio? Se lo era volevo proteggerla. Sì, l’avrei…
La porta si aprì e Mara entrò, con lo stesso abito di prima.
“Tu…?” la voce bassa, l’espressione al colmo dello stupore.
“Ciao, Mara.”
Sospirando, si appoggiò al muro.
“Non pensavo che un ragazzo a modo come te frequentassi posti del genere. Ma eccoci. Immagino tu sappia come funziona.”
“No, non sono qui… per quello che pensi. Voglio parlarti.”
“Di cosa? Non mi pare abbiamo nulla da dirci.”
“So che sei legata a Magretti. L’ho visto.”
“Mi hai seguita?”
“Solo una sera. Non potevo stare fermo.”
Lei abbassò lo sguardo, poi si fece più dura.
“Senti, Luca, mi sembrava di essere stata chiara con te. Che cosa vuoi ancora?”
“Mara, questo locale è in una situazione rischiosa. Magretti è coinvolto in attività sospette. Potresti farti male. Ti prego, stai attenta…”
Lei rimase in silenzio. Poi sospirò.
“Io ho bisogno di lavorare. Di guadagnare. Non ho tempo per sogni o morali da altri tempi. Non me le posso permettere.”
“Capisco. Ma se un giorno avrai bisogno di me… questo è il mio indirizzo.”
Appoggiai un biglietto sul tavolo.
Lei non disse nulla, allora mi voltai e uscii. Mentre attraversavo il locale, passai accanto all’uomo elegante.
“La nostra ragazza non le è piaciuta?” mi schernì.
“No”, risposi senza voltarmi. “E il locale non è di mio gradimento. Non tornerò più.”
Me ne andai ma, mentre i rumori del Blue Light si spegnevano in lontananza dietro di me, mi resi conto che avevo lasciato qualcosa di mio in quella stanza, accanto a Mara. Qualcosa che lei non voleva, ma che io non riuscivo a smettere di provare. Il mio amore per lei.
Una settimana dopo, mentre riposavo sul divano e Gabriele giocava con la playstation, suonò il campanello.
“Luca, è per te,” disse lui andando al citofono. “È una ragazza.”
Sorpreso, mi alzai e presi la cornetta.
“Sì?”
“Luca, sono Mara.”
Il cuore mi saltò in gola.
“Mara, ciao! Vuoi salire?”
“No. Vorrei parlarti. Puoi scendere un attimo?”
“Vengo subito.”
Mi infilai le scarpe al volo e feci le scale correndo. Speravo in un chiarimento, in un’inversione di rotta.
Uscito dal portone, la trovai lì, in piedi. Il suo volto non prometteva nulla di buono, ma sulle prime non ci feci caso.
“Come stai?” le chiesi sorridente.
Senza rispondermi, si avvicinò e mi colpì con uno schiaffo secco.
“Perché l’hai fatto?” chiesi, toccandomi la guancia arrossata.
“Perché sei uno stupido. Mi hanno licenziata dal Blue Light.”
“Licenziata? Ma come…”
“Pare che tu abbia detto al direttore di non essere rimasto soddisfatto di me. Lui non ci ha pensato due volte e mi ha sbattuta fuori.”
“Ma… non può essere. Mi aveva detto che eri una delle migliori ballerine…”
“Sai quante ragazze ci sono là fuori, Luca? Una sostituta che balla su un palo si trova in dieci minuti.”
“E Magretti? Lui non ti può aiutare?”
“Mi ha detto di arrangiarmi. Ha già trovato un’altra con cui divertirsi.”
“Mara, io… mi dispiace. Non sapevo che…”
“Lascia perdere le scuse. Ora stammi lontano, Luca, d’accordo? Dimenticati di me, altrimenti la prossima volta che ti vedrò… non ti darò solo uno schiaffo.”
Tentai di fermarla con una mano.
“Lasciami. E sparisci!”
Poi voltò le spalle e se ne andò, lasciandomi da solo, ancora una volta.
Passarono tre mesi e ovviamente, di Mara, più nessuna notizia. Una sera trovai il coraggio di tornare alla pizzeria. Ma il proprietario mi disse che lei aveva lasciato il lavoro da una settimana, senza dare nemmeno un preavviso.
