MEDUSA
Scritto nell’aprile del 2006

«Sei bellissima, Medusa…» mi sussurrò Poseidone, mentre mi schiacciava contro una colonna del sacro tempio di Atena. «Persino di più della mia sposa Anfitrite e davvero degna di essere la mortale che ha osato affascinare il Signore dei Mari.”
I-io non ho osato nulla, mio signore…, avrei voluto rispondergli, ma i suoi baci mi toglievano il fiato mentre il suo corpo dai muscoli allungati e ben scolpiti, premeva sul mio con l’indomabile forza dei mari. Gli occhi, vortici senza pupille il cui sguardo era quasi impossibile da sostenere, sembravano scrutarmi dentro svuotandomi di ogni volontà.
Ricambiai i baci appassionati di Poseidone, ma anche fra le braccia possenti di un Immortale il mio cuore non poteva fare a meno di tremare.
Poseidone aveva spalancato le porte del tempio con la naturalezza tipica di chi non era abituato a chiedere il permesso, ma adesso la grande statua di pietra della Dea della Guerra sembrava scrutarci con disapprovazione. «Non si adirerà…?» sussurrai, mentre le mani di Poseidone mi sollevavano la veste fin quasi alla vita. «Non ci punirà per aver profanato un luogo a lei sacro?»
Lui rise dei miei timori, ma all’improvviso la statua sembrò animarsi mentre puntava su di me lo scettro di Nike. Poseidone si scostò da me con un balzo mentre dallo scettro si sprigionava un fascio di luce dorata che mi colpì in pieno.
Il colpo mi strappò un grido: sentii il petto incendiarsi, le gambe cedere, e per un istante il mondo sembrò dissolversi in una luce che mi accecava. Subito dopo, il mio corpo iniziò a mutare. Un dolore lancinante mi squarciò la schiena e poi le spalle, come se il mio corpo venisse spinto fuori da se stesso o una forza antica mi strappasse la pelle con una furia mai provata. La mia schiena si spezzò in un grido mentre sentivo ogni vertebra torcersi come se volesse liberarsi dalla carne. Urlai, e dalla mia bocca uscì un suono feroce che aveva ormai ben poco di umano.
Il mio viso tremava, scosso da un impulso incontrollabile, e i miei capelli ricci e scuri… li sentivo strisciare sulle spalle, pungere le guance e allungarsi famelici verso le braccia. Non sembravano appartenermi più mentre li percepivo diventare vivi, letali e sibilanti… e sicuramente insopportabili alla vista.
«Atena!» gridò Poseidone, distogliendo lo sguardo da me per fissarlo sulla statua della Dea, adesso tornata totalmente immobile. «Che tu sia maledetta! Ma non è finita qui… te lo giuro!»
In lacrime, protendevo le braccia verso di lui, ma le vedevo coprirsi di scaglie mentre le unghie si allungavano diventando artigli. Aiutami… ti prego…! avrei voluto implorarlo, ma la voce mi si impigliava in gola.
Il corpo di Poseidone si dissolse in un vortice d’acqua e il Dio dei Mari scomparve, gelido di furore ma senza nemmeno un pensiero per colei che aveva trascinato nella sventura.
Io caddi a terra e il pavimento del tempio mi accolse, freddo come una tomba. Ero sola, e anche se mi mancava il coraggio di guardare la mia immagine riflettersi in uno degli specchi votivi del tempio… sapevo di essere diventata un mostro. Il mostro che Atena aveva voluto creare. Che ne sarebbe stato adesso di me?
È trascorso moltissimo tempo da quel giorno. Anni? Secoli? Non lo so con esattezza. Chiusa qui, in questa grotta buia e profonda, ho finito per smarrire – insieme a moltissime altre cose – la cognizione del tempo.
Ma i ricordi non mi hanno abbandonata.
Poco dopo che Poseidone mi lasciò, Ermes, l’alato messaggero degli Dei, mi raggiunse e, presami con sé, mi spiegò che dall’ira di Atena non avrei potuto sperare in alcuna clemenza.
«Sarò un mostro per sempre…» sospirai, mentre il nugolo di serpenti che avevano preso il posto dei miei un tempo splendidi capelli emisero un sinistro sibilo.
«C’è dell’altro», aggiunse il nume. «Chiunque, da ora in avanti, avrà la sventura di incrociare il tuo sguardo si tramuterà all’istante in pietra. È il potere malefico che Atena ha attribuito ai tuoi occhi, e per questo motivo Zeus ha deciso che tu viva in solitudine, confinata in un’inaccessibile foresta all’estremo nord della Grecia, nella terra dei selvaggi Iperborei. La bravata di Poseidone… o meglio, il suo sciocco tentativo di ripicca, ti è costato moltissimo, mia sfortunata ragazza.»
