ALLA RICERCA
DEL GRAAL
parte 1
Scritto nel febbraio del 2002- rieditato nel luglio del 2025

GALAHAD
Sono fradicio. Se provassi a strizzare la mia tunica, ci potrei innaffiare un campo intero. Ma ho fatto tutto il viaggio ripetendomi che sarebbe stato magico, quindi anche se i denti mi battono come tamburi… eccomi qui. Camelot finalmente! La spada Excalibur, la Tavola Rotonda, lo scettro di Merlino, il Santo Graal… sono così emozionato che per poco alla vista delle splendenti mura del castello non cado di sella.
Il castello è enorme e le sue torri… oddio, sono altissime. Per guardarle devo piegare la testa così tanto che mi sento una marionetta rotta. E i batacchi sul portone d’ingresso a forma di teste di drago? Bellissimi. A confronto il palazzo di mio nonno a Corbenic sembra la capanna di un manovale.
“Chi va là?” mi fermano le guardie. Io le guardo ad occhi sgranati, armature splendenti e spade d’argento. Quanto ho sognato questo momento!
“Sono Galahad di Corbenic!”, mi presento, cercando di dare tono alla voce, anche se in questo momento mi sento più un pulcino bagnato che un cavaliere.
Mi salutano con deferenza, poi una corre via e l’altra prende, con fare elegante, le redini del mio cavallo. Quasi mi sento di nuovo un principe. Quasi.
Poco dopo si avvicina un uomo altissimo. Occhi scuri, sguardo che sembra sapere tutto. Sir Kay, dicono. Il siniscalco. Mi squadra e mi parla con una voce che non si presta a chiacchiere. Il suo benvenuto però è cortese e, fattomi smontare di sella, mi fa strada verso l’interno.
È come entrare in una leggenda viva. Arazzi colorati, damigelle sui balconi che chiacchierano e ridacchiano fra loro, servitori che sfrecciano ovunque. Sir Kay mi fa strada fino a una sala immensa e circolare, piena di tavoli imbanditi, nobili e fanciulle bellissime – saranno principesse? – che conversano amabilmente e al centro… eccola lì.
La Tavola Rotonda.
L’ho vista nei sogni. Nei racconti. Nelle immagini che inventavo da solo quand’ero bambino. Ma ora è qui. Vera. Grande. Possente. Centocinquanta posti! Centocinquanta! Io non ne ho mai visti così tanti tutti insieme. Alcuni cavalieri lì seduti mangiano con la bocca piena, altri parlano senza smettere di gesticolare. Il vino brilla. Le coppe sembrano uscite da una fiaba. I cuscini delle sedie sono più regali di qualsiasi mio vestito.
Però mi chiedo: era davvero questo il senso della fratellanza? Sembrava più… semplice, nelle storie che raccontava mio nonno Amfortas, re di Corbenic. Ma forse si sbagliava.
Sir Kay mi porta dal re. Re Artù.
Mi sembra quasi incredibile di essere finalmente qui davanti a lui.
Ha capelli biondi, occhi azzurri e profondi, ma anche un po’ stanchi. Forse non dorme bene. Forse sogna troppo. Mi guarda, mi sorride con Excalibur, la spada delle leggende, che gli pende al fianco e alle sue spalle, su un altare, il Graal. Per un momento mi perdo a fissarlo, coppa dorata splendente di gemme poi torno a concentrarmi sul re.
Mi parla di mio nonno Amfortas, che ha conosciuto anni fa, e poi…
Mi fa sedere.
Alla Tavola.
A me?
“Q-qui…?” indico il seggio che mi ha indicato.
“Vedete forse un altro posto?” risponde in tono ironico, e io vorrei tanto ridere per stemperare tutto, ma non mi riesce. Sento tutti gli occhi puntati addosso. E le damigelle ridacchiano ancora, scommetto sul mio antiquato taglio di capelli o sulla mia armatura macchiata di ruggine.
Mi siedo cercando di non tremare. Nella Sala scende un silenzio carico di attesa… poi Artù batte le mani e iniziano le presentazioni: sir Gawaine, sir Bedwyr, sir Lamorak, lord Uryen, omi leggendari che mi risuonano nelle orecchie come tamburi gloriosi. Mi guardano, come se volessero sapere se dentro di me c’è acciaio o solo sogni.
E io? Cerco solo un nome.
Lancillotto del Lago.
Mio padre.
Non lo vedo. Non lo sento. Nessuno lo nomina. Forse non è presente? Sono troppo intimidito per chiederlo.
