LA CADUTA DI TROIA
Scritto nell’aprile del 2008

Come sempre, a quell’ora, la pianura di Troia era immersa nella nebbia, tanto che, ad osservarla dalle mura della città, si poteva quasi credere che non vi fossero navi Achee sulla spiaggia. Il principe Deifobo sorrise pensando a quando la pianura era libera e con i suoi fratelli poteva correre sui cocchi nuovi ed esercitarsi nella lotta: ora si doveva combattere sul serio e gli Achei si erano rivelati combattenti più validi del previsto, soprattutto Aiace, Diomede e Agamennone. E poi c’era Achille, il loro Dio della guerra. Deifobo non era un codardo, eppure l’unica volta che si era trovato davanti al guerriero dall’armatura d’oro era rimasto paralizzato dal terrore. Achille, dal suo cocchio dorato, aveva scagliato il giavellotto e per sua fortuna il principe l’aveva scansato. Poi il guerriero era passato oltre, per sterminare altri guerrieri. Quando Deifobo ne aveva parlato ai suoi fratelli, solo Ettore aveva giurato di cercare Achille in campo aperto e sconfiggerlo: fino ad allora non ne aveva avuto l’occasione e Deifobo era contento così. Per quanto volesse bene al fratello maggiore, che era il migliore guerriero di Troia, sapeva che non avrebbe mai potuto tenere il confronto con Achille: l’Acheo aveva qualcosa di soprannaturale, non era un uomo normale.
Deifobo si vestì e scese nella sala del trono: c’erano già Ettore, Troilo ed Enea e tutti e tre indossavano l’armatura.
“Siamo sotto attacco?” Domandò il principe.
“No, fratello” rispose Ettore con un sorriso, ”stiamo organizzando un attacco a sorpresa al campo Acheo. Senza dubbio non ci aspettano. Assalteremo il lato presidiato da Diomede. Sarà un successo.”
“Perché proprio il lato di Diomede?”
Fu Troilo a rispondere. “Tiene prigioniero l’indovino Calcante e tu sai quale importanza ha per Troia…”
Oh, certo, pensò Deifobo, senz’altro sarà stata Criseide a chiederti di liberare suo padre. Lui era al corrente di una cosa che probabilmente nessun altro a Troia sapeva: il giovane Troilo e la bellissima Criseide, la figlia di Calcante, erano amanti. L’aveva scoperto per caso un pomeriggio che con Priamo e i generali era andato sulle mura ad osservare il campo Acheo. Deifobo aveva deciso di fare una deviazione per il giardino della cittadella e lì aveva visto Troilo e Criseide avvinghiati. Certo lei non amava suo fratello, altrimenti non gli avrebbe consigliato di attaccare proprio il lato del campo nemico difeso da Diomede, uno dei più forti fra gli Achei. Era chiaro che lo stava usando per tentare di liberare il padre, prigioniero da due anni degli Achei. Senza dubbio aveva scelto bene fra i figli di Priamo: Troilo aveva tredici anni e, sebbene fosse un valido guerriero, era del tutto inesperto in amore, Criseide era una donna di vent’anni e per lei era stato facile sedurlo. Comunque ormai era tardi ed Ettore aveva già ordinato l’attacco. Deifobo stava per salire ad indossare l’armatura, quando l’araldo annunciò una visita. “Il generale Memnone è arrivato, principi reali: porta con sé tredicimila Ittiti e quindicimila Etiopi e chiede di essere ricevuto dal Grande Re di Troia!”
Ettore si illuminò in viso: erano i rinforzi che aspettavano. Ordinò subito ad un servo di andare a svegliare il re; Priamo venne quasi subito, vestito con la veste da cerimonia e con la corona dorata, simbolo del suo rango, sul capo.
Si sedette sul trono e al suo fianco stavano i migliori guerrieri di Troia: Ettore, Enea, Deifobo e Troilo.
Quando la porta si aprì e il comandante Etiope fece il suo ingresso i guerrieri trattennero il fiato. Il nuovo venuto era più alto di Ettore, che pure era un gigante, di quasi tutta la testa; la sua pelle era nera come l’ebano e i capelli anch’essi neri erano raccolti in trecce, ma cosa sorprendente aveva gli occhi chiari. Deifobo ricordò che si diceva fosse figlio dell’Aurora e poteva essere vero. Vestiva con un’armatura argentata e alla vita aveva una spada che dieci uomini avrebbero forse portato a fatica tanto sembrava lunga e pesante.
Memnone si avvicinò al trono di Priamo e si inchinò baciando la mano che il vecchio gli porgeva. “Benvenuto generale” disse il re con cortesia, “ti stavamo aspettando. Come sta mio fratello Titono?”
L’Etiope parlò per la prima volta. “Bene, sire, sebbene gli anni passino anche per lui. Re Hattusilis ti invia alcuni suoi uomini scelti e in più abbiamo incontrato sulla nostra strada alcuni Lici che ci hanno avvisati che il principe Sarpedonte sta giungendo con ventimila uomini.”
Priamo sorrise: erano le notizie che si era aspettato di sentire. “Permettimi di presentarti i miei comandanti. Questo è il principe Ettore, mio figlio maggiore ed erede, che comanda le armate di Troia, e loro…”
In quel momento si udì un grido: Cassandra stava scendendo lo scalone principale. Deifobo si rattristò: Cassandra era una splendida ragazza, snella con gli occhi chiari, la pelle scura tipici dei figli di Priamo e i capelli rossi dei Dardanidi. Ma fin dall’età di tredici anni era pazza: si diceva che il Dio Apollo le avesse fatto dono della Preveggenza e, quando lei aveva rifiutato le sue proposte d’amore, le avesse tolto il senno. Poteva anche essere perché gli Dei erano meschini e crudeli e pensavano solo al loro tornaconto. Cassandra si avvicinò gridando e Priamo, livido di rabbia, si rivolse a Ettore. “Non ti avevo detto di non permettere che uscisse dalla sua camera? Soprattutto quando riceviamo le visite degli alleati!”
Prima che il principe potesse rispondere, Memnone si alzò per andare incontro a Cassandra. Le prese le mani e la guardò negli occhi. Lei smise di gridare e la luce della follia scomparve dai suoi occhi.
“Sei tu…“ mormorò “ti … aspettavo.”
Memnone si voltò verso Priamo. “Posso riaccompagnare la principessa nelle sue stanze, maestà?”
Priamo ammutolì: una richiesta del genere era insolita oltre che fuori luogo, ma rifletté che trattandosi di Cassandra non doveva più stupirsi di nulla.
“Con piacere, generale” rispose quindi. “Ti prego solamente di raggiungerci al più presto: ci stiamo preparando per un attacco.”
Quando Memnone sparì con Cassandra, Priamo mormorò. “Cassandra sembra rinsavita… com’è possibile? E la maledizione di Apollo?”
“Non dimenticate, sire, che Memnone si dice figlio di Eos l’Aurora. Forse un Dio può togliere la maledizione di un altro Dio.” Era stato Enea a parlare. Si vantava di essere figlio di Afrodite ed in effetti era possibile: era bellissimo e lo stesso Anchise, suo padre, in gioventù aveva avuto una bellezza tale che si diceva fosse stato l’amante proprio della Dea dell’amore. Deifobo sorrise. Chissà come ci si doveva sentire ad essere figli di un Dio, pensò: forse un Dio non amava i suoi figli più di quanto facessero gli uomini. Priamo ed Ecuba, i suoi genitori, avevano riversato tutto il loro affetto su Ettore, Polissena e Troilo, per gli altri erano rimaste le briciole. Si domandò come mai proprio adesso gli venivano in mente quei pensieri: dopo aver passato l’infanzia a chiedersi perché suo padre non gli prestava attenzione ed era sempre pronto a disapprovarlo, il principe si era ripromesso di non pensarci più. Quindi, perché adesso? Si accorse che qualcuno lo stava chiamando. Era Ettore.
“Fratello? A cosa pensi?”
Deifobo si costrinse a sorridere. “A nulla, non preoccuparti. Senti, dovremo pensare a proteggere Troilo. Temo voglia affrontare Diomede. Non ce la può fare, lo sai.”
Ettore annuì. “Sì, ho messo Troilo a comando della retroguardia, non temere. Andromaca mi ha informato che il nostro fratellino nutre un interesse particolare per la figlia di Calcante.” Sorrise. “Ah, l’amore!”
Deifobo lo guardò con affetto: Ettore era benvoluto da tutti perché, oltre ad essere grande in battaglia, era buono e gentile. Ardeva per la battaglia: per quanto amasse Andromaca e suo figlio la sua gioia più grande sarebbe stata quella di affrontare Achille, il più valoroso dei nemici. A costo di rischiare l’intero esercito di Troia, avrebbe cercato il principe Mirmidone anche in capo al Mondo.
I principi si avviarono insieme verso il cortile dove i loro carri erano già disposti in fila: montarono mentre gli aurighi governavano le cavalcature. Le Porte Scee si aprirono e l’esercito Troiano si riversò fuori in massa. Mentre si dirigevano a tutta velocità verso il campo Acheo i guerrieri Asiatici videro le guardie dare l’allarme.
Tuttavia, prima che i soldati Achei fossero pronti i Troiani avevano già lanciato il grido di guerra ed erano penetrati nell’accampamento. Il caos che seguì all’incursione portò al massacro di centinaia di guerrieri, soprattutto Achei: i Troiani a bordo dei carri li colpivano con le frecce e intanto più di una tenda bruciava sotto il tiro delle frecce incendiarie. Deifobo vide che Ettore cercava i soldati con l’insegna del fulmine e della formica, i Mirmidoni, con l’intenzione evidentemente di sfidare Achille: stranamente però non c’era traccia delle truppe di Iolco.
Ettore continuava a fare strage di nemici, quando all’improvviso un gigante si parò di fronte a lui: era Aiace Telamonio, Ettore sorrise. Già una volta si erano battuti ed evidentemente erano intenzionati a rifarlo.
“Proseguite!” Gridò Ettore ai comandanti Troiani. “Qui me la sbrigo io!”
Al comando di Enea, che sembrava invasato e lanciava grida di guerra altissime, l’armata Asiatica si lanciò contro le schiere degli Achei che nel frattempo si erano organizzati in qualche modo. Deifobo vide l’uomo vicino a lui cadere, apparentemente senza motivo. Quando si chinò per esaminare la ferita, vide che era stato colpito alle spalle. Gli era parso inoltre di vedere un elmo con coda di volpe. Un soldato di Ulisse, oppure lui stesso. Deifobo ringhiò di rabbia: quell’uomo era sleale, meritava una punizione.
“Soldati, trovatemi Ulisse!” Gridò. “Oggi sarà la fine di quel codardo!”
Il ruggito di mille gole Troiane gli fece eco e cominciò la ricerca all’inafferrabile guerriero di Itaca. All’improvviso un carro da battaglia si fermò di fronte a Deifobo.
“Menelao…” disse questi, riconoscendo l’effigie della Viverna. Il principe Troiano ammirava Menelao, che si era dimostrato un guerriero valoroso ed un esperto generale: sinceramente si era chiesto più di una volta come Elena avesse potuto abbandonare un uomo come quello per Paride. Ma forse Menelao non sapeva farci con le donne… era un argomento sul quale lui stesso non aveva molto da dire. Aveva sempre preferito le armi: le donne non gli erano mai interessate granché, ma forse non aveva ancora trovato quella giusta. Oppure poteva essere colpa dei costumi della loro epoca, che costringevano le donne chiuse nei ginecei a tessere e filare. Comunque non era certo quello il momento di porsi quel genere di domande.
“Salute, figlio di Priamo” salutò Menelao con un cenno del capo. “Sei pronto a morire?“
“Se permetti, Acheo, vorrei essere io a scegliere il momento di morire!” Così dicendo Deifobo scagliò la lancia, mentre il suo auriga teneva fermo il carro: l’arma si infisse nello scudo di ferro di Menelao.
Il re di Sparta barcollò, ma era un buon guerriero: gettò lo scudo, diventato inservibile e scagliò a propria volta la lancia.
Deifobo la evitò e, sguainata la spada, si preparò a caricare l’avversario ancora sul carro, ma in quel momento un altro carro passò a gran velocità vicino a lui: dietro all’auriga stava Ettore. “Presto, torniamo a Troia!” Gridò. “L’attacco ha avuto successo e in più ho ricevuto notizie della massima importanza. Seguimi, avanti!”
Deifobo annuì e fece voltare il carro; Menelao tornò fra i suoi, ma i Troiani avevano vinto in maniera schiacciante e, quando i soldati rientrarono in città, vennero accolti da grida di gioia.
Andromaca, sempre bellissima con i capelli neri sciolti e la pelle scura, scese di corsa ad abbracciare Ettore. “Forse ora gli Achei se ne andranno! Oh, tesoro…”
Ettore rise. “Non penso sia così facile… anzi, sono propenso a credere che ora si faranno ancora più feroci… almeno alcuni di loro…” e rivolgendosi a Polidamante sorrise ironicamente.
Deifobo si chiese che cosa mai avesse scoperto di tanto divertente. Vide Enea che teneva per mano il figlioletto Ascanio; pareva che sua moglie Creusa non godesse di buona salute e difatti non era presente.
Con una punta di tristezza il principe pensò ad un tratto che doveva essere bello avere una famiglia, poi si costrinse a prestare attenzione ad Ettore.
“Amici, compagni valorosi” stava dicendo il principe, “oggi ho scoperto che c’è stato un litigio nel campo Acheo e Achille ha deciso di abbandonare l’armata.”
“E’ per questo che non c’erano Mirmidoni sul campo?” Domandò Enea.
Ettore annuì. “Sì. Mi spiace solo che così non avrò occasione di affrontarlo!”
Andromaca, che gli stava accanto, si adombrò e nessuno commentò l’affermazione, ma Memnone chiese: “Si sa il motivo di questa decisione? E, chiedo scusa, ma questo Achille è colui che distrusse Tebe di Cilicia, Lirnesso e saccheggiò Smirne?”