Le sue parole potevano sembrare comprensive, ma il tono era freddo e sbrigativo. Aveva fretta di andarsene, Ermes: evidentemente nemmeno lui sopportava la mia vicinanza.
Ma non fu quello a sconvolgermi, bensì una verità che mi colpì in pieno viso con la forza di uno schiaffo: Poseidone mi aveva sedotta e condotta al tempio non perché mi trovasse speciale… ma soltanto per fare uno sgarbo alla sua detestata nipote! Sapeva che Atena si sarebbe adirata moltissimo nel vedere il suo tempio violato e aveva ragione.
A tanto, mi chiesi in lacrime, giungeva la meschinità degli Dei? E perché io – una semplice mortale, la cui unica colpa era stata quella di cadere ingenuamente vittima della seduzione di uno di loro – dovevo pagarne tutto il prezzo?
A quelle rivelazioni seguirono giorni durissimi in cui mi sembrò d’impazzire. Poi, lentamente, sprofondai in una cupa apatia che da allora non mi ha più abbandonata. Ma non trovai la tranquillità nemmeno nell’esilio che mi era stato imposto.
La foresta nella quale ero stata confinata era infatti spesso visitata da cacciatori di frodo, avventurieri in cerca di gloria o semplici curiosi e quelli fra loro così temerari da tentare di uccidere il mostro che ero diventata, finivano tragicamente tramutati in pietra al solo incrociare il mio sguardo maledetto.
Io però, pur sprofondata nella disperazione più nera, non intendevo fare del male a nessuno. Così decisi che non avrei mai più incrociato il mio sguardo con quello di un essere vivente e mi rinchiusi qui, in questa cavità di pietra quasi invisibile nel fitto della foresta.
È diventata la mia casa ormai, con i pipistrelli a farmi da unica compagnia e io che tengo il viso sempre basso per non rischiare di tramutare in pietra anche loro. E qui intendo rimanere, almeno finché la morte – che attendo quasi come una liberazione – arriverà a mettere finalmente fine alla mia sventurata infelicità.
Avanzai verso il mio obiettivo a passo marziale, sicuro del favore degli Dei e della giustezza della mia causa. Avrei ucciso l’odiato mostro e, portata la sua testa al re Polidecte, liberato finalmente mia madre dalla prigionia a cui quel vecchio bastardo la costringeva da anni.
Con la spada di Atena, la lama lucente come il diamante più prezioso, i calzari alati dono del saggio Ermes e l’elmo fatato nessuno poteva fermarmi e ogni volta che nel cielo si scatenava una tempesta vedevo in fulmini e saette un segno inequivocabile che il mio padre celeste, Zeus, vegliava su di me. Lungo il mio cammino avevo fatto strage di mostri e giganti e persino le Furie stesse, se avessero osato contrastare il mio cammino, sarebbero state letteralmente spazzate via. Nessuno poteva fermarmi!
La foresta Iperborea era un luogo oscuro e spaventoso; alti alberi oscuravano persino il più piccolo raggio di sole e le sventurate vittime di Medusa spuntavano nel verde simili a statue di pietra, ma con nei volti ancora inciso tutto il terrore che dovevano aver provato incrociando lo sguardo di quel maledetto abominio.
Repressi la rabbia, stringendo le fibbie del mio scudo dorato, così lucente da poter riflettere le forme del mio avversario. Ed era proprio lui la mia arma segreta: lo sguardo di Medusa pietrificava chiunque la fissasse negli occhi, ma su suggerimento di Atena avrei evitato di guardarla direttamente e, fissato il suo riflesso nello scudo, avrei colpito. E l’avrei uccisa, il mio trionfo era praticamente assicurato.
Raggiunta la tana del nemico, smontai da cavallo e rimasi un attimo lì. Atena mi aveva consigliato di entrare di soppiatto e sorprendere Medusa alle spalle, ma una cosa del genere era indegna di un grande eroe come me. No! Sarei entrato e avrei affrontato il nemico faccia a faccia, mettendo finalmente fine al suo regno del terrore. «Medusa!» gridai, varcando deciso l’ingresso della grotta. «Io, Perseo, figlio di Danae, ti sfido! Esci e combatti!»
Non ricevetti nessuna risposta, solo l’eco della mia voce nell’altrimenti silenzio più totale. Se però il mostro pensava di spaventarmi, si sbagliava di grosso. Sguainai la spada e colpii la roccia a destra e a manca. «Medusa!» gridai inoltrandomi nella caverna. «Vieni fuori maledetta! Medusaaaa!»