Ebbi la tentazione di andare a casa sua, ma mi trattenni. E poi forse non abitava più nel nostro vecchio quartiere.
Deluso, una sera entrai in un bar e, seduto al bancone, ordinai una Red Bull. Pochi istanti dopo, sentii una voce familiare. Rebecca era seduta a uno dei tavoli con Valerio Aquilanti.
Mi vide e si alzò subito.
“Luca!”
Mi sorrise e mi baciò sulla guancia.
“È da un bel po’ che non ci sentiamo…”
“Sì,” risposi. “È stato un periodo un po’ pieno.”
“Vieni con noi. Ti ricordi di Valerio, vero?”
“Sì.”
Lui mi strinse la mano appena.
“Come va?”
“Abbastanza bene”, risposi senza rifargli la domanda.
Rebecca sorrise. “Sai che Valerio è diventato direttore del giornale?”
“Complimenti.”
“E io sono stata assunta definitivamente. Adesso mi occupo di cronaca locale.”
“Sono felice per te,” dissi con sincerità. “E quella storia di Magretti?”
“Ci stiamo ancora lavorando. È un personaggio molto potente, ma io e Valerio non ci arrendiamo di certo.”
Annuii, osservando l’anello che Rebecca portava al dito, una bella fedina d’oro. “Che bell’anello”, commentai.
“Ti piace?” Sorrise. “Me l’ha regalato Valerio. Stiamo insieme adesso… e presto ci sposeremo.”
Deglutii, più che altro per la sorpresa.
“Sono… sono felice per voi.”
“Grazie” intervenne Aquilanti, mettendo un braccio intorno alle spalle di Rebecca; quell’individuo mi era parecchio antipatico, ma da quel poco che vedevo sembrava tenerci davvero a lei.
Forse, se le cose fossero andate diversamente, avrei potuto essere al posto suo… ma il mio cuore apparteneva a Mara, e sapevo che non sarei mai stato felice con nessun’altra.
Continuammo a parlare del più e del meno quando io, volgendo lo sguardo verso l’entrata, vidi entrare due donne che si tenevano per mano.
Una delle due sembrava sui cinquant’anni. Elegantemente vestita, una bella donna nonostante qualche chilo di troppo. L’altra… ebbi un tuffo al cuore, guardandola in viso. Ma quella era Mara!
Le due donne si sedettero ad un tavolino poco lontano dal nostro e io, nonostante cercassi di non darlo a vedere, le osservavo continuamente.
La donna più anziana teneva le mani di Mara fra le sue e ad un certo punto la baciò con dolcezza sulla bocca; lei, anziché ritrarsi, rispose al bacio con trasporto.
Era più di quanto potessi sopportare; scusandomi con Rebecca e Aquilanti mi alzai e mi avvicinai al tavolino, dove le due donne continuavano a scambiarsi effusioni.
“Ciao Mara.”
Lei mi guardò sorpresa, ma non rispose.
“Mara, chi è questo ragazzo?” le chiese la sua accompagnatrice. Mi sembrava più incuriosita che infastidita.
“Nessuno”, rispose lei con un gesto della mano. “Ora se ne va, non ti preoccupare.”
“Nessuno?” ribattei, con una sfrontatezza che mi derivava dalla disperazione. “Come puoi dire così, dopo tutto quello che c’è stato fra di noi?”
“Cosa… cosa sta dicendo?” adesso l’accompagnatrice di Mara sembrava perplessa. “Siete stati…”
“Insieme, sì”, la interruppi io. “Ed è stato il sesso migliore di tutta la mia vita!”
La donna arrossì.
“Mara, ma come hai potuto… mi avevi detto che non eri mai stata con un uomo! Per quale motivo mi hai mentito?”
Scura di rabbia, Mara non le rispose: si alzò invece in piedi, prendendomi per un braccio.
“Andiamo.”
Seguii Mara verso l’uscita del locale e, una volta fuori, lei mi spinse contro il muro, premendo il suo corpo contro il mio; m’infilò la lingua in bocca, mentre la sua mano s’insinuava con avidità tra i miei pantaloni.
“Mara…” cercai di fermarla io.