Ettore annuì. “Esatto” rispose. “Sembra che all’origine della lite ci sia una ragazza, una schiava che Agamennone ha preteso per sé. Almeno, questo è ciò che mi hanno riferito le mie spie al campo Acheo quest’oggi. Oh, guardate, un araldo Acheo!”
Tutti si sporsero dal bastione.
“Nobili signori” disse il messaggero “il mio signore Agamennone, Grande Re di Micene, chiede tre giorni di tregua per seppellire i nostri morti.”
“Riferisci al tuo re che accettiamo la tregua” rispose Ettore, con voce forte.
“Nostro padre non si adirerà per non essere stato consultato su questa decisione?” domandò Eleno.
Il fratello maggiore scosse la testa. “Da tempo ha delegato a me le questioni militari, inoltre abbiamo bisogno della tregua per accogliere gli alleati Lici. Adesso andiamo a cena.”
Nei tre giorni successivi gli Achei costruirono una robusta muraglia intorno al loro campo, mentre i Mirmidoni preparavano le loro vettovaglie, apparentemente con l’intenzione di abbandonare la spiaggia di Troia; sembrava proprio che Achille avesse deciso di tornare in patria.
Durante la tregua giunse a Troia Sarpedonte, il famoso re di Licia: era un bellissimo giovane dalla pelle scura, chiaro di capelli e d’occhi. Osservandolo bene si capiva subito che si trattava di un guerriero carismatico e infatti le sue truppe sembravano adorarlo come fosse un Dio.
Portava con sé ventimila Lici, tutti disciplinati ed armati fino ai denti; suo cugino Glauco, nero di capelli e d’occhi, ma non meno bello di lui, lo affiancava nel comando.
Deifobo notò che Polissena, normalmente disinteressata alla maggior parte dei giovani guerrieri, non staccava gli occhi di dosso a Sarpedonte.
“Hai visto quant’è bello?” Disse la giovane principessa a Creusa, la moglie di Enea.
Sorridendo, la sorella maggiore le rispose: “Per me nessuno è paragonabile ad Enea, ma devo ammettere che è un bel giovane. Spero sia anche valoroso, perché domani scade la tregua e abbiamo bisogno anche dei Lici per sconfiggere gli Achei.”
E in effetti la battaglia che si scatenò il giorno dopo fu la più violenta che si fosse mai vista fino a quel giorno sotto le mura di Ilio: gli Achei, pur privi dell’aiuto dei Mirmidoni, si lanciarono fuori dal loro muro di difesa urlando come indemoniati.
Agamennone, Aiace Telamonio, Menelao e Megete parevano Dei della guerra e imperversavano su tutto il fronte di battaglia seminando morti, ma i Troiani non indietreggiarono.
Memnone caricò personalmente Aiace e fu veramente spettacolare vedere i due giganti affrontarsi a colpi d’ascia, ma non c’era tempo per fermarsi nella calca disumana.
Il biondo Megete abbatté qualche soldato dell’avanguardia Troiana scagliandosi dove la mischia era più feroce, ferendo Troilo e scagliando giavellotti con tiri così precisi che più d’un guerriero Asiatico cadde con le interiora lacerate.
Ma Sarpedonte accorse e lo impegnò in un duello all’ultimo sangue: forte era Megete ma il Licio lo era molto di più e alla fine l’Acheo stramazzò a terra, con la spada dell’avversario nel cuore.
Sarpedonte gli tolse l’armatura e ne gettò il cadavere fra i suoi Etoli che si ritrassero spaventati.
Poi si fece avanti Tlepolemo, il valoroso figlio di Eracle, ma anche lui subì la stessa sorte cadendo per mano dell’eroe Licio.
Mano a mano che la battaglia proseguiva il terreno del combattimento si spostava sempre più a ridosso della muraglia che proteggeva il campo Acheo.
Agamennone cadde ferito da Glauco e dovette ritirarsi e Menelao sparì dal campo, ferito ad una coscia da un dardo di Paride.
Diomede, infaticabile come sempre, cercava di rianimare le truppe, ma quando anche Idomeneo e Merione vennero feriti, rimase isolato al centro dello schieramento acheo.
Quando Aiace, che nonostante avesse l’ascia spezzata dal duello con Memnone si difendeva eroicamente, dovette recedere in retroguardia, la forza Achea si disgregò completamente e quanti poterono si ritirarono al di là del loro muro, sprangando le porte di legno.
Ormai stava diventando buio, quindi Ettore ordinò alle sue truppe di accamparsi nella pianura per poi studiare l’assalto al muro che si sarebbe svolto il giorno seguente.
Un araldo annunciò che re Priamo convocava i comandanti per invitarli al banchetto nella reggia, ma Ettore rifiutò. “Andate voi” disse a Deifobo e Paride, “e dite a nostro padre che io rimango qui con Polidamante per studiare le mura Achee. Ci sarà tempo per i banchetti quando avremo sconfitto il nemico.”
Così Deifobo, Paride, Troilo, Memnone e Sarpedonte si avviarono verso la città: quando entrarono a palazzo il banchetto già era iniziato e Priamo scese dal trono per abbracciarli.
“Ho saputo che oggi avete ottenuto una grande vittoria, figli miei” disse l’anziano sovrano. “Ti rendo onore, re Sarpedonte, hai confermato la tua fama di guerriero valoroso. Voglio farti un dono, dimmi ciò che desideri.”
“Desidero scacciare gli Achei, sire” rispose il Licio “esattamente come lo volete voi. La Licia deve tornare libera.” Così dicendo sorrise, e Deifobo notò che anche Glauco sorrideva.
Il re di Troia annuì compiaciuto. “Hai un gran cuore, re Sarpedonte. Tuttavia, desidero ricompensarti e allo stesso tempo rinsaldare i nostri legami d’amicizia: scegli quella che desideri delle mie figlie e falla tua sposa. In questo modo potrò chiamarti figlio. C’è Polissena, per esempio…”
La fanciulla, davvero bella in un vestito verde, s’illuminò in viso mentre Glauco si agitava nervosamente, Deifobo se ne chiese il perché, dato che era naturale per un sovrano prendere moglie.
Ma Sarpedonte scosse il capo. “No, sire, tu sei molto generoso ma io non intendo prendere moglie: la mia vita è consacrata alla guerra e così sarà per sempre. Anzi, ora ti prego di scusarmi, ma devo raggiungere il principe Ettore al campo.” Si voltò e se ne andò, lasciando Priamo a bocca aperta.
Era la prima volta che qualcuno rifiutava una delle sue figlie e poi proprio Polissena, la più bella fra tutte loro.
Il resto del banchetto si svolse allegramente, con Memnone e Cassandra che sembravano sempre più affiatati; più tardi i comandanti tornarono al campo per progettare la battaglia dell’indomani.
Il muro Acheo infine cadde, non senza provocare vittime da entrambe le parti: un intero parapetto della fortificazione venne rovesciato da Sarpedonte e perirono sia gli Achei che vi stavano sopra sia i Troiani tanto sventurati da trovarcisi sotto.
Ad un tratto Ettore scagliò un enorme masso che sfondò il portone principale e le armate Troiane si riversarono all’interno dell’accampamento.
Subito venne dato fuoco ad alcune tende e una nave incominciò a bruciare nell’incendio appiccato dai Dardani di Enea; Ettore, Memnone, Deifobo e Sarpedonte menavano strage.
Agamennone, ferito in più punti, si sforzava comunque di comandare la resistenza ed Aiace compiva una carneficina con la sua spada a doppio taglio.
Ma nonostante ciò la situazione restava disperata: ad un certo punto dall’accampamento dei Mirmidoni si levò un grido. Tutti si voltarono verso chi l’aveva lanciato e videro un guerriero dall’armatura dorata in piedi su un magnifico carro, che sembrava apparso magicamente fra i soldati.
“Ma quello è Achille!” Gridò Polidamante.
“Achille…” mormorò Ettore, e fece per andargli incontro, ma Aiace lo colpì con un masso ed egli, stordito, dovette ritirarsi.
Come se aspettasse proprio quel segnale, Achille si gettò sui Troiani ancora sorpresi e ne fece scempio, Sarpedonte, per nulla spaventato, gli corse incontro, ma con un solo colpo Achille lo trafisse gettandolo nella polvere.
Nel vedere il re Licio cadere senza vita i Mirmidoni lanciarono un urlo di trionfo, mentre i Troiani, disorientati, iniziarono ad indietreggiare.
Privi della guida di Ettore quasi si diedero alla fuga ma, giunti in aperta pianura, Deifobo e Memnone riorganizzarono le truppe; Achille continuava ad uccidere mentre Enea, che aveva appena raggiunto gli altri due condottieri, chiese chi fosse quel guerriero che seminava tanta strage.
“Quello è Achille, Enea!” Gli rispose Troilo.
“Davvero?” Domandò il figlio di Anchise in tono scettico. “Io ho dei dubbi che possa trattarsi davvero di lui…”
“E’ quello che vedremo” disse una voce alle loro spalle; si voltarono e videro Ettore a bordo del suo carro, con l’auriga Chebrione che teneva le redini.
L’eroe Troiano scagliò un giavellotto e il guerriero Acheo, in risposta, sollevò lo scudo pronto a ricevere l’arma.
Ma il lancio era forte e l’Acheo si sbilanciò: in quel momento una ciocca di capelli castani gli scivolò da sotto l’elmo.
Enea gridò. “Non è Achille, Troiani! I suoi capelli sono scuri!”
A quella notizia i soldati Troiani ripresero animo e, per quanto i Mirmidoni tentassero di difendere il guerriero, Ettore si aprì un varco e caricò l’Acheo riuscendo a sbalzarlo dal carro.
Il Mirmidone, rialzatosi, riuscì a sguainare la spada sfilandosi l’elmo, le cui cinghie di sostegno dovevano essersi rotte.
“Tu sei Patroclo!” Gridò Ettore, sorpreso.
L’amico di Achille, senza darsi la pena di replicare, attaccò Ettore senza timore; Deifobo, stupito, pensò che fino a quel giorno aveva sbagliato a sottovalutare Patroclo giudicandolo un combattente di poco conto.
Dopotutto era riuscito ad abbattere guerrieri valenti come Sarpedonte, che nei pochi giorni trascorsi a Troia aveva dato l’impressione di essere quasi imbattibile.
Ettore attaccava, ma Patroclo reggeva l’urto molto bene; all’improvviso il cielo si oscurò e poco dopo la pioggia cominciò a scendere sulla pianura, ma i due avversari erano talmente concentrati nella loro sfida che non parvero nemmeno accorgersene.
Patroclo affondò nuovamente, ma Ettore schivò e, risalito sul carro, scagliò un giavellotto che Chebrione gli passava: Patroclo fu trafitto e subito Ettore si scagliò sul cadavere per rubarne l’armatura.
Menelao e Diomede, però, si posero subito in difesa del corpo di Patroclo e Teucro ferì Ettore ad una spalla con un tiro di freccia molto efficace.
Subito Deifobo ed Enea si gettarono sugli Achei e la battaglia che si scatenò per il cadavere e l’armatura di Patroclo fu ferocissima.
Deifobo si trovò ben presto immerso in un lago di sangue, con uomini mutilati che gridavano a terra e il cadavere di Patroclo – incredibilmente ora privo dell’armatura che Ettore era riuscito a strappargli – immobile a faccia in giù nel terreno.
Poi si levò un grido disumano dai bastioni Achei, o da quel che ne rimaneva. L’aveva lanciato Achille, a petto nudo, scarmigliato, che urlava e si strappava i capelli e lanciava maledizioni contro i Troiani o forse contro qualche Dio.
Ettore, dato che già si faceva scuro e vedendo che non c’era modo di prendere il corpo di Patroclo, strenuamente difeso, ordinò la ritirata.
Gli Achei, stremati, si ritirarono anch’essi e, quando le truppe Troiane varcarono le loro mura, Deifobo scrutò fra le schiere ma non vide nessuna mancanza tra i volti a lui cari.
Polidoro, Licaone, Ilio… nessuno dei suoi fratelli sembrava aver perso la vita quel giorno.
In Troia, dopo i recenti successi, si respirava un’atmosfera rilassata ed era convinzione generale che la vittoria finale sull’odiato nemico fosse soltanto questione di giorni.
Deifobo, tuttavia, non si sentiva per nulla sereno: ora che Patroclo era morto, sicuramente Achille sarebbe tornato a combattere.
E poi le grida di dolore provenienti dal campo dei Lici gli rammentavano che l’eroe Sarpedonte era morto: anche loro avevano avuto le loro perdite e tra le file Troiane non c’era un guerriero del calibro di Achille.
Uscendo sulla grande terrazza della reggia il principe vide Memnone sugli spalti; il guerriero Etiope osservava la spiaggia e lo schieramento delle navi Achee lungo una lega. Deifobo gli si avvicinò. “Generale…”
Il gigante si voltò e gli sorrise. “Principe… mi piace molto venire quassù: avete una bella città.”
“Sì, e quando avremo scacciato gli invasori lo sarà ancora di più. A volte guardo la spiaggia e fatico a ricordarmi com’era prima dell’arrivo degli Achei…”
Memnone annuì. “Immagino. Io vengo da lontano, ma anche nel mio Paese si parla della vostra guerra e della grandezza degli eroi che la combattono. Forse ora anche il grande Achille tornerà in battaglia.”
Deifobo sorrise appena. “Non vorrei mi giudicassi un codardo, generale, ma non credo che questa sia una buona notizia. Temo per mio fratello, di certo ora Achille vorrà vendicare l’amico ucciso da lui.”
“Cercheremo di evitarlo: tuo fratello è troppo importante per questa armata per poterci permettere di perderlo così. Piuttosto… guarda quella fila di fuochi… che cosa sono? Si stanno avvicinando alle mura.”
“Forse è un’ambasciata Achea: scendiamo alle porte e verifichiamolo.”
Quando raggiunsero le Porte Scee le guardie riferirono che la regina Pentesilea era appena arrivata a Troia con diecimila Amazzoni e chiedeva di poter entrare.
