IL BUIO
Scritto nel gennaio del 2000- rieditato nell’agosto del 2025

La porta della biblioteca si aprì con un tintinnio appena percettibile, come il suono di una campanella lontana. Il bibliotecario alzò lo sguardo e sorrise, ma il suo sorriso sembrava più formale che sincero.
“Oh, ciao Rebecca. Cosa posso fare oggi per te?”
“Buongiorno”, rispose la ragazza, posando sul bancone il libro che stringeva sotto il braccio. La copertina era leggermente consumata, come se fosse stata maneggiata troppe volte. “Le ho riportato questo.”
L’uomo lo prese con una lentezza quasi studiata.
“Ah, il volume di mitologia antica. In perfetto orario. Ti serve qualcos’altro?”
“No, per ora no, grazie.”
Rebecca accennò un sorriso, scostandosi i capelli dal viso con un gesto che sembrava più una difesa che una vanità. “Ripasserò la prossima settimana. Arrivederci.”
Uscì. Il cielo era già velato da una luce grigia, e il buio sembrava calare più in fretta del solito. Le giornate si accorciavano rapidamente e non solo per l’avanzare dell’inverno. Ultimamente c’era qualcosa di diverso. Come se l’oscurità non fosse solo una questione di tempo, ma di intenzione.
Come se il mondo stesso volesse spegnersi prima.
Rebecca salì sull’autobus, cercando di non incrociare lo sguardo del ragazzo biondo seduto in fondo, vicino alla macchinetta timbratrice. Lo aveva visto altre volte. Sempre nello stesso posto. Sempre con lo stesso sguardo, fisso, come se aspettasse qualcosa. O qualcuno.
Vanessa, la sua migliore amica, le diceva spesso che i ragazzi la guardavano. Che aveva qualcosa di magnetico, ma Rebecca non ci aveva mai creduto molto. Quando si osservava allo specchio vedeva solo una ragazza normale. Alta nella media, capelli biondi lisci che le cadevano sulle spalle, viso regolare, occhi scuri. Non profondi, non misteriosi. Semplici occhi.
Eppure, a volte, sentiva gli sguardi su di sé. Non si ammirazione, ma di qualcosa di più sottile. Più inquietante. Come se cercassero di… di decifrarla. Di capire qualcosa che lei stessa ignorava.
L’autobus correva veloce, le fermate quasi tutte deserte. Le luci dei lampioni sembravano tremare, e l’asfalto rifletteva le tremule ombre dei palazzi circostanti.
Arrivata alla sua fermata, Rebecca premette il pulsante rosso e scese senza voltarsi. Il silenzio era denso, e l’aria sembrava quasi trattenere il fiato.
Il cellulare le si era scaricato, ma l’ora sul campanile della chiesa del quartiere segnava le sette meno un quarto. La via era deserta. Non una voce, non un passo. Solo il rumore dei tacchi dei suoi stivali sull’asfalto e un leggero fruscio, forse del vento che si stava alzando piano. O forse di qualcos’altro di più… sinistro.
Rabbrividendo, raggiunse velocemente casa sua ed entrò. Si chiuse la porta alle spalle, facendo scattare i quattro chiavistelli della sicura, uno dopo l’altro, come in un rituale dall’antico significato. Solo a quel punto si rilassò, concedendosi un respiro più profondo.
Doveva fare più attenzione all’ora. Non poteva rischiare di restare fuori col buio.
Non più.
“Sono arrivata”, disse sfilandosi gli stivali.
“Ciao, finalmente. Cominciavo a preoccuparmi.” Paola, sua sorella maggiore emerse dalla cucina. Le rivolse un sorriso, stanco ma pieno d’affetto. “Che è successo?”
Da quando i loro genitori erano morti, era stata lei a occuparsi della sorella minore, ma negli ultimi tempi anche la casa in cui vivevano era diventata un rifugio fragile. Rebecca cercava di sorridere, di nascondere quel gelo che a volte le afferrava il petto nel cuore della notte ma a volte essere forte le costava uno sforzo sfiancante.
“Scusami, ho perso tempo in biblioteca e avevo il cellulare scarico.”
