IL FIGLIO DEL FATO

Scritto nel febbraio del 2026

PROLOGO

ASGARD, DIMORA DEGLI DEI NORDICI –




La grande sala del consiglio degli Æsir, gli Dei dell’estremo Nord, non era mai apparsa a Brunilde così vasta e maestosa. Le colonne si innalzavano alte e possenti come tronchi di un bosco primordiale, e l’aria stessa pareva gravata da un presagio di morte. La Valchiria, spogliata della spada e del suo elmo alato, indossava soltanto una cotta di maglia a scaglie d’argento e stava immobile al centro, circondata dagli Dei assisi sui loro troni intarsiati di pietre preziose.

Sul trono più alto sedeva Wotan, il supremo Odino, Padre di tutti e Signore della dorata Asgard. Il suo unico occhio, di un freddo grigio‑azzurro, abbracciava l’intera sala con la calma terribile di chi vede oltre il tempo. Sulle sue spalle, i corvi Huginn e Muninn fissavano Brunilde quasi potessero leggerle nel pensiero.

Alla destra di Odino sedeva Thor, il biondo Dio del Tuono, possente e irrequieto come una tempesta trattenuta. Alla sinistra Balder il Dorato, splendente e bellissimo, ma con un’ombra di tristezza nello sguardo, come se presagisse il dolore che stava per scatenarsi nella sala.

Gli altri Æsir occupavano i loro scranni imponenti: Tyr, Dio della Guerra, severo come una lama temprata; Freya, luminosa e immobile come una dea scolpita nella luce, Freyr silenzioso e vigile. Loki, l’infido Dio degli Inganni, sedeva un po’ discosto dagli altri, e sulle sue labbra aleggiava un sorriso sottile, come se già conoscesse l’esito del giudizio divino.

Brunilde fissava il vuoto. Non temeva la morte, ed era pronta a subire qualunque castigo Odino avesse deciso di infliggerle. Ma il pensiero di aver deluso sua madre, Brunahild, che era stata Valchiria prima di lei, le pesava come un macigno sul cuore. Per tutta la vita si era addestrata per servire Odino, per scegliere gli eroi destinati al Valhalla e cavalcare tra le nubi nelle schiere immortali. Ora tutto ciò stava per svanire, e la sua unica consolazione era che sua madre, morta in battaglia qualche tempo prima, non sarebbe stata lì ad osservare la sua caduta.

Accanto a lei, la giovane dai capelli chiari con la runa tatuata sulla fronte, sembrava indifferente alla propria sorte. Si chiamava Sieglinde, e la sua bellezza era tale da poter rivaleggiare con quella della stessa Freya, ma il dolore che aveva conosciuto nella sua pur breve vita l’aveva già resa dura come il ghiaccio delle terre del Nord.

La voce di Odino spezzò il silenzio, rimbombando nella sala come un tuono che scuote le montagne.

“Sieglinde, figlia di Hljod, sei accusata di crimini gravissimi. Hai tradito tuo marito, Hunding, al quale dovevi fedeltà, e la tua colpa è aggravata dal fatto che ti sei unita carnalmente a Sigmund, tuo fratello di sangue, generando con lui un figlio. Hai insozzato la stirpe divina cui appartieni per adozione, e per questo ognuno degli Dei qui presenti pronuncerà il suo giudizio. Ma prima ti concedo parola. Difenditi.”

Sieglinde sollevò il capo, e il suo sguardo fiero attraversò la sala come una lama.

“Non ho nulla di cui pentirmi”, disse. “Sono stata data a Hunding contro la mia volontà. Ho sopportato per anni, e senza mai lamentarmi, la sua volgarità, le violenze e tutte le umiliazioni che mi ha inflitto. Gli sono stata fedele, com’era mio dovere di sposa. Ma il mio cuore è sempre appartenuto a Sigmund. Se amarlo è stato un crimine… allora condannatemi!”

Un mormorio indignato si levò tra gli Æsir. Loki invece si spostò sullo scranno, come divertito.

“Voi sapete che io e Sigmund eravamo destinati l’uno all’altra fin dalla nascita”, continuò Sieglinde, sovrastando il tumulto. “E sapete che fu il Padre degli Dei a separarci. Il motivo lo conoscete tutti… ma nessuno osa dirlo ad alta voce. E voi sareste degli Dei?”