Sospiro. Non chiedevo miracoli. Solo un’occasione. Vederlo. Parlargli. Capire perché ci ha abbandonati, se ha mai amato la mia cara mamma anche solo per un istante. Lei piange ogni volta che lo nomina, il nonno invece si adombra.
Continuo ad ascoltare la voce del re, cercando di non perdermi nessun dettaglio . E intanto continuo a sperare. Che un giorno mio padre entri da quella porta. E che mi riconosca.
ARTÙ
Quando ho estratto la spada dalla roccia, non immaginavo il destino che mi attendeva. Merlino non mi aveva avvisato. E dov’è sparito lui adesso? Perso dietro la gonnella di qualche fata? Lo vorrei davvero sapere.
Essere re non è stato quello che mi aspettavo: ribellioni da spegnere, lord riottosi che di malavoglia hanno riconosciuto la mia autorità e infine il matrimonio con una fanciulla che per me era una sconosciuta.
Avrei voluto sottrarmi a quell’impegno, ma Merlino era lì a fissarmi.
“Abbiamo bisogno della cavalleria di Leodegrance”, mi disse senza preamboli, occhi dorati senza pupille che sembravano però trafiggermi da parte a parte. “Senza di essa i Sassoni e i Danesi ci faranno a pezzi. Devi sposare la principessa Ginevra, Artù… e lasciar perdere tutto il resto.”
Tutto il resto… Morgana, il mio amore anche se siamo figli della stessa madre, liquidata così con due parole. Avevo dovuto dirle addio, e lei se n’era andata senza una lacrima. Senza nemmeno un saluto. Solo quegli occhi neri che mi fissavano come volessero comunicarmi qualcosa.
La verità è che, anche se Merlino è stato il mio tutore e il mio primo consigliere, ho sempre un po’ avuto paura di lui.
Quando mi disse che Morgana aveva partorito un figlio mio, che secondo la profezia sarebbe stato la mia rovina, mi ero limitato a fissarlo a bocca aperta. Morgana… era incinta e non me l’aveva detto?
“Devi ucciderlo, Artù”, erano state le parole di Merlino. Fredde. Implacabili. “Il germe della futura distruzione del regno dev’essere estirpato alla radice.”
Morgana però aveva nascosto suo figlio, e il suggerimento di Merlino era allora stato quello di fare uccidere tutti i bambini nati nello stesso mese dei mio.
Mostruoso… ma ancora una volta non ero stato capace di oppormi. Non ho mai saputo se mio figlio sia sopravvissuto a quella strage, ma da allora Morgana è diventata una delle mie più acerrima nemiche.
Lei, il mio amore mai dimenticato… potrei cambiare le cose, se le parlassi? Non lo so.
Ho tentato di essere il re migliore che questa isola avesse mai avuto, un buon marito per Ginevra – infelice quanto me – ma spesso la corona è troppo pesante sul mio capo mentre Excalibur, al mio fianco, chiede solo di essere sguainata.
La ricerca del Santo Graal – la coppa sacra e millenaria che contiene la linfa stessa della vita e della saggezza – è stata l’unica parentesi in cui mi sono sentito ancora il giovane cavaliere che ero un tempo. A cavallo, alla testa dei miei cavalieri e all’avventura libero da ogni vincolo, avevo infine trovato il Graal, nelle mani di Isoré, un sovrano pagano del nord.
Dorata e lucente – perché secondo la leggenda il suo aspetto, originariamente una normalissima coppa di legno grezzo, mutava a seconda delle stagioni – l’avevo strappata io stesso dalle mani del nemico.
Non aveva voluto dirci a chi l’aveva rubata, nemmeno mentre Gawaine – mio nipote e il migliore dei miei cavalieri – l’aveva trafitto mortalmente al petto.
Non importava: finalmente la sacra coppa era nelle nostre mani e non perdemmo tempo a berne il contenuto che, come scoprii, sembrava non esaurirsi mai.
“È il potere sacro di nostro signore Gesù Cristo, sire”, mi aveva sorriso Gawaine, che aveva bevuto dal Graal subito dopo di me. “Adesso che ne abbiamo assorbito la linfa saremo tutti migliori.”
Avevo risposto al suo sorriso, pensando a Morgana e al sangue di tutti quei bambini che macchiava le mie mani.
Gawaine comunque si sbagliava: fatto ritorno a Camelot col Graal ed esposta la sacra coppa nella Sala Rotonda la magia dell’avventura era finita ed erano ricominciati i soliti problemi. E i dissidi e le rivalità fra le fazioni interne della mia corte erano ripresi.
