IL BUIO
Scritto nel gennaio del 2000- rieditato nell’agosto del 2025

La porta della biblioteca si aprì con un tintinnio appena percettibile, come il suono di una campanella lontana. Il bibliotecario alzò lo sguardo e sorrise, ma il suo sorriso sembrava più formale che sincero.
“Oh, ciao Rebecca. Cosa posso fare oggi per te?”
“Buongiorno”, rispose la ragazza, posando sul bancone il libro che stringeva sotto il braccio. La copertina era leggermente consumata, come se fosse stata maneggiata troppe volte. “Le ho riportato questo.”
L’uomo lo prese con una lentezza quasi studiata. “Ah, il volume di mitologia antica. In perfetto orario. Ti serve qualcos’altro?”
“No, per ora no, grazie.”
Rebecca accennò un sorriso, scostandosi i capelli dal viso con un gesto che sembrava più una difesa che una vanità. “Ripasserò la prossima settimana. Arrivederci.”
Uscì. Il cielo era già velato da una luce grigia e le giornate si accorciavano rapidamente. Non solo però a causa dell’avanzare dell’inverno: ultimamente nell’aria c’era qualcosa di diverso, un’ombra che non aveva a che fare con le stagioni. Come se il progressivo calare l’oscurità non fosse più una questione di tempo, ma di intenzione. Quasi che il mondo stesso volesse spegnersi prima.
Rebecca salì sull’autobus, cercando di non incrociare lo sguardo del ragazzo biondo seduto in fondo vicino alla macchinetta timbratrice. Lo aveva visto altre volte. Sempre nello stesso posto e con lo stesso sguardo, fisso, come se aspettasse qualcosa. O qualcuno.
Vanessa, la sua migliore amica, le diceva spesso che i ragazzi la guardavano, che aveva qualcosa di magnetico, ma Rebecca non ci aveva mai creduto molto. Quando si osservava allo specchio vedeva solo una ragazza normale. Alta nella media, capelli biondi lisci che le cadevano sulle spalle, viso regolare, occhi scuri. Non profondi né carichi di mistero. Semplici occhi.
Eppure, a volte li sentiva gli sguardi su di sé. Non di ammirazione, ma di qualcosa di più sottile, più inquietante. Come se cercassero di decifrarla e di capire qualcosa che lei stessa ignorava.
L’autobus correva veloce, le fermate quasi tutte vuote. Le luci dei lampioni sembravano farsi meno intense man mano che l’asfalto rifletteva le tremule ombre dei palazzi circostanti.
Arrivata alla sua fermata, Rebecca premette il pulsante rosso e scese senza voltarsi. Il silenzio della strada era denso, come se l’aria stesse trattenendo il fiato.
Il cellulare le si era scaricato, ma l’ora sul campanile della chiesa del quartiere segnava puntuale le sette meno un quarto. La via era deserta. Non una voce, non un passo. Solo il rumore dei tacchi dei suoi stivali sull’asfalto e un leggero fruscio, forse del vento che si stava alzando piano. O forse di qualcos’altro di più… sinistro.
Reprimendo un brivido, raggiunse velocemente casa sua e, inserite le chiavi nella toppa, entrò. Solo quando si chiuse la porta alle spalle, facendo scattare uno dopo l’altro i quattro chiavistelli della sicura, si rilassò, concedendosi un respiro più profondo.
Doveva fare più attenzione all’ora. Non poteva rischiare di restare fuori col buio, non più.
“Sono arrivata”, disse sfilandosi gli stivali.
“Ciao, finalmente. Cominciavo a preoccuparmi.” Paola, sua sorella maggiore emerse dalla cucina rivolgendole un sorriso stanco ma pieno d’affetto. “Che è successo?”
Da quando i loro genitori erano morti, era stata lei a occuparsi di Rebecca, ma negli ultimi tempi anche la casa in cui vivevano era diventata un fragile rifugio. Le due sorelle cercavano di farsi forza a vicenda, di nascondere quel gelo che a volte afferrava loro il petto nel cuore della notte ma a volte essere coraggiose costava ad entrambe uno sforzo sfiancante.
“Scusami, ho perso tempo in biblioteca e avevo il cellulare scarico.”
“Non puoi stare più attenta a queste cose? Lo sai che…”
“Ti prometto che non succederà più. Mi dispiace di averti fatta preoccupare.” Rebecca sorrise, qualcosa che la faceva somigliava tantissimo alla madre che aveva perso quando era solo poco più di una bambina. “Cosa c’è per cena?”