“Aprite immediatamente le porte, soldati.” Ordinò il principe Troiano. “Accompagnerò io la regina da mio padre.”
Le Amazzoni fecero così il loro ingresso a Troia nella curiosità generale, poiché si trattava del primo esercito di donne a cavallo che gli abitanti della città vedevano.
Deifobo accompagnò la regina delle Amazzoni fino alla reggia, dove Priamo le diede un’accoglienza calorosa.
“Benvenuta, regina.” Le disse con cortesia. “Come vanno le cose in Scizia?”
“Non bene, re Priamo. Non riusciamo più a vendere lo stagno; gli Achei devastando le regioni costiere ci hanno reso un pessimo servizio. Per questo sono qui con le mie guerriere: se scacceremo gli invasori i nostri commerci potranno riprendersi.”
“Non è per interesse che un guerriero dovrebbe combattere” ribatté Ettore con cortesia, “ma per la patria, l’onore, la gloria…”
Pentesilea lo guardò, sorridendo appena. “Hai ragione, principe Ettore, ma una volta in battaglia un guerriero lotta comunque per la vita, senza fermarsi a pensare al guadagno. Non temere, noi Amazzoni daremo il meglio senza tirarci indietro mai.”
“Non l’ho mai pensato, non preoccuparti, regina” rispose il principe Troiano sorridendo.
Poco interessato a quegli scambi formali di cortesie, Troilo non riusciva a staccare gli occhi da Criseide che, come sempre bellissima, civettava con due guerrieri Lici.
Lui l’amava profondamente e a conclusione della guerra avrebbe domandato a Priamo il permesso di sposarla.
Era sicuro che lei non l’avrebbe rifiutato: sapeva di piacerle e poi era un principe Troiano, figlio legittimo del re, e avrebbe potuto offrirle una vita meravigliosa.
Vide che Criseide gli sorrideva facendogli un cenno: il giovane sentì un brivido di piacere scorrergli lungo la schiena, perché sapeva bene che cosa significava quel gesto.
Si diresse nel grande cortile della reggia, dove Criseide lo raggiunse.
Premendo le sue labbra su quelle del giovane, lei lo spinse contro il tronco di un albero, sfilandogli la tunica di lino.
Quando gli accarezzò il petto, rimasto nudo, Troilo gemette di piacere al contatto con le dita di lei, fresche e stuzzicanti.
L’afferrò per la vita e, nonostante le carezze di Criseide gli togliessero le forze, Troilo la rovesciò sull’erba e poi la penetrò: mentre raggiungevano insieme l’orgasmo, il principe si sentì così appagato che non avrebbe saputo immaginarsi più felice di come si sentiva in quel momento, tra le braccia della donna amata.
Deifobo si sentiva stranamente calmo: quel giorno, con l’aiuto delle Amazzoni, i Troiani avrebbero dato l’estremo assalto al campo Acheo, Ettore era al colmo dell’eccitazione all’idea di sconfiggere i tanto odiati nemici.
“Preoccupato?” Domandò qualcuno alle sue spalle; Deifobo si voltò e vide Enea che sorrideva tranquillamente.
“E perché dovrei? Oggi libereremo per sempre la nostra città dagli Achei e…” non finì la frase.
“Non lo credi neppure tu, e penso di saperne il motivo.”
Deifobo annuì. “Achille.”
Enea si oscurò in viso. “Ettore crede di poterlo battere, ma non sa chi sia. Io lo conosco bene e sinceramente credo che fin dal momento in cui ha ucciso in duello Patroclo, tuo fratello sia condannato.”
“Anche Ettore è un grande guerriero e in più oggi possiamo contare sull’aiuto di Memnone e Pentesilea.”
“Sì, forse vedo le cose troppo nere. Ora avanti, rechiamoci alla riunione con gli altri comandanti.”
Entrarono nella tenda e videro che tutti i comandanti erano presenti. Stranamente c’era anche Paride.
Ettore sorrideva, sicuro di sé. “Oggi sarà la fine degli Achei. Io comanderò personalmente l’avanguardia: tu, Deifobo e tu, Troilo, sarete al mio fianco. Enea, amico mio, a te verrà affidato il comando del fianco sinistro; potrai contare anche sull’aiuto dei Lici.”
Il figlio di Anchise annuì e il nuovo comandante dei Lici, Glauco, mosse un passo avanti con le lacrime agli occhi pensando all’amico Sarpedonte, morto il giorno prima.
“Non vi deluderemo, comandante. Vi giuro che vendicheremo la morte del nostro re.”
Ettore gli sorrise. “Al fianco destro conto su di te, generale Memnone. Confido che ci dimostrerai ancora una volta di come gli Etiopi siano valorosi guerrieri. Tu, Polidamante, sarai con lui. Accanto ai carri oggi potremo contare anche sul valido aiuto delle Amazzoni.”
Tutti si voltarono verso la regina Pentesilea. Non si poteva negare che fosse una bella donna, con i capelli rossi e gli occhi azzurri; la muscolatura piatta e soda la indicava comunque come una guerriera.
Non disse nulla, ma guardandola s’intuiva che era impaziente di battersi; tutti sembravano sicuri della vittoria e Deifobo cominciò a sperare con tutto il cuore che quello sarebbe stato davvero il giorno in cui i Troiani avrebbero scacciato gli Achei dalla loro amata città.
Tutti annuirono alle parole di Ettore; solo Paride sembrava preoccupato. A lui sarebbe toccato il comando dei diecimila arcieri, con il compito di coprire l’avanzata dei carri. Chissà se sarebbe stato all’altezza di quel compito.
Quando uscirono dal cerchio delle mura i guerrieri Troiani videro che i nemici li aspettavano già schierati: sui carri stavano Agamennone, Menelao, Aiace, Idomeneo, Menesteo, Diomede e Ulisse. I settemila arcieri erano come al solito sotto il comando di Teucro. Ettore lanciò il grido di guerra, quando all’improvviso un carro dorato irruppe sulla piana. Il guerriero che lo guidava sembrava fatto d’oro. Achille! Achille era tornato a combattere, Deifobo si sentì mancare. Adesso tutti loro avrebbero dovuto proteggere Ettore: se fosse caduto lui, Troia poteva considerarsi perduta… ma dov’era il comandante? Si stava dirigendo contro Achille a tutta velocità!
Non si fermò se non quando fu a stretto contatto con il principe Acheo.
“Achille figlio di Peleo!” Gridò, e la sua voce risuonò nella piana. “Io ti sfido, in nome del popolo di Troia. E che sia il duello fra di noi a decidere le sorti della guerra!”
Achille non rispose, limitandosi a fissare Ettore. Deifobo si staccò dalla fila dei carri per tentare di riportare indietro il fratello maggiore, ma una mano lo trattenne. Si girò e vide Pentesilea.
“Non puoi riportarlo indietro, ormai ha pronunciato la sua sfida. Credimi, ne varrebbe del suo onore.”
Deifobo capì che Pentesilea aveva ragione. Tutti i comandanti Troiani si avvicinarono per assistere al duello imminente. Il principe guardò i loro visi: sembravano calmi e fiduciosi, solo Enea pareva preoccupato. La sua attenzione si spostò su Achille.
“Io non ho particolari motivi di contesa con te, figlio di Priamo” disse infine quest’ultimo. “Perché dunque dovresti sprecare la tua vita sfidandomi?”
Un mormorio di stupore scorse fra l’esercito. Ma se Ettore aveva ucciso il miglior amico di Achille! Il guerriero Acheo avrebbe dovuto essere furioso; Ettore sembrava disorientato.
“Figlio di Peleo“ disse infine, “io ho ucciso il tuo amico, Patroclo; tu per anni hai devastato le Terre dei nostri alleati e inoltre hai ucciso il padre di mia moglie Andromaca, per cui…”
Fu interrotto dalla risata di Achille. “Tu non hai ucciso Patroclo! Egli è morto per una congiura degli Dei: Apollo stesso lo ha ucciso e poi ha portato la sua armatura sull’Olimpo. Egli era il mio migliore amico e tu, stupido Troiano, pretenderesti di averlo ucciso? Sparisci e per oggi avrai salva la vita.”
Questa volta toccò al comandante Troiano ridere. “Come sei sciocco, Achille. Tu, Chebrione, corri a prendere la lancia.” Poi il principe tornò a guardare in viso l’eroe Acheo. “Accetti la mia sfida, dunque?”
“Io non ho mai rifiutato una sfida. Tuttavia sappi che, se ti ucciderò, trascinerò il tuo cadavere sotto le mura della tua maledetta città: sarà la giusta punizione per aver osato sfidarmi. Avete sentito“ gridò, voltandosi verso i suoi soldati “questo è il mio giuramento!”
Un coro di grida accolse le sue parole. Ettore sembrava nervoso, ma la sua voce era abbastanza ferma. “Se mi ucciderai, i miei fratelli proteggeranno il mio corpo. Ma se vincerò io, il tuo corpo sarà divorato dai cani di Troia. Sei disposto a correre il rischio per vendicare quel codardo del tuo amico?”
Achille si oscurò in viso: si volse verso il suo auriga, Automedonte, mormorandogli qualcosa. Poi si voltò per affrontare il Troiano.
Ettore scagliò fulmineamente la lancia che Chebrione gli aveva portato; l’arma rimbalzò sullo scudo dell’Acheo poi, senza dare ad Achille il tempo di riaversi, Ettore sguainò la spada e tentò un affondo. Gli Achei trattennero il fiato, ma Achille si dimostrò all’altezza della sua fama: con lo scudo respinse la spada di Ettore, poi balzò dal carro e sferrò una gragnola di colpi sempre con lo scudo con una potenza tale da far arretrare un esercito.
Ettore cadde e Achille sguainò la spada: con un colpo ben assestato ferì Ettore al braccio. Il Troiano sembrava spacciato; il prossimo, sarebbe stato il colpo fatale.
“Vado ad aiutarlo” disse Deifobo, ma subito Enea lo trattenne.
“Non puoi interrompere un duello. Ettore stesso non te lo perdonerebbe mai: il destino deve compiersi.”
Deifobo fece per ribattere, ma vide che Enea aveva le lacrime agli occhi: quell’uomo freddo e solitamente insensibile stava piangendo!
“Ettore è mio amico” disse ancora il guerriero Dardano, “e darei non so che cosa per aiutarlo, anche la vita. Ma un duello è un duello. Non possiamo intervenire!
“Guardate!” Gridò Troilo.
Ettore era riuscito in qualche modo a rialzarsi, ma Achille lo incalzava da vicino. Oramai la sorte del duello era chiara: per la verità lo era stata fin dall’inizio.
L’eroe Acheo ferì Ettore alla gola e il principe Troiano cadde nella polvere. Achille si inginocchiò al suo fianco; per un momento che parve interminabile, lo fissò negli occhi.
“Perdonami, Ettore” disse alla fine, “di aver dubitato delle tue parole. Sì, tu sei degno di aver sconfitto Patroclo. Hai combattuto bene.”
La voce di Ettore era appena un sussurro. “Achille… restituisci… il… mio… cadavere…”
“No, Ettore. Hai dimenticato? Io ho fatto un giuramento. Tu servirai da ammonimento a quanti vorranno sfidare la potenza Achea in futuro.”
La testa del Troiano si riversò all’indietro: Ettore, l’eroe di Troia, era morto!
L’armata di Troia era immobile, troppo sconvolta per reagire: gli Achei si avvicinarono al cadavere di Ettore per recargli insulto, ma Achille li ricacciò indietro con un grido disumano, poi legò il cadavere del morto al retro del suo carro. Balzò alla guida scostando Automedonte e incitò i cavalli a tutta forza, dirigendosi verso il campo Acheo.
Approfittando dello sgomento generale, Agamennone ordinò un attacco frontale. Fu un disastro per i Troiani, ancora sconvolti dalla morte del loro eroe: gli Achei, guidati da Agamennone, Diomede e Aiace, simili a Dei sui loro carri da battaglia, fecero strage di guerrieri.
All’improvviso, nel panico totale, le Amazzoni caricarono gli Achei cercando di respingerli.
“Presto!” Gridò Pentesilea rivolta a Deifobo e ad Enea. “Ritiratevi nella città! Le mie guerriere vi copriranno.”
Subito i Troiani si ritirarono verso le mura e le guardie aprirono le Porte Scee. Fortunatamente gli Achei erano troppo lontani per tentare un assalto alle mura e così il grosso delle forze poté entrare senza grossi incidenti.
Deifobo, Enea e Troilo si recarono sul posto di osservazione sulle mura: Priamo ed Ecuba stavano piangendo disperatamente, stretti uno all’altra. Andromaca era in ginocchio e lanciava alte grida mentre Cassandra, accanto a lei, cercava di confortarla.
Tutti loro avevano assistito alla morte di Ettore e al massacro che ne era conseguito.
“Padre…” disse Troilo, toccando Priamo sulla spalla. Il vegliardo si voltò verso di lui, con la disperazione dipinta sul volto.
Non disse nulla, ma era chiaro che come tutti aveva perso la speranza.
I giorni successivi furono orrendi: gli Achei non attaccavano, occupati com’erano nel celebrare le esequie di Patroclo, mentre Achille ogni giorno trascinava il corpo di Ettore intorno al campo e digiunava affermando che finché l’anima del suo migliore amico non avesse trovato pace lui non poteva pensare nemmeno a nutrirsi.
Priamo insisteva che bisognava recuperare il corpo di Ettore e alla fine si decise ad andare alla tenda dell’eroe Acheo.
Invano Deifobo, Paride e Troilo cercarono di dissuaderlo; il re era irremovibile e l’unico risultato che i figli ottennero fu di accompagnarlo fino ai resti del muro che proteggeva l’accampamento Acheo.
“Da qui in avanti proseguo da solo” disse il vecchio sovrano quando furono sul posto. “Mi devo presentare da Achille senza scorta.”
“Padre, non capisco perché insisti in questa follia” disse Troilo pacatamente. “Achille potrebbe ucciderti, o peggio… ti prego, riflettici ancora…”
Priamo gli sorrise. Tra tutti i suoi figli, Troilo era quello che più gli ricordava Ettore. “No, figlio mio, devo andare da solo: sono certo che Achille si commuoverà vedendomi vecchio come dev’essere suo padre e mi restituirà il corpo di tuo fratello. Nel frattempo voi mi aspetterete qua. Abbiate fiducia.”