Percorsi la caverna in lungo e in largo fino a che giunsi a una piccola cavità interna, fiocamente illuminata e sul cui tetto stavano appollaiati parecchi pipistrelli. Una figura femminile era inginocchiata lì e mi voltava le spalle. Teneva la testa china e i suoi capelli erano un groviglio di serpenti pronti ad azzannare. Medusa! Finalmente l’avevo trovata. Ma perché non si voltava ad affrontarmi?
Avanzai di qualche passo fino a poter sentire il suo respiro, sommesso e – mi parve – intriso di una strana sofferenza.
«Sei…» mormorò, «qui per uccidermi?»
La sua voce era diversa da come mi aspettavo. Calma e bassa, mi sembrò quasi… umana.
«Sì», risposi comunque senza esitare, le dita della mano destra strette attorno all’elsa della spada.
«Perché?»
Perché? Ma che razza di domanda era, fatta poi da un mostro spietato che si divertiva a terrorizzare le sue vittime prima di ucciderle? Atena stessa sosteneva che Medusa era una piaga da cui il mondo andava liberato… eppure in lei, adesso, non percepivo nessuna ostilità.
«Ti ho fatto una domanda, Perseo. Perché vuoi uccidermi?»
Strinsi gli occhi… mi stava forse prendendo in giro? «Da quando in qua», replicai sprezzante, «l’agnello chiede al lupo perché lo sta assalendo, o due leoni si scambiano parole di circostanza prima di battersi? Mostro, hai forse chiesto alle tue vittime se volevano morire prima che esalassero l’ultimo respiro? Battiti e facciamola finita!»
Medusa non mosse un muscolo. «La tua spada presto porrà fine alla mia vita.» Il tono gentile della sua voce adesso era intriso di una sottile ironia. «Ho almeno il diritto di saperne il motivo?»
Sbuffai spazientito. «Devo prendere la tua testa, in nome del re Polidecte di Serifo. Tiene nelle sue mani la vita di mia madre, ma se gli porterò questo trofeo per il giorno del suo matrimonio, ha promesso di lasciarci liberi. Entrambi.» Tacqui un momento, stupendomi di aver davvero risposto a quella domanda.
«Gli uomini sono malvagi non meno degli Dei…» sospirò Medusa. «Molto bene, giovane Perseo. Uccidimi pure se devi. Io non mi opporrò.»
Co… cosaaa? Non potevo credere alle mie orecchie! Il nemico che ero venuto ad eliminare, che persino gli Dei stessi aborrivano… era disposto a farsi uccidere così, senza combattere? Che si trattasse di un trucco per trarmi in inganno e attaccarmi poi appena avessi abbassato la guardia? In tal caso…
Sollevai la spada pronto a colpire, osservando il riflesso della lama nella semioscurità della grotta. Medusa era lì, a pochi passi da me, totalmente inerme e persino i serpenti sulla sua testa sembravano quasi essersi rattrappiti. Sarebbe bastato un colpo per staccarle di netto la testa… eppure esitavo e non soltanto perché non era degno di un eroe colpire qualcuno alle spalle, che per giunta non tentava nemmeno di difendersi. No, c’era qualcos’altro che mi bloccava.
Lottai a lungo contro emozioni contrastanti poi, alla fine, scossi la testa e abbassai la spada.
«Tu…» mormorai dando voce ai miei pensieri. «Tu non sembri affatto il mostro di cui tutti parlano. Non percepisco alcuna malvagità in te.»
Medusa sembrò incassare la testa tra le spalle poi, all’improvviso, la sentii piangere sommessamente. Ero sbalordito… quella creatura era capace di versare lacrime!
«Ti ringrazio, Perseo», disse con voce rotta. «Perché mi hai parlato come ad un essere umano e non come ad una creatura da temere. Meriti di ascoltare la mia storia.»
Prima che potessi dire qualcosa, iniziò a parlare e mano a mano che ascoltavo la sua pena, mentre le parole sembravano uscirle dalla bocca come l’acqua da una diga che aveva ceduto alla sua forza, sentii tutte le certezze che mi avevano guidato fino ad allora sgretolarsi una per una.
Era impossibile dubitare delle sue parole: il suo era un racconto di dolore e sofferenza… in cui gli Dei, a cui ero sempre stato devoto, erano i veri mostri che avevano egoisticamente condannato una giovane donna sfortunata a un orribile castigo.