“Carne. I prezzi dei supermercati sono assurdi, ma sembra che almeno qualcosa sia tornato abbordabile.”
Rebecca abbassò lo sguardo, reprimendo un moto di fastidio. Il mondo sembrava disfarsi in modo silenzioso, giorno dopo giorno, e loro parlavano dei prezzi della carne! Ma non era certo colpa di Paola, anche sua sorella stava soffrendo… e non era giusto riversare su di lei la propria frustrazione.
A tavola consumarono una cena veloce, poi il silenzio calò pesante fra loro.
“Mettiamo un po’ di musica?” propose Paola.
“Magari un DVD…”
“Va bene. Guardiamo L’Ultimo Bacio?”
L’ultimo bacio. Quella pellicola le ricordava Filippo. Un ricordo dolce, ma ormai graffiato dal tempo… e da qualcos’altro. Si alzò da tavola e ripose i piatti sporchi nel lavello mentre Paola prendeva il DVD e lo inseriva nel lettore della televisione. Poi si sedettero sul divano e, mentre le scene scorrevano sullo schermo, per Rebecca il confine tra presente e passato iniziò lentamente a sfocarsi…
“Secondo me si baciano…” commentò, voltandosi con un sorriso nella sala del cinema piena fin quasi a scoppiare.
Filippo la guardò sbattendo gli occhi. “Eh? Come?”
Sorridendo, lo pizzicò su un braccio. “Stavi dormendo, amore?” chiese in tono di finto rimprovero. “Durante il mio film preferito?”
“Scusami, giornata pesante.”
Gli mise un broncio scherzoso. “Dovresti farti incantare dalla bellezza della storia…”
“Solo tu riesci a incantarmi,” replicò lui, sfiorandole il collo con un bacio.
Rebecca rabbrividì di eccitazione. Stavano insieme da tre mesi – lei era all’ultimo anno di superiori e lui, a 23 anni, lavorava e studiava – ma quello che provava per Filippo non l’aveva mai provato per nessuno.
Lui era rassicurante – come il profumo del pane appena sfornato – ma allo stesso tempo pieno di un fascino e di una sensualità che forse non era nemmeno ben consapevole di avere.
Quando il film finì, uscirono nel gelo della sera invernale. Lei represse un brivido e lui la strinse più forte.
Il cielo era nero come la pece, nemmeno una stella a illuminare il buio. Mentre si avvicinavano alla macchina, notarono un cane randagio che si aggirava tra le ombre.
Filippo aprì le portiere e salirono. Poi lui accese i fari e, in quell’istante, entrambi videro meglio l’animale: gli occhi erano rossi e la bocca schiumava in modo innaturale.
“Povera bestia.”, commentò Filippo. Deve avere la rabbia.”
Rebecca annuì piano, non troppo convinta.
“Non ti sembra che ce ne siano troppi, ultimamente? Anche l’altro giorno, quel dobermann che per poco non sbranava quella ragazzina…”
“Sì. Forse nell’aria c’è davvero qualche scoria tossica. Le multinazionali non sanno più dove scaricare i loro rifiuti più inquinanti.”
“E allora li gettano nell’acqua? Beh, una bella idea!”
“Probabile, dato che recentemente gli è stato imposto di chiudere tutti gli scarichi verso l’aria. Dove altro potrebbero depositarli?”
Lei trattenne il fiato. “Pensi che… se c’è pericolo per gli animali potremmo rischiare anche noi?”
“Ma no, non credo. Penso che le autorità ci avviserebbero prima di farci bere qualcosa di contaminato.”
Le stesse autorità che ci hanno fatti piombare in disastri su disastri, creando solo distrazioni di massa per mascherare le loro nefandezze? Si trattenne dal replicare lei. O quelle che per la loro inerzia – o perché troppo occupate a difendere privilegi e poltrone – hanno permesso che l’epidemia di SARS di due anni fa si diffondesse ovunque prima di tentare anche solo un minimo intervento?
Ma non disse nulla, perché sapeva che Filippo, a differenza sua, continuava ad aver fiducia nello Stato, e non aveva voglia di innescare un’altra inutile discussione che non li avrebbe comunque portati da nessuna parte.
Rebecca sentiva che qualcosa non quadrava, ma decise di tenersi tutto dentro: non voleva rovinare la serata
Arrivati sotto casa sua, si salutarono con un tenero bacio.
“Buonanotte, amore… mi scrivi quando arrivi?”
“Certo”, sorrise Filippo. Lei scese e lui rimise in moto facendo retromarcia. Poi imboccò il controviale e l’attimo dopo la macchina era scomparsa nel buio…
“Rebecca…!” la chiamò Paola. “Ehi, ma ti sei addormentata?”
