LA SPALLA PERFETTA
Scritto nel luglio del 2014

Stadio Parco dei Principi, Parigi. Domenica 15 agosto 2011. Prima giornata di campionato: Paris Saint Germain – Guingamp
Entrai negli spogliatoi per primo mentre i miei compagni di squadra si attardavano a salutare fidanzate, familiari e tifosi. Approfittai di quei pochi istanti di silenzio per tirare un lungo respiro e concentrarmi sulla partita che stava per iniziare. E anche per spezzare la tensione che mi attanagliava da ore.
Sapevo bene il motivo. Io, Taro Misaki, stavo per esordire in una grande squadra europea: il Paris Saint Germain, campione in carica di Francia.
Finalmente, dopo tanti sacrifici e sofferenze, dopo gli infortuni che avevano segnato la mia carriera, stavo per realizzare il mio sogno.
Taro Misaki è solo la spalla di Tsubasa Ozora. Quante volte me l’ero sentito dire. È un artista del calcio, ma non un combattente. Non ha carattere. Non sarà mai un leader.
Quando, esattamente, quelle parole avevano cominciato a ferirmi? Quando avevano minato la mia fiducia? Da bambino, giocavo per il puro piacere di stare con gli altri, e il calcio mi faceva stare bene. Mi aveva fatto incontrare tanti amici, pur nel mio costante girovagare per il Giappone con mio padre.
Non mi importava di essere la “spalla”. Il numero 2. Lo ero con Hikaru Matsuyama alla Furano. Lo ero con Tsubasa Ozora alla Nankatsu.
Poi, alle superiori, dopo la partenza di Tsubasa per il Brasile, diventai capitano della Nankatsu. E qualcosa incominciò a incrinarsi. Forse per le sconfitte contro la Toho di Kojiro Hyuga. O per i rovesci in Nazionale contro l’Olanda di Brian Kraifort. O, ancora, contro la misteriosa Real Japan Seven.
“Devi svegliarti, Taro Misaki!” mi disse un giorno Minato Gamo, il nuovo commissario tecnico della Nazionale Under 19. “Non sai giocare senza Tsubasa? Non hai personalità. Non hai carattere. E a me, come a qualsiasi squadra al mondo, i giocatori senza personalità non servono.”
Incassai il colpo. Non replicai e mi allontanai. Deciso a diventare più forte.
Mi allenai duramente, poi tornai in squadra. E con i miei compagni portammo il Giappone alla vittoria delle qualificazioni asiatiche. Accedemmo al World Youth, e tutto il Paese contava su di noi.
Ma alla vigilia del Mondiale mi infortunai gravemente alla gamba sinistra. Recuperai solo parzialmente, e riuscii a giocare uno scorcio della finalissima contro il Brasile. Vincemmo, portando il Giappone sul tetto del mondo.
Poi, il buio. Tempi di recupero affrettati. Conseguenze pesanti. Mesi fermo. Il mio nome dimenticato. Mentre Tsubasa, Wakabayashi, Hyuga, persino il piccolo Aoi, diventavano stelle nei vari campionati europei io ero costretto a rimanere a guardare.
Con pazienza e sacrifici, riuscii a riprendermi e a tornare in forma. Giocai in una squadra giapponese, poi andai in Francia e tentai alcuni provini in Ligue 1.
Ma i dirigenti erano diffidenti. Mi consideravano bravo, sì. Tecnico. Ma non un fuoriclasse. Non come Tsubasa, Schneider, Santana.
“Sei bravo, ma non sei ciò che cerchiamo”, era l’inevitabile risposta.
Delusione dopo delusione, la frustrazione tornava a oscurare la mia carriera.
Mi sembrava di essere lasciato indietro. Anche Misugi, nel frattempo, aveva vinto il campionato nazionale.
Poi, un giorno, Pierre Leblanc venne a trovarmi. Capitano della Nazionale francese. Capitano del PSG. Amico dai tempi della Coppa del Mondo giovanile giocata e vinta proprio in Francia.