Thor colpì il bracciolo del trono con un pugno che fece tremare la sala. “Spudorata! Come osi accusare Odino davanti a noi? Meriteresti che ti strappassimo la lingua!”

Sieglinde non indietreggiò. “Ho detto soltanto la verità. Odino venne su Midgard sotto mentite spoglie e generò me e mio fratello dal ventre di mia madre, sperando che esseri umani di sangue divino potessero riscattare i crimini degli Dei ed evitare il Ragnarök, la battaglia finale che condurrà alla vostra totale estinzione.”

A quelle parole Frygg, la sposa regale di Odino, distolse lo sguardo serrando le labbra.

“Ma un’antica profezia diceva che, se anche gli uomini si fossero dimostrati indegni, nulla avrebbe evitato la vostra rovina. E Odino ha visto nella nascita di mio figlio, Sigfrido, il segno che la profezia si compirà. Ma ciò che teme davvero… è l’ombra oscura che alberga nel suo stesso cuore!”

Thor si alzò, furente, ma Odino sollevò una mano e il silenzio calò come una lama.

“Ora basta, Sieglinde” disse. “Sappi che tuo figlio è nelle mie mani. Non lo ucciderò: non macchierò il mio nome con il sangue di un neonato. Ma lo scaglierò su Midgard, tra gli uomini, dove vivrà nell’oscurità, ignaro delle sue origini.”

Sieglinde trattenne un sorriso. Non puoi vedere tutto, Signore di Asgard. Ho protetto Sigfrido con un incantesimo di rune, e forse chi lo troverà si prenderà cura di lui…

“Sappi inoltre”, continuò Odino “che il frutto maledetto del tuo ventre non impugnerà mai la spada di suo padre, la sacra Balmung: l’ho infatti gettata nei profondi abissi del Reno. E l’armatura del Drago del Nord, che Sigmund indossava in battaglia, è ora custodita dal più terribile dei guardiani. Quanto a te… il tuo destino sta per compiersi. Æsir, figli e fratelli”, aggiunse, “Sieglinde, figlia di Hljod, ha parlato. Ora tocca a voi pronunciare il verdetto: quale dev’essere la sua sorte?”

Thor si alzò di scatto in piedi, e il suo mantello parve fremere come un cielo carico di tempesta.

“Morte!” tuonò. “Per la sua arroganza, per il suo tradimento e per aver osato sfidare le leggi degli Dei e degli uomini. Che cada come un albero colpito dal fulmine.”

Tyr invece non si mosse dal suo scranno, ma la sua parola fu più dura di una sentenza scolpita nella pietra. “Morte. La legge non conosce pietà per chi infrange il sacro ordine. Che l’anima di Sieglinde discenda a Hel, come è giusto.”

Freya, Frygg e gli altri presenti si pronunciarono tutti allo stesso modo, tranne Balder che, muto, abbassò soltanto lo sguardo. 

Poi la voce di Loki serpeggiò nella sala.

Il Dio degli Inganni si sporse appena in avanti, divertito come un attore che assapora la scena.

“Oh, morte,” disse, sporgendosi in avanti sullo scranno come un attore divertito dalla scena che stava osservando. “Che altro? E che sia rapida… o lenta? Bruciante… o gelida?” rise. “Ah, Padre degli Dei, credo che quest’ultima decisione debba prenderla tu.”

Un brivido attraversò i presenti, e Odino annuì. “Morte”, ripeté alzando un dito. “E che Hel accolga la tua anima!”

Sieglinde non si mosse, mentre un fulmine azzurro scaturì dalla mano del Signore di Asgard.

Rise, un riso spezzato da lacrime. “Io muoio, Odino, ma mio figlio vive. E nessuno di voi sfuggirà al proprio fato. Non sono io a maledirvi… è la vostra stessa malvagità!” Sigfrido, figlio mio… vivi. Vivi e compi il tuo destino…

Il fulmine la colpì, e il suo corpo si dissolse in un lampo di luce lasciando al suo posto solo silenzio.

Brunilde chiuse un attimo gli occhi. Ripensò al duello tra Hunding e Sigmund: la lancia divina che volava, l’eroe colpito e disarmato, Hunding che stava per colpirlo… e il suo gesto impulsivo, la lama sguainata e lei che si avventava a morte sul nemico.