Si allontanò con passo malfermo e scomparve nel buio dell’accampamento Acheo. Troilo era visibilmente in ansia, anche Deifobo e Paride erano nervosi perché avevano la sensazione che non avrebbero più rivisto il padre.
Infatti era molto difficile che il vecchio re potesse introdursi così facilmente nell’accampamento Acheo e arrivare fino al cospetto di Achille.
Con stupore, dopo un’attesa che sembrò prolungarsi ore, i principi videro Priamo venire verso di loro a bordo di un carro guidato dall’auriga di Achille, il gentile Automedonte.
Accanto al sovrano stava un corpo avvolto in un telo di lino bianco: il corpo di Ettore. Priamo ce l’aveva fatta!
“Un Dio mi ha protetto” disse il sovrano sorridendo, “e Achille ha accettato di restituirmi Ettore e di concederci dodici giorni di lutto per piangerlo e rendergli gli estremi onori.”
Priamo non disse altro sull’incontro con Achille, né Troilo e gli altri figli domandarono nulla.
L’unica cosa che contava era che Ettore, domatore di cavalli, stava tornando in città. La città per la salvezza della quale aveva infine dato la vita.
Il corpo di Ettore era stato lavato con cura e unto con oli profumati; Deifobo ricordò i bei tempi in cui lui e il fratello maggiore si esercitavano nella pianura con i loro carri e le spade di bronzo.
Era il fratello a cui voleva più bene ed ora era morto. Il dolore era così profondo che all’improvviso scoppiò a piangere: non gli era più successo da quando aveva cinque anni ed era caduto da cavallo.
All’improvviso una mano si posò sulla sua spalla. Deifobo alzò gli occhi e vide una donna alta e magra, con lunghissimi capelli rossi e la fronte alta e pallida: per un attimo non la riconobbe poi la guardò negli occhi, che erano di un azzurro intenso.
“Pentesilea…” mormorò. L’aveva sempre vista con il corpetto di ferro delle Amazzoni, l’elmo anch’esso di ferro a forma di sirena e i capelli raccolti in una treccia da guerriero. Era strano, non aveva mai pensato a lei come ad una donna, ma solo come ad una compagna d’armi. Ora per la prima volta la guardò come un uomo guarda una donna, una bella donna.
Lei sorrise. D’improvviso Deifobo si ricordò di essere un comandante Troiano e si vergognò di essere stato colto nell’atto di piangere.
“Bene” disse con sarcasmo, “ora potrai tornare in Scizia e vantarti di aver visto un uomo adulto piangere. Per il tuo popolo, che disprezza tanto gli uomini, sarà una gran soddisfazione!”
“Non sai quel che dici. Non c’è nulla di disdicevole nel piangere, quando ci lascia una persona cara. Tu piangi la morte del migliore fra i fratelli, credi forse che non ti capisca? Anch’io sono triste per il nostro comandante. E so cosa significhi perdere un fratello…” s’interruppe e voltò la testa. Lui vide che aveva gli occhi pieni di lacrime.
“Perdonami” le disse più gentilmente, “ho detto parole senza senso che non pensavo.“
Lei lo guardò fisso negli occhi. Poi i loro visi si avvicinarono e senza che nessuno di loro se ne accorgesse le loro labbra si toccarono: si baciarono, a lungo e dolcemente.
Poi lei lo prese per mano. “Vieni…” mormorò.
Entrarono nella stanza assegnata a Pentesilea e Deifobo vide una lancia ricurva appoggiata alla parete. La regina si slacciò la tunica, rimanendo nuda di fronte a lui. Nonostante avesse quarant’anni, una quindicina circa più di Deifobo, aveva un corpo snello e sodo grazie alle continue esercitazioni militari.
Si sdraiò sul grande letto e Pentesilea lo attirò a sé con una mano. Fecero l’amore prima con dolcezza, poi con passione selvaggia: lei gli graffiò la schiena e lo morse sul collo. Nell’eccitazione sembrava invasata come quando combatteva. Alla fine giacquero spossati e in silenzio. Deifobo si sentiva felice, finalmente aveva trovato una donna che pareva capirlo. Ma in qualche modo sapeva, sentiva, che non sarebbe durata. Era la stessa sensazione, pensò con sgomento, che aveva provato quando Ettore gli aveva fatto dono del suo balteo bianco. Due giorni dopo era morto.
“Mia sorella Antiope era bellissima. Sarebbe stata una regina splendida…” la voce di Pentesilea era rotta dal pianto. Lui si sollevò su un gomito per guardarla in viso, stupito che lei avesse rotto il silenzio così all’improvviso.
“Che successe?” Le chiese.
“Il giorno del suo ventesimo compleanno al nostro palazzo si presentò un gruppo di avventurieri Achei. Uno di loro era Eracle. Dapprima furono gentili e noi li ospitammo al banchetto in onore di Antiope. Ma poi… poi Eracle cominciò a dire che non aveva mai visto una fanciulla più bella di lei e chiese a mia madre il permesso di sposarla. Ammutolimmo tutti, ma mia madre rispose con voce calma e tranquilla. -Le nostre donne non si sposano, grande Eracle. Sono consacrate al Dio delle battaglie e non prendono marito.-
-Che sciocchezze!- commentò uno degli Achei, Piritoo l’Argivo. -Si vede che qui non hanno mai visto un vero uomo! Sai chi siamo noi, vecchia? I più grandi eroi di Grecia!!-
Probabilmente era ubriaco, ma mia madre avvampò di collera, Eracle si alzò e le si inchinò. -Perdona il mio compagno, mia regina. E’ ubriaco, non sa quel che dice. Rispetto le vostre usanze e ti chiedo scusa per lui.-
Mia madre rispose dura: -Qui, Acheo, chi manca di rispetto alla regina paga con la vita.-
-Ti offro la mia, maestà.-
Alla fine, colpita dalla nobiltà dell’eroe, mia madre lo fece rialzare. -Tu sei veramente nobile, Eracle. Dimenticheremo quanto successo. Che il banchetto prosegua.-
“L’atmosfera si rilassò e anche Piritoo si scusò; il banchetto andò avanti fino a sera. Io, che avevo appena tredici anni, fui mandata a dormire con i bambini. Nel cuore della notte venni svegliata da un gran trambusto. Uscii dalla mia camera e vidi tutti accorrere nella sala dei banchetti. Qui per poco non svenni: i cadaveri di mia sorella Antiope e di mia madre giacevano a terra in una pozza di sangue.
-Che cos’è successo?- Domandò una voce vicino a me, che mi accorsi appartenere a mia sorella Ippolita.
-Principessa- le rispose una guerriera -quell’Acheo, Piritoo, ha cercato di violentare Antiope. Tua madre e le ancelle rimaste l’hanno difesa, ma gli Achei erano più forti, soprattutto Teseo e Telamone di Salamina. Le hanno uccise tutte e l’uomo chiamato Peleo ha trafitto tua madre prima che lei potesse colpirlo. Eracle è sopraggiunto poco dopo e ha detto che ormai non si poteva fare più nulla e di andarsene. Così sono scappati verso il molo. A quest’ora saranno già per mare.-
Mia sorella annuì, grave. Adesso era lei la regina delle Amazzoni. Si voltò verso di me, che stavo in lacrime accanto al corpo di mia sorella. Mi abbracciò e mi portò via. Da allora sono passati molti anni. Teseo ed Eracle sono morti. E io non ho mezzi sufficienti per andare nelle terre degli Achei. Ma qui a Troia c’è il figlio di uno di quegli assassini. Il figlio di Peleo…”
Deifobo sbiancò. “Achille…”
“Sì. Appena terminerà il periodo di lutto per la morte di Ettore, sfiderò Achille a duello.”
“No, Pentesilea. Non posso permettere che tu sfidi Achille. Potresti morire e io non voglio. Tengo molto a te e ora che ti ho trovata non voglio perderti.”
Lei gli sorrise e lo baciò. “Io sono la regina delle Amazzoni, un guerriero prima ancora di essere una donna. Ho giurato sul cadavere di mia madre che avrei distrutto la progenie di Peleo. E non verrò meno al mio giuramento, nemmeno per l’uomo che… amo.”
“Anch’io ti amo“ disse lui d’impulso. Si baciarono e fecero di nuovo l’amore. Quando si addormentarono abbracciati, la pace sembrò pervadere l’intera città.
Al risveglio, il principe si accorse di essere solo. Si alzò e si vestì per andare al funerale di Ettore. Nel corridoio incontrò due soldati che lo salutarono con le lacrime agli occhi; questo gli ricordò che la guerra non era finita. Presto ci sarebbe stato bisogno di un nuovo comandante per l’esercito. Lui era il figlio maggiore superstite del re, ma sperava con tutto il cuore che suo padre scegliesse un altro a cui affidare il comando delle armate di Troia.
Nella camera mortuaria c’erano già tutti, parenti ed amici. Enea venne ad abbracciarlo. “Benvenuto, fratello.”
Deifobo gli sorrise, poi volse lo sguardo sugli astanti. Priamo, con indosso la sua veste più bella, stava accanto ad Ecuba, sostenuta da Elena. Cassandra aveva le lacrime agli occhi e come sempre Memnone le stava accanto; Troilo sosteneva Andromaca, mentre Paride si sforzava di non piangere.
La cerimonia si svolse in un silenzio di morte: dopo che il corpo di Ettore, innalzato sulla pira funebre, venne dato alle fiamme Priamo, con la voce rotta dal pianto, annunciò un Consiglio di guerra che si sarebbe tenuto di lì a poco nella sala del trono.
Deifobo sospirò: senza dubbio si trattava della scelta del nuovo comandante. Si recò nella grande sala assieme ad Enea; erano presenti anche Memnone, Pentesilea, Glauco ed alcuni tra i figli di Priamo, che prese infine la parola.
“Comandanti, come tutti voi sapete la guerra con gli Achei non è certamente terminata. Fra breve avrà termine il periodo di lutto per Ettore e le nostre armate necessitano di un nuovo comandante.”
Paride sorrise, mentre tutti gli altri guardarono Deifobo che si sentì improvvisamente a disagio.
“Deifobo” disse effettivamente Priamo, “figlio mio, se nessuno degli altri condottieri ha nulla in contrario, sarai tu il nuovo comandante. Accetti?”
La domanda era superflua. Dato che si trattava di un ordine del re di Troia, che per di più era anche suo padre, Deifobo non avrebbe certo potuto rifiutare. Guardò gli altri presenti. Il volto di Enea era imperscrutabile come al solito, mentre Pentesilea e Troilo gli sorridevano con affetto. Nessuno aveva sollevato obiezioni, comunque.
“Accetto, mio signore” disse infine chinando leggermente il capo, un po’ irritato dal fatto che Paride continuasse a guardarlo sorridendo.
“Benissimo, figlio mio” annuì Priamo, con voce un po’ malferma. “Ora vi prego di scusarmi, mi ritiro nelle mie stanze. Per me è stata una giornata lunga e faticosa…”
“Che tattica intendi adottare per la prossima battaglia, fratello?” Domandò Paride, con voce venata di sottile ironia, spezzando il silenzio che si era creato all’uscita del re.
Deifobo esitò, sentendo su di sé lo sguardo profondo di Pentesilea. “Non appena scadrà la tregua usciremo per affrontare il nemico” disse infine. “Le Amazzoni costituiranno il centro della nostra avanguardia, i Lici alla destra e tu, Enea, al comando del fianco sinistro.”
Enea annuì, mentre Pentesilea sorrideva felice. Finalmente aveva la sua occasione di affrontare il figlio di colui che le aveva ucciso la madre.
Quella notte fecero l’amore e per un po’ Deifobo poté dimenticare le preoccupazioni per dover ricoprire un ruolo che sentiva non suo. Lui non era Ettore, in fondo, ma promise a se stesso che avrebbe fatto del suo meglio per ricoprirne il ruolo.
L’armata Troiana si schierò nella piana; quella era la prima battaglia che affrontavano senza Ettore e Deifobo doveva essere visibilmente preoccupato perché Pentesilea gli posò una mano sul braccio.
Lui si voltò e, alla vista di quegli occhi azzurri duri ma dolci allo stesso tempo, si rilassò un poco.
Deifobo diede l’ordine di caricare e vide che Achille, con indosso l’inconfondibile armatura d’oro, già faceva strage dei Troiani; confusamente notò che Enea faticava a tenere uniti i suoi soldati contro l’impeto della carica dei Mirmidoni.
Poi fu troppo impegnato a battersi al meglio per notare altro all’infuori degli Achei che premevano contro le linee Troiane.
Achille sembrava come al solito Ares in persona e la sua biga per poco non travolse Acate, il capitano Dardano amico di Enea.
A quella vista il figlio di Anchise affrontò il Pelide, ma la lancia dell’eroe lo colse sullo scudo e la forza del lancio lo gettò a terra.
Achille si gettò subito in avanti per finirlo, ma in quel momento le Amazzoni caricarono i Mirmidoni da sinistra e il comandante dovette voltarsi per affrontarle: Enea poté così disimpegnarsi e ritirarsi tra i suoi.
Pentesilea seminava strage fra i nemici e le frecce dell’amazzone Molpadia raggiungevano precise e letali gli organi vitali di quanti erano così sfortunati da trovarsi sulle loro traiettorie.
Achille strinse gli occhi: provava un fastidio atroce nel vedere una donna a cavalcioni di uno stallone che combatteva come un guerriero.
Automedonte, che guidava il suo carro, commentò. “E’ valorosa la regina delle Amazzoni, principe.”
“Una donna” replicò freddamente il Pelide, “che può saperne del valore in battaglia?”
“Forse quanto ne sappiamo noi” s’intromise Aiace, che si era affiancato a loro “a giudicare da come affonda.”