“Stà zitto”, m’interruppe. “Non è quello che vuoi? Ciò che hai sempre voluto?”
“I-io…”
“Portami nel motel che c’è qui all’angolo. E fammi sentire quanto mi vuoi…”
Incapace di protestare e segretamente eccitato, la feci salire in macchina e in un attimo eravamo davanti all’ingresso del motel.
Entrammo e Mara, che evidentemente conosceva il gestore, posò un biglietto da cinquanta euro sul bancone chiedendo della solita stanza.
Appena ebbe in mano le chiavi, mi trascinò su per le scale. Arrivati alla nostra stanza, infilò le chiavi nella toppa, aprì la porta e mi spinse dentro.
Cercai di parlarle.
“Mara, non sai quanto sono felice di essere qui con te… ti giuro che mi… mi dispiace per quello che è successo…”
Lei, senza nemmeno ascoltarmi, si sdraiò sul letto.
“Prendimi”, mi disse, e nella sua voce non c’era ombra di gentilezza. “Che c’è, hai paura?”
“Io…”
Lei sbuffò, poi si alzò e s’inginocchiò di fronte a me. Mi abbassò i pantaloni e, predendomi in bocca il pene già duro, cominciò a succhiarlo e leccarlo.
Gemetti, poi lei mi diede un morso. Sorpreso, per reazione le tirai i capelli. Mara ridacchiò poi, rialzatasi in piedi, mi buttò sul letto inziando a spogliarsi. Io la imitai e quando mi si mise sopra incominciò a tormentarmi i capezzoli con le unghie.
Ormai la mia erezione era al massimo e Mara me l’afferrò infilandosela fra le gambe: entrarle dentro fu la cosa più bella del mondo, e subito spinsi mentre lei si muoveva su di me stringendosi i seni.
“Più forte! Dai, spingi… spingiii!”
Spinsi, sempre più forte mentre lei mi graffiava il petto gridando di piacere; ad un certo punto si abbassò ma, invece di baciarmi, mi morse forte sul collo. Gridando per il dolore, le venni dentro e pensai che se anche fossi morto in quel momento non mi sarebbe importato.
Alla fine giacemmo esausti l’uno accanto all’altra: quando cercai di abbracciarla, lei si scostò anche se non bruscamente.
“Ti amo…” le dissi sorridendo. “Oh, Mara, sono così felice di… di…”
“Di aver ottenuto quello che volevi”, m’interruppe. Si girò a guardarmi e aveva una strana espressione che non riuscii a decifrare.
“Di essere qui con te” ribattei. “L’ho desiderato da sempre…”
“A volte le cose che desideriamo sono proprio quelle che ci distruggono.”
Per un attimo aggrottai la fronte chiedendomi cosa volesse dire, poi decisi di non darci troppo peso. Ero felice ed appagato, e poco dopo mi addormentai.
Quando aprii gli occhi, mi accorsi che il letto era vuoto.
La stanza era silenziosa, e Mara non c’era più. Chiamai il suo nome piano, ma senza ottenere risposta. Se n’era già andata?
Mi alzai, ancora stordito. Il sole penetrava dalle finestre, e dal riflesso sui vetri capii che era tardi. Controllai allora l’orologio e vidi che erano le undici passate.
Per fortuna era sabato e oggi non avevo lezione.
Mi stirai e mi avviai verso il bagno.
Fu lì che lo vidi.
Sul grande specchio sopra il lavabo, tracciate con un rossetto rosso, comparivano parole scritte a mano. Il tratto incerto ma deciso. Il messaggio, chiaro in tutta la sua fredda crudeltà.
Ci misi un attimo a leggere. Poi, un altro per capire davvero.
Da oggi fai parte del mio mondo, come hai sempre desiderato.
Benvenuto nel mondo in cui vivo da tempo. Benvenuto… nel mondo dell’AIDS.
Mara.
Rimasi immobile.
Il silenzio, improvvisamente, sembrava assordante. Le lettere rosse galleggiavano nel riflesso del mio volto pallido. Ogni parola era un pugno nello stomaco. Sentii il cuore rallentare, le gambe farsi deboli.