I miei cavalieri… a volte mi sembrano più pronti a scannarsi l’un l’altro che uniti in una fratellanza che dovrebbe essere sacra. Sir Yvain di Gore per esempio, figlio di lord Uryen, appena tornato da una missione, mi sembra già sul punto di litigare con il suo vicino di posto.
“Allora, sir Yvain”, dico cercando di prevenire il danno. “Che nuove ci portate dalla costa est?”
Lui, con quel leone nero che pare ruggire anche da cucito sulla tunica, si alza. Ha voce salda e mano pronta. “Siamo riusciti a respingere l’invasione, per il momento. Ma i Sassoni torneranno, mio re, e la prossima volta temo che per batterli dovremo impiegare più uomini.”
“O uomini migliori”, commenta Pellinore, un mio ex rivale che negli ultimi anni si è un po’ adagiato sui lussi della corte.
Il silenzio che ne segue è degno di un tuono. Lo conosco bene. Si chiama ‘rissa in arrivo’.
Yvain si volta verso Pellinore. “Che cosa intendete dire, re Pellinore?”
Il biondo re sorride. Di quel sorriso che precede la pugnalata verbale. “Io non intendo dire, Yvain. Io dico. Parlo chiaro. Poiché volete che ve lo dica, ebbene: io penso che voi non siate in grado di guidare una controffensiva decisa per scacciare i Sassoni dalle nostre coste.”
Il padre di Yvain, lord Uryen, scatta come una freccia. Il suo viso diventa color melograno esploso. “Come osate, Pellinore? Non si insulta così un figlio di Uryen di Gore! Chi vi credete di essere?”
“Un guerriero migliore di voi, Gore!” ribatte Pellinore. “O credete che si siano tutti dimenticati di Damen Hill? La vostra ritirata fu più veloce di un cavallo senza sella!”
Gawaine si intromette, chiaramente divertito. “I Sassoni erano tre volte tanti, Pellinore. Voi non sapete contare, ma potreste chiedere ad uno dei vostri cani di farlo per voi.”
A quel punto Pellinore balza in piedi mentre Gaheris, Agravaine e Gareth, i fratelli di Gawaine, sono subito pronti a intervenire. Mi basta uno sguardo per capire che siamo a un respiro dallo scandalo.
“Basta!” esclamo, battendo lo scettro sul tavolo. Il suono risuona come una minaccia. “Smettetela, signori. Il vostro comportamento non è degno di cavalieri e nobili! Cercate di calmarvi. E poi abbiamo un ospite: cosa penserà sir Galahad di noi a vederci così?”
Non faccio in tempo a dare uno sguardo al ragazzo che Pellinore sbotta. “Calmarmi? Dopo ciò che ho sentito? E che volete che me importi di questo poppante? Non saprà neanche usare la spada?”
Questo è davvero troppo. Lo fisso e, con voce autorevole che porta tutto il peso degli anni e del regno lo zittisco. “Ricordatevi, Pellinore, che sono sempre io il re. Quindi se vi dico di smetterla… obbedite. E questo vale anche per tutti gli altri.”
Pellinore ringhia ma non osa contraddirmi, mentre il sorriso di Uryen è abbastanza tirato.
Incrocio lo sguardo di Galahad. Il ragazzo sembra sconvolto, oltre che a disagio. Ha ancora gocce d’acqua sulle sopracciglia e occhi pieni di domande. Li conosco: gli occhi di chi non ha ancora capito che un ideale, una volta portato a tavola, si comporta come qualsiasi altra pietanza. Si raffredda, se non lo mangi subito.
Kay attira la mia attenzione. “Una damigella chiede di essere ammessa alla vostra presenza, sire.”
“Fatela entrare.”
La porta si apre ed entra una giovane sconosciuta: riccamente vestita, capelli scuri e occhi da incanto. “Re Artù…”
“Benvenuta damigella. Diteci come possiamo esservi d’aiuto.”
“Sire, mio re, un cavaliere infesta le mie terre, e i miei uomini migliori sono impotenti contro di lui. So che qui alla vostra corte sono riuniti i più forti cavalieri del mondo e per questo vengo a chiedervi aiuto.”
“Avete fatto bene a rivolgervi a noi. Il vostro nome?”
“Lady Isabelle di Gallowei.”
Faccio vagare lo sguardo sulla Tavola Rotonda. “Chi di voi, miei nobili cavalieri, è disposto ad aiutare questa gentile damigella?”