“Sì scusami… Che ore sono?”
“Le undici passate, e il film è finito. Spengo la TV.”
Rebecca si stropicciò gli occhi. “Stavo sognando… Filippo.”
“Ti manca, vero?”
“Molto. A volte penso che… sì, sarebbe più semplice essere come gli altri… uscire, non avere più paura di fare tardi la sera e smettere di guardarci continuamente le spalle…”
Paola impallidì, sconvolta. “Non dirlo nemmeno! Sei fuori di testa?”
Le parole le erano uscite troppo in fretta e più dure di quanto volesse. Vide lo sguardo di Rebecca incrinarsi e la rabbia scivolò via lasciando solo paura.
“Perdonami…” mormorò accostandosi alla sorella minore. Poi, con un gesto istintivo, quasi antico, e le accarezzò i capelli come faceva quando era bambina.
“Hai solo bisogno di dormire. Domani andrà meglio. E scusami se ti ho aggredita. Ma mi hai spaventata.”
Rebecca annuì sforzandosi di sorridere ma senza riuscirci appieno. “Non ti preoccupare. Comunque sì, forse hai ragione. Salgo in camera. Tu vieni?”
“Finisco di sistemare e arrivo.”
Rebecca salì al piano di sopra. Tutto era silenzioso, poi una corrente gelida sembrò filtrare tra le pareti. Si voltò per un istante… ma dietro di lei non c’era nulla.
Entrò nella sua stanza, gettandosi sul letto troppo stanca per preoccuparsi di cambiarsi o lavarsi i denti.
Appena posò la testa sul cuscino, il suo respiro si calmò e poco dopo si addormentò.
“Carino quel ragazzo, eh?” le disse Vanessa il giorno dopo a scuola, mordendo il panino con l’aria di chi non ha mai avuto paura di dire quello che pensa. Le due amiche erano sedute nei giardini della scuola, a mangiare qualcosa preso alle macchinette. Faceva freddo, ma per entrambe stare lì era meglio del clima soffocante della classe — e poi Vanessa, con la sua energia spavalda e luminosa, sembrava quasi non soffrire il gelo.
“Chi?” domandò Rebecca, mordicchiando distrattamente il suo panino.
“Quello seduto due file più in là… oh, ma possibile che non mai vedi niente?”
“Scusa, ero…”
All’improvviso, il display del cellulare di Rebecca s’illuminò. Leggendo il nome del chiamante, però, lei rifiutò subito la chiamata.
“Era di nuovo Filippo, vero? Quel poverino non vive più da quando l’hai lasciato. L’ho giusto visto ieri, e mi ha chiesto ancora di te.”
“Sì?”
“Reby, ma perché l’hai lasciato? Sembravate così felici e innamorati…”
“Non vedevo un futuro con lui. Sto male anch’io per averlo lasciato… ma non potevo fare diversamente.”
La smorfia di Vanessa la diceva lunga. “No, non me la racconti giusta. Vuoi dirmi la verità, sì o no?”
“Basta”, la interruppe Rebecca, con tono deciso ma senza alzare la voce. “Non ho voglia di parlare di Filippo adesso. E poi dobbiamo tornare in classe.”
Vanessa sospirò, delusa e rimase zitta fino e imbronciata fino al termine delle lezioni. Una cosa inusuale per lei, sempre allegra e ciarliera.
“Sabato sera andiamo a mangiare una pizza?” propose infatti più tardi, mentre lei e Rebecca raggiungevano la fermata del pullman per rientrare a casa.
“No, devo studiare… e dovresti farlo anche tu.”
“È da un po’ che non esci più di sera, sei sparita dai social e sovente nemmeno rispondi ai messaggi. Si può sapere che ti succede?”
Rebecca la guardò negli occhi, poi distolse lo sguardo. Che poteva dirle? Come faceva ad esprimere a parole una cosa che Vanessa comunque non avrebbe compreso?
E poi LORO non ricordavano nulla di quello che succedeva la notte. A che servivano le parole?
Per fortuna arrivò il pullman, spezzando il breve silenzio. Due fermate dopo, Vanessa scese con un saluto distratto e Rebecca sospirò, appoggiandosi al sedile quasi sollevata di essere di nuovo sola.
Se si è risentita, non posso darle torto, pensò. Ma cosa potrei dirle per ritrovare la nostra vecchia complicità?