Hunding era caduto privo di vita e Odino, furioso, aveva ucciso Sigmund con le sue mani. Solo il provvidenziale intervento di Balder aveva impedito che Brunilde venisse giustiziata sul posto.

Il Padre di tutti la fissò con un cipiglio severo.

“Brunilde, figlia di Brunahild. Ti sei resa colpevole d’insubordinazione, il crimine più grave per chi appartiene alla mia guardia personale. Che cos’hai da dire in tua discolpa?”

Brunilde chinò il capo. “So di aver infranto il mio giuramento. Ma non potevo restare a guardare un eroe come Sigmund morire per mano di un uomo rozzo e meschino come Hunding. Ho agito d’impulso. E se per ottenere il tuo perdono devo fingere un pentimento che non provo… allora temo di doverti deludere un’altra volta.”

Gli Æsir esplosero in proteste, ma Odino non mosse un muscolo.

“Poiché hai parteggiato per la stirpe degli eroi”, decretò “sarà un eroe a decidere il tuo destino. Cadrai nel sonno senza tempo, e la fortezza dell’Isensthein, nella remota Islanda, ospiterà le tue lunghe ore buie. Il sonno magico preserverà il tuo corpo, e una cortina di fiamme sarà al tempo stesso prigione e protezione.”

La sua voce si fece ancora più solenne.

“Le Valchirie del tuo squadrone ti seguiranno nell’esilio: il mio incantesimo le tramuterà in statue di ghiaccio, insieme ai tesori e a tutto ciò che si trova nella fortezza. Solo un eroe, un mortale dal cuore puro e dal coraggio smisurato potrà spezzare l’incantesimo e risvegliarti. Quando ciò accadrà…” un sorriso gelido gli incurvò le labbra “SE ciò accadrà, tornerai a nuova vita e sarai regina d’Islanda con le tue guerriere al tuo fianco.”

Brunilde non rispose. Il sonno senza tempo…, pensò. Se l’eroe di cui Odino aveva parlato non fosse mai giunto, la sua prigionia avrebbe potuto durare secoli. O non finire mai.

Midgard, Terra degli uomini

“Venite, mia regina… presto.”

Adelhilde, sovrana di Xanten, non udì neppure la voce del Nano Nero al suo fianco. Come colpita da un incantesimo di pietra, fissava le fiamme che divoravano la sua città: Xanten, un tempo una gemma splendente affacciata sul Reno, adesso ridotta a un mare di rovine fumanti. L’attacco incrociato delle legioni romane del generalissimo Flavio Ezio e le orde unne dei giovani re Attila e Bledel era calato sulla città non lasciandole scampo alcuno.

Xanten sorgeva ai confini tra Niederland e Burgundia e, sei anni prima, sotto la guida del re Sigeberto, aveva proclamato l’indipendenza approfittando della debolezza dell’Impero Romano d’Occidente. Per anni la pace aveva regnato, finché Ezio – divenuto magister militum, ossia comandante militare supremo di tutto l’Impero – non era salito a nord, forte dell’alleanza con gli Unni e deciso a riportare quelle terre sotto il pugno dell’aquila.

Al fiero rifiuto di Sigeberto, Ezio aveva subito risposto con le armi. La fanteria delle legioni e i feroci cavalieri Unni avevano devastato ogni cosa sul loro cammino. Xanten aveva resistito con orgoglio, ma alla fine era stata assediata da forze soverchianti e decise a piegarla.

Sigeberto e i suoi guerrieri avevano combattuto fino all’ultimo. Quando tutto era perduto, il re aveva voluto almeno mettere in salvo la sua regina e il loro unico figlio. Adelhilde, pur con il cuore spezzato, aveva acconsentito ed era fuggita con il bambino, una piccola scorta di soldati e Mime, il fedele Nano Nero fabbro personale del re.

Ma al limitare della foresta erano stati assaliti da una banda di Unni. La lotta era stata feroce. I soldati di Xanten erano caduti uno dopo l’altro trascinando però con loro la maggior parte dei nemici.

L’ultimo rimasto, però, aveva strappato il piccolo erede di Xanten dalle braccia della madre schiacciandogli la testa contro un albero prima che Mime potesse vendicarlo, scagliando l’ascia che gli aveva sfondato il petto.

In una sola notte questa donna ha perduto tutto, pensò Mime. Non lascerò che perda anche la vita.