Achille ne aveva abbastanza di quei discorsi. Scese dal carro e, lanciando il grido di guerra dei Mirmidoni, falciò a decine le Amazzoni con la spada poi si trovò faccia a faccia con la loro regina.
Lei lo caricò, ma lui, evitandola agilmente, sguainò la spada. Avanzando inesorabile non le diede possibilità di evitare i colpi di punta e di taglio che furiosamente le infisse, prima nello stomaco poi nel seno, ricoperti dall’armatura di bronzo.
Poi l’eroe Acheo, incapace di trattenersi, spogliò il corpo dell’armatura mentre lei esalava l’ultimo respiro e subito dopo stuprò con rabbia il corpo ormai senza vita della donna che aveva osato contrapporglisi. Poi le tagliò la testa e la gettò tra le file delle Amazzoni.
“Questo” gridò “sarà il destino di una donna, ogniqualvolta una di voi sceglierà di scendere sul campo di battaglia per affrontare il divino Achille!”
Poi i Mirmidoni si gettarono sulle donne guerriere con tale impeto da travolgerle.
Achille si voltò e vide un carro di Pilo che correva verso le retrovie con il cadavere di Antiloco, figlio di Nestore, che portava una lancia nera infissa nel petto.
“Una lancia nera…” mormorò l’eroe Acheo.
“E’ il simbolo di Memnone l’Etiope, Achille” gli disse Aiace, posandogli una mano sulla spalla; scrollandosela di dosso il Pelide risalì sul carro, desideroso di vendicare Antiloco e cercando Memnone per tutto il campo.
Nel frattempo i Troiani stavano retrocedendo: con la disgregazione delle Amazzoni e il disunirsi delle truppe alleate sotto la feroce carica Achea, solo le truppe scelte di Troia tenevano in qualche modo il terreno.
Deifobo aveva visto cadere Pentesilea e si sforzò di trattenere la rabbia e il dolore, ricordandosi che aveva prima di tutto la responsabilità delle sue truppe di cui era comandante supremo.
Tuttavia quel giorno gli Dei della guerra sembravano aver stretto un patto con gli Achei: Achille raggiunse Memnone e, prima che l’Etiope potesse disporsi in qualche modo alla difesa, l’Acheo scagliò Vecchio Pelio, la sua lancia preferita, che colse l’avversario in piena gola con precisione letale.
Nel vedere cadere il poderoso figlio dell’Aurora i Troiani ruppero le file e si diedero ad una fuga disordinata verso le mura della città, mentre Achille, spalleggiato dall’intera armata Achea, li pressava da vicino seminando strage.
L’eroe continuava a scagliare giavellotti ed uno di essi colse Troilo al cuore mentre il giovane principe tentava di soccorrere Tèstore, il cui carro era rimasto intrappolato alla mercé degli Achei.
Achille, senza nemmeno darsi la pena di fermare il carro, travolse Troilo morente, schiacciandolo sotto le ruote del suo carro.
Deifobo si coprì gli occhi per il dolore: Pentesilea, Memnone, ed ora Troilo… e tutti in un solo giorno… era troppo.
Affidando il comando delle truppe in ritirata al fratello Antifo, si diresse verso Achille con la spada alta sopra la testa, sfidandolo a gran voce a duello.
Uccise un Mirmidone che gli si parava davanti e poi un altro e un altro ancora: ardeva dal desiderio di raggiungere il nemico; quel mostro doveva pagare per tutto. Quando furono uno di fronte all’altro Achille smontò ed i due campioni iniziarono a battersi.
Dopo poche stoccate Deifobo capì che sarebbe morto: i colpi dell’Acheo erano troppo veloci per lui e non riusciva a seguirli né tantomeno a parare i fendenti della spada avversaria con la sua.
All’improvviso, Achille si bloccò con la spada a mezz’aria: il sangue gli sgorgò dal naso e dalla bocca e subito dopo l’eroe cadde a terra, mentre dalle schiere dei Mirmidoni, fermatisi di colpo, non proveniva un suono. Achille, l’eroe invincibile, era morto!
Osservando il corpo del caduto, Deifobo vide che nella gamba destra si era conficcata una freccia dall’asta dipinta di azzurro… una freccia di Paride, probabilmente avvelenata data la repentina morte del biondo eroe.
“L’ho ucciso!” Gridò infatti Paride, raggiungendo di corsa il fratello.
Deifobo non gli rispose nemmeno: gli Achei, ancora sconvolti per la perdita del loro miglior guerriero non accennavano a reagire, ma Agamennone, passando davanti a loro sul carro, li sferzava con parole di fuoco.
“Presto!” Gridò Enea a Deifobo. “Carica il corpo di Achille sul carro e ritiriamoci in fretta, prima che gli Achei si scuotano! Per oggi abbiamo già subito troppo, non riusciremmo a resistere ad un’altra battaglia!”
Deifobo annuì comprendendo che l’eroe Dardano aveva ragione: mise il cadavere del Pelide sul suo carro e poi si diresse a gran velocità penetrando poi all’interno delle mura della città, dando poi ordine di chiudere le Porte Scee dietro di sé.
I Troiani gridavano di gioia: il corpo di Achille stava immobile sul carro di Deifobo al centro della piazza di Troia, mentre Paride si gloriava della sua infallibilità con l’arco.
“Lo so“ disse Enea “è squallido vantarsi di un tale assassinio, ma ormai l’esercito è talmente disperato che qualunque metodo per uccidere i nemici va bene, pur di toglierli di mezzo.”
Deifobo sorrise. “Hai ragione. E ora immagino che Paride vorrà una festa. Be’, io non ci sarò.”
“Devi esserci. In qualità di comandante delle armate Troiane non puoi mancare. Priamo vorrà che tu sia presente.”
“Hai ragione.”
E così, di malavoglia, Deifobo si presentò nella sala del trono dove già Paride, vestito sontuosamente, stava accanto a Priamo.
L’anziano sovrano prese la parola. Era chiaro che provava imbarazzo, come re e uomo d’onore. L’assassinio di Achille era un’azione spregevole; tuttavia ormai l’odio per gli Achei era tale che pur di toglierli di mezzo pareva che ogni metodo fosse buono.
“Troiani“ disse il vecchio sovrano,“oggi è stato un gran giorno per noi. Achille, il più grande fra gli Achei, è morto. Mio figlio Paride ne ha riportato il cadavere. Forse ora Agamennone leverà l’assedio. I nostri morti sono finalmente vendicati!”
Deifobo ripensò al crudele destino di Ettore, alla morte violenta di Troilo, al cadavere martoriato di Pentesilea. E la testa di Memnone, la cui morte aveva quasi distrutto Cassandra, ora era infilzata su una lancia ai margini del campo Acheo.
Tutti loro erano morti per mano di Achille, ma in leale combattimento: no, nulla giustificava il vile assassinio compiuto da Paride.
Più tardi Paride si ritirò nelle proprie stanze con Elena: Deifobo poco dopo li seguì e bussò alla porta, ben deciso a dare una lezione al fratello.
Un’ancella aprì. Paride stava riponendo l’arco e quando vide il fratello sorrise. “Ah, fratello, sei venuto per una lezione di tiro con l’arco?”
Deifobo non sorrise. Si domandò come potesse esistere un uomo così. A volte stentava a credere che lui, Ettore e Paride, fossero figli della stessa madre. Paride non si curava dei vincoli matrimoniali, difatti aveva rapito Elena nonostante fosse sposata con Menelao, e pareva non gli importasse molto dei figli, dato che passava ben poco tempo con loro.
In guerra pensava solo a non rischiare la vita colpendo i nemici di sorpresa o preferibilmente alle spalle, a volte con frecce avvelenate: che uomo era chi si comportava così?
Paride continuava a sorridere, Elena non si vedeva da nessuna parte.
“Non credi, Paride, che dovresti vergognarti?” Chiese ad un certo punto Deifobo.
Paride si rabbuiò. “Ho ucciso Achille! Il più grande dei guerrieri è morto e l’ho ucciso io! Capisci, io! Ettore mi aveva sempre disprezzato come un vigliacco, ma ora sono riuscito in un’impresa che lui aveva fallito! Capisci? Io ho ucciso Achille!”
Deifobo era sconcertato. “Tu hai assassinato Achille! In nome degli Dei, ma non capisci la differenza? L’hai colpito alle spalle mentre stava combattendo con me; Ettore l’aveva affrontato a viso aperto e così avrei fatto io…”
Una luce maliziosa passò negli occhi di Paride. “Ora capisco! Avresti voluto ucciderlo tu! E sei geloso che ti abbia tolto la palma della vittoria?” Rise e in quel momento Elena fece capolino da dietro una tenda: era sempre bellissima, ma sembrava vergognarsi un po’ del comportamento del marito.
“Vi lascio” disse Deifobo ad un tratto. “Buonasera.” Il principe uscì: rassegnandosi, pensò che Paride non avrebbe mai capito nulla di lealtà e correttezza. Pazienza, la guerra doveva andare avanti nonostante il suo stupido fratello.
“Aspetta un momento, cognato.” Deifobo si voltò e vide che Elena l’aveva seguito.
“Deifobo” disse lei “io appartengo alla stirpe Achea, lo sai. Tuttavia, da quando sono a Troia, questa è diventata la mia patria. Quando Ettore è morto, ho pianto, lo sai. E così per Pentesilea, Troilo…”
Il giovane si addolcì: era vero. Elena si era sempre comportata bene e aveva affetto per Priamo, Ecuba ed i loro figli. Ricordava che al funerale di Ettore aveva pianto e sorretto Andromaca.
“Lo so Elena. Io non ti biasimo, credimi…”
“Vorrei scusarmi per Paride. L’ho seguito perché credevo di amarlo, ma questo non significa che approvi tutte le sue azioni. L’assassinio di Achille è un insulto alle regole della guerra.”
“Dovresti dirlo a Paride” Deifobo sorrise amaramente. “Quando abbiamo duellato, Achille mi avrebbe ucciso di sicuro. Ma l’avrei preferito, te lo giuro. Avrei raggiunto Pentesilea ed Ettore…”
Lei gli prese la mano. “Cognato… fratello. Qualsiasi cosa dovesse succedere, sappi che porterò sempre nel cuore il ricordo dei valorosi figli di Priamo. Se dovessi sopravvivere…”
“Allora ti auguro un felice futuro. Penso che il mio destino sia quello di morire a Troia. Non abbandonerò mai la mia città.”
Lei annuì e, lasciatagli la mano, tornò nei suoi appartamenti.
Il cadavere di Achille venne restituito onorevolmente tre giorni dopo, nonostante le proteste di Paride, che avrebbe voluto darlo in pasto ai cani di Troia.
Gli Achei chiesero dieci giorni di tregua per i funerali del loro eroe: furono organizzati giochi funebri e banchetti e i fuochi si alzarono per tre giorni consecutivi.
In un pomeriggio piovoso Priamo convocò il Consiglio di guerra. C’erano molti seggi vuoti nella sala adibita alle riunioni: Ettore, Sarpedonte, Pentesilea, Troilo…
Il vecchio re prese la parola. “Miei comandanti, ormai siamo giunti al decimo anno di guerra. Dobbiamo porre fine all’assedio, in un modo o nell’altro. La Caria, la Licia e gli altri Paesi sono ormai invasi dagli Achei: tutte le speranze sono riposte in Troia. E’ necessario scacciare il nemico, definitivamente.”
“Sire” intervenne Glauco “la mia patria, un tempo fiorente, non esiste più. I migliori fra i miei guerrieri sono morti. Sarpedonte…” qui s’interruppe, ma quando riprese a parlare la sua voce era ferma come sempre “è morto, ma ancora gli Achei ci stringono d’assedio. E’ mia opinione…”
“Achille è morto!” Lo interruppe Paride. “Padre, secondo me potremo uscire e scacciare definitivamente i maledetti invasori!”
Priamo abbassò lo sguardo e nessuno disse nulla, ma era chiaro che tutti si vergognavano.
Glauco riprese la parola. “E’ mia opinione che la morte di Achille non risolverà nulla. Gli Achei continueranno a combattere con lo stesso accanimento. E, se loro hanno perso Achille, noi siamo privi di Ettore.”
“E’ vero“ convenne Polidamante. “In più le mie spie mi riferiscono che una nave è salpata da Iolco con a bordo il figlio di Achille. Pare sia un guerriero formidabile. In più ha con sé settemila Mirmidoni. E noi, credo sia superfluo ricordarlo, non abbiamo rinforzi da mandare in campo. Credo che l’unica soluzione sia quella di fare affidamento sulle nostre mura. Prima o poi gli Achei capiranno di non poterle espugnare e se ne andranno.”
“Proponi quindi di stare rintanati come topi? Non sono d’accordo. Dobbiamo vendicare i nostri morti, altrimenti non avremo pace” ribatté Glauco.
Eleno intervenne per la prima volta. “Tu parli così per via di Sarpedonte e ti comprendo, credimi. Molti miei fratelli sono morti, non dimenticarlo. Ma dobbiamo pensare anche ai bambini, alle donne: non ci sono solo guerrieri, a Troia.”
Deifobo, che stava seduto accanto al Licio, lo vide chinare il capo: Eleno aveva ragione, tuttavia il desiderio di vendicare Sarpedonte ardeva in Glauco come una fiamma viva. Si chiese se era vero che, come si sussurrava ultimamente, fossero stati amanti. Dopotutto nessuno dei due aveva moglie e Sarpedonte aveva rifiutato Polissena quando Priamo gliel’aveva offerta. Comunque, come comandante in capo, era arrivato il momento di prendere la parola.
“Eleno ha ragione” disse “dobbiamo pensare alle donne ed ai bambini. Dovremo trovare il modo di salvarli, nel caso in cui la città cedesse infine all’assedio.”
“Forse un modo ci sarebbe“ intervenne Enea. ”Il versante del monte Ida che scende verso Troia è abbastanza percorribile: se si raggiunge la sommità si può discendere verso le rovine della distrutta Lirnesso. Lì potremo far preparare una piccola flotta e con il favore delle tenebre far imbarcare donne e bambini. Potrei recarmi in esplorazione in questi giorni, approfittando della tregua per i funerali di Achille.”