Ignorando altre due chiamate di Filippo, rientrò a casa e s’immerse nello studio. Sperava di trovare rifugio nei libri ma la mente, indocile le tornò indietro a quella sera in cui, alla gioielleria in centro città…
“Questa dovrebbe piacere a tua sorella”, disse Filippo porgendole una piccola collanina d’argento a forma di cigno.
“Che bella”, sorrise lei. “Dove l’hai trovata?”
“Qui, nelle vetrinette in fondo. Ehi, che hai?” chiese , notando il suo improvviso turbamento.
Lo afferrò per un braccio e gli fece un cenno. Lui seguì il suo sguardo e vide un uomo, immobile vicino ad una delle vetrinette principali del negozio, lo sguardo fisso nel vuoto. “Chi sarà?”
“Non lo so, ma… guarda i suoi occhi…”
Filippo si irrigidì. “Sono rossi.”
“Sì. Non ti sembrano… come quelli del cane che abbiamo visto l’altra sera?”
“Ora che lo dici… sì, c’è una somiglianza. Vuoi andartene?”
“Sì. Ti prego… ho paura.”
“Vieni, paghiamo e usciamo.”
Stringendosi la mano andarono alla cassa. Qui la proprietaria della gioielleria fece loro il conto con naturalezza, ignorando completamente l’uomo alle loro spalle. Quando Rebecca si voltò, lui era sparito.
“Ha visto l’uomo che era qui proprio un attimo fa?” chiese alla donna.
“Sì. Ultimamente in città girano tipi strani, specialmente la sera. È per questo che ho preso l’abitudine di chiudere mezz’ora prima del solito orario.”
“Ci sono stati incidenti?” domandò Filippo.
“No, ma certi entrano, fissano nel vuoto… e poi se ne vanno. È… strano, inquietante. Mi capite?”
“Sì.” Rebecca rabbrividì. “Ha notato gli occhi di quell’uomo?”
“Uguali a quelli di tutti gli altri. A volte si raggruppano fuori in strada, guardando dentro senza entrare… come se qualcosa li trattenesse dal varcare la soglia.”
Vedendo Rebecca turbata, Filippo tagliò corto e l’accompagnò fuori. Lì videro alcuni immobili sul marciapiede. Nessuno parlava, ma fissavano tutti il vuoto… e tutti avevano gli occhi rossi.
Filippo e Rebecca salirono in fretta in macchina e lui mise subito in moto. Accese i fari e di colpo… uno degli uomini si staccò dal gruppo, correndo verso di loro con occhi ardenti di una rabbia disumana.
Filippo accelerò facendo per andargli addosso e subito l’uomo si fece di lato dileguandosi poi nella notte.
“Domani vado alla polizia.” Il ragazzo era pallido, sudato. E nei suoi occhi, per la prima volta Rebecca lesse la paura. “Forse loro sanno qualcosa di questi… questi…”
“Mostri…” mormorò lei con voce tremante.
Mostri. Non poteva sapere quanto quel termine, di lì a breve, sarebbe diventato comune.
Nel giro di poco tempo, infatti, la polizia si trovò alle prese con miriadi di brutali delitti: corpi mutilati o decapitati, tutti coperti di ferite che non sembravano opera di nessun essere umano.
I criminologi iniziarono a dibattersi nelle tesi più disparate, mentre nell’opinione pubblica, sempre più allarmata, tornò a diffondersi il terrore verso figure che sembravano ormai appartenere alle antiche superstizioni: streghe, esseri indemoniati… persino mutanti.
Ognuno imparò a guardare con sospetto il proprio vicino e i cadaveri continuarono a moltiplicarsi, senza che la polizia riuscisse ad ottenere il seppur minimo indizio concreto.
Poi, una notte, i cadaveri sparirono dagli obitori. Nessuno scoprì chi era stato a trafugarli, ma gli omicidi cessarono.
Qualcosa di peggio, però, li sostituì.
In una pizzeria, cinque persone sedute allo stesso tavolo iniziarono a muoversi in modo strano. All’inizio fu solo un nervosismo sottile: dita che tamburellavano, respiri affannosi e sguardi sfuggenti. Poi le parole concitate si trasformarono in urla e i loro corpi cominciarono a tremare come se fossero attraversati da una corrente invisibile. Gli occhi si accesero di un rosso innaturale e febbrile.
La proprietaria, terrorizzata, chiamò la polizia.
Quando gli agenti entrarono, i cinque erano già in piedi e avevano rovesciato sedie e tavoli. Resistettero ai tentativi di immobilizzarli con una forza che non apparteneva a nessun essere umano e alla fine si dovette ricorrere a violente manganellati e persino allo spray urticante per riuscire a immobilizzarli.
