IL PESO DELLA SCONFITTA

Tokyo, Tokyo Stadium

Il silenzio negli spogliatoi era irreale. I giocatori della nazionale giapponese sedevano, muti e a testa bassa, uno vicino all’altro. Solo il rumore sordo di una bottiglietta che, scappata dalle mani del maldestro Ishizaki, rotolò sul pavimento, ruppe per un attimo il silenzio.

Il Brasile aveva travolto il Giappone per dieci a zero. Un vero e proprio disastro, fra i fischi dei tifosi sugli spalti e la pioggia battente che non aveva mai smesso di cadere sul terreno di gioco.

Hiyuga, disteso su una panca, stringeva i denti per il dolore mentre uno dei medici della squadra gli cambiava la fasciatura. Il durissimo scontro, proprio durante l’ultima azione della partita, con uno dei difensori brasiliani gli aveva lasciato una caviglia gonfia e un senso di impotenza che bruciava più della ferita.

Mikami si schiarì la voce per parlare, quando all’improvviso Wakabayashi entrò, tutto trafelato, il volto teso. “Mister, ragazzi… mi dispiace moltissimo.”

Genzo, ma si può sapere dov’eri finito?” gli chiese il mister della nazionale mentre Tsubasa, seduto un po’ distante dagli altri, non alzò nemmeno gli occhi.

Con gli sguardi di tutti puntati addosso, il portiere diede le sue spiegazioni. La corsa al tempio shintoista, il soccorso prestato a Maria Elena e tutto il tempo perso in attesa dell’arrivo dei soccorsi che l’avevano poi portata all’ospedale. Aveva raggiunto lo stadio non appena gli era stato possibile.

Alla fine Mikami annuì.

Capisco. D’accordo Genzo, comprendo che non avresti potuto fare altrimenti. Pretendo però che una cosa del genere non si ripeta mai più. Tanto per cominciare, in futuro niente più corse fuori sede in prossimità di una partita, siamo intesi?”

Sì signore. E domani contro la Germania le prometto che mi riscatterò. Parerò tutti i tiri di Schneider e degli altri attaccanti tedeschi, glielo garantisco.”

Gamo però lo fissò, glaciale. “No, Wakabayashi. Il regolamento di questo torneo prevede che un giocatore, inserito nella lista dei titolari, che non si presenti alla prima partita debba saltare anche la seconda. Contro la Germania non giocherai, mi dispiace.”

Wakabayashi impallidì e più di uno fra i presenti evitò di incrociare lo sguardo con Morisaki. Con la mano di Wakashimazu rotta, l’indomani sarebbe stato di nuovo lui a scendere in campo. Dopo la disastrosa prestazione contro il Brasile, sarebbe riuscito il terzo portiere della nazionale giapponese a fermare le terribili bordate dei panzer tedeschi?

Tokyo, Tokyo Businessperson’s Clinic

All’ospedale, Georgiana e Marzia sedevano vicino a Maria Elena, a letto con il volto tirato.

“Mi dispiace di avervi fatte preoccupare, ragazze”, si sforzò di sorridere lei. “Ma qui sono in buone mani, e i medici hanno già detto che la mia slogatura guarirà presto.”

“In effetti eravamo preoccupate”, rispose Marzia. “Almeno una di noi.”

Diede una gomitata nel fianco a Georgiana, che le lanciò un’occhiataccia. “L’importante è che tu adesso stia bene”, si limitò a dire quest’ultima. Pensava anche a Tsubasa, che aveva cercato di raggiungere bloccata però dagli steward dello stadio.

Gli aveva comunque scritto un paio di messaggi, senza però ricevere risposta. Ci era rimasta male, ma sperava almeno di potergli parlare una volta rientrata in hotel.

Nel frattempo, alla televisione trasmisero una sintesi della partita seguente a quella fra il Giappone e il Brasile, in cui la Germania aveva liquidato la Francia per tre reti ad una; anche il calcio champagne dei transalpini aveva dovuto inchinarsi allo strapotere di Schneider e dei suoi. Nonostante la classe di Leblanc e i tiri di Napoleon, la tripletta del Kaiser aveva messo la parola fine al confronto senza lasciare spazio a repliche.

E i commentatori ai microfoni pregustavano già lo scontro diretto Germania-Brasile e la sfida nella sfida fra Santana e Schneider. Chi avrebbe prevalso fra i due fortissimi attaccanti?

Tokyo, Muji Hotel

La sera, Tsubasa rivolse appena la parola a Misaki e appena ne ebbe l’occasione uscì a fare una passeggiata nel parco dell’hotel. Finalmente aveva smesso di piovere, ma il numero 10 della nazionale giapponese alzò ugualmente gli occhi al cielo con sguardo cupo. Non si era mai sentito così abbattuto. La disfatta della sua squadra gli pesava tantissimo, anche perché sapeva di esserne il primo responsabile. Ma che scelta aveva avuto? Se fosse rimasto in campo, la pioggia avrebbe rivelato a tutti il suo segreto… e forse avrebbe anche potuto ucciderlo.

