AMORE SU MARTE

Scritto nel gennaio del  2026

Pianeta Marte, anno 2133

La Terra, dilaniata da guerre atomiche che l’avevano infine trasformata in un desolato deserto radioattivo, era stata abbandonata per sempre e adesso ciò che restava dell’umanità sopravviveva in colonie sparse tra i Pianeti Marte, Europa e Titano.

New Ares era un alveare sotterraneo scavato nel ventre di Marte. Un labirinto di corridoi metallici, tubature che pulsavano come vene illuminate da tremolanti luci al neon. L’aria era filtrata, sterilizzata in modo da risultare, almeno agli olfatti meno sensibili, pressoché priva di odori. La superficie del pianeta rosso non era adatta alla vita umana: instabile, velenosa e – si diceva – popolata di imprevedibili creature da incubo. Nessuno avrebbe potuto sopravviverci a lungo.

Bruce era uno dei tanti operai della RedCore Industries, addetto alla linea di montaggio delle trivelle atmosferiche. Un lavoro ripetitivo e quasi alienante, ma necessario per sopravvivere in una società che aveva fatto del capitalismo il suo primo ed unico principio fondativo.
La vita di Bruce era un ciclo di ore identiche. L’unica cosa che lo teneva in piedi era Yuki, la sua bellissima moglie, di cui era perdutamente innamorato.

Dopo ogni massacrante e infinito turno di lavoro, lei lo aspettava ogni sera sulla soglia del loro piccolo modulo abitativo. Un appartamento di due stanze, pareti sottili dipinte di un grigio spento dove l’aria sapeva di filtrato e di plastica calda. Dal soffitto proveniva un ronzio costante – il respiro artificiale dei condotti di ventilazione – e una finestra digitale mostrava un cielo finto, azzurro e senza vento né nuvole, in sostituzione dello squallido panorama reale.

“Bentornato, amore”, lo accoglieva Yuki, con una voce che sembrava sciogliere il gelo dei corridoi. Era bellissima, con i lunghi e lisci capelli neri e i tratti orientali vago ricordo di una passata civiltà.

Lo faceva entrare, aiutandolo a togliersi gli scomodi abiti da lavoro poi si sedevano a cena assieme parlando di viaggi e posti che – entrambi lo sapevano – nessuno dei due avrebbe mai visto.
Quando si ritiravano in camera da letto, per Bruce era un sogno di cui non si stancava mai vedere Yuki spogliarsi degli abiti leggeri per poi darsi a lui con tutto l’amore di cui era capace; quando gli saliva sopra e lui le entrava dentro, Yuki gemeva piano e si chinava a baciarlo sulla bocca, sussurrandogli quanto lo amava.

Bruce viveva per quei momenti, per i sorrisi di lei e per la sua presenza che gli rendeva sopportabile la monotonia di una vita altrimenti priva di qualsiasi significato.

Yuki era dolce, attenta, premurosa. Anche nei momenti più bui possedeva una calma che sembrava quasi irreale, una gentilezza che non si incrinava mai e riusciva a trovare sempre una parola di speranza anche nelle situazioni più difficili. Bruce la considerava la sua ancora, la sua casa e la sua unica e sola felicità.

Con lei – e solo con lei – si sentiva davvero vivo.



Accadde lentamente.

Una sera, mentre cenavano con razioni sintetiche di cibi un tempo gustosi, ad un tratto Yuki posò la forchetta sul tavolo.

“Bruce…” chiese con tono pacato. “Ti sei mai chiesto com’è il cielo?”

Lui sollevò lo sguardo, fissandola sorpreso. “Il cielo?”

“Sì. Quello all’esterno. Quello che non vediamo mai. Il vero cielo di Marte… non ti piacerebbe sapere com’è?”

Bruce sorrise. “Yuki, ma… ma lo sai benissimo com’è il cielo di questo pianeta. Cupo, scuro e inquinato da gas e vapori. Se dovessimo salire in superfice non riusciremmo nemmeno a respirare.”

“Io vorrei vederlo”, insistette lei, e i magnetici occhi color indaco, che sotto le luci a neon sembravano quasi blu, si strinsero quasi impercettibilmente.

Per quella sera non aggiunse altro, e Bruce pensò si trattasse di una fantasia passeggera o di un semplice pensiero per esorcizzare la realtà. Ne facevano così tanti insieme!

Ma nei giorni successivi, Yuki tornò sull’argomento.

“Vorrei vedere la superficie”, diceva sempre più spesso. “Sentire il vento, annusare il profumo dei fiori. Bruce”, continuava, guardandolo in un modo in cui non l’aveva mai guardato. “Vorrei… uscire da qui.”

Bruce iniziò a preoccuparsi. Yuki non era mai stata così inquieta. Così… distante, quasi che le sue fantasie sempre più frequenti la stessero sottilmente allontanando da lui.

Una sera, quando lui cercò di abbracciarla, lei inaspettatamente si ritrasse.