Una volta a terra, continuarono però a contorcersi, con gli occhi rossi quasi fuori dalle orbite e biascicando parole spezzate in una lingua che nessuno riconobbe.»
“È strano”, commentò Filippo, durante una cena a casa di Rebecca e Paola.
“Cosa?”
“Quegli uomini. La mattina dopo, secondo la polizia, non ricordavano nulla… e i loro occhi erano tornati normali.”
Paola rabbrividì, posando di scatto la forchetta. “È inquietante. E questo è tutto?”
“No. Gli uomini sono stati trattenuti alla centrale poi scortati in un centro ricerche attrezzato. Alcuni scienziati hanno fatto loro esami accurati, ma i risultati non si conoscono ancora.”
E quello era stato solo il primo caso, nel frattempo altri episodi simili si erano verificati in città e il loro numero continuava a crescere.
Rebecca strinse forte il braccio del ragazzo. “Ho paura, Filippo…”
“Anch’io, amore mio. Speriamo solo che le autorità trovino presto una soluzione a tutta questa situazione.”
Lei lo guardò negli occhi, cercando le solite rassicurazioni. D’un tratto però la sua immagine iniziò a farsi confusa, come se il viso del ragazzo seduto accanto a lei stesse diventando sempre meno reale…
Riaprì gli occhi nella solitudine della sua casa. Mi sono addormentata di nuovo…, pensò. E ho sognato ancora Filippo. Andando avanti così, pensò, impazzirò.
Guardò l’ora. Le cinque.
Era ora di andare in biblioteca, altrimenti avrebbe finito per rincasare poi troppo tardi. Non aveva voglia di andarci, in realtà, ma c’era una cosa che doveva assolutamente fare. Si preparò in fretta. Ma quando aprì la porta… Filippo era lì.
D’istinto, fece per fare un passo indietro. Lui però l’anticipò e le afferrò la mano.
“Rebecca, ti prego… non andartene. Devo parlarti.”
Lei scosse la testa. “Non abbiamo più niente da dirci.”
“Noi ci amavamo e io… io ti amo ancora. Non ce la faccio senza di te. Perché mi hai lasciato?”
Perché. Rebecca lo guardò. Gli occhi di Filippo cercavano i suoi, pieni di dolore. Anche lei lo amava ancora. Non aveva mai smesso. Quello che gli era successo però li aveva separati… come era successo a TUTTI loro. Com’era possibile che, durante il giorno, nessuno avesse memoria dell’orrore che si consumava nell’oscurità?
Quasi con le lacrime agli occhi scostò la mano di lui e, richiusasi la porta di casa alle spalle, corse alla fermata dell’autobus che intanto stava arrivando. Ci salì sopra e, dal finestrino, vide che Filippo rimasto a terra la stava ancora chiamando. Si sentì come se qualcuno le stesse strappando il cuore. Avrebbe così tanto voluto scendere e baciarlo…
La mente le corse di nuovo all’indietro, a quei giorni terribili che avevano inciso la sua vita come una cicatrice ormai diventata indelebile…
“Le giornate si stanno accorciando…” mormorò, appoggiata al petto di Filippo.
Lui aveva parcheggiato proprio vicino a casa sua, non era più prudente uscire per la città quando calava il buio. Non dopo che il fenomeno delle persone impazzite, con gli occhi rossi e in preda a una furia omicida, si era moltiplicato in maniera incontrollabile. Da cos’era provocato? I massimi esperti avevano indagato, fatto esperimenti, messo in quarantena e sotto controllo alcuni soggetti colpiti… senza però giungere a nessuna conclusione. E tra la popolazione il panico e l’orrore continuavano a crescere.
Gli infettati dal morbo misterioso durante il giorno successivo sembravano tornati perfettamente normali e non ricordare nulla delle loro trasformazioni notturne. Ma era davvero così, oppure stavano solo fingendo? E se anche non ricordavano nulla, chi poteva dire quando quella follia mostruosa non avrebbe preso il totale sopravvento su di loro?
Rebecca e Paola si sforzavano di continuare con le loro vite, ma si erano sempre più chiuse in loro stesse: Paola lavorava online e Rebecca continuava ad andare a scuola, forse non aveva senso ma che cos’altro avrebbe potuto fare? Anche l’amicizia con Vanessa si era raffreddata, almeno da parte sua. Anche la sua amica di notte diventava un mostro? Era impossibile saperlo.
Filippo le accarezzò il viso. “Sai cosa mi manca di più?”
“Cosa?”