Pellinore fa per alzarsi ma sir Lamorak, in seta nera e lustrini, è più veloce di lui.
“Mi offro io, re Artù!”
Lamorak è sinonimo di forza e virtù, letale con la spade e con la lancia. Lady Isabelle non poteva essere più fortunata, penso notando che Galahad fissa il cavaliere come fosse un eroe dei racconti. Non sa se ridere o scappare.
“Sta bene, Lamorak. Damigella, quando dovete partire?”
“Subito, mio signore.”
“Datemi il tempo di far sellare il mio cavallo, milady,” sorride Lamorak mentre Pellinore lo fissa come se gli fosse stato tolto il pane di bocca.
“Vi attendo nel cortile, nobile cavaliere.
Lei esce. Lamorak, perfettamente a suo agio e sicuro di sé, mi saluta con un inchino e la segue.
Il giorno dopo, alla conclusione del Consiglio della corona, Bedwyr mi raggiunge nelle mie stanze. Io, lui e Kay siamo cresciuti insieme ed è il mio più caro amico. Su di lui so di poter sempre contare. Sempre puntuale. Sempre silenzioso finché non serve parlare. Ha quella calma che i giovani scambiano per noia, ma che a me ricorda l’acciaio prima della tempesta. E la sua spada è temuta quasi quanto la mia.
“Allora Artù, che ne pensi?”
“Di Galahad, vuoi dire?”
Mi sorride. Ci conosciamo talmente bene che a volte è come se ci leggessimo nel pensiero.
“Esatto.”
“È arrivato, gocciolante e occhi spalancati come un gufo in pieno giorno. Aveva l’aria di uno che ha studiato la fiaba, ma gli manca il manuale di sopravvivenza. Mi ha fatto anche un po’ di tenerezza…”
“Ma questo non ti ha impedito di farlo sedere sul Seggio Periglioso.”
“Già.” Se ci ripenso provo un po’ di vergogna: Galahad non tremava, ma ci mancava poco. E io… l’ho fatto sedere pur sapendo il rischio a cui lo stavo sottoponendo. Ma sono il re, e dovevo sapere…
“E se fosse rimasto incenerito?”
Sospiro. “Lo so Bedwyr, lo so. Ma ti ricordi le parole di Merlino sul Predestinato che siederà sul Seggio Periglioso e un giorno avrà nelle sue mani il potere di salvare il nostro regno?”
“Sì, e sembra che Galahad…”
“Lo sia. Beh vedremo, dopotutto Merlino è sparito chissà dove e non può rispondere ai nostri dubbi. Ma non è tutto qui. C’è anche che Galahad… è il figlio di Lancillotto.”
Lancillotto. Per un momento quel nome aleggia fra noi come un fantasma. Grande guerriero, il migliore di tutti i cavalieri, grazie a lui il mio regno si è espanso e anche i più tenaci fra i nemici si sono dovuti piegare alla mia autorità.
Quando ho saputo di lui e di Ginevra non ho fatto nulla: perché? Perché volevo che anche lei conoscesse un po’ di quella felicità che con me le sarebbe sempre stata negata.
Ma Lancillotto è come un’ape che si possa su più di un fiore: incostante e inaffidabile nei sentimenti mentre è letale con la spada.
Col tempo ho perso il conto delle sue avventure amorose. Regine, principesse o semplici damigelle… nessuna sembrava mai abbastanza per lui, che poi tornava sempre da Ginevra una volta stufo della sua nuova conquista.
Lei deve averne sofferto, credo: non abbiamo mai parlato di Lancillotto tra noi, e poi che cosa avremmo dovuto dirci?
Adesso però il frutto di una delle relazioni di Lancillotto è qui alla mia corte.
“Pensi di dirglielo?” mi chiede Bedwyr. “A Galahad, se ti chiedesse di suo padre?”
“Non lo so. E poi cosa dovrei dirgli di preciso? Che sua madre è solo una delle tante vittime del fascino incostante di Lancillotto o che suo padre è partito improvvisamente per il nord senza nessuna spiegazione? Galahad mi sembra un bravo ragazzo… e non vorrei dargli una delusione.”
“Merita anche di sapere la verità, però. E se davvero è il Predestinato…”
“Ci sarà tempo per riparlarne. E forse per allora Merlino sarà di nuovo tra noi.”
“Speriamo di non essere già tutti morti”, ribatte in tono poi neanche tanto ironico Bedwyr. “O che la Tavola Rotonda non sia già solo più una leggenda scolpita nelle pietre del tempo.”