“Non puoi stare più attenta a queste cose? Lo sai che…”
“Sì, lo so. E te lo prometto, non succederà più. Mi dispiace di averti fatta preoccupare.” Sorrise, un qualcosa che la faceva somigliava tantissimo alla madre che aveva perso quando era solo poco più di una bambina. “Cosa c’è per cena?”
“Carne. I prezzi dei supermercati sono assurdi, ma sembra che almeno qualcosa sia tornato abbordabile.”
Rebecca abbassò lo sguardo. Quelle offerte troppo generose le lasciavano sempre un retrogusto amaro. Il mondo sembrava disfarsi in modo silenzioso, e pochi se ne accorgevano.
A tavola consumarono una cena veloce, poi il silenzio calò pesante.
“Mettiamo un po’ di musica?” propose Paola.
“Magari un DVD…”
“Va bene. Guardiamo L’Ultimo Bacio?”
Rebecca annuì. Quella pellicola le ricordava Filippo. Un ricordo dolce, ma graffiato dal tempo… e da qualcos’altro. Mentre le scene scorrevano sullo schermo, il confine tra presente e passato sembrò sfocarsi…
“Secondo me si baciano…” commentò, voltandosi con un sorriso nella sala del cinema piena fin quasi a scoppiare.
Filippo la guardò sbattendo gli occhi. “Eh? Come?”
Sorridendo, lo pizzicò su un braccio. “Stavi dormendo, amore?” chiese in tono di finto rimprovero. “Durante il mio film preferito?”
“Scusami, giornata pesante.”
Gli mise un broncio scherzoso.
“Dovresti farti incantare dalla bellezza della storia…”
“Solo tu riesci a incantarmi,” replicò lui, sfiorandole il collo con un bacio.
Rebecca rabbrividì di eccitazione. Stavano insieme da tre mesi – lei era all’ultimo anno di superiori e lui, a 23 anni, lavorava e studiava – ma quello che provava per Filippo non l’aveva mai provato per nessuno.
Lui era rassicurante – come il profumo del pane appena sfornato – ma allo stesso tempo pieno di un fascino e di una sensualità che forse non era nemmeno ben consapevole di avere.
Quando il film finì, uscirono nel gelo della sera invernale. Lei represse un brivido e lui la strinse più forte.
Il cielo era nero come la pece, nemmeno una stella a illuminare il buio. Mentre si avvicinavano alla macchina, notarono un cane randagio che si aggirava tra le ombre.
Filippo aprì le portiere e salirono. Poi lui accese i fari e, in quell’istante, videro meglio l’animale: gli occhi erano rossi e la bocca schiumava in modo innaturale.
“Povera bestia. Deve avere la rabbia.”
Rebecca annuì piano, non troppo convinta.
“Non ti sembra che ce ne siano troppi, ultimamente? Anche l’altro giorno, quel dobermann che per poco non sbranava quella ragazzina…”
“Sì. Dev’essere per via dell’inquinamento. Le multinazionali non sanno più dove scaricare i loro rifiuti tossici.”
“E allora li gettano nell’acqua? Davvero una bella idea!”
“Probabile. Hanno chiuso tutti gli scarichi verso l’aria. Dove altro potrebbero depositarli?”
Lei trattenne il fiato.
“Pensi che… se c’è pericolo per gli animali potremmo rischiare anche noi?”
“Ma no, non credo. Penso che le autorità ci avviserebbero prima di farci bere qualcosa di contaminato.”
Le stesse autorità che ci hanno fatti piombare in disastri su disastri, creando solo distrazioni di massa per mascherare le loro nefandezze? Si trattenne dal replicare lei. O quelle che per la loro inerzia – o perché troppo occupate a difendere privilegi e poltrone – hanno permesso che l’epidemia di SARS di due anni fa si diffondesse ovunque prima di tentare anche un minimo intervento?
Ma non disse nulla, perché sapeva che Filippo, a differenza sua, continuava ad aver fiducia nello Stato, e non aveva voglia di innescare un’altra – inutile – discussione.
La sua sensibilità era sempre in allerta, e dentro di sé sentiva che qualcosa non quadrava. Ma non voleva rovinare la serata.
Arrivati a casa, si salutarono con un tenero bacio.
