IO

Scritto nel giugno del 2015

Il migliore.

Saperlo. Sentirlo. E vedere che nessuno, tra gli sciocchi che mi circondano, lo riconosce. È questo che mi ha sempre ferito. Anno dopo anno, in questo posto dimenticato da Dio, la rabbia ha scavato dentro di me. E presto, lo sento, esploderà in tutta la sua furia distruttiva.

Non ero che un neonato quando il colui che mi adottò mi trovò ai margini di una foresta, decidendo di portarmi a casa sua. Così almeno mi ha raccontato. Io non ho mai conosciuto i miei veri genitori. E forse è stato un bene. Perché se mi avessero cresciuto loro, oggi forse non sarei ciò che sono. Non avrei appreso tutto quello che so.

Il vecchio – mi rifiuto di chiamarlo padre – è il proprietario di un dojo di arti marziali, di cui è anche maestro. Un uomo debole, schiavo dei suoi doveri, cieco come tutti gli altri di fronte alla vera grandezza. Ha sempre finto di volermi bene. Ma io ho visto la verità nei suoi occhi: disprezzo, paura, invidia.

A tredici anni cominciò a mandarmi in affidamento. Diceva che dovevo “socializzare”. Che dovevo “conoscere il mondo”.

La famiglia Kenzaki. Saori, la loro unica figlia. Sedici anni. Bella, dolce, innocente. Una maschera. Una sgualdrinella che faceva ciò che voleva, di nascosto. Andammo a letto insieme. Io ancora non capivo del tutto cosa voleva da me. Ma imparai in fretta.

Quando, qualche mese dopo, mi rivelò di essere incinta, le risi in faccia. Le dissi che per quanto m’importava poteva anche affogarsi con il suo feto inutile. Si impiccò. Meglio così.

Poi la famiglia Kakero. Jun. Vent’anni. Moto. Sfide. Umiliazioni. Una notte lo spinsi giù dal burrone. La sua moto esplose. Io risi.

Poi Musou Hikura. Armaiolo. Trafficante. Mi insegnò a sparare, oltre a picchiarmi ogni sera e infliggermi durissime punizioni ad ogni minimo sbaglio. Appena ne ebbi l’occasione, lo uccisi. Un colpo alla testa. Poi un altro. Feci sembrare tutto un incidente.

Tornai a casa. Uno degli allievi del dojo aveva ucciso un fuorilegge a mani nude. Mi colpì. Chiesi al vecchio di addestrarmi alle arti marziali. Gli mentii, dicendogli che l’unica cosa che desideravo era diventare come lui, che l’addestramento ci avrebbe uniti. Lui ci cascò.

Mi accettò tra i suoi allievi. Io risi della sua stupidità. Sapevo che sarei diventato il suo successore. Non perché mi interessasse quel titolo. Ma perché volevo la forza assoluta.

E la ottenni. Grazie alla sua arte marziale – e alle mie doti superiori – sono diventato fortissimo. Potrei distruggere un esercito da solo. Sono temuto. Rispettato. Eppure, il vecchio continua a preferirmi altri. Persino quel ragazzino.

Quel verme, quel piccolo idiota che lui però adora. Se potessi, lo schiaccerei sotto i miei stivali. O gli sparerei alla testa. Un colpo. Via. Poi lo legherei alla mia moto e lo trascinerei nella polvere, gridando il suo nome sconfitto.

Dannazione. Io sono il migliore. Il più forte. E non posso – non esiste al mondo! – che qualcuno possa essermi superiore. È tutta colpa di quel vecchio barbogio. Regole, regole, sempre regole. Ma che m’importa?

Ora lo capisco. Mi ha sempre detestato. Forse geloso, anche lui, delle mie doti. Ebbene, faccia pure. Fra poco sarò abbastanza forte da non avere più bisogno di lui. E allora lo manderò al diavolo. Come merita.

E quel ragazzino… l’ho sempre battuto. Sempre atterrato. Perché è debole. Perché non ha grinta. Perché al mondo, solo il forte vince. E il debole… soccombe.

“Fratello!”

La sua voce. Lo odio anche solo per come mi chiama “fratello”, come se fossimo uguali. Come se fra noi ci fosse un qualche assurdo legame di sangue.

“Finalmente ti ho trovato”, dice raggiungendomi. Mi volto. Il suo viso sorridente. I capelli castani. “Il maestro ci aspetta nella sala degli addestramenti. Vuole parlarci.”

Lo fisso. In silenzio, desiderando solo di riempirgli la faccia di pugni. Gettarlo a terra. Massacrarlo. Oppure… sparargli e poi trascinarlo nella polvere.

Se solo potessi…

“Allora io ti precedo al dojo”, dice ancora. “Mi raccomando, non tardare… Jagger.”

FINE

Recensioni e commenti

RECENSIONI

L’unica cosa che mi accomuna a Jagi è la passione per le moto, per il resto l’ho sempre considerato un cazzaro e marzialmente è di gran lunga il più scarso di tutti i combattenti delle scuole maggiori presenti nella saga di Ken.

Queste esperienze con varie famiglie affidatarie sono un bel background in più, e ti faccio i complimenti per come hai caratterizzato ogni situazione fino all’ingresso finale dell’odiato fratello minore.

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4 commenti
  1. Giorgia
    Giorgia dice:

    Ciao. Questo monologo delinea con chiarezza la psicologia del risentimento: Jagger interpreta ogni relazione come una minaccia alla propria superiorità, trasformando il passato in una narrazione che giustifica la sua ossessione per la forza. Il rapporto con il maestro e con il “fratello” rivela un’incapacità profonda di accettare legami non fondati sulla competizione, mentre la sua certezza di essere “il migliore” diventa una gabbia che lo isola e lo consuma. Il finale, con il richiamo del fratello, condensa perfettamente il suo conflitto interiore: l’impossibilità di riconoscere l’altro senza distruggerlo. Un ritratto lucido dell’orgoglio ferito e della sua deriva autodistruttiva.

    Rispondi
    • admin
      admin dice:

      Ciao e grazie di essere passata.
      Sì Jagger è un personaggio particolarmente complesso, vive immerso nelle sue paranoie e nella frustrazione di essere inferiore soprattutto al fratello minore.
      Un soggetto cmq pieno di spunti di interessanti.

      Rispondi
  2. Alex
    Alex dice:

    Pazzesco! Jagger sembra l’anti eroe definitivo, fatto solo di odio e disprezzo. Ogni pezzo della sua storia è un’escalation da brividi, e l’arrivo del fratellino è la scintilla perfetta prima dell’esplosione.

    Rispondi
    • admin
      admin dice:

      Sì, Jagger è un concentrato di odio e follia, elementi che ne segnano la fine già prematuramente decretata.
      E sarà proprio per mano del fratello minore che tanto disprezza che il suo destino si compirà.
      Grazie

      Rispondi

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