Poseidone, Atena, Ermes… e che dire di Zeus – mio padre! – che invece di mostrare pietà, aveva esiliato Medusa in questo posto remoto? Come se fosse sua la colpa del mostruoso aspetto che aveva adesso o dei suoi poteri mortiferi che Atena le aveva crudelmente imposto?
Ripensai alle parole di mia madre, su come il re degli Olimpi, mostratolesi sotto forma di pioggia dorata, avesse approfittato di lei senza poi muovere un dito per aiutarla quand’era rimasta incinta, e suo padre, fuori di sé per l’ira, aveva tentato di ucciderla.
Amavo mia madre, ma avevo sempre pensato che il suo fosse solo un tentativo di giustificarsi per aver ceduto al fascino del più potente degli Immortali. E invece no. Davvero gli Dei prendevano dai mortali ciò che volevano per poi gettarli via, incuranti delle conseguenze, creando mostri… per poi accusare le loro vittime di esserlo?!
Medusa, terminato il suo racconto sembrò farsi ancora più piccola e, mentre i suoi singhiozzi si spensero a poco a poco, spada e scudo mi scivolarono via dalle mani cadendo a terra con un tonfo secco.
D’impulso, mi feci avanti e le sfiorai un braccio con la mano sinistra. «Mi dispiace…» mormorai. «Ora comprendo… che non sei tu il vero mostro.»
«Desidererei vedere il tuo viso, anche una sola volta giovane Perseo…» mormorò lei dopo un lungo silenzio. « ma ciò non è possibile perché appena i nostri sguardi dovessero incrociarsi tu verresti subito trasformato in pietra. E allora ti prego… uccidimi.»
«Ucciderti? Ma…»
«Sì. Liberami dalla maledizione di Atena e lascia che anch’io possa addormentarmi senza svegliarmi mai più, avvolta dal freddo ed eterno abbraccio della morte. Desidero solo la pace… una pace che non ho più conosciuto dal giorno maledetto in cui il mio cammino incrociò quello di un nume.»
Strinsi il suo braccio con più forza, quasi a volerla far desistere dalla sua richiesta… e in quel momento fra di noi si creò un legame indissolubile. «È davvero questo che vuoi?»
Al suo annuire, chinai rassegnato il capo. La lasciai e, fatto un passo indietro, ripresi la spada sollevandola a mezz’aria. «Perdonami..» mormorai, poi le staccai di netto la testa dal collo.
La testa di Medusa rotolò a terra a qualche passo da me e, osservandone il riflesso nell’ovale del mio scudo vidi un volto pallido, come se la vita avesse smesso di scorrervi molto tempo prima. Gli occhi – enormi, fissi e spalancati sul vuoto – non sembravano brillare di ferocia ma di una paura antica, congelata nel momento della punizione divina. Le pupille erano verticali, simili a quelle dei serpenti, contornati dalla sclera gialla, ma più che minacciosi gli occhi di Medusa sembrano semplicemente aver pianto troppo. Le labbra sottili erano spalancate in un urlo di sofferenza eterna mentre i serpenti dei suoi capelli, inanimati e inerti, sembravano morti con lei.
Feci per chinarmi a raccogliere la testa, quando alcuni dei pipistrelli appollaiati al soffitto della grotta si animarono e, in volo, mi attraversarono la visuale: si trattò di un attimo appena, un lampo verde, i serpenti sul capo di Medusa sibilarono e i volatili caddero, impietriti, davanti a me.
Sentii il sangue gelarmi nelle vene: il potere di Medusa non era morto con lei anzi, i suoi occhi, recisi dal corpo, cercavano ancora vite da spegnere… e forse l’avrebbero fatto per sempre.
Mi sentii invadere dalla rabbia per quella che mi parve una mostruosa crudeltà: Atena aveva fatto sì che la sua maledizione perseguitasse Medusa anche da morta, non dando requie nemmeno alla sua anima! A tanto arrivava il suo odio?
Gettai via la spada di Atena, il cui tocco ormai mi disgustava. «Mi avevi fornito queste armi per aiutarmi a uccidere un mostro, non è così, Atena?» gridai sicuro che, seduta sul suo trono tra le nuvole, fosse lì ad ascoltarmi. «Queste sono state le tue parole… ma mai avrei immaginato che quella creatura non era altro che una donna ferita e che eri tu la causa della sua mostruosità!»
Con l’animo in fiamme, mi strappai via l’elmo dalla testa e mi tolsi i calzari: erano doni degli Dei e non volevo più avere niente a che fare con loro. Mi avevano manovrato come un burattino, ma erano finiti i tempi in cui ero un loro strumento. Da oggi in poi avrei combattuto da solo le mie battaglie… e che gli Immortali provassero anche soltanto a fermarmi! Erano gli Dei i veri mostri e io, Perseo, avevo chiuso con loro. Per sempre.