“Buonanotte, amore… mi scrivi quando arrivi?”
“Certo”, sorrise Filippo. Lei scese e lui rimise in moto facendo retromarcia. Imboccò il controviale e l’attimo dopo la macchina era scomparsa nel buio…
“Rebecca…!” la chiamò Paola. “Ehi, ma ti sei addormentata?”
“Sì scusami… Che ore sono?”
“Le undici passate, e il film è finito. Spengo la TV.”
Rebecca si stropicciò gli occhi.
“Stavo sognando… Filippo.”
“Ti manca, vero?”
“Molto. A volte penso… che sarebbe più semplice essere come gli altri… uscire, non avere più paura di fare tardi la sera, smettere di guardarci le spalle…”
Paola impallidì, sconvolta.
“Non dirlo nemmeno! Sei fuori di testa?”
“No. Mi chiedo soltanto perché noi siamo qui… e loro là fuori? Come fanno a resistere e a non…”
Paola le accarezzò i capelli come faceva da bambina.
“Hai solo bisogno di dormire. Domani andrà meglio Scusami se ti ho aggredita.”
“Sì, forse hai ragione. Salgo in camera. Tu vieni?”
“Finisco di sistemare e arrivo.”
Rebecca salì le scale. Il corridoio era silenzioso, poi una corrente gelida sembrò filtrare tra le pareti. Si voltò per un istante… ma dietro di lei non c’era nulla.
Entrò nella sua stanza, gettandosi sul letto troppo stanca per preoccuparsi di cambiarsi o lavarsi i denti.
Appena posò la testa sul cuscino, il suo respiro si calmò e poco dopo si addormentò.
“Carino quel ragazzo, eh?” le disse il giorno dopo Vanessa. Le due amiche erano sedute nei giardini della scuola, a mangiare dei panini presi dalle macchinette della scuola. Faceva freddo, ma per entrambe stare lì era sicuramente meglio del clima soffocante della loro classe.
“Chi?” domandò Rebecca, mordicchiando distrattamente il suo panino.
“Quello seduto due file più in là… oh, ma possibile che non vedi niente?”
“Scusa, ero…”
All’improvviso, il display del cellulare di Rebecca s’illuminò. Leggendo il nome del chiamante, lei rifiutò subito la chiamata.
“Era di nuovo Filippo, vero? Quel poverino non vive più da quando l’hai lasciato. L’ho giusto visto ieri, e mi ha chiesto ancora di te.”
“Sì?”
“Sì. Ma perché l’hai lasciato? Sembravate così felici e innamorati…”
“Non ci vedevo un futuro. Sto male anch’io per averlo lasciato… ma non potevo fare diversamente.”
La smorfia di Vanessa la diceva lunga.
“No, non me la racconti giusta. Vuoi dirmi la verità sì o no?”
“Basta”, la interruppe Rebecca, con tono deciso ma senza alzare la voce. “Non ho voglia di parlare di lui adesso, e poi dobbiamo tornare in classe.”
Vanessa sospirò, delusa e rimase zitta fino al termine delle lezioni.
“Sabato sera andiamo a mangiare una pizza?” propose mentre raggiungevano la fermata del pullman per rientrare a casa.
“No, devo studiare… e dovresti farlo anche tu.”
“È da un po’ che non esci più di sera, sei sparita dai social e sovente nemmeno rispondi ai messaggi. Ma che ti succede?”
Rebecca la guardò negli occhi, poi distolse lo sguardo. Che poteva dirle? Come faceva ad esprimere a parole una cosa che Vanessa comunque non avrebbe compreso?
E poi LORO non ricordavano nulla di quello che succedeva la notte. A che servivano le parole?
Il pullman arrivò, spezzando il breve silenzio. Due fermate dopo, Vanessa scese con un saluto distratto.
Se si è risentita, non posso darle torto, pensò Rebecca. Ma cosa potrei dirle per ritrovare la nostra vecchia complicità?
Ignorando altre due chiamate di Filippo, rientrò a casa e s’immerse nello studio. Sperava di trovare rifugio nei libri, ma la mente, indocile le tornò indietro a quella sera in cui, alla gioielleria…
“Questa dovrebbe piacere a tua sorella”, disse Filippo porgendole una piccola collanina d’argento a forma di cigno.