“Le passeggiate mano nella mano, la notte. Quando non avevamo nulla da temere…”
“Sì…” sussurrò lei. “La notte, passeggiare insieme guardando la luna e le stelle nel cielo ci piaceva così tanto…”
“E invece adesso… qu… ess…”
Si sollevò a guardarlo. “Che cos’hai?”
Filippo cercò di sorriderle. “N…nioe…”
Quelle sillabe sconnesse. Stava scherzando? Forse, ma poi… Rebecca lo guardò negli occhi e si sentì mancare. Pupille rosse come il fuoco… o come il sangue appena versato.
Di scatto si tirò indietro. “Oh no…! No!”
“A… aspett… nuh…”
Filippo cercò di trattenerla, ma lei aprì lo sportello dell’auto, corse attraverso la strada e si chiuse in casa, il cuore che le batteva come impazzito.
“Cos’è successo?” le chiese subito Paola, alzando gli occhi dal suo portatile. “Sembri sconvolta.”
“Filippo…”
“Sta male?”
Per tutta risposta Rebecca scoppiò a piangere. “Quegli occhi… oddio, quegli occhi…”
Paola si irrigidì, come se quelle parole le avessero attraversato la pelle. Gli occhi..., pensò. Dio mio, non anche Filippo, non lui…
Si alzò in piedi e corse ad abbracciare la sorella. “Su, su, calmati adesso…”, le sussurrò accarezzandole i capelli. Aspettò che l’agitazione di Rebecca diminuisse un po’, poi si sedette con lei sul divano cercando di non far notare alla sorella le mani che le tremavano. “Adesso dimmi tutto. Dal principio. Vuoi?”
Rebecca annuì, cercando invano una spiegazione razionale per quello che era appena successo. Ma in cuor suo lo aveva già capito: Filippo era diventato uno di LORO. E la loro storia… era finita.
Il giorno dopo Filippo le mandò decine di messaggi poi, visto che lei non gli rispondeva la chiamò. Dopo molti tentennamenti Rebecca rispose e, nel sentire la voce pacata del ragazzo che amava, per un attimo si aggrappò all’illusione che lui fosse sempre lo stesso. Era assurdo, lo sapeva, ma allo stesso tempo non era ancora pronta a lasciarlo andare così.
Accettò così di rivederlo e fissarono una cena al Merlo Bianco, uno dei loro ristoranti preferiti.
All’inizio tutto andò per il meglio, Filippo era come sempre dolce e gentile e sembrava davvero non ricordare niente di quello che era successo.
Rebecca per un attimo sperò che fosse stato tutto solo un brutto sogno ma, verso la fine della cena, li rivide… quei riflessi rossi negli occhi di Filippo. La paura tornò, serrandole il cuore con una gelida morsa. Capì di essersi solo illusa. Filippo era diventato uno di LORO. Ma com’era successo?
Fuggì da lui, e questa volta sapeva che forse sarebbe fuggita per sempre…
La biblioteca era silenziosa, quasi muta. Il tintinnio della porta, solitamente familiare, quel giorno sembrò suonare come un sinistro avvertimento.
Rebecca entrò senza salutare e il bibliotecario la osservò un istante, poi distolse lo sguardo. Era cambiato qualcosa, anche in lui. Nei gesti. Nell’attesa. Anche lui, di notte, sarebbe diventato un mostro?
Rebecca prese il corridoio a sinistra, quello più stretto, dove la luce sembrava a volte dimenticarsi di arrivare. Lì c’erano scaffali che raramente qualcuno visitava: libri impolverati dalle rilegature scolorite e titoli che sembravano pronunciabili solo sussurrando.
Si fermò davanti a un volume privo di etichetta. Lo sfiorò, e il polpastrello le tremò. Come se quel libro l’avesse riconosciuta… quando in realtà era lei che aveva riconosciuto lui.
Le profezie dell’Apocalisse, lesse con la mente, e ripensò alle voci che si facevano sempre più insistenti da ogni comunità religiosa presente nel mondo. Voci riguardo alla fine dell’umanità e ad alcuni versetti antichi che parlavano di un antico male – non risvegliato da un qualche inferno mitologico, ma dall’oscurità presente nelle profondità stesse dell’animo umano – da cui non c’era scampo alcuno. Versetti presenti in un libro antico. Quello che adesso teneva fra le mani.
Le pagine, antichissime, sembravano completamente vuote. Solo una frase, vergata a mano, campeggiava al centro della prima:
Al calare del quarto giorno, il sangue si rifarà voce.
Rebecca indietreggiò, sentendo un brivido gelido strisciarle lungo la schiena.
Alle sue spalle, qualcuno tossì. Una tosse strana, quasi… un rantolio.
