L’ANTICRISTO

Scritto nel luglio del 2008

Matteo Renzi, ex sindaco di Firenze ed ex Presidente del Consiglio è un personaggio arcinoto pressoché a tutti… qui ho pensato per lui a delle origini un po’ particolari… 🙂

Gesù premette ancora sull’acceleratore della sua Ferrari, imprecando tra sé: stava già facendo tardi per la cena.

Attraversò i cancelli della Reggia Paradiso a tutta velocità, senza minimamente rallentare. La pioggia aveva appena smesso di cadere, e la ruota posteriore sinistra sollevò uno schizzo di fango da una pozzanghera centrando in pieno San Pietro, il portiere del palazzo.

Con la coda dell’occhio, Gesù vide il vecchio ripulirsi il vestito. Sorrise. Immaginava quante maledizioni San Pietro stesse mandando al figlio del capo, rigorosamente tra sé e sé: in Paradiso, imprecare era vietato.

Gesù entrò in casa, si fece una doccia, si cambiò poi raggiunse la sala da pranzo e si sedette a tavola. Gli altri erano già lì, ognuno con un’espressione diversa.

Suo padre lo fissava con sguardo grave. Ex imprenditore di successo, aveva scalato il regno dell’Eden grazie a scoperte miracolose come l’acqua della vita e la fonte dell’immortalità, ma soprattutto a una grande capacità manipolatoria. Grado dopo grado era riuscito infine a raggiungere il titolo di Dio, il Presidente, colui al quale tutti adesso dovevano obbedienza.

Gesù alzò le spalle. Sapeva che il padre lo disapprovava, ma ormai aveva imparato a fregarsene. Si sedette accanto alla Madonna, sua madre.

Bella, bionda, sensuale. Da giovanissima aveva risvegliato i sensi di Dio, che forse fin dai tempi dell’antico Egitto non sperimentava più i piaceri della carne. Per non smentire il suo credo nel libero arbitrio, lui le aveva chiesto il permesso di corteggiarla nonostante fosse già sposata. Lei, dopo mesi di attesa, gli si era infine concessa, mettendo da parte il marito ma pretendendo in cambio l’immortalità e il titolo di regina del Paradiso.

Dio accettò. Gesù rideva ogni volta che sentiva quella storia. Pensava che, se suo padre non avesse voluto spacciarsi per il paladino della correttezza, avrebbe potuto avere tutte le donne che voleva – come facevano gli antichi Dei di Grecia e di Asgard – semplicemente facendosi forte dei suoi poteri divini.

Sicuramente, se Zeus e Odino – rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza del Paradiso dopo che Dio li aveva sconfitti prendendosi i loro fedeli – avessero saputo della trappola in cui il loro vincitore si era cacciato da solo, avrebbero riso di gusto.

Per fortuna, le notizie sulla vita privata del Sommo erano filtrate e vagliate con cura dal suo segretario personale e capo ufficio stampa: lo Spirito Santo.

Lo Spirito, seduto alla sinistra del Padre, sfoggiava il solito sorriso sicuro. Era il sorriso di chi si sente sempre dalla parte giusta della storia.

Gesù trovava insopportabile il suo falso perbenismo, ormai diventato un vero e proprio marchio di fabbrica. Gli dava a dir poco sui nervi.

“Sei in ritardo”, osservò Dio Padre senza alzare la voce. “Non hai ancora imparato che la cena è alle sette e un quarto?

“Suvvia, Presidente, non è il caso di essere così severi”, intervenne una voce ironica ma venata di un riluttante e forzoso rispetto.

Gesù si voltò e un mezzo sorriso gli affiorò sulle labbra. Satana Luciferus, suo zio, era sempre stato il suo preferito. Spirito libero, insofferente alle regole, aveva la straordinaria capacità di sapersi adattarsi ai tempi.

Durante la crocifissione, mentre Gesù agonizzava sulla croce, Satana aveva provato a convincerlo a passare dalla sua parte. Gli aveva proposto una “grande coalizione” per sfidare il Padre alle prossime elezioni presidenziali del Paradiso.