“Che bella”, sorrise lei. “Dove l’hai trovata?”
“Qui, nelle vetrinette in fondo. Ehi, che hai?” chiese , notando il suo improvviso turbamento.
Lei lo tirò per un braccio e lui seguì il suo sguardo. Un uomo stava immobile vicino ad una delle vetrinette principali del negozio, lo sguardo fisso nel vuoto.
“Chi sarà?”
“Non lo so, ma… guarda i suoi occhi…”
Filippo si irrigidì. “Sono rossi.”
“Sì. Non ti sembrano… come quelli del cane che abbiamo visto l’altra sera?”
“Ora che lo dici… sì, c’è una somiglianza. Vuoi andartene?”
“Sì. Ti prego… ho paura.”
“Vieni, paghiamo e usciamo.”
Stringendosi la mano andarono alla cassa. Qui la proprietaria della gioielleria fece loro il conto con naturalezza, ignorando completamente l’uomo alle loro spalle. Quando Rebecca si voltò, lui era sparito.
“Ha visto l’uomo che era qui proprio un attimo fa?” chiese alla donna.
“Sì. Ultimamente in città girano tipi strani, specialmente la sera. È per questo che ho preso l’abitudine di chiudere mezz’ora prima.”
“Ci sono stati incidenti?” domandò Filippo.
“No, ma certi entrano, fissano nel vuoto… e poi se ne vanno. È… strano, inquietante. Mi capite?”
“Sì.” Rebecca rabbrividì. “Ha notato gli occhi di quell’uomo?”
“Uguali a quelli di tutti gli altri. A volte si raggruppano fuori, osservando il locale senza entrare… come se qualcosa li trattenesse dal varcare la soglia.”
Vedendo Rebecca turbata, Filippo tagliò corto e l’accompagnò fuori. Lì videro alcuni immobili sul marciapiede. Nessuno parlava. Tutti fissavano il vuoto… e tutti avevano gli occhi rossi.
Filippo e Rebecca salirono in fretta in macchina e lui mise subito in moto. Accese i fari e di colpo.. uno degli uomini si staccò dal gruppo, correndo verso di loro con occhi ardenti di una rabbia disumana.
Filippo accelerò facendo per andargli addosso e subito l’uomo si fece di lato dileguandosi poi nella notte.
“Domani vado alla polizia.” Filippo era pallido, sudato. E nei suoi occhi, per la prima volta Rebecca lesse la paura. “Forse loro sanno qualcosa di questi… questi…”
“Mostri…” mormorò lei con voce tremante.
Mostri. Non poteva sapere quanto quel termine, di lì a breve, sarebbe diventato comune.
In breve, la polizia si trovò alle prese con miriadi di brutali delitti: corpi mutilati, decapitati, con arti strappati. Coperti di ferite che sembravano provocate da artigli sovrumani.
I criminologi parlarono di creature “non umane”. La società, prima allarmata poi precipitata nel panico, tornò ad aver paura di figure che sembravano ormai appartenere alle antiche superstizioni: streghe, esseri indemoniati… persino mutanti.
Ognuno imparò a guardare con sospetto il proprio vicino.
I cadaveri continuavano a moltiplicarsi, ma la polizia non aveva nelle mani nessun indizio concreto. Nessun volto. Nessuna prova.
Poi, una notte, i cadaveri sparirono dagli obitori. Nessuno scoprì chi era stato a trafugarli, ma gli omicidi cessarono.
Qualcosa di peggio, però, li sostituì.
In una pizzeria, cinque persone sedute a un tavolo iniziarono ad agitarsi. Parole concidtate divennero urla. Mani tremanti. Occhi rossi.
La proprietaria chiamò la polizia. Intervennero agenti armati, ma i clienti resistettero lottando con forza disumana. Quando furono finalmente immobilizzati, avevano ancora gli occhi rossi e schiumavano dalla bocca parole incomprensibili.
“È strano”, commentò Filippo, durante una cena con Rebecca e Paola.
“Cosa?”
“Quegli uomini. La mattina dopo, secondo la polizia, non ricordavano nulla… e i loro occhi erano tornati normali.”
