LATINO

Ormai sono un vecchio; a volte ricordo ancora i tempi in cui, valoroso guerriero, impugnavo la Spada Sacra, che i miei antenati si tramandavano fin dai tempi in cui Giano, il Dio Bifronte, la donò al loro condottiero più nobile.

Adesso quella sacra arma stava esposta nella mia sala del trono, sopra lo scranno di bronzo e oro, e io mi domandavo sempre più spesso chi l’avrebbe impugnata dopo di me.

Il Dio, sempre misericordioso, non aveva però voluto concedermi la gioia di un figlio; tre delle mie spose si erano rivelate sterili mentre l’ultima, Amata, principessa dei Sanniti, dopo molte sofferenze e fatiche, aveva dato alla luce una femmina, Lavinia, ora in età da marito.

Dunque sarebbe stato lo sposo di Lavinia ad impugnare l’arma del potere e a regnare dopo di me.

Molti pretendenti, consapevoli del prestigio del mio regno, si erano già fatti avanti; tra questi il più nobile e valoroso era certamente Turno, il prode re dei Rutuli, un popolo guerriero i cui territori confinavano con i miei.

Turno era anche un cugino alla lontana di Amata, e per questo la mia sposa lo favoriva particolarmente; mia figlia, sempre taciturna, non diceva niente ma era suo dovere accettare la mia volontà.

Io non avevo ancora preso una decisione, ma Turno si sentiva già mio erede, penso, e io avevo preso l’abitudine di consultarmi con lui sulle questioni militari.

Si era dimostrato un giovane molto saggio anche se il suo carattere fiero e selvaggio a volte gli prendeva un po’ la mano.

Un giorno, seduto sul mio trono, ascoltavo le lamentele dei postulanti quando improvvisamente Iulo, il comandante delle mie truppe, fece irruzione nella sala del trono.

Perdonami, sire…”

Io sollevai un sopracciglio, sorpreso. “Qual è il motivo di questa intromissione, comandante?”

Degli stranieri, mio re… degli stranieri sono sbarcati sulla spiaggia…”

Stranieri?” Non sbarcavano degli stranieri sulle nostre coste da anni, ormai.

Sì… sì signore. Dalle armi che portano sembrano Achei…”

Achei…” mormorai, più intimorito che sorpreso. “Gli Achei erano il popolo più bellicoso che esistesse al Mondo; da quanto si sapeva una loro armata forte di più di centomila guerrieri aveva appena distrutto la città di Troia, il principale scalo commerciale dell’Asia Minore, e probabilmente questi guerrieri sbarcati sulle mie coste dovevano essere di ritorno da quella spedizione.

Sire, gli Achei chiedono ospitalità per un po’ di tempo…”

Noi Latini non abbiamo mai rifiutato ospitalità a nessuno, Iulo. Sai se chi li comanda è un re oppure un semplice capitano?”

Dice…” Iulo deglutì, visibilmente a disagio. “Dice di essere il re Diomede di Argo, mio re.”

Per poco non lanciai un’esclamazione sorpresa. Diomede di Argo! Quel nome era famoso in tutti i Paesi civilizzati e chi lo portava godeva fama di essere un celebre guerriero, un invincibile campione che un giorno, battagliando sotto le mura di Troia, aveva sconfitto persino il Dio della Guerra Marte. Gli aedi e i cantori componevano di continuo ballate su di lui.

Ed ora quel guerriero era sulle mie coste e chiedeva ospitalità! Spinto soprattutto dalla curiosità di vedere quell’ospite illustre dissi a Iulo.

Riferisci al re Diomede che se lo desidera sarei onorato di ospitare lui e i suoi soldati. Accompagnalo in città e trova degli alloggi per i suoi soldati; digli che lo aspetto questa sera a cena con un paio dei suoi ufficiali più importanti, se ha piacere di portarli.”

Sì, mio re. Vado.”

Io mi recai nelle mie stanze per cercare l’abito più fastoso che possedevo e dissi ad Amata che quella sera avremmo avuto ospiti importanti alla nostra mensa, quindi anche Lavinia, di solito schiva, doveva sforzarsi di presenziare al banchetto e sedere alla mia sinistra.

Amata mi sorrise. Era una bella donna, anche se non era certo per la sua bellezza che l’avevo scelta ma perché speravo che potesse darmi l’erede che aspettavo da sempre.

In questo ero rimasto deluso, ma mi consolavo pensando che comunque tutto era nelle mani del Dio.

Questa sera ci saranno anche Turno e i suoi compagni” mi disse mia moglie. “I tuoi ospiti chi sono, marito mio?”

Sorrisi. “Il re Diomede di Argo.”

Che cosa?”

Sì, hai capito bene. Iulo mi ha avvertito che il re è sbarcato quest’oggi sulle nostre spiagge, e io naturalmente l’ho invitato alla nostra tavola.”

Hai fatto bene, mio signore. Diomede di Argo… sarà meglio che dica alle mie ancelle di preparare la mia veste più bella…”

“E’ proprio quello che ero venuto a suggerirti” le sorrisi soddisfatto.

Gli Achei avevano fama di essere rozzi e spacconi, ma il re Diomede di Argo smentì queste dicerie la sera che fu ospite alla mia mensa.

Si dimostrò molto cortese e di conversazione raffinata, e non indugiò mai in vanterie rispondendo alle domande sulla famosa guerra di Troia senza calcare la mano sul suo personale valore.