“Sempre pessimista eh?”
“Realista, Artù.”
Ripenso a Galahad. Ai suoi occhi che cercavano un volto, non un trono. A quella speranza che mi ha ricordato che anch’io, un tempo, ero come lui. Solo un ragazzo che cercava il suo posto nel mondo.
Lancillotto è partito, ma il suo nome è ovunque. Sulle labbra di chi lo ama come su quelle di chi aspetta solo di chiedergli conto di una moglie o una sorella sedotta e poi abbandonata.
E ora suo figlio è qui, e aspetta. E come lui, aspetto anch’io.
LYNETTE
Sarei potuta nascere contadina, o ladra, o cantastorie. E sarei senz’altro stata più felice. E invece sono lady Lynette di Gaul: vestiti cuciti come gabbie dorate, sorrisi da distribuire con moderazione e fidanzata ufficiale di sir Gaheris di Lothian. Un grande cavaliere si, nipote di re Artù e fratello del nobile sir Gawaine, ma anche talmente preso dalle sue battaglie da pensare che anche gli alberi gli facciano il saluto militare.
L’altro giorno, durante il banchetto, si è vantato di come abbia sventrato un bandito con una forchetta. Una forchetta!
Stufa di dover stare seduta lì vicino a lui a sentire le sue vanterie, ho sbuffato.
“Che cosa penseresti”, gli ho sussurrato all’orecchio, “se un giorno o l’altro dedicassi le mie attenzioni a un altro?”
Non si è nemmeno voltato, credo non mi abbia neppure ascoltata. Del resto non lo fa mai.
A quel punto ho deciso: il prossimo cavaliere col mantello spiegazzato e l’aria un po’ persa riceverà la mia piena attenzione. E vedremo se a quel punto Gaheris e i suoi illustri compagni della Tavola Rotonda avranno qualcosa da dire!
E come se il destino avesse letto i miei pensieri, eccolo lì: sir Galahad.
È arrivato ieri e ancora siede come se il seggio potesse morderlo. Guarda tutto con occhi rotondi e l’espressione tipica di chi ha studiato la teoria delle leggende ma non ha ancora letto il capitolo Cinismo.
Mi alzo e mi avvicino a lui. Piano. Carezzevole come un salice in fiore come direbbe la mia povera madre.
“Sir Galahad… che espressione pensosa,” dico, lasciando che la voce scivoli sulle sue spalle come miele tiepido. “Devo supporre che la nobiltà della Tavola Rotonda non vi metta a vostro agio?”
Lui sobbalza, quasi si rovescia il calice addosso.
“Oh… scusate, mia… signora!” balbetta alzandosi rigidamente in piedi. Mi è già più simpatico di Gaheris.
“Lynette. Lady Lynette di Gaul”, lo correggo affilando il sorriso. “E il mio fidanzato, sir Gaheris di Lothian è un uomo noioso. Mi serviva qualcuno più interessante con cui chiacchierare. Voi lo siete?”
Lui arrossisce. Letteralmente. Un fiore di imbarazzo gli sboccia sulle guance.
“Io… ehm… non saprei… forse è meglio… non so se sono poi così interessante…” mormora, fissando il pavimento forse in cerca di ispirazione.
Gli sfioro una manica con le dita. Non si scosta, ma nemmeno reagisce. Resta lì, immobile, occhi sgranati e cervello probabilmente in cortocircuito.
“Ditemi sir Galahad…” sussurro. “Voi siete fidanzato? Credete nell’amore e nei sogni racchiusi nelle notti stellate?”
Lui apre la bocca, la richiude, la riapre. Sembra un pesce. Un pesce cortese, per carità.
“Credo… credo che sia tutto molto bello,” dice infine, “ma ora… ora penso che dovrei forse… andare a dormire.”
Perfetto. Peccato si sia perso per strada giusto un paio di risposte alle mie domande.
Lo guardo, alzo un sopracciglio e sorrido con una certa malizia.
“Come desiderate. Sappiate però, cavaliere, che chi rifiuta un’avventura spesso si ritrova a inseguirla nei sogni.”
Mi allontano, lasciandolo nel suo pasticcio emotivo. Lo guardo mentre resta lì, bloccato, come un topo davanti a una gatta che ha appena deciso di essere vegetariana.
Più tardi, lo vedo che osserva la Sala Rotonda svuotarsi. Le voci si sono spente, le coppe rimaste vuote e i cavalieri si salutano l’un l’altro con grandi pacche sulle spalle.