Tutti approvarono: Deifobo guardò Enea, cercando di scrutare nel fondo della sua anima. Chissà da quanto il principe Dardano aveva preparato la piccola flottiglia presso Lirnesso, in previsione di chissà che cosa. Sorrise. Enea sarebbe sempre rimasto un mistero, per lui. Per fortuna combattevano fianco a fianco.
Il periodo di lutto per la morte di Achille giunse al termine, ma gli Achei non parevano intenzionati ad attaccare; intanto a Troia si venne a sapere che Aiace era morto di pazzia a causa del dolore per la morte del cugino. Ma secondo altri il suo strazio era stato provocato dal fatto che l’armatura del morto era stata assegnata ad Ulisse di Itaca e non a lui. Addolorato per la morte dell’amato fratellastro Teucro, da tempo già in disaccordo con Menelao, aveva abbandonato l’accampamento Acheo per fare ritorno a Salamina e riportare al vecchio Telamone il corpo del figlio.
L’armata Achea con lui perdeva il suo miglior arciere, quindi, quando un araldo venne ad annunciare una sfida di tiro con l’arco per Paride, questi rise. “Chi mai mi sfida? Vogliono proprio morire uno dopo l’altro questi Achei!”
Nessuno rise con lui, ma i Troiani erano ugualmente stupiti: fra gli Achei non c’era nessuno che potesse stare al pari con Paride come arciere, quindi chi poteva mai essere lo sfidante?
Paride si armò e rassettò e quando fu pronto salì sulle mura per salutare Priamo.
“Io vado, sire“ disse, “vi prometto che riporterò una vittoria tale da ricordare agli Achei chi è il più grande arciere del Mondo!”
Priamo distolse lo sguardo: per quanto amasse il figlio, era stanco delle sue vanterie. Il fatto che poi Paride non perdesse occasione di menzionare la parte che aveva avuto nella morte di Achille era irritante.
Quando Paride si voltò verso di lui, Deifobo fece per abbracciarlo e si stupì della richiesta del fratello. “Vorrei che tu mi facessi da secondo, Deifobo. Accetti?”
“Sì, certo. Andiamo.”
Salirono sul carro di Deifobo e si avviarono verso le Porte Scee, già aperte. All’improvviso Paride parlò. “Sai, fratello? Non sono mai riuscito a capire l’eccitazione di Ettore, quando saliva sul carro e andava a battersi… fino ad ora.“
“Che vuoi dire?”
“Be’, per la prima volta sento il peso della guerra, la responsabilità che abbiamo verso i bambini, le donne, i vecchi della città. Strano, non mi era mai capitato di pensare a queste cose. Eppure all’improvviso mi succede.” Si voltò verso il fratello e per la prima volta il suo viso era serio e solenne, con nessuna traccia di sarcasmo.
Deifobo gli sorrise. “Ettore sarebbe stato felice di sentirti parlare così, sai?”
Una lacrima parve spuntare sul viso di Paride. “Forse presto ci rivedremo nell’Aldilà, con Ettore. Così avrò anche l’occasione di chiedere il perdono… il perdono di Achille. Ora mi rendo conto di aver commesso uno spregevole assassinio.”
Deifobo era sconcertato. Paride sembrava diverso: che avesse avuto sentore della propria morte? Ma prima che potesse parlare, un uomo a piedi giunse dal campo Acheo. Era piccolo di statura, magro e pareva zoppicare dalla gamba destra. Doveva essere un Acheo, perché era biondo con gli occhi azzurri. Deifobo si rilassò: non sembrava pericoloso.
Evidentemente gli Achei non sapevano più cosa escogitare dopo la morte di Aiace e Achille. Oppure si trattava di un diversivo? Ma no, dal campo Acheo non era uscito nessuno e le pendici del monte Ida erano sorvegliate dalle truppe di Enea.
L’arciere parlò. “Paride figlio di Priamo” disse, e la sua voce era stranamente profonda e forte per un uomo così piccolo di statura “sono onorato di poter incontrare l’arciere più famoso di Troia. Io sono Filottete, figlio di Iolao, re di Cefeo.”
“L’onore è mio, Filottete” rispose Paride, osservando il grande arco che l’Acheo portava a tracolla. “Tu sei lo sfidante e per questo l’onore del primo lancio è tuo.”
L’altro annuì, imbracciò l’arco e tirò. La freccia disegnò un arco perfetto, ma la mira era decisamente sbagliata e il dardo si conficcò nel terreno a poca distanza da Paride.
“Non sembra un granché” rise Deifobo, ma Paride rimase serio. Sistemò una freccia e tese l’arco; il dardo partì in linea retta e ferì Filottete ad un braccio. Come sempre la mira del principe Troiano era perfetta. Paride fece per tirare un’altra volta, ma una freccia lo colpì alla mano che teneva l’arco, che cadde a terra. L’Acheo si era ripreso e aveva tirato con una velocità tale da sorprendere anche
un attento osservatore come Deifobo. Paride si chinò per raccogliere l’arco, ma l’Acheo era ben deciso a sfruttare il vantaggio: tirò ancora e questa volta la freccia si infisse nella gamba destra del Troiano, che cadde in ginocchio. Paride lanciò un grido di rabbia, ma una terza freccia gli forò l’occhio sinistro: a questo punto Filottete poteva considerarsi vincitore. Deifobo si avvicinò a Paride
per sostenerlo, ma in quel momento un carro da guerra arrivò a tutta velocità dal campo Acheo: era Menelao, riconoscibile dall’elmo sormontato dall’effigie della Viverna.
Fissò con odio Paride mentre slegava la lancia dalla guaina del carro, con l’intenzione di scagliarla.
“Che vuoi fare, Menelao?” Chiese Deifobo con voce dura. “Finire un uomo già morto?”
Menelao parve vergognarsi un po’, e a poco a poco la luce d’odio nei suoi occhi scomparve. Lo sguardo che rivolse a Paride, semisvenuto, era privo ormai di qualsiasi rancore. “Figlio di Priamo” disse infine a Deifobo “quest’uomo è un vile assassino. Ora ha trovato la sua morte. Non infierirò, hai ragione tu.” Fece una pausa. “Sei un uomo d’onore, Deifobo. Degno di essere il comandante delle armate Troiane. Ti lascio a piangere tuo fratello. La prossima volta che ci incontreremo sarà la morte per uno di noi due.”
Deifobo annuì. “Sarà ciò che dev’essere, figlio di Atreo.”
Menelao voltò il carro; Deifobo caricò Paride sul suo e fece rientro in Troia. Appena varcate le porte Scee trovò Priamo che lo attendeva con il viso rigato dalle lacrime. “Figlio mio…” mormorò osservando il viso di Paride.
Portarono il principe ferito nelle sue stanze. Mentre lo adagiavano sul letto, questi riaprì gli occhi. “E’ la fine, dunque…” mormorò. “Padre, non piangere. Presto raggiungerò Ettore e Troilo. Mi spiace solo di abbandonarvi nel momento più difficile.”
Priamo gli strinse la mano. “Figlio mio, non sforzarti a parlare. Peggiorerai le tue condizioni…”
Paride sorrise. “Ormai è la fine. Dov’è Elena?”
“Sono qui, amore mio.” Tutti si voltarono: l’Achea era comparsa sulla soglia, con gli occhi rossi di pianto. Si avvicinò al letto e prese la mano del principe.
“Elena, perdonami… perdonami se non sono stato degno del tuo amore. Solo adesso capisco che inutile fallimento è stata la mia vita. Non sono neppure… stato capace di proteggere la mia città…”
“Non dire così. Io ti amo, il resto non conta. Andrò sempre a testa alta parlando d’amore. Paride… Paride rispondimi…”
Ma ormai era inutile. L’anima aveva abbandonato il corpo di Paride.
Ora che Paride era morto e la sua salma attendeva il rito funebre, Priamo sembrava caduto in uno stato di depressione per il quale pareva non esserci rimedio.
“Ormai Priamo non ha più la forza di reggere la pressione. Bisogna mettere fine alla guerra, in un modo o nell’altro” disse un giorno Polidamante a Deifobo, mentre sedevano insieme a bere del vino, approfittando della tregua di dieci giorni stabilita con gli Achei per poter dare a Paride la giusta sepoltura.
“Cosa proporresti?”
“La restituzione di Elena. So benissimo che gli Achei combattono per espandere il loro dominio in Asia Minore, ma ufficialmente la loro scusa è Elena. Se gliela restituissimo sono certo che molti di loro coglierebbero l’occasione per tornare a casa. E Agamennone non può conquistare Troia da solo, lo sa bene. Si ritirerà. Del resto Elena non ha più motivo di restare qui. Ormai il suo amore è morto.”
Deifobo annuì. “In effetti potrebbe essere una buona soluzione. Ne parlerò ad Elena e al prossimo Consiglio porteremo la questione davanti al re.”
Si alzò e si avviò verso gli appartamenti di Elena: era strano, ma in un certo senso gli dispiaceva che se ne andasse. Sebbene non fossero amici, ultimamente si erano avvicinati un po’. Bussò e un’ancella gli aprì. Elena stava seduta a tessere, ormai non pareva più la splendida Dea che era apparsa in città con Paride dieci anni prima. I capelli biondi avevano perso la luminosità e il viso era segnato dalla sofferenza. Sorrise a Deifobo, pareva contenta di vederlo.
“Sorella…”
“Sto tessendo” disse lei, “avvicinati, è un telo che ritrae le imprese degli eroi sotto le mura di questa città maledetta.”
Deifobo si accostò e vide che effettivamente il telo ritraeva due schieramenti nemici impegnati in battaglia: alla testa di una delle due schiere c’era un guerriero dalla pelle scura, in armatura di bronzo. Ettore, pensò il principe con improvvisa nostalgia, ma poi vide che il guerriero era più piccolo di statura e biondo.
“Paride…” mormorò.
“Sì, lo voglio ricordare, anche se non è mai stato così.”
La voce le tremava e lui si accorse che stava piangendo.
“Elena” le disse, prendendole una mano, “prima di morire, Paride era… era… diverso…”
Lei sorrise amaramente. “Sì, lo so. Mentre si armava la sua espressione era quella di un vero guerriero, calma, risoluta. Credo che in quegli ultimi istanti Afrodite l’avesse finalmente lasciato libero di vivere la sua vita.”
Deifobo annuì. “Elena, tu credi… credi che gli Dei si interessino davvero a quello che succede ai mortali?”
“Penso di sì. Quante volte ho visto mio padre Tindareo: era rozzo, senza cultura, volgare. Mi sono sempre chiesta come avesse fatto mia madre a sposarlo. Lei era dolce, sensibile, raffinata. Una volta le chiesi che cosa avesse provato la prima notte di nozze, quando avevano fatto l’amore e mi avevano concepita. Lei mi ha sorriso, accarezzandomi i capelli.
-Cara, quella notte tuo padre fu dolcissimo e gentile- mi disse. -Pensavo fosse cambiato, ma quando mi penetrò sentii il fragore del tuono e mi pervase una forza del tutto sconosciuta. Prima di lasciarmi, quello che avevo creduto essere tuo padre mi disse: ‘Tu sei stata prescelta, Leda, Regina di Sparta. Io sono Zeus il Tonante. La figlia che nascerà sarà frutto del seme di un Dio!’
Ecco, da quel giorno in tuo padre cerco una qualsiasi traccia del Dio. Uno sguardo, qualsiasi cosa. E penso che se il Dio ha assunto il suo aspetto allora Tindareo dev’essere un uomo notevole. Non penso che il Tonante si sarebbe servito di un essere spregevole.’”
Deifobo stette per qualche momento in silenzio. “In effetti” disse infine “anche Sarpedonte, quando gli chiesi notizie della sua nascita, mi disse qualcosa di molto simile. E anche lui sosteneva di essere figlio del Dio della folgore. E quante volte, sul campo di battaglia, mi è parso… di vedere qualcosa di soprannaturale, di udire voci che parevano venire da un altro Mondo… ma a volte penso sia tutto frutto dell’immaginazione.”
All’improvviso si interruppe. Era venuto per parlare a Elena di Menelao, ma lei ancora soffriva per Paride, era evidente.
“Ma tu eri venuto per parlarmi di qualcosa” disse in effetti Elena, “e io ti sto annoiando con questi discorsi. Cosa volevi dirmi?”
“No, nulla “ si schermì lui.
Lei sorrise. “Non ti dimenticare che mio padre è un Dio, fratello. Volevi chiedermi che cosa mi trattiene ancora a Troia, non è vero?”
“Non ti si può nascondere nulla, Elena.”
“Ebbene, lascia che ti parli di Menelao. Quando i principi Achei mi chiesero in sposa, potevo scegliere fra i più potenti e valorosi uomini del Mondo: Idomeneo, Diomede, Megete. Eppure scelsi Menelao. Il fatto è che, dal primo momento in cui lo vidi, qualcosa mi disse che lui faceva parte del mio destino. E se così era sarebbe stato sciocco opporsi. Menelao è un tipo d’uomo molto simile a mio padre. Rozzo, convinto di essere il padrone del Mondo; senza altra cultura che non sia quella delle armi, si diletta tuttavia a leggere versi poetici. Ultimamente aveva poi preso a benvolere un certo Omero, un cantore cieco e penso lo tenga ancora in grande stima. Eppure in fondo con me è sempre stato gentile e buono: non mi ha mai fatto mancare nulla e io mi consideravo felice al suo fianco.
Poi vidi tuo fratello e la stessa voce mi disse che presto il mio futuro sarebbe cambiato: Paride era dolce e sensibile, o così mi parve allora. Non mi opposi quando mi propose di seguirlo a Troia perché lo amavo sinceramente e ho continuato ad amarlo sino alla fine, anche quando capii che era solo il giocattolo di Afrodite.”
“E la voce di cui parli? E’ quella di tuo padre Zeus?”