Mi sedetti sul bordo della vasca da bagno e mi presi il volto tra le mani. E lì, come se il peso di tutto fosse piombato insieme, cominciai a piangere.
Non erano solo lacrime di paura. Erano di tradimento. Di impotenza. Di amore che si trasformava in un abisso da cui non c’era salvezza.
Tutto quello che provavo per Mara, tutti tentativi fatti per starle vicino e conquistarla, improvvisamente sembravano capitoli di una storia più grande. Più buia. Una storia di cui adesso portavo il segno.
FINE
Recensioni e commenti
RECENSIONI

La famosa leggenda metropolitana di chi si divertirebbe ad andare in giro ad infettare le persone per diffondere l’AIDS in chiave romanzata, dove il protagonista perde la testa per una ragazza conosciuta alle medie fino al punto dal farne la sua ossessione.
Buono, timido ed impacciato, al punto da farsi facilmente raggirare dalle ragazze, il giovane Luca fa di tutto per salvare la ragazza del suo cuore dalla complicata situazione in cui lei è rimasta coinvolta, “bruciandosi” però a sua volta, incurante del fatto che più volte Mara gli abbia detto di non volere il suo aiuto.
E allora la domanda sorge spontanea: fino a che punto è giusto aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato? È giusto comunque continuare ad aiutare fino a mettere in gioco addirittura se stessi?
Se vuoi lasciare un tuo commento al racconto scrivimi, sarò felice di risponderti!
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E quando dicono che l’amore vince sempre mi faccio una colossale risata……
Ma a parte le mie considerazioni personali sono sempre più incantata dal tuo modo di scrivere e di raccontare
E l’italiano…. Finalmente leggere in italiano non giornalistico
Dove i tempi verbali sembra siano finiti in cantina!!!!!
Eh diciamo che alle volte perde o se si salva lo fa in calcio di rigore 😃😃.
Grazie mille dei complimenti, sono come sempre apprezzatissimi ☺️
Mio Dio, che doccia gelata! 😱 Ma lo sai che mi si è gelato il sangue e mi è venuta la pelle d’oca quando ho letto, insieme a Luca, il messaggio di Mara? Ti confesso che mi dispiace veramente per Luca: lui l’ha amata con tutto se stesso, ha cercato di salvarla, ci ha creduto, un animo nobile, un cuore puro, e… quello che ottiene è una probabile condanna a morte. E pensare che io facevo il tifo per Rebecca! Chiamalo istinto… Ora è vero che Mara ha tentato di allontanarlo più volte, ma avrebbe potuto sparire senza arrivare a questo, e a farsi beffe di lui, che l’aveva anche aiutata, con quel macabro messaggio. Già non me l’aveva contata giusta quando gli aveva chiesto di consegnare una scatola a un ragazzo: sicuramente c’era la droga lì dentro. Era una ragazza “malata” dalla nascita, secondo me, di quelle persone che nascono già con un male dentro, nell’anima, che vanno incontro volutamente ad un tragico destino, che non si possono salvare, purtroppo, e che trascinano dentro il loro inferno chi dimostra loro affetto, che siano genitori, amici, persone che le amano… Malata (nell’animo, oltre che di salute) e crudele. Io spero che darai un seguito alla storia di Luca, che magari, facendo le analisi dopo sei mesi (questo è il periodo che dovrebbe trascorrere dal rapporto non protetto), scopre di essere negativo e che si prenda la sua giusta rivincita. La fortuna è che, adesso, la prospettiva di vita per chi è sieropositivo si è allungata grazie ai farmaci all’avanguardia, e che i sieropositivi non sono più contagiosi, ma resto del parere che i rapporti occasionali devono essere sempre protetti e non bisogna abbassare la guardia, perché l’A.I.D.S. non è stato debellato, purtroppo, e ancora mi risuona nella mente quella terrificante musichetta della famosa pubblicità angosciante a cavallo fra la fine degli anni ’80 e inizio ’90. Complimenti, Enrico.
Sì, il colpo di scena finale è d’impatto e per il povero Luca inizia l’inferno.
Avrebbe potuto fare scelte diverse, lasciare perdere Mara dopo i primi rifiuti ma quante volte compiamo scelte irrazionali intestardendoci convinti di essere nel giusto solo per poi sbattere contro un muro?