Si voltò di scatto, ma il corridoio era vuoto.
Sentì però che qualcuno la osservava. Non un solo sguardo. Occhi. Tanti. Invisibili eppure vicini.
Sfogliò ancora e, dopo altre pagine bianche, trovò una seconda frase. Scritta a penna blu con una grafia tremolante:
Non siamo mutati. Ci hanno risvegliati. Noi siamo quelli che abbiamo ricevuto il morso.
“Il contagio si diffonde cosi…?” sussurrò. “Con un… morso…?”
Ma la sua voce si perse nel nulla, come se nessuno volesse raccoglierla.
Richiuse il libro, cercando di non farsi prendere dal panico nel sentire quel ringhio, basso e remoto, che adesso sembrava provenire dal piano superiore dello stabile.
Uscì dalla biblioteca senza guardarsi indietro. Adesso sapeva… forse non tutto, ma era sicura che, qualsiasi cosa facesse, ogni resistenza sarebbe stata inutile. Erano tutti condannati… e forse lo erano stati fin dal principio.
Il giorno dopo, il sole non spuntò e il cielo era grigio quando Rebecca uscì per andare a scuola.
Dietro di lei, Paola rimase immobile a guardarla ripensando ancora alla conversazione che avevano avuto la sera prima. L’Apocalisse si era davvero abbattuta sul genere umano? E se sì… quali speranze rimanevano? Forse davvero non rimaneva altro che aprire la porta al male e lasciarsi andare. Sarebbero state meglio, dopo?
No. Scacciò il pensiero con un gesto deciso. Qualsiasi cosa fosse successa, lei non avrebbe ceduto. Avrebbe continuato a resistere perché non era sola. C’era Rebecca al suo fianco, anche se quel giorno le era sembrata piuttosto apatica, come distante o persa nei suoi pensieri.
Cercando di non pensarci, passò la giornata girando per casa come cercando un appiglio, qualcosa da fare per scacciare i cupi pensieri. Quel giorno infatti non aveva voglia di lavorare e si sentiva più stanca e abbattuta del solito. Non soltanto nel corpo, ma anche nella mente. Alla fine si arrese e salì in camera. Si stese sul letto e, chiusi gli occhi, si fece vincere dal sonno.
Quando si svegliò, era buio. Si alzò in piedi poi scese piano le scale fino al piano di sotto.
Nel soggiorno, Rebecca era seduta sul divano. Un libro tra le mani, la luce della lampada tremava sul suo volto. Per non disturbarla, Paola si diresse in cucina… e fu allora che lo notò. La porta di casa… era aperta! Col buio?
“Rebecca!” esclamò voltandosi. La sua voce era sottile, tesa da un sottofondo di paura. “La porta… perché é spalancata?”
Rebecca non rispose subito e, quando la sua voce arrivò, era stranamente distorta. “Sc… scusami. Mi sono… uh, oh… dimentic…”
Chiudendo di scatto, Paola raggiunse di corsa la sorella in soggiorno, si sedette accanto a lei e la fece voltare.
“Rebecca…” iniziò, ma subito si bloccò.
Gli occhi… quegli occhi.
Rossi.
Il viso teso, il sorriso che adesso non le ricordava più la loro madre, ma solo un suo riflesso distorto. Un sorriso freddo… e troppo calmo.
“Rebecca, ma… ma che cos’hai fatto?”
“Mi dispiace…”, rispose Rebecca. “Ho cercato… Ho… crcct…”
La voce si frantumò in un suono innaturale, e Rebecca si alzò. Camminò verso la porta e la aprì.
Fuori era radunata una folla . Volti spenti, occhi rossi, sagome immobili come in attesa. Filippo era fra loro; quando si fece avanti Rebecca gli andò incontro e si baciarono come una normale coppia di innamorati.
Poi lei si voltò, e i suoi occhi rossi parvero attraversare Paola da parte a parte.
“T… tocca… a ttt…” le disse, e sebbene la sua voce fosse confusa, e quelle poche parole si frantumassero sulle sue labbra, Paola capì perfettamente cosa voleva.
“No…” mormorò facendo un passo indietro.
Rebecca però in un attimo fu su di lei e, presala per un braccio, senza sforzo l’attirò a sé. Com’era diventata forte!
“R-Rebecca…” la supplicò terrorizzata. “Ti prego, no…”
Rebecca però inclinò il viso e le baciò il collo, sfiorandole delicatamente la pelle con la lingua. Poi i denti affondarono, strappandole un grido silenzioso. L’abisso si spalancò… e tutto fu tenebra.