Paola rabbrividì.
“È inquietante. E questo è tutto?”
“No. Gli uomini sono stati trattenuti alla centrale poi scortati in un centro ricerche attrezzato. Alcuni scienziati hanno fatto loro esami accurati, ma i risultati non si conoscono ancora.”
Rebecca gli strinse forte il braccio.
“Ho paura, Filippo…”
“Anch’io, amore mio. Speriamo solo che le autorità trovino una soluzione a tutta questa situazione.”
Lei lo guardò negli occhi, cercando le solite rassicurazioni. D’un tratto però la sua immagine iniziò a farsi confusa, come se il viso del ragazzo, seduto accanto a lei, stesse diventando sempre meno reale…
Riaprì gli occhi nella solitudine della sua casa. Mi sono addormentata di nuovo… e ho sognato ancora Filippo. Andando avanti così, pensò, impazzirò.
Guardò l’ora. Le cinque.
Era ora di andare in biblioteca, altrimenti sarebbe poi tornata a casa troppo tardi. Non aveva voglia di andarci, in realtà, ma c’era una cosa che doveva assolutamente fare. Si preparò in fretta. Ma quando aprì la porta… Filippo era lì.
D’istinto, fece per fare un passo indietro. Lui però l’anticipò e le afferrò la mano.
“Rebecca, ti prego… non andartene. Devo parlarti.”
Lei scosse la testa.
“Non abbiamo più niente da dirci.”
“Noi ci amavamo e io… io ti amo ancora. Non ce la faccio senza di te. Perché mi hai lasciato?”
Perché. Rebecca lo guardò. Gli occhi di Filippo cercavano i suoi, pieni di dolore. Anche lei lo amava ancora. Non aveva mai smesso. Quello che gli era successo però li aveva separati… come era successo a TUTTI loro. Com’era possibile che, durante il giorno, nessuno avesse memoria dell’orrore che si consumava nell’oscurità?
Quasi con le lacrime agli occhi scostò la mano di lui e, richiusasi la porta di casa alle spalle, corse alla fermata dell’autobus che intanto stava arrivando. Ci salì sopra e, dal finestrino, vide che Filippo rimasto a terra la stava ancora chiamando. Si sentì come se qualcuno le stesse strappando il cuore. Avrebbe così tanto voluto scendere e baciarlo…
La mente le corse di nuovo all’indietro, a quei giorni terribili che avevano inciso la sua vita come una cicatrice ormai diventata indelebile…
“Le giornate si stanno accorciando…” mormorò, appoggiata al petto di Filippo. Aveva parcheggiato proprio vicino a casa sua, non era più prudente uscire per la città quando calava il buio. Non dopo che il fenomeno delle persone impazzite, con gli occhi rossi e in preda a una furia omicida, si era moltiplicato in maniera incontrollabile. Da cos’era provocato? I massimi esperti avevano indagato, fatto esperimenti, messo in quarantena e sotto controllo alcuni soggetti colpiti… senza giungere a nessuna conclusione. E tra la popolazione il panico e l’orrore continuavano a crescere.
Gli infettati dal morbo misterioso durante il giorno successivo sembravano tornati perfettamente normali e non ricordare nulla delle loro trasformazioni notturne. Ma era davvero così, oppure stavano solo fingendo? E se anche non ricordavano nulla, chi poteva dire quando la loro mostruosità non avrebbe preso il totale sopravvento su di loro?
Rebecca e Paola si sforzavano di continuare con le loro vite, ma si erano sempre chiuse in loro stesse: Rebecca continuava ad andare a scuola, forse non aveva senso ma che cos’alto avrebbe potuto fare? Anche l’amicizia con Vanessa si era raffreddata, almeno da parte sua. Anche la sua amica di notte diventava un mostro? Era impossibile saperlo.
Filippo le accarezzò il viso.
“Sai cosa mi manca di più?”
“Cosa?”
“Le passeggiate mano nella mano, la notte. Quando non avevamo nulla da temere…”
“Sì…” sussurrò lei. “La notte, passeggiare insieme guardando la luna e le stelle nel cielo ci piaceva così tanto…”
“E invece adesso… qu… ess…”
Subito, lei si allarmò. “Che cos’hai?”