Ipotesi allettante, non fosse stato che quelle elezioni erano una farsa. Dio aveva costruito una maggioranza talmente solida che la sconfitta era un’ipotesi ben più che remota. Le elezioni servivano solo di facciata, per dimostrare a tutti che il Paradiso era un luogo dove regnavano la giustizia e la trasparenza. Balle!

Gesù, umiliato dai soldati romani e piegato dal dolore, era stato tentato. Ma alla fine aveva rifiutato. Sapeva che il Padre lo avrebbe di lì a poco riaccolto in Paradiso e sperava ancora, un giorno, di succedergli sul Grande Seggio da cui dominava tutto e tutti.

Adesso Satana gli rivolse un’alzata di spalle, come a dire: “Dio sarà anche un tiranno, ma in fondo non è poi così cattivo.”

E forse chissà, lo pensava davvero. Secoli prima aveva tentato di ribellarsi, contando sull’appoggio degli angeli estremisti Memnoch, Belaal e Moloch. Ma il colpo di Stato era fallito, anche per l’intervento di San Giorgio e San Gabriele, capi supremi della sicurezza celeste.

Dio, magnanimo – o soltanto stratega? – lo aveva perdonato. Gli aveva risparmiato la vita e affidato il governo della zona più povera del Paradiso, dove sorgevano le prigioni per i criminali di Stato. Satana l’aveva ribattezzata “Inferno”.

E lì aveva fatto buon governo: ordine, efficienza, persino un certo benessere. Un Paese gestito con rigore, seppure ai margini più disgraziati del regno celeste.

Dio non replicò all’intervento di Satana, limitandosi ad alzare le spalle e la cena proseguì senza altri scossoni, tra argomenti neutri e conversazioni prudenti.

A fine pasto, Gesù si alzò senza salutare e si ritirò nella sua stanza.

Chiuse la porta alle sue spalle e inserì nello stereo l’ultimo LP di Beatrice, la cantante più in voga del momento, accompagnata dal suo gruppo: i Dante’s Brothers.

Si sdraiò sul letto e chiuse gli occhi. Cercò di rilassarsi, ma non come al solito non ci riuscì. E sapeva bene perché.

Anche se era passato del tempo, la missione sulla Terra lo aveva segnato più di quanto avesse immaginato. E il pensiero tornò, inevitabile, al giorno in cui tutto era cominciato…

Gesù bussò alla porta dell’ufficio del Padre e subito lo Spirito Santo venne ad aprire.

“Buongiorno, signorino”, lo salutò con il solito sorriso.

Gesù non rispose al sorriso, senza curarsi di nascondere l’antipatia per quel viscido mestierante della politica.

“Cerco mio padre.”

“Il Presidente è al lavoro, come sempre. Attenda qui, lo avviso subito.”

Sparì e lo lasciò sulla porta. L’anticamera era deserta, a parte l’angelo di guardia davanti alle stanze della Madonna.

Poco dopo, lo Spirito tornò.

“Prego, signorino. Da questa parte.”

Lo accompagnò fino alla porta con il blasone dorato, poi bussò.

“Avanti”, rispose dall’interno la voce di Dio.

Lo Spirito aprì e si fece da parte.

Gesù entrò, poi la porta si richiuse alle sue spalle.

“Vieni avanti, figlio mio”, lo salutò Dio mentre rispondeva a uno dei dieci telefoni piazzati sull’ampia scrivania di marmo con gli intarsi in oro e argento. “Sono subito da te.”

Liquidò l’interlocutore con poche parole, poi congiunse le mani e fissò il figlio.

“Siediti pure.”

Gesù si accomodò sullo scranno d’oro di fronte alla scrivania, chiedendosi cosa voleva suo padre da lui.

“Figliolo, sei ormai in età per affrontare le responsabilità della vita. E se supererai le prove che ti attendono, un giorno potrai prendere il mio posto.”

“Sì, padre.”

“Ho giusto pensato a una missione adatta a te. Un incarico che metterà alla prova le tue qualità di leader. Te la senti?

“Certo”, rispose Gesù, pur sapendo che la sua risposta era una pura formalità. La decisione era già stata presa.