“Venite, mia signora”, disse, prendendo Adelhlde per un braccio con gentile fermezza. “Andiamo. Qui non resta più nulla.”

Da quella notte vissero nella foresta. Mime si occupava di tutto: caccia, fuoco e ripari mentre Adelhilde era poco più che un’ombra.

Ancora sconvolta da quello che era successo, poteva scoppiare a piangere all’improvviso o semplicemente lasciarsi trascinare da Mime, indifferente a ogni cosa. Il Nano Nero dormiva poco, sempre in allerta perché temenva che gli Unni fossero ancora nei paraggi.

Una notte, mentre lui e Adelhilde si erano rifugiati in una grotta per ripararsi dal gelo, un tuono squarciò il silenzio.

Mime uscì, incuriosito. Così devono risuonare, in battaglia, i colpi del martello di Thor… pensò.

Poi alzò gli occhi al cielo e quasi il fiato gli si spezzò in gola.

Il cielo era attraversato da lampi rossastri, non semplici bagliori ma vere e proprie vene incandescenti che serpeggiavano tra le stelle, avvolgendole come artigli di fuoco quasi volessero strapparle dal cielo.

Mime trattenne il respiro. “Che…?” momorò, ma la parola gli morì in gola.

I lampi si gonfiarono e si contorsero, per poi esplodere in scie di luce, comete avvolte da fiamme rosse e dorate, vorticanti come spiriti furiosi. Il cielo intero sembrò ruotare, come se una mano divina avesse afferrato la volta celeste per poi scagliarla contro la terra. E le comete iniziarono a precipitare.

Non cadevano: si abbattevano verso terra, fendendo l’aria con sibili acuti e lasciando dietro di loro scie incandescenti che illuminavano la foresta come mille aurore impazzite.

Mime si riparò in fretta dietro una roccia mentre la prima cometa colpiva il suolo con un boato che parve spezzare il mondo. La terra tremò come sotto il passo di un gigante. Altre seguirono, una dopo l’altra, schiantandosi tra gli alberi e sollevando colonne di fuoco e detriti, aprendo crateri profondi come ferite nella carne di Midgard.

Gli alberi venivano falciati, incendiati in un solo istante e le loro ombre proiettate in tutte le direzioni come spettri in fuga.

Il fragore era tale che Mime sentì il cuore battergli all’impazzata. La foresta non sembrava più un luogo mortale: era diventata un campo di battaglia celeste, dove il cielo e la terra si scontravano in una tempesta di fuoco.

E in mezzo a quel caos, il Nano Nero capì che ciò che stava accadendo non apparteneva al mondo degli uomini.

Era un segno. Un presagio… forse un annuncio degli Dei.

Quando tutto tacque, Mime uscì dal suo riparo improvvisato. Ovunque vedeva crateri fumanti, tronchi bruciati, terra spaccata. Adelhilde, pensò. Stava già per tornare indietro quando udì un suono.

Un pianto. Il pianto… di un bambino?

Seguì il suono con cautela, finché lo vide: un neonato, avvolto in un panno annerito dal fuoco, piangeva sul fondo di un cratere.

Mime si calò senza esitazione, poi accolse il piccolo e lo portò fuori. Il panno è bruciato…, pensò. Ma questo bambino è illeso. Il fuoco… non era per lui.

Mentre lo osservava, notò un bagliore sotto il lobo dell’orecchio destro. Una runa. La sfiorò con la mano nodosa e la runa proiettò nell’aria parole luminose, incise come da una lama infuocata.

“Questo è Sigfrido, figlio di Sigmund Volsung e Sieglinde. Vi prego, abbiatene cura…”

Le parole tremolarono un istante, poi svanirono come nebbia dispersa dal vento.

Mime rimase immobile. Non disse nulla per un lungo momento. Guardò il bambino, che ora respirava più quieto, come se il mondo stesso si fosse calmato attorno a lui.

“Sigfrido…” mormorò infine, con voce bassa e ruvida. “Sembra che tu sia speciale, eh?”

Lo sollevò con un gesto sicuro, poi risalì il cratere con passi decisi. 

“Bè, speciale o no, comunque sei vivo. Questo basta, ma questo mondo è duro.” Osservò per un momento la foresta devastata davanti a sé. “Ti converrà impararlo in fretta.”

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