“No, Bruce”, disse scuotendo la testa quasi con le lacrime agli occhi. “Non… non mi va. Non è colpa tua, ma…”

“Stai male?” si preoccupò lui. “Forse…”

“No.” Yuki scosse di nuovo la testa. “È solo che… mi sento come… intrappolata.”

Quella parola gli trafisse il petto.

Intrappolata. Da che cosa? Da quella vita, da quel posto… o da lui? Non osò chiederglielo.

Da quella sera non la toccò più, né lei gli chiese di farlo o gli si avvicinò più come prima.

Bruce iniziò a dormire male. Guardava Yuki mentre riposava, immobile con i lunghi capelli scuri che brillavano come seta sul cuscino. Gli era sempre piaciuto guardarla dormire, ma adesso ogni piccolo dettaglio gli faceva stringere il cuore per la paura di perderla. Si chiedeva se il suo stato d’animo fosse colpa sua, se l’avesse resa infelice e si tormentava al solo pensiero che  il loro amore potesse consumarsi così, senza rumore come se scivolasse via su un asfalto bagnato.

La distanza tra loro cresceva giorno dopo giorno e l’intimità svaniva. Yuki sembrava guardare oltre le pareti, come se vedesse un orizzonte che Bruce non poteva e non sapeva immaginare.

E lui… si sentiva lentamente morire.




Una notte, rimase seduto al tavolo, le mani intrecciate, lo sguardo fisso sul lucido pavimento che sembrava rispecchiare i suoi pensieri più tristi.

Yuki dormiva nella stanza accanto, silenziosa e immobile.

Lei era tutto ciò che aveva. L’unica cosa che lo teneva in piedi, vivo a differenza della maggior parte dei suoi colleghi: gusci vuoti che camminavano nei corridoi dell’azienda o si accalcavano sulle strade senza nemmeno chiedersi il perché.

Non voleva perderla. Non POTEVA.

E allora prese una decisione. Una decisione che gli strappò l’anima… ma gli diede anche un certo sollievo perché sapeva che, se non voleva perdere l’amore della sua vita, c’era una sola cosa da fare. 



La sede operativa della LA Engineers – Servizio Assistenza Modelli Domestici Avanzati – era un edificio anonimo e incastrato tra due condotti di ventilazione. Al suo interno, l’aria sapeva di ozono e plastica bruciata.

Bruce entrò con passo incerto e si avvicinò al bancone del servizio clienti. L’impiegata, giovane e non molto attraente, con le spesse lenti degli occhiali che nascondevano occhi acquosi e privi di luce, non alzò nemmeno lo sguardo dal suo PC.

“Numero di serie del modello?” chiese in tono piatto, e quando lui esitò lo guardò.

“Allora?” aggiunse con un filo di fastidiosa impazienza. “È qui per segnalarci un problema con il modello che le è stato assegnato, non è così?”

“Bè, sì… è solo che… ecco, io non saprei bene…”

L’impiegata sospirò, porgendogli un modulo precompilato. “Ecco, scriva qui.”

Bruce lo lesse lentamente. Descrizione del problema. Comportamento instabile. Desideri non previsti. Mancanza di conformità emotiva.

Crocettò tutte le voci, poi riporse il modulo all’impiegata.

L’impiegata lesse velocemente poi digitò sul PC. “Modello difettoso”, disse senza emozione. “Da effettuare reset e riprogrammazione.”

“Quanto ci vorrà?”

“Poche ore. I nostri tecnici verranno a casa sua oggi stesso, e questa sera il suo modello sarà di nuovo perfettamente in linea con gli standard richiesti.”

Al tono leggermente arrogante di quella risposta sentì un moto di irritazione salire come un bruciore dietro lo sterno. Si limitò ad annuire, serrando appena la mascella, poi si voltò e lasciò l’edificio con un passo più rapido del necessario.



Lavorò più duramente del solito, per soffocare i pensieri che gli si affollavano nella mente poi, quando la sera tornò a casa e aprì la porta, Yuki era lì.

In piedi. Sorridente e perfetta, aveva indossato anche un abito a fiori blu che lui amava tanto perché le fasciava il corpo snello, facendo intravedere i seni piccoli e sodi e lasciando scoperte le gambe.

“Bentornato, amore”, disse mettendogli le braccia al collo e baciandolo sulle labbra. Come prima, come se… non fosse mai successo niente.

Stringendola a sé, Bruce sentì un calore familiare sciogliersi nel petto

“Mi sei mancato, sai?” disse Yuki con la voce di sempre. “E non vedo l’ora… di dimostrartelo.”

Lui sorrise poi, mentre lei si voltava per preparargli la cena, un dettaglio catturò il suo sguardo.

Un minuscolo adesivo, appena visibile, spuntava dalla base del collo di Yuki, appena nascosto dall’attaccatura dei capelli spostati di lato. Un’etichetta tecnica, con un codice a barre e un numero di serie.