Almeno quelli che sono abbastanza in buoni rapporti per non desiderare di accoltellarsi a vicenda.
E così finisce un’altra noiosa giornata.
Gaheris mi saluta con un casto bacio sulla guancia per andare a russare, mezzo ubriaco, in qualche angolo del castello. Galahad, accompagnato da un paggio nella sua stanza, stanotte sognerà probabilmente un mondo fatto di risposte chiare e nobili cavalieri che si battono per un mondo migliore.
E io? Io aspetto che qualcosa – o qualcuno – mi porti via da queste mura.
Magari domani o magari non succederà mai. La verità è che sono un’illusa. Stasera ho civettato con un cavaliere sconosciuto e cosa speravo di ottenere?
Un po’ di attenzione, uno spiraglio di freschezza nella noia della mia vita?
Se fossi un uomo potrei montare a cavallo e fuggire via, tirare di spada e vedere un po’ di mondo, anche soltanto un pezzetto di Britannia.
E invece no, sospiro dando uno sguardo al Sacro Graal che, sistemato su un altare alle spalle del seggio di re Artù, ottiene comunque più attenzioni di me.
Sono costretta a rimanere qui. Prigioniera di un titolo nobiliare che è più una condanna che un vantaggio, in una corte in cui si dà più importanza a una coppa – che pur sacra rimane comunque un oggetto – che ai desideri delle persone.
GINEVRA
Avevo diciassette anni quando mi promisi a Re Artù. Tutti dicevano che era l’uomo più nobile della Bretagna: alto, bello, col portamento di chi sa regnare e la parola breve, come si addice ai saggi. Ma il cuore… il cuore era altrove. Forse nei consigli del regno, forse nelle profezie di Merlino, forse nella vana idea di una tavola rotonda che potesse contenere il mondo intero.
A corte, il tempo si consumava tra sorrisi finti e danze lente. Ogni giorno uguale al precedente, ogni volto un riflesso opaco dell’ambizione o del timore. Io ero regina, sì, ma anche prigioniera del decoro. Mi mancava l’imprevisto. Mi mancava… la vita.
Poi giunse Lancillotto. Dalla terra di Benoic, vestito d’argento e parole. Parlava come se il mondo fosse un poema, e rideva come se la tristezza fosse un ospite da cacciare. Lo osservai una sera, durante un torneo, e capii. Non era solo bello: era vivo. Mi guardò con occhi che non avevano paura della mia corona, e in quel momento sentii che potevo respirare.
Ci siamo amati, sì. Con la passione che non chiede permesso. Ma lui… lui era il vento. Sfuggente, brillante, crudele. Ogni sua infedeltà la nascondeva dietro il dolore del non potermi avere interamente. Mi diceva, con voce rotta e sguardo limpido da attore consumato, che soffriva perché io appartenevo a un altro. E io, io credevo di essere l’unica colpevole. Lo giustificavo, lo proteggevo, lo amavo.
Finché un giorno se ne andò. Senza un saluto. Senza un perché. Come se la nostra storia fosse stata solo una parentesi, un sogno da dimenticare. Nessuno ha più avuto sue notizie.
Una volta, camminando sola nella Sala Rotonda, mi fermai davanti all’altare del Graal. Le mie dita si posarono leggere sul bordo di quell’antico calice, cercando una risposta. Avevano detto che portava saggezza a chi ne beveva. Ma io guardavo Artù, Lancillotto, l’orgoglioso Gawaine, il rissoso Pellinore… e mi chiedevo se davvero quell’oro sacro avesse toccato la loro anima. Non sembrava. Forti e valorosi sì, ma spesso mi sembrava che anche i loro corpi, così come i loro cuori, fossero fatt del ferro che rivestiva le loro armature.
Sono passati mesi da allora, e adesso siedo ancora su questo trono, accanto a un re che regna ma non ama, e con il ricordo di un cavaliere che ha amato – forse? – ma non ha saputo o voluto restare. La corona brilla, ma pesa. E nel mio cuore resta solo il silenzio.
IL GRAAL
Non ho certo chiesto io di essere il Graal.
Non ho supplicato il cielo di custodire sangue divino che si rigenera come per magia, né cercato profezie o cavalieri armati di giuramenti e speranze. Eppure nemmeno io ho potuto sottrarmi al mio destino.
Ho attraversato i secoli, fino ad essere deposto in un castello sospeso sulle acque. Lì, fanciulle silenziose mi hanno custodito, vegliando su di me con occhi che sembravano sapere troppo e parlare troppo poco. Ho vissuto anni di quiete e attesa, fino a quando è giunto il momento di tornare nel mondo.