“Be’, non posso dirlo con sicurezza. Credo comunque si tratti della voce di un Immortale, Afrodite o Zeus fa poca differenza. La medesima voce in questo momento mi suggerisce di restare qui. Condividerò la sorte di quella che è diventata la mia famiglia: non tornerò mai più da Menelao. Ormai lui fa parte del mio passato: se il destino di noi tutti è morire, io morirò con gli altri.”
Deifobo annuì, le fece un inchino ed uscì.
Non appena i dodici giorni di lutto pattuiti per piangere Paride ebbero termine, Priamo convocò Deifobo nella sala del trono. Il principe si avviò, chiedendosi cosa mai potesse volere il re da lui: gli Achei non parevano intenzionati a fare assalti. A quanto si sapeva si erano recati in un bosco nei pressi del loro accampamento e avevano cominciato a segare i tronchi più resistenti. Su quale fosse il loro scopo c’era il mistero più assoluto.
Entrando nella sala del trono il principe ebbe l’impressione che questa si fosse quasi rimpicciolita, con il passare del tempo.
Con nostalgia ricordò i bei tempi passati in cui tutti loro vivevano in pace; Priamo sedeva sul suo trono circondato dai figli e dalle figlie e gli ambasciatori stranieri venivano a fare visita o a stringere alleanze.
Ora il vecchio sovrano stava sul trono con la testa china e solo alcune candele erano state accese per combattere l’oscurità della sera. Elena stava in piedi dietro al trono, la sua espressione era imperscrutabile.
“Figlio mio” disse il vecchio alzando la testa verso il principe, “tu hai perso un altro fratello. Io ormai ho perso il conto dei figli morti. Ma Agamennone deve imparare che i Troiani non si arrenderanno fino a che l’ultimo di noi rimarrà in vita. E fra due giorni celebreremo un matrimonio.” Terminò la frase con un sorriso ed Elena guardò Deifobo con una strana espressione.
“Padre” disse lui, “perché lo dici a me?” Aveva uno strano sospetto.
Il vecchio lo fissò, improvvisamente irritato. “Be’, ma perché ti riguarda molto da vicino. Tu sposerai Elena!”
Deifobo si sentì mancare: non aveva alcuna intenzione di sposarsi. “Padre… ritengo che Elena abbia già sofferto abbastanza… Paride è morto da poco!”
Priamo sembrava stizzito. “Vorresti dirmi che rifiuti? Sei sempre stato insolente, anche da bambino e adesso rifiuti un mio ordine? Ti ho onorato al di sopra dei tuoi meriti nel nominarti comandante delle armate Troiane!”
Dapprima il giovane chinò il capo al rimprovero del padre. E’ vecchio, pensò, e ha sofferto abbastanza. La sua città è in pericolo, non posso pretendere che ragioni lucidamente.
Ma poi Priamo disse, con voce lamentosa. “Ah, Ettore, figlio mio! Perché sei morto? Tu ci avresti portati alla vittoria! Perché dovevi morire proprio tu?”
Questo ferì Deifobo. “Padre, tu sei ingiusto. Lo sei sempre stato. Hai sempre preferito Ettore a tutti noi: lui era un grand’uomo, ma tu non hai mai pensato che anche noi siamo tuoi figli e avremmo potuto soffrire di essere continuamente e duramente criticati. Sei un egoista, padre.”
Per un attimo Priamo parve colpito dalle parole del figlio. Poi si sporse dal trono, minacciando Deifobo con il suo scettro d’oro. “Tu!“ Gridò. “Come osi minacciarmi? Tu…”
All’improvviso ebbe un mancamento: lo scettro gli cadde e una bava cominciò a colargli dalla bocca, Elena lo sostenne.
“Presto!” Gridò Deifobo a una guardia. “Chiama i medici! Il re ha avuto un colpo!”
Portarono Priamo nelle sue stanze.
“Ora allontanatevi” disse il medico.
Mentre Deifobo stava per uscire, Priamo gli afferrò debolmente la mano.
“Figlio mio…” mormorò.
“Sono qui, padre.”
“Perdonami, mi sono… mi sono …lasciato andare…”
“Non sforzarti.”
“No, devi… devi… ascoltarmi… spo… sposa Elena…”
“Padre…”
“Ti prego… è il mio ultimo desiderio…”
Forse il re non avrebbe superato la notte, inoltre sembrava stargli molto a cuore il matrimonio di Deifobo. Ma perché? Comunque in quel momento non c’era tempo per parlarne.
“Va bene, padre” assentì infine Deifobo. “Te lo giuro. Sposerò Elena. Ora riposa.”
Uscendo il principe vide Antenore a colloquio con Polidamante: lo ignorò, non aveva simpatia per lui e non l’aveva mai dissimulato.
“Deifobo…”
Sentendosi chiamare si voltò: Enea e suo padre, Anchise, stavano appoggiati ad una colonna. Sembravano preoccupati, ma qualcosa suggeriva al principe che non lo erano per la malattia del re.
“Qual è lo stato di salute di tuo padre?” La domanda pareva del tutto innocua, ma dato che veniva da Anchise tutto poteva essere. Lo guardò in viso.
Il vecchio, pressappoco dell’età di Priamo, era piegato in due da una vecchia artrite e aveva il viso sfigurato da un colpo di spada; in più le mani deformate sembravano artigli pronti a stringersi alla gola di chiunque si fosse messo sulla sua strada.
Eppure a sedici anni era stato il più bel giovane d’Asia, tanto da essere stato l’amante della Dea Afrodite. A quanto pareva, lei l’aveva sorpreso una notte a dormire sotto le stelle e, affascinata dalla sua freschezza e giovinezza, l’aveva fatto suo. In seguito gli aveva rivelato di essere una Dea dicendo al giovane che il figlio che sarebbe nato da quella notte di passione sarebbe stato un guerriero famoso e potente.
Anchise se ne vantava continuamente e la storia aveva fatto il giro del Mondo: sul colonnato del palazzo di Lirnesso, antica dimora del vecchio re, imperava l’immagine di Afrodite e persino nel suo blasone, vicino al Cigno d’Argento di Dardania, era presente un’immagine della Dea dell’amore.
Priamo rideva ogni volta che sentiva quella storia, dicendo che Anchise, dato che il suo regno non poteva rivaleggiare con Troia, l’aveva inventata di sana pianta per darsi importanza. Poteva anche darsi che fosse così: bugiardo, infido, calcolatore, questo era Anchise, re della distrutta Lirnesso.
“Mio padre ha avuto un grave attacco della sua antica malattia, sire” si costrinse a rispondere cordialmente Deifobo.
Anchise parve addolorato. “Per me è un grande dolore, io e tuo padre siamo cresciuti insieme. Tra noi c’è sempre stato affetto…”
“Sì, certo, sire.” Affetto! Ma se non si erano mai potuti soffrire, fin da ragazzi! E poi gli dava onestamente fastidio dover chiamare Anchise sire: il vecchio lo pretendeva, ma che razza di sovrano poteva mai essere chi abbandonava la sua patria per mettersi in salvo senza nemmeno tentare di difendere il suo popolo?
Quasi otto anni prima Achille e Patroclo, con circa trentamila uomini, avevano invaso la Dardania attaccando Lirnesso. Per quanto forte di un esercito di circa ventimila uomini, Anchise aveva preferito fuggire a Troia anziché scontrarsi con gli Achei. Enea si era affrettato ad eseguire l’ordine di suo padre e così la popolazione della città ormai condannata era stata lasciata completamente in balia del nemico.
Anchise si era poi giustificato con Priamo dicendo che solo a Troia c’era speranza di abbattere il nemico una volta per tutte, ma Deifobo era pronto a scommettere che qualora anche per Troia fosse giunta l’ora della caduta l’ex re di Dardania non avrebbe esitato a darsi alla fuga. Quanto ad Enea non era certo un codardo, ma teneva alla sua vita più che ad ogni altra cosa al Mondo.
“I tuoi fratelli sono troppo giovani per poter governare“ stava dicendo Anchise. Aveva ragione; del resto godeva fama di essere il miglior politico d’Asia e correva voce che non si impegnasse mai in una conversazione senza conoscerne a fondo l’argomento. Effettivamente Alcatoo, Polidoro e Ilio non avevano ancora raggiunto la maggiore età e mai la successione al trono di Troia si era trasmessa per linea femminile. Lui era l’unico figlio di Priamo abbastanza adulto da poter prendere le redini del regno, ma non era sposato e non poteva garantire una discendenza. All’improvviso gli parve tutto chiaro: ecco perché suo padre voleva che sposasse Elena! Anchise, evidentemente, aveva intenzione di proporre Enea come erede di Priamo.
Dopotutto erano cugini ed Enea era conosciuto ed ammirato da tutti i soldati. In più la discendenza era assicurata perché aveva un figlio legittimo che godeva di ottima salute. Deifobo vide che Anchise lo stava guardando con avidità e capì di non essersi sbagliato.
“Appena mio padre si ristabilirà, cugino” disse con un sorriso “è sua volontà che io sposi Elena di Sparta. Enea“ proseguì, rivolgendosi al guerriero “sarei felice se tu accettassi di farmi da testimone. Che cosa mi rispondi?”
Per un attimo Enea rimase immobile con viso inespressivo, poi sorrise spalancando le braccia. “Certo, fratello mio, con piacere! Spero sarai felice!”
Mentre si abbracciavano, Deifobo scorse lo sguardo pieno d’odio di Anchise. Ebbene, aveva avuto una bella sorpresa, senza dubbio non se l’aspettava. Questa volta i suoi calcoli e le sue tattiche non erano serviti a nulla.
Elena e Deifobo si sposarono cinque giorni dopo; Priamo, completamente ristabilito, aveva un’aria soddisfatta. Anchise ed Enea, invece, erano scuri in volto, per quanto cercassero di non darlo molto a vedere. La festa si protrasse tutto il giorno nella serenità più totale: ormai gli Achei non facevano più assalti, occupati com’erano nella costruzione di quella che adesso sembrava una gigantesca statua di legno.
Adesso il loro accampamento era in piena vista, dato che la fortificazione difensiva abbattuta da Ettore non era mai più stata ricostruita e sembrava che i lavori procedessero molto in fretta.
Soltanto brevi schermaglie si erano verificate in quegli ultimi giorni, segno evidente che le due parti erano allo stremo.
Al termine del banchetto gli sposi furono condotti nella loro stanza tra acclamazioni festose; non appena rimasero soli Elena si sedette sul grande letto.
“Sorella…” mormorò Deifobo.
Lei alzò il viso e sorrise. “Ora siamo marito e moglie, anche se sembra tutto così strano. Fino a un mese fa ero la moglie di Paride…”
“Pensi ancora a lui?”
Gli occhi le si riempirono di lacrime. “Sì. A volte mi pare di aver sbagliato tutto nella vita, tranne l’aver sposato Paride. Puoi… puoi capirmi?”
Lui annuì. “Sì, ho amato anch’io.”
Improvvisamente si sentì stanchissimo e si sdraiò sul letto; dopo un po’ sentì che lei, distesalesi al fianco, appoggiava la testa sulla sua spalla. Le passò un braccio intorno alla vita e si addormentarono così.
Quando si svegliò, Deifobo si accorse che Elena si era alzata e stava parlando con un servo.
“Certo, è strano” stava dicendo la principessa. “Ma siete sicuri?”
Il servo annuì. Deifobo, alzatosi dal letto, si avvicinò. “Di che si tratta?” Domandò.
“Venite a vedere, principe” rispose l’uomo.
Deifobo si vestì e seguì il servo fino alla torre di guardia dove c’erano già Priamo, Enea ed Eleno.
“Che cosa succede, padre?”
“Guarda là, nella pianura, vicino all’accampamento Acheo.”
Deifobo guardò e vide qualcosa di gigantesco, un cavallo interamente fatto di legno; e così gli Achei avevano finito il loro lavoro.
“Chissà per quale ragione gli Achei hanno avuto tanta fretta di finire il lavoro?” domandò Eleno.
“Non saprei” commentò Enea.
“Domani scenderemo vicino all’accampamento nemico e vedremo di esaminare meglio quel gigantesco cavallo” propose Priamo. “Manderò una pattuglia.”
Tutti annuirono e, dato che era ormai sera, si ritirarono nei propri appartamenti. Deifobo si trattenne a organizzare il turno di guardia e quando tornò nelle sue stanze Elena si era già addormentata. Si sdraiò anche lui, chiedendosi che cosa potesse rappresentare quel cavallo: forse un trucco per ingannare i Troiani, ormai stanchi per il lungo assedio? E se così era, chi poteva essere l’artefice dell’inganno? Certamente Ulisse, la Volpe di Itaca: era un individuo spregevole e infido. In battaglia non era mai tra i primi e i suoi soldati, quasi sempre schierati nelle retrovie, avevano l’abitudine di colpire alle spalle quanti più nemici potevano. Gli venne in mente che Elena gliene aveva parlato un paio di volte: il nome di Ulisse era sinonimo di astuzia e perfidia, nelle Terre degli Achei.
Bene, se l’Itacese pensava di avere a che fare con degli sprovveduti avrebbe presto capito di aver sbagliato i suoi conti.
La mattina dopo il trambusto che regnava nel palazzo era tale che Deifobo ed Elena si svegliarono di soprassalto, vestendosi in fretta.
“Che cosa sarà successo?” Domandò lei.
Deifobo per attimo la guardò: in quel momento era bellissima, con i capelli sciolti come una ragazzina. Con una punta d’invidia ripensò a Paride, che l’aveva amata ed era stato amato da lei.
“Non saprei“ rispose. “Forse gli Achei ci attaccano. Andiamo a vedere.”
Nel corridoio la gente correva come impazzita e quando raggiunsero la torre di guardia Eleno si fece loro incontro con un sorriso.
“Che succede, fratello?” Domandò Deifobo.
“Venite a vedere.”
Guardarono verso l’accampamento Acheo: per un attimo Deifobo stentò a credere a quello che vedeva. La spiaggia era vuota, priva di navi!
Priamo aveva il volto rigato di lacrime. Finalmente gli invasori che per dieci anni li avevano tormentati se n’erano andati! Dopo dieci anni la Troade era di nuovo dei suoi legittimi proprietari, Troia era libera!