Non c’era mai stato prima. O forse lui non aveva mai voluto vederlo.

Allungò una mano tremante e lo sfiorò. La pelle sintetica si sollevò leggermente, rivelando un minuscolo pannello di manutenzione.

Al contatto, Yuki si voltò sorridendo verso di lui.

“Tutto bene, amore?”

“Sì”, annuì lui, con il sorriso che gli tremava sulle labbra.

Dopo giorni bui, aveva di nuovo tutto ciò che contava, proprio lì, davanti a lui,

Programmata per non lasciarlo mai.

FINE

Recensioni e commenti

RECENSIONI

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8 commenti
  1. Monica
    Monica dice:

    Yuki, alla fine, era… un’androide 😰. Ma come può Bruce accontentarsi di un amore finto, programmato da qualcuno altro? Possibile che non ci fossero donne vere su Marte? Perché quella curiosità da parte di Yuki di uscire, se non era una donna vera? Si guarda a un futuro per niente roseo, purtroppo. Specchio della civiltà odierna?

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    • admin
      admin dice:

      Sì, era un androide 🙂. Se vogliamo la storia di Bruce – pur di fantasia e “fantascientifica” – è specchio di molte relazioni tossiche o cmq insoddisfacenti – per uno, o alle volte addirittura per entrambi – in cui si sta insieme magari perché stare soli è peggio e quindi meglio un “amore” di serie B che affrontare la vita in solitudine.
      Bruce sa benissimo che Yuki lo “ama” solo perché condizionata da un sistema operativo, che è un androide, ma ugualmente questa situazione gli sta bene perché “meglio così che stare da solo, a vivere una vita squallida e priva di stimoli e soddisfazioni.
      Le donne vere su Marte ci sono, certo, ma probabilmente sono anche loro svuotate di ogni entusiasmo come lui.
      L’androide che a un certo punto sviluppa sentimenti umani è un tema ricorrente nella narrativa di fantascienza, una sorta di IA sempre più umanizzata.
      Certo non è il massimo dei futuri prospettati, sì.
      Un abbraccio e a presto. ☺️

      Rispondi
  2. Agata
    Agata dice:

    Anche i robot vogliono vedere il cielo :), questo racconto mi fa riflettere su tanti aspetti, il primo è che la “perfezione” e il comportamento sempre gentile e accomodante non può essere umano, che alcune persone vorrebbero che lo fosse o si aspetterebbero che lo fosse. Ma per fortuna non è così. Proprio oggi stavo pensando che molte persone ci vedono “buoni” solo fino a quando siamo d’accordo con loro e con le loro richieste, se sappiamo farci valere o diciamo anche quello che non va automaticamente passiamo dalla parte dei “cattivi”. Oppure passiamo dalla parte dei cattivi per cose che sono solo nella loro mente e non hanno un riscontro nella realtà. Comunque, riflessioni a parte, racconto molto bello e con colpo di scena 🙂

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    • admin
      admin dice:

      Sì, a un certo punto la tecnologia diventa talmente perfezionata che inizia a sviluppare sentimenti umani (una sorta di AI ancora più umanizzata 🙂).
      La perfezione sì, non è umana e meno male dato che sono proprio le nostre sfaccettature (che per alcuni sono pregi, per altri difetti) a renderci unici e inimitabili.
      I “torti” immaginari, poi, vanno forte sul mercato, ne sappiamo qualcosa 😁.
      Grazie per i complimenti, sono molto felice che il racconto ti sia piaciuto 🥰❤️

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  3. Alessandro Caltagirone
    Alessandro Caltagirone dice:

    Mi ha emozionato questo breve, ma intenso racconto. Poche righe che descrivono di tutto, e ci raccontano anche qualcosa che di futuristico potrebbe averne fino ad un certo, dato i tempi di oggi a cosa ci stanno avvicinando. Molto emozionante, e inquietante. la risposta alla solitudine attraverso un “anima” robotica che, forse inevitabilmente, tenta di assurgere sempre più ad uno stato umano. E l’uomo, controvoglia, “la ripara”, la aggiusta per mantenerla dentro al suo binario tecnologico e generato per restare in determinati ranghi, ma quasi cede nel farlo. Bellissimo! Grande Enrico!!!

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    • admin
      admin dice:

      Ciao, e grazie di aver letto e recensito ☺️.
      Sì, un amore “costruito in laboratorio” diventa meglio della solitudine di una vita priva della pur minima soddisfazione.
      Bruce sa perfettamente che la sua compagna non è umana, ma ugualmente si accontenta di un affetto condizionato, pronto s farla riprogrammare se lei inizia a non adorarlo più.
      Se le macchine iniziano a sviluppare sentimenti umani potrebbero – chi lo sa? – diventare più umane di noi, e alla lunga essere loro a non trovarci più abbastanza.
      Un abbraccio e grazie ancora.

      Rispondi

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