E adesso eccomi qui. Esibito su un altare di marmo dietro il trono di re Artù. Una reliquia tra vivi, un mistero tra storie. Mi osservano – cavalieri, servitori, dame. Ognuno con domande che nemmeno il vino più forte riuscirebbe a sciogliere.
Tre mesi fa poi è arrivato quel giovane cavaliere. Galahad.
Occhi grandi. Sogni forse ancora più grandi. Porta sulle spalle un peso che ancora non sa nemmeno di portare. Ha vinto il suo primo torneo, ha impressionato re e sovrani, e ora siede alla Tavola. Quella dove si mangia, si discute, si promette gloria con la stessa leggerezza con cui si versa il vino.
Oggi è Pentecoste.
La sala è un’esplosione di vessilli e corone. Sovrani di mezza Britannia sono accorsi, ostentando grandezza e stanchi ideali. Ma Amfortas, il nonno di Galahad, non è venuto. E Lancillotto? Sparito da mesi, lasciando suo figlio che è venuto qui sperando di vederlo con fame di risposte e silenzi troppo lunghi.
Galahad non parla molto. Ma ha imparato ad osservare e ascoltare. E ogni volta che passa accanto al mio altare, sento in lui qualcosa muoversi. Non è gloria. Non è potere. È bisogno.
Artù e Ginevra siedono distanti. Conversazioni frivole, cortesia, risate… ma tra loro solo silenzio. Le dame sussurrano, i cavalieri si vantano. L’aria è densa di apparenze.
Poi, accade.
Le porte si aprono – e io lo sento prima ancora di vederla. Una fanciulla del castello sulle acque. Bianca, luminosa, quasi irreale. Avanza senza che nessuno osi fermarla. I suoi passi risuonano come verità. Mi prende tra le mani, e sorride. Un sorriso antico, enigmatico.
“Bevete”, dice. “È il sangue di Cristo. È la salvezza. È la coppa sacra.”
Lo fanno. Tutti. Uno dopo l’altro, come se fossero ipnotizzati. Nessuno chiede chi sia la fanciulla, né da dove venga.
Galahad è l’ultimo. Sfiora appena le sue dita. Beve. Ma non è solo sete. È ascolto. È consapevolezza. È silenzio che gli parla.
Poi, una nube.
Una nebbia che avvolge la sala. La fanciulla alza la voce.
“Accorrete, cavalieri! Voi siete l’ultima speranza dell’Umanità!”
Il silenzio che segue è più potente di mille giuramenti. E mentre lei e io scompariamo, avvolti dalla nube, la sala resta muta.
Sir Gawaine è il primo a reagire.
“Stregoneria!” grida balzando in piedi. “Il Graal ci è stato sottratto!”
Si alza. Giura che lo ritroverà. Poi lo seguono Yvain, Bors, Percival, Galahad. Giurano tutti, tutti pronti a partire. A cercarmi.
Artù stringe le labbra. Sa che li perderà. Sa che la corte cambierà. Forse solo Kay e Bedwyr resteranno.
Così parte la missione.
La caccia.
La caccia a me.
La fanciulla mi riporta al castello sulle acque. Mi posa su un piedistallo. Intorno, solo penombra e silenzio.
Io non parlo. Non posso.
Ma penso. Penso così forte che a volte l’oro vibra sotto la mia superficie.
Adesso ho di nuovo quello che desideravo. Un buio tranquillo. Nessuno pretende. Nessuno cerca di spiegarmi.
Vorrei restare così per sempre.
Ma so che non mi è concesso.
Perché presto i Cavalieri della Tavola Rotonda verranno a cercarmi. Alcuni si perderanno. Altri non torneranno.
Tutto per me.
Perché io sono il Graal.
E tutto ruota attorno a me.
Recensioni e commenti
RECENSIONI

Leggerti sta diventando una piacevole abitudine 🙂
Qui siamo in una Camelot più oscura, dove l’onore sembra essere stato dimenticato in favore di meschinità e ambizioni personali e sono curioso di vedere cosa farà Galahad, il Predestinato a salvare un mondo che però forse non lo merita.
Bella rilettura del mito del Graal, i miei complimenti.
Adesso aspetto il seguito.
Paolo

Ciao!
Davvero originale la rilettura dei personaggi della Tavola Rotonda: Galahad ingenuo e già messo alla prova, Artù succube di Merlino e una Ginevra disincantata che ha ceduto però al fascino incostante di Lancillotto.