Quanto a Mara sì, fin da ragazzina aveva qualcosa che non andava, giri loschi, compagnie poco raccomandabili e da adulta non sembra cambiata: purtroppo persone così è meglio perderle che trovarle, e il gesto finale verso Luca, quasi di spregio, dice molto della persona e del personaggio.
A un seguito per ora non ho pensato, ma come dico sempre io mai dire mai.
Grazie dei complimenti, come sempre molto molto graditi 🙂
Brividi. Ti giuro che ho avuto i brividi quando ho letto, con gli occhi di Luca, il messaggio lasciato sullo specchio da Mara 😱 Mi è sembrato di risentire quella terrificante musica della celebre pubblicità ché andava in onda verso la fine degli anni ottanta e inizio novanta con le persone che avevano un alone fucsia a rimarcare il fatto che fossero state contagiate. Quella pubblicità aveva terrorizzato non solo me, ma parecchi miei coetanei. E pensare che mentre leggevo il racconto, gli suggerivo: “Vai su Rebecca. La vedo più adatta a te. Mara ha qualcosa che non mi convince”. Chiamala sfortuna, perché quando Luca aveva provato a cominciare un rapporto con Rebecca, è stato interrotto, chiamalo amore misto a ossessione, ma io destino in questo caso è stato veramente maledetto. È vero che Mara più volte aveva cercato di evitarlo, di allontanarlo da sé, ma non avrebbe semplicemente potuto sparire? È stata veramente crudele. Già non me l’aveva contata giusta quando gli aveva chiesto di consegnare quella scatola a quel suo “amico”. Io credo che, indipendentemente dai problemi economici che potesse avere, fosse una ragazza sbandata, con una malattia incurabile (e non mi riferisco all’A.I D.S.) nell’animo, un essere progettato per l’autodistruzione, che non poteva essere salvata, ma voleva trascinare nel suo inferno chiunque le capitasse a tiro, e purtroppo ci è riuscita. Io spero che tu scriva un seguito di questo racconto, nel quale ci fai sapere che Luca, dopo aver fatto il test, scopra di essere negativo, che trovi un’altra ragazza, più solare e che lo ami sul serio, e che sia felice, perché questo povero ragazzo lo merita. So che adesso, nonostante ancora non sia stata trovata una cura per questa malattia, la medicina è andata avanti, e prendendo gli adeguati farmaci e stando attenti a non prendere virus che possa attaccare loro il sistema immunitario, i sieropositivi possono condurre una vita normale e anche lunga, e convivere con l’H.I.V. senza più essere contagiosi. È sempre bene, in ogni caso, usare precauzioni quando si hanno rapporti occasionali. Tu sei stato molto bravo a farci vivere le emozioni e le sensazioni di questo povero, bravo, dolce e sfortunato ragazzo. Pensaci a un seguito. Dai un’occasione di riscatto a Luca 🙏
Ciao 🙂
Sì guarda, questo racconto – che avevo scritto anni fa e poi rieditato di recente- mi era stato proprio ispirato da quella pubblicità di cui parli tu. Diciamo che Luca si è intestardito a voler conquistare a tutti i costi una persona che si vedeva lontano un miglio non volerlo, non essere adatta a lui e respingerlo ad ogni occasione.
Alla fine il suo desiderio si è avverato, ma a un prezzo tremendo. Mara avrebbe potuto allontanarsi, sparire come hai detto tu sì, perché ha fatto quello che ha fatto? In coerenza del personaggio è come un “toh, visto che lo vuoi tanto prendimi… ne pagherai tutte le conseguenze”.
A un seguito per ora non ho pensato, ma mai dire mai.
Un abbraccio e grazie di aver letto e recensito 🙂
Quando una persona non vuole essere salvata è inutile. Il problema è capirlo in tempo per evitare drammatiche conseguenze.
Una bella riedizione di un racconto di grande impatto.
Ciao sì, fermo restando che secondo me non bisogna intestardirsi mai nel salvare o nell’aiutare nessuno. Tantomeno chi di noi e del nostro aiuto non ne vuole proprio sapere.
Grazie di aver letto e recensito 🙂