Filippo cercò di sorriderle. “N…nioe…”
Quelle sillabe sconnesse. Stava scherzando? Forse, ma poi… lo guardò negli occhi e si sentì mancare.
Pupille rosse come il fuoco… o come il sangue appena versato.
Di scatto si tirò indietro.
“Oh no…! No!”
“A… aspett… nuh…”
Filippo cercò di trattenerla, ma lei aprì lo sportello dell’auto, corse attraverso la strada e si chiuse in casa, il cuore che le batteva come impazzito.
“Cos’è successo?” le chiese subito Paola. “Sembri sconvolta.”
“Filippo…”
“Sta male?”
Per tutta risposta lei scoppiò a piangere.
“Quegli occhi… mamma mia, quegli occhi.”
“Calmati… vuoi una camomilla?”
Rebecca annuì, cercando invano una spiegazione razionale. Ma in cuor suo lo aveva già capito: Filippo era diventato uno di LORO. E la loro storia… era finita.
Il giorno dopo Filippo le mandò decine di messaggi, e visto che non gli rispondeva la chiamò. Lei rispose, e nel sentire la sua voce pacata, come se nulla fosse accaduto, si aggrappò quasi all’illusione che lui fosse sempre lo stesso. Era assurdo, lo sapeva, ma allo stesso tempo non era ancora pronta a lasciarlo andare così. Accettò di rivederlo. Fissarono una cena al loro ristorante preferito. Durante la cena, però, li rivide… quei riflessi rossi nei suoi occhi. La paura tornò, serrandole il cuore con una gelida morsa. Capì di essersi solo illusa. Filippo era diventato uno di LORO. Ma com’era successo?
Fuggì da lui, e questa volta sapeva che forse sarebbe fuggita per sempre…
La biblioteca era silenziosa. Quasi muta. Il tintinnio della porta, solitamente familiare, quel giorno sembrò suonare come un sinistro avvertimento.
Rebecca entrò senza salutare. Il bibliotecario la osservò un istante, poi distolse lo sguardo. Era cambiato qualcosa, anche in lui. Nei gesti. Nell’attesa. Come se il tempo si fosse spezzato. Anche lui, di notte, sarebbe diventato un mostro?
Prese il corridoio a sinistra, quello più stretto, dove la luce sembrava a volte dimenticarsi di arrivare. Lì c’erano scaffali che raramente qualcuno visitava. Libri impolverati, rilegature scolorite, titoli che sembravano pronunciabili solo sussurrando.
Si fermò davanti a un volume privo di etichetta. Lo sfiorò, e il polpastrello le tremò. Come se quel libro l’avesse riconosciuta… quando in realtà era lei che aveva riconosciuto lui.
Le profezie dell’Apocalisse, lesse con la mente, e ripensò alle voci si facevano sempre più insistenti da ogni comunità religiosa presente nel mondo. Voci riguardo alla fine dell’umanità, ad alcuni versetti antichi che parlavano di un antico male – non risvegliato da un qualche inferno mitologico, ma dall’oscurità presente nelle profondità stesse dell’animo umano – da cui non c’era scampo alcuno. Versetti presenti in un libro antico. Quello che adesso teneva fra le mani.
Lo aprì.
Le pagine, antichissime, non avevano parole. Solo una frase, vergata a mano, al centro della prima:
Al calare del quarto giorno, il sangue si rifarà voce.
Rebecca indietreggiò. Sentì un brivido gelido strisciarle lungo la schiena.
Alle sue spalle, qualcuno tossì. Una tosse strana, quasi… un rantolio.
Si voltò di scatto. Il corridoio era vuoto.
Ma sentì gli occhi su di sé. Non un solo sguardo. Occhi. Tanti. Invisibili eppure vicini.
Sfogliò ancora.
Una seconda frase. Scritta a penna blu, tremolante:
Non siamo mutati. Ci hanno risvegliati. Noi siamo quelli che abbiamo ricevuto il morso.
“Il contagio si diffonde cosi…?” sussurrò. “Con un… morso…?”
Ma il suono della sua voce parve farsi eco nel nulla.