Il mattino dopo, Paola si svegliò senza ricordare nulla. Si sentiva stranamente rilassata… addirittura serena, come non le capitava da tempo.
Stirò le braccia. L’orologio segnava le sette meno un quarto. Rebecca si era sicuramente già alzata.
Chiuse gli occhi per un istante e sorrise. Era come se qualcosa – uno strano peso opprimente – fosse sparito.
“Paola, sei sveglia?”
Rebecca entrò nella stanza con un vassoio. Posate lì, due brioches e due tazze di caffè. Il suo volto era luminoso, il sorriso pieno.
Somiglia così tanto alla mamma, pensò la sorella maggiore. “Sei mattiniera oggi…” le sorrise. “E mi hai portato la colazione a letto…”
“Sì.”
Rebecca si sedette vicino a lei sul letto e posò il vassoio. “Oh Paola, sono così felice… ieri sera Filippo mi ha chiesto di sposarlo, sai?”
“Davvero?”
“Sì. Mi sembrava di sognare. Gli ho detto di sì. Ma non c’è bisogno che te lo dica, vero?”
“No”, rise Paola. Era davvero felice per la sorella, Filippo era un bravo ragazzo. Rebecca era fortunata.
“Allora, facciamo colazione?”
“Sì, ecco il tuo caffè. Lo prendi sempre senza zucchero, vero?”
F I N E
Recensioni e commenti
RECENSIONI

Se volevi inquietare i tuoi lettori… con me ci sei riuscito benissimo!
Leggere la lenta “discesa” di Rebecca nel tunnel della paura e dell’angoscia fino al finale che ribalta tutto è stato emozionante, hai saputo trasmettere le sue sensazioni così bene che mi sembrava quasi di essere io la protagonista invece di una semplice lettrice.
Bel racconto, mi è piaciuto moltissimo.
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Ciao Enri sei riuscito a trasmettere angoscia ma anche profonda tristezza
Bellissimo racconto
Ciao, se ci sono riuscito allora il racconto mi è riuscito alla grande perché trasmettere questo era proprio il mio obiettivo 🙂.
A presto e grazie di aver letto e recensito ☺️
Due sole parole: inquietante e spiazzante. Ho detto tutto.
Grazie ☺️
Un racconto originale, ma sono abituata ormai che i tuoi racconti lo siano :). È particolare il dettaglio che le persone infettate non si ricordino nulla la mattina dopo e mi è piaciuto molto anche il finale, inaspettato e inquietante. Si è creata una nuova normalità oscura.
❤️.
Grazie di aver letto e recensito ☺️.
Si, un nuovo ordine mondiale in cui di notte le persone si “trasformano” e di giorno poi proseguono le loro vite di tutti i giorni.
Ho pensato fosse molto più inquietante così che un totale cambiamento verso l’oscurità.
😘
Anche io ho provato un senso di inquietudine, di paura e anche tristezza. Ma il racconto mi è piaciuto davvero tanto. Complimenti! Dato il periodo che sto vivendo ho pensato molto alla questione dei legami, di come le situazioni possano cambiare, a volte anche all’ improvviso.
Grazie ☺️.
E si, all’improvviso e soprattutto quando meno ce lo aspettiamo.
Anche Paola avrà gli occhi rossi la notte seguente. Mamma che ansia durante la lettura! Il cane mi ha ricordato il pastore tedesco sul film “Il cane infernale” di fine anni ’70, non so se lo hai mai visto, e le creature con gli occhi rossi gli zombie: l’epidemia, e il contagio che si trasmette con un morso (proprio ieri sera stavo guardando “The walking dead” 😄). Ma anche I vampiri! E mentre Rebecca leggeva le profezie riguardanti l’Apocalisse in biblioteca, mi rimbombavano in testa le note di “Mater Tenebrarum”, la colonna sonora del film.”Inferno” si Dario Argento. Ammetto, però, che ho avuto anche il dubbio che fosse solo frutto degli incubi di Rebecca. In ogni caso, sempre bravissimo: un racconto che ti tiene col fiato sospeso fino all’ultimo.
Ciao e grazie dei complimenti e della recensione ☺️.
No Il cane infernale mai visto, e non ho mai visto neanche The walking dead, il racconto mi era stato ispirato al libro di Io sono leggenda.
In realtà avevo frainteso il significato della sinossi e da lì era partita l’ispirazione 😁 vedi a volte i casi della vita.
Sono contento che ti sia piaciuto, e le emozioni che hai provato e descritto significano che ho proprio centrato l’obiettivo che mi ero prefisso.
Un abbraccio e a presto 🤗