“Me ne compiaccio. Come sai, millenni fa ho creato l’Uomo. Un essere che avrebbe dovuto incarnare perfezione e virtù ma che è stato invece una macroscopica delusione.”

Gesù annuì. La storia era nota.

Dio aveva plasmato l’Uomo dalla sua saliva. Allo stesso tempo però Satana – per invidia o per puro spirito di competizione – aveva dotato le scimmie di intelletto, creando una razza rivale.

Da allora, le due specie convivevano: quella divina privilegiata, quella scimmiesca costretta a servire.

“La razza umana non ha rispettato le mie aspettative”, proseguì Dio. “Guerre, violenza, egoismo. Un tempo scatenai persino un Diluvio per punirla, ma ho dovuto constatare che non è stato sufficiente.”

“Che cosa vuoi che faccia, padre?”

“Il tuo compito sarà scendere sulla Terra, assumere sembianze umane e predicare amore e carità. Dovrai guidare entrambi i popoli, anche quello creati da Satana. Perché nella mia grande magnanimità ho deciso di considerarli tutti miei figli.”

“Quali poteri avrò?”

“Potrai ridare la vista ai ciechi, moltiplicare cibo e bevande, fermare la morte. Ma avrai solo trentasei miracoli a disposizione, quindi ti consiglio di usarli con saggezza.”

Ridare la vista ai ciechi? Moltiplicare il cibo? Ridicolo. Ma che razza di poteri sarebbero?

“Non nascerai in un palazzo, ma in una capanna. Tuo padre sarà un povero falegname.”

“E mia madre?”

“Ha chiesto di reincarnarsi in una fanciulla. Lei e il falegname si sposeranno e tu sarai ufficialmente loro figlio. Una volta cresciuto inizierai la tua vera missione. Tutto chiaro fin qui?”

“Sì padre.”

“Bene. Non sarai solo, comunque. Un altro membro della nostra famiglia ti accompagnerà.”

“Chi?”

In quel momento, la finestra si spalancò e un drago si posò sul grande davanzale. Sulla sua schiena sedeva un giovane dai capelli scuri.

“Tu…” mormorò Gesù.

“Tuo cugino Giuda verrà con te”, gli spiegò Dio, mentre il ragazzo balzava nella stanza.

“Sarà un onore accompagnare tuo figlio nella sua missione”, s’inchinò Giuda.

Dio sorrise appena.

“Ne sono certo.”

Gesù cercò di mascherare l’irritazione. Non aveva mai sopportato quel giovane arrogante e sospettava che Giuda ricambiasse il sentimento. Falso com’era ovviamente non lo avrebbe mai ammesso pubblicamente. Dirglielo in faccia? Neanche per sogno. 

Dio lo chiamava “nipote”, ma si mormorava fosse addirittura suo figlio, nato da una relazione con una strega dell’Est. Giuda forse lo sapeva, perché si comportava come se il Paradiso fosse casa sua.

Gesù però era deciso a dimostrargli chi fosse il vero erede. Che lo accompagnasse pure sulla Terra. Gli avrebbe dimostrato chi dei due era il più forte.

Gesù si riscosse da quei pensieri, desiderando per l’ennesima volta di poterli scacciare. Ogni volta che la mente tornava su quei ricordi, infatti, sentiva addirittura di odiare suo padre.

Dio l’aveva ingannato. Gli aveva spiegato cosa avrebbe dovuto fare omettendo però – con malevole astuzia – tutte le sofferenze e le umiliazioni che avrebbe dovuto affrontare.

Era sceso sulla Terra con le migliori intenzioni. E in cambio aveva ricevuto odio, disprezzo, diffidenza. Ancora adesso si chiedeva il perché.

Possibile che predicare amore e fratellanza avesse generato tanto astio? I sacerdoti dei templi ebrei l’avevano duramente osteggiato, prendendo le sue parabole come un’offesa personale. E i Romani, dominatori del mondo, contro i quali non si era mai schierato, lo avevano infine torturato e crocifisso, liberando al suo posto uno dei peggiori criminali politici della Palestina.