“Io ho fiducia in te”, mi disse. “So qual è il tuo valore. Ho parlato di te ai dirigenti della mia squadra e vogliono conoscerti. Se superi il provino, entrerai nel Paris Saint Germain. Allora, Misaki… qual è la tua risposta?”
Gli presi le mani e lo ringraziai. Con tutto il cuore e le lacrime agli occhi.
Pierre mi accompagnò al provino. Lo superai ed entrai in squadra. Qui conquistai, con fatica, una maglia da titolare.
La numero 11.
Sorrisi, aprendo l’armadietto. Presi la maglia rossoblù. I miei compagni entravano negli spogliatoi pronti a cambiarsi.
Finalmente esordirò in un grande campionato europeo. Tsubasa, Wakabayashi, Hyuga… guardatemi, amici. Fra poco anch’io diventerò una stella del calcio mondiale!
Pierre si avvicinò e mi posò una mano sulla spalla.
“Sei pronto, Misaki?”
“Sono pronto, capitano.”
Gli sorrisi e indossai la maglia numero 11.
Dovevo molto a Pierre. Non soltanto il mio ingaggio, ma soprattutto il mio spirito ritrovato. E oggi avrei ripagato ogni debito.
Essere la spalla di qualcuno non significava mancare di personalità, questo ormai l’avevo capito. Il vero campione era colui che si batte fino all’ultimo. Per la squadra. Per l’obiettivo. Non importa il ruolo. Non importa la visibilità.
E io avrei continuato a battermi e a dare tutto me stesso per la squadra. Con generosità. Correttezza. E l’avrei fatto al fianco di Pierre. Per vincere la Ligue 1 e tentare di conquistare anche la Champions League, il trofeo europeo più ambito.
Spalla, sì. Ma non per questo meno campione.
Una nuova sfida mi attendeva. Forse la più importante della mia vita calcistica. Una sfida che ero più che mai deciso a vincere.
FINE
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Misaki, proprio come Genzo e molti altri, ha dovuto affrontare una lunga serie di infortuni.
Eppure, a mio parere, quello più pesante resta quello di Taro, fuori proprio alla vigilia del World Youth e presente solo nello scorcio finale di partita..
Misaki è un personaggio straordinario, ricco di sfumature e aspetti da approfondire.
Il perfetto compagno di squadra buono, genuino e sempre leale come se ne vedono pochi.
Magari ci fosse realmente un giocatore così, il mio Milan sì che ne avrebbe bisogno al posto di quel piantagrane di Leao per esempio!
Un bel lavoro, davvero.
Sì, Misaki alla vigilia del World Youth ha preso davvero una gran botta. Meno male che alla fine è riuscito comunque ad essere lì insieme a tutti gli altri. E concordo sul discorso di Leao e del Milan, anche se io sono della Juve :-).
Alla prossima
Ciao!
Una one shot dedicata a Misaki non potevo proprio lasciarmela scappare.
Mi è piaciuto molto come hai reso le sensazioni di un Misaki ormai adulto, più maturo e consapevole del suo ruolo in campo. È vero, porta il numero 11, ma per me rimarrà sempre uno dei giocatori più determinanti.
È grazie a lui se Tsubasa riesce a segnare così spesso.
È grazie a lui se, nella partita contro il Musashi, Tsubasa riesce a liberarsi dalla trappola del fuorigioco.
Ed è sempre grazie a lui che, insieme a Genzo, riesce a farlo ragionare e a tirarlo fuori da quel momento di sconforto.
E anche dopo tre anni di lontananza, quando si ritrovano nella nazionale giovanile, la loro intesa è identica a quella di un tempo. Il numero dieci è fortissimo, certo, ma lo diventa ancora di più grazie al numero undici… e nel profondo Misaki lo sa bene.
Complimenti ancora per il lavoro!
Ciao grazie ☺️.
Sì, Misaki è secondo me il giocatore chiave di tante partite, della Nankatsu prima e delle varie nazionali poi.
Sempre leale, propositivo e la spalla perfetta per il gioco spumeggiante di Tsubasa e quello più grintoso e duro della Tigre Hiyuga.
Felicissimo che il mio lavoro ti sia piaciuto 🙂