Tutti i presenti si stavano abbracciando felicitandosi e man mano che la notizia si diffondeva gli abitanti lanciavano grida di gioia. Solo Polidamante non sorrideva e continuava ad osservare la spiaggia con aria cupa.
“Che cos’hai?” Gli domandò Deifobo.
Polidamante si voltò verso di lui, con espressione seria. “Non mi convince, Deifobo. E’ tutto troppo facile, non vedi? Gli Achei avrebbero avuto mille motivi per ritirarsi alla morte di Achille, ma non l’hanno fatto. Poi hanno perso anche Aiace e Teucro, ma sono rimasti. E io dovrei credere che se ne sono andati proprio adesso, quando a noi non rimangono altro che pochi guerrieri stanchi e sfiduciati? Loro hanno ancora Agamennone, Menelao e Idomeneo. Per di più hanno mandato a chiamare di recente Neottolemo, il figlio di Achille. La loro non è certo un’armata allo sbando.”
Deifobo annuì. Ricordava Neottolemo, l’aveva incrociato in una delle ultime scaramucce: era crudele e spietato come suo padre, ma sembrava animato da una forza distruttiva ancora maggiore.
“E allora tu cosa pensi di questa situazione?”
“Ulisse” rispose Polidamante. “Mi sembra strano che si sia arreso così, non dimenticare che è l’uomo più intelligente del Mondo. Secondo me ha architettato qualcosa e penso che in quel cavallo ci sia la risposta.”
“Che cos’hanno detto le pattuglie mandate a visionarlo?”
“Nulla di più di ciò che abbiamo visto anche noi, che si tratta di un gigantesco cavallo di legno, lasciato probabilmente dagli Achei per propiziarsi qualche loro Dio affinché li protegga nel viaggio di ritorno. Oh, guarda, ecco tuo padre.”
“Padre…” mormorò Deifobo, notando che il vecchio aveva le lacrime agli occhi.
“Abbiamo vinto, figlio mio” disse Priamo con voce chiara. “Gli Achei sono in fuga sul mare Egeo e noi trascineremo in città quel cavallo che loro hanno costruito perché gli propizi il favore dei loro Dei, come simbolo della nostra vittoria. Adornerà la piazza principale della nostra città.”
Deifobo aggrottò la fronte. “Padre, io diffido dei doni degli Achei anche se sono destinati a qualche Dio e credo che dovresti diffidarne anche tu. Che c’importa di quel cavallo? Lasciamolo sulla spiaggia e se proprio vuoi bruciamolo, in modo che non ci sia più niente di straniero sulla spiaggia Troiana.”
Priamo fece una smorfia, irritato. “Figlio mio, io sono vecchio, ma sono pur sempre il re, qui. Ho deciso che quel cavallo adornerà la piazza della mia città e così sarà.”
Si allontanò e Deifobo sospirò. “A volte è impossibile trattare con lui.”
Polidamante gli posò una mano sulla spalla. “Purtroppo ogni suo desiderio è un ordine. Auguriamoci soltanto che quel cavallo non nasconda qualche diavoleria Achea…”
Deifobo annuì, poi si allontanò.
Priamo, dopo aver fatto trasportare il cavallo di legno in città, diede ordine di organizzare i festeggiamenti per la vittoria sugli Achei e per tutto il giorno gli abitanti della città da lungo tempo sotto assedio ballarono e cantarono, banchettando e bevendo vino a sazietà.
Durante i balli Elena invitò Deifobo a danzare con lei e lui, stringendola a sé, avvertì un desiderio che non aveva più sentito da quando Pentesilea era morta.
Elena sembrava felice come una ragazzina e gli si stringeva contro mettendogli le braccia al collo; ad un certo punto le loro labbra si toccarono e al primo, timido bacio ne seguirono altri più passionali.
Infine Deifobo prese Elena fra le braccia e la portò nella loro stanza; strappandosi i vestiti in un moto di passione si buttarono sul letto dove fecero l’amore, prima selvaggiamente poi con più dolcezza.
E, mentre i due amanti consumavano il frutto della loro passione, la luna si alzava per l’ultima volta sulla città condannata dagli Dei.
Deifobo si svegliò nel cuore della notte. Elena giaceva accanto a lui, completamente nuda e con un’espressione imperscrutabile sul viso. Al ricordo di aver fatto l’amore con lei il principe si addolcì e la coprì con una coperta. Forse in futuro avrebbero potuto imparare ad amarsi sebbene Deifobo sapesse, nel profondo del suo cuore, che il ricordo di Pentesilea non l’avrebbe mai lasciato. Chissà se anche Elena pensava ancora a Paride. All’improvviso l’attenzione del principe venne attirata dal trambusto alla porta: due guardie stavano bussando con espressione spaventata.
“Che cosa succede?” Domandò Deifobo aprendo la porta.
“Gli Achei, principe… sono penetrati nella città! Sono usciti… usciti dal cavallo!”
Deifobo si sentì mancare: aveva percepito da subito che quel cavallo aveva qualcosa che non andava anche se aveva sperato di sbagliarsi Ma suo padre non aveva voluto dargli retta: se ci fosse stato Ettore la situazione sarebbe stata diversa, ne era certo. Ma non era quello il momento di pensarci. In fretta si rivestì dell’armatura, poi diede un secco ordine alle guardie: tutti gli uomini disponibili avrebbero dovuto presentarsi nella sala del trono entro pochissimo tempo. Non c’era tempo da perdere. Deifobo gettò uno sguardo a Elena, ancora addormentata, sicuramente non ci sarebbe stato tempo di dirsi addio. Se non fosse riuscito a respingere gli Achei, probabilmente quella sarebbe stata l’ultima volta che la vedeva. Uscì e vide che si erano radunate una trentina di guardie di palazzo.
“Avete trovato mio padre?” Domandò.
“Ci dicono che si sia rifugiato con vostra madre e la principessa Andromaca presso l’altare del Dio Apollo.”
“Bene, gli Achei non avranno il coraggio di violare il tempio.” Ma non ne era molto convinto. “E il principe Enea?”
Il soldato scosse la testa. “Non sappiamo, signore. La sua camera era vuota. Non l’abbiamo visto da nessuna parte.”
Deifobo non riuscì a nascondere un’espressione amara. Se Enea era scomparso, non potevano contare sull’aiuto dei Dardani. Del resto, non c’era tempo da perdere.
“Dirigiamoci all’altare del Dio. Se dobbiamo morire moriremo tutti assieme, con il nostro re.”
Ma in quel momento giunse una schiera di Achei. Il loro capo portava l’inconfondibile elmo con l’effigie della Viverna.
“Salute, principe Deifobo. Ci rivediamo.”
“Re Menelao. Non so come tu abbia fatto a penetrare nelle mura, ma sarà la tua ultima azione. Morirete tutti. Tu sarai il primo.”
Menelao annuì grave, mentre sfoderava la spada si rivolse all’uomo accanto a lui. “Trovate Elena.”
I guerrieri Achei e i soldati Troiani si lanciarono l’uno contro l’altro, mentre Deifobo incrociò la lama con Menelao. Il re di Sparta era un forte spadaccino, ma Deifobo pareva animato dalla forza del Dio della guerra: un affondo ferì Menelao alla spalla.
L’Acheo gridò e si lanciò in un tentativo d’attacco, ma lasciò scoperto il fianco sinistro, dove la spada di Deifobo colpì con precisione. Menelao cadde in ginocchio, in attesa del colpo di grazia. Ma all’improvviso una spada colpì il Troiano alla schiena: sentendosi mancare, il principe cadde in ginocchio.
“Ulisse, no!” Gridò Menelao; si rialzò a fatica per sostenere Deifobo.
“Perdonami, Deifobo. Non volevo finisse così. Mi avresti battuto, lo so. Sei un guerriero migliore di me.”
A fatica, Deifobo riaprì gli occhi. “Non importa… dunque questa è la fine…”
“Ti dedicherò un monumento funebre, principe…” mormorò Menelao. Ma ormai Deifobo era morto.
“Dovevi proprio farlo, Ulisse?”
La Volpe di Itaca sorrise. “Tanto devono morire tutti. Che differenza fa?”
Menelao lo guardò. Non aveva segni di ferite, ma la sua spada grondava sangue. Quanti uomini aveva colpito alle spalle? Appoggiò il corpo di Deifobo a terra.
In quel momento arrivò Neottolemo, il figlio di Achille, con la testa di Priamo conficcata sulla lancia e una donna bellissima condotta dai suoi soldati.
“Chi è questa bellezza?” Chiese Menelao incuriosito.
“Andromaca, la vedova di Ettore.”
“E suo figlio?”
Il ragazzo volse lo sguardo su Ulisse, che sorrise con noncuranza. “Non si poteva lasciarlo in vita. L’ho gettato dalle mura.” Poi, visto che tutti lo guardavano con freddezza, disse: “Qualcuno doveva pur farlo, no?” E si allontanò.
Neottolemo fece per avviarsi. “Devo andare a cercare Polissena: mio padre aveva chiesto che fosse sacrificata sulla sua pira funebre.”
“D’accordo.” Menelao si fece fasciare le ferite che Deifobo gli aveva inferto, poi si mise a cercare gli appartamenti che il principe Troiano divideva con Elena.
Quando uno dei soldati glielo indicò il re di Sparta rimase per un attimo fermo davanti alla porta, poi la aprì ed entrò cercando di non fare rumore.
Distesa sul grande letto Elena era stranamente ancora addormentata; forse un Dio le teneva chiusi gli occhi perché era ben strano che con tutta quella confusione la donna non si fosse svegliata. Menelao si sedette a bordo del letto e la guardò in viso. Aveva combattuto per lei. Gli altri condottieri lo avevano fatto per motivi politici, ma lui l’amava.
L’aveva amata fin dal primo momento che l’aveva vista a Sparta: sapeva che era fuggita con Paride e che era stata con Deifobo. L’aveva abbandonato, umiliato, svergognato… eppure… l’amava ancora, nonostante tutto quello che era successo.
In quel momento lei si svegliò. Lo guardò con stupore, poi via via la comprensione di quanto era accaduto si fece strada nella sua mente. “Il cavallo…” mormorò.
Lui annuì.
“E… adesso? Amavo Paride, non intendo negarlo. Che cosa mi farai?”
“Ne discuteremo in seguito. Ora lasciamo questo posto maledetto.” Le porse una veste che portava legata alla cintura.
“Ma questa è… è la veste da sposa che indossavo il giorno delle nostre nozze. L’hai… l’hai conservata? Tutto questo tempo?”
“Sì. Non chiedermi perché. Ora vestiti.”
Quando Elena fu pronta lei e Menelao uscirono dalla stanza e poi, dopo aver attraversato il corridoio, si trovarono fuori nella città devastata: le case erano quasi tutte in fiamme. Per la strada Elena riconobbe i corpi di Polidamante e di alcuni condottieri alleati, alcuni sgozzati, altri con gli arti mozzati.
Salì con Menelao sul carro del re ed uscirono dalla città. L’aria della pianura e poi quella della spiaggia erano fresche, Elena non le respirava da dieci anni. Si voltò una sola volta ad osservare la città in cui aveva vissuto l’amore della sua vita. Bruciava: la visione che aveva tormentato Cassandra per tutta la vita ora era realtà.
Quando il carro si fermò accanto alle navi Elena notò che tutti i comandanti Achei sembravano ansiosi di dividere il bottino per ripartire in tutta fretta; dopotutto non rivedevano le loro case da tempo.
Agamennone, ai piedi della nave ammiraglia, guardò con indifferenza la cognata poi si rivolse a Menelao. “Hai intenzione di partire subito, fratello?”
“Sì, la spartizione del bottino non m’interessa. Sono già abbastanza ricco e poi il motivo per cui dieci anni fa decisi di venire a combattere a Troia non era certo il denaro…”
Elena si stupì della freddezza di quelle parole: evidentemente fra i due fratelli era successo qualcosa, dovevano aver litigato. Agamennone annuì, grave. “Allora addio, fratello.” Senza aspettare risposta si voltò verso la sua nave ammiraglia. Elena notò che Cassandra, con la veste strappata, era condotta da due soldati di Micene.
Bene, Agamennone l’aveva pretesa per sé: per un momento si sentì rattristata al pensiero che la principessa Troiana avrebbe dovuto passare il resto della sua vita come schiava di sua sorella.
Clitennestra era prepotente e tirannica e certo non si sarebbe mostrata gentile con Cassandra. Andromaca invece era stata condotta dal figlio di Achille, Neottolemo. Per un momento Elena si chiese che tipo di persona fosse. Poi Menelao la prese per mano e insieme salirono sul ponte della nave di Sparta. Quando i marinai mollarono gli ormeggi, si alzò un vento freddo: istintivamente, Elena si appoggiò a Menelao. Con sua sorpresa lui non la respinse, ma le avvolse uno scialle intorno alle spalle, che il suo vecchio vestito da sposa lasciava scoperte.
“A Sparta non c’è questo vento…” mormorò lui.
Lei si accorse di sorridere. Sparta… stavano tornando a Sparta. A casa.
FINE
Recensioni e commenti
RECENSIONI

Posso dirtelo?
Ma finalmente un resoconto della guerra di Troia fatto come si deve!
Achille supereroe ma Ettore non fugge davanti a lui (Omero mannaggia a te!), e si vedono anche i maggiori eroi Troiani e alleati (Memnone, Pentesilea ecc) in campo tutti insieme, bello!
Inoltre mi è piaciuta la scelta di Deifobo protagonista, è sempre stato sottovalutato dai più (Omero non l’ha quasi mai menzionato in fatti importanti e nei vari romanzi tipo Il canto di Troia, Elena di Troia ecc è presentato malissimo, come un arrogante spaccone solo pieno di sé.
Qui tu gli hai ridato la dignità di eroe e non posso esserne che contento!
Bel racconto, continua così che vai forte!
Se vuoi lasciare un tuo commento al racconto scrivimi, sarò felice di risponderti!
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Bellissimo racconto!
Grazie 😊
Hey people!!!!!
Good mood and good luck to everyone!!!!!
😊