Doveva avere circa trent’anni, e il viso privo di barba era segnato da numerose cicatrici; i capelli biondi gli ricadevano sulle spalle e su un lato del viso.

Indossava un’armatura di bronzo dorato che, splendente e lucente, era quanto di più bello avessi mai visto in vita mia.

Cortesemente, m’informò che era sbarcato in seguito ad una tempesta e la sua flotta di navi era stata distrutta; non gli restava perciò che proseguire il viaggio via terra, se io gli davo il permesso di attraversare in armi i miei territori.

Perdona la mia curiosità, sire” gli dissi ad un certo punto. “Ma tu sei il Re Supremo di Argo, la gloriosa città Achea che sorge sulla collina di Temenion. Come mai ti trovi qui a vagare per le nostre terre e non occupi il posto sul trono che fu dei tuoi avi?”

Diomede si adombrò e io pensai di averlo offeso.

Perdonami” gli dissi rapidamente “non avevo intenzione di metterti in difficoltà.”

No, non temere sire” mi rispose sorridendo. “Il pensiero di casa mi evoca sì brutti ricordi ma parlarne non peggiorerà certo la situazione. Al mio ritorno ho scoperto che i miei nobili avevano organizzato una congiura per scacciarmi e per evitare un ulteriore spargimento di sangue ho preferito abbandonare per sempre la patria.”

Sulle prime non commentai, colpito dall’amarezza del tono di voce del re; essere scacciato dal proprio Paese doveva essere terribile.

Poi mi venne in mente che, se Diomede era veramente senza meta, avrei potuto convincerlo a stabilirsi nei miei territori, e se avesse accettato avrei poi potuto dargli mia figlia in sposa.

Così Diomede avrebbe ottenuto il regno alla mia morte e io un genero forte e famoso.

Sire” gli dissi. “Che ne diresti di fermarti presso di noi? Ci sono terre coltivabili in quantità e potresti fondare una nuova città dove i tuoi compagni troverebbero il meritato riposo.”

Lui sorrise. “Ti ringrazio, mio signore. Ma la Dea Atena mi protegge ancora e per sua bocca mi ha fatto sapere che la città che devo fondare si trova molto più a nord di qui, e io devo seguire il suo volere. Ma ti ringrazio lo stesso.”

Non insistetti per timore di contrariarlo, ma mi dispiaceva che avesse rifiutato.

Nel corso della cena i giovani guerrieri chiesero al sovrano decaduto di narrare le sue avventure sotto le mura di Troia, la sua amicizia con il possente Achille, la rivalità con Ettore domatore di corsieri…

Achille possente…” mormorò Diomede. “Sì, quel nome mi evoca dolorosi ricordi. Io e lui fummo amici, per il breve tempo che gli Dei ci concessero di passare assieme, fianco a fianco.

Achille sapeva essere generoso come pochi eppure bastava un niente per innervosirlo o scatenare in lui un’ira cupa e terribile…”

E’ vero che la sua assenza dal campo di battaglia vi costò migliaia di morti e rischiò di mandare a monte l’intera campagna?” Domandò un giovane ufficiale del mio esercito.

Sì, è vero, perché i Mirmidoni, l’armata di Achille, costituivano la nostra prima linea e senza di loro abbiamo patito perdite notevoli…”

Il principe Ettore era davvero il grande guerriero che si dice?” Chiese un giovane Etrusco.

Sì, lo era. Ricordo che la sua sola presenza sul campo, sul suo carro d’argento trainato da quei cavalli neri come la notte bastava a diffondere il panico tra le nostre truppe…”

I giovani presenti alla mia tavola erano tutti affascinati e impressionati dai racconti del re Acheo; notai che soltanto Turno sedeva taciturno guardando il sovrano straniero con aria scettica.

Al termine della cena gli ospiti si ritirarono nelle stanze che avevo fatto preparare per loro, e l’indomani all’alba ripartirono per il loro viaggio.

Recensioni e commenti

RECENSIONI

L’Eneide è sempre stata un po’ sottovalutata come opera a favore delle più famose Iliade e Odissea, infatti mi ricordo che a scuola a malapena il nostro professore di letteratura ce ne aveva accennato.

A me invece è sempre interessata e ritrovarne qui almeno un pezzo non può che farmi piacere; spero che la continuerai dato che vedo siamo solo al primo capitolo.

Diomede ha preceduto Enea dai Latini – anche lui infatti secondo il mito è stato in Italia – e non accetta l’offerta dell’anziano re Latino di dargli in sposa la figlia… chissà come avrebbe reagito Turno nel caso?

Mi piace il tuo stile scorrevole e insieme evocativo, com’è giusto che sia per la descrizione di un antico mito e spero di poter leggere presto il nuovo capitolo.

Poter appassionare i miei alunni all’epica è sempre stato un mio desiderio e penso che con questi racconti ci potrei anche riuscire.

Enrico emoziona, scrive e descrive personaggi e ambientazioni facendocele quasi immaginare nella nostra testa mentre leggiamo.

In questo primo capitolo siamo nel verdeggiante Lazio pre-romano, dove l’anziano re Latino ripone la sua fiducia nel giovane Turno anche se non ha ancora deciso di dargli in sposa la figlia Lavinia.

L’arrivo di Diomede poi porta un po’ della gloria e dello splendore degli eroi di Troia fra Etruschi e Latini e anche Latino rimane affascinato dall’ex re di Argo, che però rifiuta le sue offerte.

Gli Achei ripartono subito e io vorrei già leggere il prossimo capitolo, sono curiosissima.

Un abbraccio.

Sabrina

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