Sollevai il corpo senza vita di Medusa fra le braccia e, portatolo fuori dalla grotta, accesi una pira dove lo bruciai insieme ai doni degli Dei, sperando di offrire alla sua anima almeno un minimo di conforto. La testa – facendo bene attenzione a non incrociarne lo sguardo – la riposi invece in un sacco legato alla sella del mio cavallo. In quel momento non rinnegai soltanto i numi: presi anche un’altra decisione.
Da quel giorno avrei usato il potere di Medusa per colpire i malvagi del mondo e raddrizzare i torti dei meno fortunati. Gli Dei l’avevano trasformata in un mostro ma io, Perseo, avrei riscattato il suo nome. Sentivo che era il minimo che potessi fare per lei.
Rivolsi lo sguardo alle fiamme che si alzavano lente, quasi esitanti, come se anche il fuoco sapesse che non stava bruciando un mostro ma una vittima.
«Avevi ragione Medusa…» mormorai, asciugandomi gli occhi umidi di lacrime non versate. «Gli Dei sono crudeli e meschini ma io ti prometto che da ora in avanti li combatterò, anche in nome tuo. Addio per sempre, Medusa. Spero che tu possa trovare, nella morte, la pace che ti è mancata in vita.»
Montai in sella e mi allontanai senza mai voltarmi. La foresta, gli Dei, la fede cieca che avevo riposto in loro: tutto rimaneva dietro di me. Il ricordo di Medusa, invece, mi avrebbe accompagnato per sempre.
FINE
Recensioni e commenti
RECENSIONI

Medusa, un personaggio tragico vittima delle oscure trame di Dei meschini e sleali e alla fine andata incontro a un triste destino.
Hai tratteggiato questo personaggio in
modo delicato e me l’hai fatta amare di nuovo. Bravo!

Perseo mi è sempre stato un po’ sul c… Cavallo alato, armi magiche e tutti gli aiuti del mondo; qui però mi è risultato molto meno antipatico, alla fine ha liberato Medusa dai suoi tormenti aprendo anche gli occhi sugli “Dei”.
Chapeau!

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Wow. Complimenti: hai preso il mito di Medusa e l’hai ribaltato come un calzino. Poseidone? Peggio di un ex tossico. Atena? Regina del “non è colpa mia ma ti punisco lo stesso”. E Medusa… finalmente qualcuno che la racconta come la vittima di un sistema divino completamente fuori controllo. Perseo che alla fine manda a quel paese gli dèi è la ciliegina: un eroe che capisce la fregatura del “favore divino” e decide di disinstallare l’app. Breve, tragico, e sorprendentemente attuale.
Che commento originale! 🙂
Sì, Medusa per me è sempre stata la vittima di Dei meschini e vendicativi, pronti a farsi la guerra ma sulla pelle dei mortali.
Potente. Crudo. Umanissimo. Hai trasformato un mito scolastico in una tragedia che colpisce allo stomaco. Medusa non è più un mostro: è la vittima più feroce che gli dèi abbiano mai creato. E Perseo… finalmente un eroe che capisce troppo tardi. Bellissimo.
Grazie.
Sì, mi sono sempre chiesto che cos’avrebbe fatto Perseo una volta faccia a faccia con una Medusa più vittima che mostro. Ed ecco la risposta che mi sono dato. Felice che ti sia piaciuta 🙂
Questo racconto mi ha lasciata con un nodo in gola. La tua Medusa non è solo una figura mitologica: è una donna tradita, punita e dimenticata da tutti, tranne che dal lettore. La sua voce è così fragile e dignitosa che fa male ascoltarla. E Perseo… non è l’eroe trionfante delle versioni classiche, ma un ragazzo che scopre la verità nel momento esatto in cui non può più cambiarla. Il suo gesto finale — gettare via i doni degli dèi — è una ribellione silenziosa ma enorme. È un racconto che parla di colpa, compassione e ingiustizia divina, ma soprattutto di come la gentilezza, anche se tardiva, possa cambiare il senso di una storia. Mi ha toccata profondamente.
Personaggi e trame che toccano il lettore sono prodotti riusciti, e quindi il tuo commento mi fa oltremodo piacere. Medusa e Perseo, lasciata la patina che li ha etichettati come mostro ed eroe senza macchia, appaiono qui semplici burattini in mano a Dei vigliacchi e meschini. Grazie di aver letto e recensito 🙂