Al ricordo delle frustate e dei segni lasciati sul corpo bellissimo in cui si era incarnato, l’animo di Gesù si infiammava ancora di rabbia e disprezzo. Per la razza umana, corrotta e degenerata e per suo padre, che – pur sapendo quello che sarebbe successo grazie al dono della Divinazione – non l’aveva avvertito. Anzi. L’aveva lasciato all’oscuro, spingendolo apposta verso l’ignoto.

E Giuda? Quanto doveva essersi divertito a interpretare il ruolo del traditore. Era stato Dio a imporglielo, o era stato lui stesso a pretenderlo?

Gesù meditava vendetta da tempo, ma sapeva benissimo di non potersi rivalere sul padre: il Supremo possedeva un potere assoluto, e se gli si fosse apertamente ribellato sarebbe stato capace di cancellarlo dall’universo in un istante.

Gli esseri umani, però, avrebbe pagato. Loro non avevano poteri per proteggersi dalla sua vendetta, e l’aveva respinto, deriso, crocifisso. Aveva rifiutato il suo messaggio di pace. Si meritavano di cadere nelle mani di un despota tirannico, senza possibilità di salvezza… ed era proprio quello che sarebbe successo.

Anche Gesù aveva acquisito il potere di creare vita dalla saliva, proprio come suo padre. Ed era giunto il momento di usarlo.

Gli uomini avrebbero pagato… per tutto.

Si sputò tra le mani e si concentrò. Aveva imparato che gli uomini ammiravano la bellezza, ma chi era bello, fra loro, trovava sempre ostacoli: la gelosia dei suoi simili lo frenava.

“Tu sarai brutto”, disse allora alla saliva che impastava tra le mani. “Così inizialmente passerai inosservato e potrai lavorare nell’ombra, per prepararti alla tua futura grandezza.”

Plasmò un essere piccolo, tendente alla pinguedine.

Ora, pensò, passiamo all’intelletto.

Durante la sua missione, Gesù aveva mostrato tutto il suo sapere, senza falsità o trasparenze. E la gente lo aveva trattato con sospetto, quasi spaventata dalla sua intelligenza.

“Sarai falso e manipolatore”, disse quindi alla figura inerte.  “Così non incuterai timore. Anzi, molti ti applaudiranno e ti acclameranno.”

Per compensare, donò alla sua creazione un grande senso di sé e un’autostima incrollabile. I più l’avrebbero trovato credibile, si sarebbero fidati, anche se sarebbe bastato guardarlo bene o ascoltarlo per davvero per capire di che pasta era fatto.

“Io sono sempre stato sincero, e la gente mi ha crocifisso. Tu sarai il peggior mentitore della Terra. E per questo ti acclameranno come eroe, condottiero, salvatore.”

Adesso restava da decidere la sua origine sociale.

“Io sono nato in una stalla, e le mie possibilità erano limitate. Tu avrai una base diversa.”

Rifletté in silenzio. Il tempo nell’Eden scorreva diversamente. Mentre nei Cieli era passato meno di un anno, sulla Terra erano trascorsi secoli. La società si era evoluta, almeno in apparenza.

I discendenti delle scimmie occupavano il ruolo di operai. Schiavi pagati, e le loro condizioni erano migliorate solo in apparenza.

I discendenti di Adamo, invece, avevano cambiato nome: da re a imprenditori. Ma continuavano a governare e spadroneggiare su tutto il creato.

“Nascerai in una famiglia benestante”, disse allora Gesù. “Non sarai proprio un imprenditore, ma più un loro collaboratore. Li favorirai, e farai affari d’oro con loro.

Fece una smorfia.

“Appoggiare gli umili non è servito a nulla. Quindi, questa volta favoriremo i potenti. Io sono stato il Cristo, il figlio di Dio fattosi uomo. Tu sarai il mio contraltare: l’Anticristo. La razza umana ha rifiutato il mio messaggio, ed è giusto che adesso venga ingannata dalle tue false promesse.

Mancava solo il nome.

Doveva essere corto, facile da pronunciare, abbastanza comune da restare impresso.

Gesù fu colto da un’ispirazione improvvisa.

“Ecco, sì. Ti chiamerò… Matteo.”

Sorrise e, soddisfatto della scelta, si apprestò a dar vita alla creatura.

FINE

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