Richiuse il libro, cercando di non pensare. Cercando di non sentire quel ringhio, basso e remoto, che adesso sembrava provenire dal piano superiore.
Uscì dalla biblioteca senza parlare. Adesso sapeva… forse non tutto, ma era sicura che, qualsiasi cosa facesse, ogni resistenza sarebbe stata inutile. Erano tutti condannati… e forse lo stati fin dal principio.
Il giorno dopo il sole non spuntò. Il cielo era grigio quando Rebecca uscì per andare a scuola.
Dietro di lei, Paola rimase immobile, ripensando ancora alla conversazione che avevano avuto la sera prima. L’Apocalisse si era davvero abbattuta sul genere umano? E se sì… quali speranze rimanevano? Forse davvero non rimaneva altro che aprire la porta al male e lasciarsi andare. Sarebbero state meglio, dopo?
No. Scacciò il pensiero con un gesto deciso. Qualsiasi cosa fosse successa, lei non avrebbe ceduto. Avrebbe continuato a resistere perché non era sola. C’era Rebecca al suo fianco, anche se quel giorno le era sembrata piuttosto apatica, come distante o persa nei suoi pensieri. Passò la giornata girando per casa come cercando un appiglio, qualcosa da fare per scacciare i cupi pensieri. Ma quel giorno si sentiva più stanca del solito. Non soltanto nel corpo, ma anche nella mente. Alla fine si arrese e salì in camera. Si stese sul letto e, chiusi gli occhi, si fece vincere dal sonno.
Quando si svegliò, era buio. Si alzò in piedi poi scese piano le scale fino al piano di sotto.
Nel soggiorno, Rebecca era seduta sul divano. Un libro tra le mani. La luce della lampada tremava sul suo volto. Per non disturbarla, Paola si diresse in cucina… e fu allora che la notò. La porta di casa… era aperta! Col buio?
“Rebecca!” esclamò voltandosi. La sua voce era sottile, tesa da un sottofondo di paura. “La porta… perché é spalancata?”
Rebecca non rispose subito, poi la sua voce arrivò, stranamente distorta.
“Sc… scusami. Mi sono… uh, oh… dimentic…”
Chiudendo di scatto, Paola la raggiunse di corsa in soggiorno, poi le afferrò le spalle e la fece voltare.
“Rebecca…” subito si bloccò.
Gli occhi… quegli occhi.
Rossi.
Il viso teso, il sorriso che adesso non le ricordava più la loro madre, ma solo un suo riflesso distorto. Un sorriso freddo… e troppo calmo.
“Rebecca, ma che hai fatto?”
“Mi dispiace…”, rispose Rebecca. “Ho cercato… Ho… crcct…”
La voce si frantumò in un suono innaturale, e Rebecca si alzò. Camminò verso la porta e la aprì.
Fuori, c’era una folla . Volti spenti. Occhi rossi. Sagome immobili, ma colme di attesa. Filippo era fra loro, e quando si avvicinò, lui e Rebecca si baciarono come una normale coppia di innamorati.
Poi lei si voltò, e i suoi occhi rossi attraversarono Paola da parte a parte.
“Su, Paola. Tocca a te, adesso…”
“No…”
Un fiato. Un’implorazione.
“Non posso lasciarti sola. Sei mia sorella. Ti voglio con me… e voglio che tu smetta di soffrire. Lottare è inutile, credimi.”
Paola indietreggiò ma Rebecca la prese per un braccio e senza sforzo l’attirò a sé. Com’era diventata forte!
Rebecca le baciò il collo, sfiorandole delicatamente la pelle con la lingua. Poi i denti affondarono. L’abisso si spalancò… e tutto fu tenebra.
Il mattino dopo, Paola si svegliò senza ricordare nulla. Si sentiva stranamente rilassata… addirittura serena, come non le capitava di sentirsi da tempo.
Stirò le braccia. L’orologio segnava le sette meno un quarto. Rebecca si era sicuramente già alzata.
Chiuse gli occhi per un istante e sorrise. Era come se qualcosa- uno strano peso opprimente – fosse sparito.
“Paola, sei sveglia?”
Rebecca entrò con un vassoio. Posate lì, due brioches e due tazze di caffè. Il suo volto era luminoso, il sorriso pieno.