Fra tutti i personaggi mi è piaciuta Lynette, irriverente e molto più sveglia di tanti acclamati eroi.
Bravo, bello scritto, ne leggerò sicuramente altri!
Se vuoi lasciare un tuo commento al racconto scrivimi, sarò felice di risponderti!
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Che bello immergersi nel mondo di Camelot e della Tavola Rotonda, tra scaramucce, delusioni, sogni e ideali traditi. Mi è piaciuto molto questo scritto 😊
Ti ringrazio ❤️.
Si devo dire che sono contento di come l’ho rieditato, il racconto.
E manca ancora la seconda parte ☺️
Questo racconto giunge proprio a fagiolo per aiutarmi a “evadere” in un mondo che conoscevo solo tramite qualche libro di storia studiato alle medie e alle superiori. Mi piace molto il fatto che descrivi il punto di vista e le emozioni di ogni personaggio. L’ ho trovato brillante e coinvolgente. Anche a me è piaciuto molto il personaggio di Lynette.
Complimenti, davvero!
Ciao intanto grazie 🤗.
Io ho una vera e propria passione per le leggende della Tavola Rotonda – e come hai visto non solo per loro 🙂 – e credo che il mostrare il punto di vista dei vari personaggi sia uno stile che aiuta molto anche i lettori a empatizzare di più con loro e coinvolgersi di più nella lettura.
Felice che ti sia piaciuto ☺️
Okay, allora: ho finito di leggere e ho bisogno di un minuto per riprendermi. Questo non è un semplice racconto arturiano… è come se qualcuno avesse preso il mito, lo avesse lucidato, e poi gli avesse infilato dentro un cuore che batte davvero.
La prima cosa che mi ha colpita è Galahad. Non il solito cavaliere perfetto e un po’ noioso che si vede in certi testi medievali, ma un ragazzo vero, fradicio, emozionato, impacciato, che entra a Camelot come noi entreremmo a Hogwarts il primo giorno: occhi spalancati, sogni che traboccano, zero preparazione al cinismo della vita reale. È tenero, è buffo, è dolcissimo. E soprattutto è umano. Lo adoro già.
Poi arriva Artù… e wow. Non il re di marmo, non il simbolo, ma un uomo stanco, pieno di rimorsi, che guarda la sua corte come si guarda un castello di carte che potrebbe crollare da un momento all’altro. Il suo rapporto con Merlino, con Morgana, con Ginevra… tutto è raccontato con una maturità che non toglie nulla alla magia, anzi la rende più intensa. È come vedere il dietro le quinte della leggenda.
E Lynette? Lei è la mia preferita. Una ragazza intelligente, ironica, intrappolata in un ruolo che non ha scelto, che guarda i cavalieri come noi guardiamo certi politici: con un misto di esasperazione e sarcasmo. Il suo incontro con Galahad è una scena perfetta: lei che tenta di sedurre, lui che va in tilt come un cucciolo bagnato. Li ho amati entrambi.
Ginevra poi… finalmente una Ginevra che non è solo “la regina che tradisce” o “la donna contesa”. Qui è una persona. Una donna che ha amato, che ha sofferto, che ha capito troppo tardi che il suo destino non era nelle sue mani. La sua voce è malinconica, elegante, profondamente vera.
E infine… il Graal. Il Graal che parla. Il Graal che pensa. Il Graal che osserva tutti come un vecchio saggio un po’ stufo di essere al centro dell’attenzione. È geniale. Davvero. Non mi aspettavo di affezionarmi a un oggetto sacro, e invece eccoci qui.
In generale, quello che rende questo testo speciale è la prospettiva: ogni voce aggiunge un pezzo, un colore, un’emozione diversa. È come guardare Camelot da più finestre, ognuna con un vetro diverso. E il risultato è un mosaico ricchissimo, vivo, pieno di contraddizioni e splendore.
Se questo fosse l’inizio di un romanzo, io sarei già pronta a seguirli tutti nella ricerca del Graal. Anche se so che qualcuno si perderà per strada. Anche se so che Camelot non sarà più la stessa.
E forse è proprio questo che rende tutto così bello.
Ciao e grazie 🙂
Sì, la parte di Lynette è stata per me la più divertente da scrivere, proprio perché tutt’altro che la solita damigella in pericolo di cui siamo abituati a leggere. E il Graal di fronte a questa commedia delle parti che è Camelot certo nom poteva starsene zitto 🙂