Somiglia così tanto alla mamma, pensò la sorella maggiore. “Sei mattiniera oggi…” le sorrise. “E mi hai portato la colazione a letto…”
“Sì.”
Rebecca si sedette vicino a lei sul letto e posò il vassoio. “Oh Paola, sono così felice… ieri sera Filippo mi ha chiesto di sposarlo.”
“Davvero?”
“Sì. Mi sembrava di sognare. Ovviamente gli ho detto di sì. Ma non c’è bisogno che te lo dica, vero?”
“No”, rise Paola. Era davvero felice per la sorella. Filippo era un bravo ragazzo. Rebecca era fortunata.
“Allora, facciamo colazione?”
“Sì, ecco il tuo caffé. Lo prendi sempre senza zucchero, vero?”
F I N E
Recensioni e commenti
RECENSIONI

Se volevi inquietare i tuoi lettori… con me ci sei riuscito benissimo!
Leggere la lenta “discesa” di Rebecca nel tunnel della paura e dell’angoscia fino al finale che ribalta tutto è stato emozionante, hai saputo trasmettere le sue sensazioni così bene che mi sembrava quasi di essere io la protagonista invece di una semplice lettrice.
Bel racconto, mi è piaciuto moltissimo.
Se vuoi lasciare un tuo commento al racconto scrivimi, sarò felice di risponderti!
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Ciao Enri sei riuscito a trasmettere angoscia ma anche profonda tristezza
Bellissimo racconto
Ciao, se ci sono riuscito allora il racconto mi è riuscito alla grande perché trasmettere questo era proprio il mio obiettivo 🙂.
A presto e grazie di aver letto e recensito ☺️
Due sole parole: inquietante e spiazzante. Ho detto tutto.
Grazie ☺️
Un racconto originale, ma sono abituata ormai che i tuoi racconti lo siano :). È particolare il dettaglio che le persone infettate non si ricordino nulla la mattina dopo e mi è piaciuto molto anche il finale, inaspettato e inquietante. Si è creata una nuova normalità oscura.
❤️.
Grazie di aver letto e recensito ☺️.
Si, un nuovo ordine mondiale in cui di notte le persone si “trasformano” e di giorno poi proseguono le loro vite di tutti i giorni.
Ho pensato fosse molto più inquietante così che un totale cambiamento verso l’oscurità.
😘
Anche io ho provato un senso di inquietudine, di paura e anche tristezza. Ma il racconto mi è piaciuto davvero tanto. Complimenti! Dato il periodo che sto vivendo ho pensato molto alla questione dei legami, di come le situazioni possano cambiare, a volte anche all’ improvviso.
Grazie ☺️.
E si, all’improvviso e soprattutto quando meno ce lo aspettiamo.
Anche Paola avrà gli occhi rossi la notte seguente. Mamma che ansia durante la lettura! Il cane mi ha ricordato il pastore tedesco sul film “Il cane infernale” di fine anni ’70, non so se lo hai mai visto, e le creature con gli occhi rossi gli zombie: l’epidemia, e il contagio che si trasmette con un morso (proprio ieri sera stavo guardando “The walking dead” 😄). Ma anche I vampiri! E mentre Rebecca leggeva le profezie riguardanti l’Apocalisse in biblioteca, mi rimbombavano in testa le note di “Mater Tenebrarum”, la colonna sonora del film.”Inferno” si Dario Argento. Ammetto, però, che ho avuto anche il dubbio che fosse solo frutto degli incubi di Rebecca. In ogni caso, sempre bravissimo: un racconto che ti tiene col fiato sospeso fino all’ultimo.
Ciao e grazie dei complimenti e della recensione ☺️.
No Il cane infernale mai visto, e non ho mai visto neanche The walking dead, il racconto mi era stato ispirato al libro di Io sono leggenda.
In realtà avevo frainteso il significato della sinossi e da lì era partita l’ispirazione 😁 vedi a volte i casi della vita.
Sono contento che ti sia piaciuto, e le emozioni che hai provato e descritto significano che ho proprio centrato l’obiettivo che mi ero prefisso.
Un abbraccio e a presto 🤗