Stranamente non se l’era mai chiesto. Scoperto che la pioggia poteva scioglierlo come se fosse stato fatto di creta, se n’era sempre sottratto. Che cosa sarebbe successo se invece, anche solo per una volta, non l’avesse fatto?

Forse sarebbe stato meglio…, disse fra sé, pentendosi immediatamente di quel pensiero. Sapeva benissimo che una sconfitta, pur bruciante, sul campo da gioco non era certo un motivo sufficiente per desiderare di morire, eppure…

Gli occhi gli si bagnarono di lacrime.

Aveva deluso tutti. I tifosi allo stadio, i suoi compagni… e Sanae. Lei era sempre stata la sua prima tifosa, il suo sostegno anche nei momenti più difficili e vedere la delusione nel suo sguardo era stato forse ancora peggio dei goals che il Brasile continuava a segnare a un Giappone ormai nel panico più totale.

Se solo le cose fossero andate in modo diverso e lui non avesse dovuto nascondersi sempre da tutti, allora, forse…

Sapevo di trovarti qui.”

Tsubasa si voltò e, suo malgrado, un sorriso si fece strada sulle sue labbra.

Georgiana. Sei tu.”

Era felice di vederla. Lei era l’unica che sapesse del suo segreto a parte i suoi genitori, e in sua compagnia si sentiva più libero e rilassato. Non doveva mentirle, nascondersi sempre con la paura che una goccia di pioggia gli bagnasse il viso. Se solo con Sanae avesse potuto sentirsi allo stesso modo… ma non era pronto a rivelarle il suo segreto. Non ancora, e forse… non lo sarebbe mai stato. E se lei, dopo, non l’avesse più guardato con gli stessi occhi di sempre?

Ho cercato di venire da te”, disse Georgiana facendo un passo avanti. “Subito dopo la tua espulsione, e anche alla fine della partita. Ma…”

Non ti preoccupare”, le sorrise lui. Prenderle le mani fra le sue gli sembrò così semplice, così… naturale.

Georgiana lo guardò. Gli occhi di Tsubasa erano pieni di lacrime. Di dolore… o di rabbia? Nell’accorgersene, qualcosa dentro di lei si incrinò. Piange? pensò, un pizzico delusa. Per una sconfitta sul campo da calcio?

Il tuo segreto è al sicuro…” disse piano, cercando comunque di offrirgli un appiglio. “Nessuno ha capito perché hai fatto quello che hai fatto.”

Ma Tsubasa scosse la testa, le mani ancora strette alle sue. “Non stavo pensando a questo…” mormorò. “La mia reputazione è distrutta. Ho deluso tutti. Ho perso, per la prima volta in vita mia… ho perso. E non posso nemmeno spiegare il perché.”

Non è così grave”, provò a ribattere Georgiana in tono gentile. “Quella di oggi era solo una partita. Le persone dimenticano. Tu tornerai in campo, come sempre. Non vorrai arrenderti per così poco, no?”

Lui si irrigidì serrando le labbra. Le lasciò le mani. “Tu non capisci. E forse… non puoi capire. Sanae sì. Lei mi conosce davvero.” Si girò, quasi mormorando. “Dovrebbe esserci lei, qui.”

Georgiana sbatté gli occhi, come se non avesse sentito bene. Poi lo fece voltare. “Sanae?” ripeté, la voce incrinata di fastidio. “È quella ragazza che ti sta sempre vicino quando sei con la squadra? Davvero… pensi che lei ti capirebbe più di me?”

Tsubasa non rispose. Il silenzio tra loro si fece pesante, come pioggia che non cade ma grava comunque nell’aria.

Alla fine la ragazza fece un passo indietro. “Pensavo fossi diverso…” disse con un filo di voce. “Tsubasa Ozora, l’Astore del Sol Levante!” adesso il suo tono era rabbioso. “E tu dovresti essere la stella più luminosa del panorama calcistico giapponese? Invece guardati: sei solo un debole, un pauroso e patetico ragazzino.”

Lo fissò ancora per un momento, poi senza aggiungere altro si voltò e se ne andò.

Tsubasa rimase lì, nel parco silenzioso, con il cielo ancora carico di nuvole. Non la fermò. Non disse nulla. Sentiva solo bruciore agli occhi, e il peso di un’altra sconfitta gravargli dentro.

Tornata nella sua stanza, Georgiana si sedette sul letto senza accendere la luce. Per fortuna Marzia non era ancora rientrata dall’ospedale, perché in quel momento non aveva voglia di sentire né di vedere nessuno.

Aveva il cuore stretto. Credevo che lui fosse diverso, pensò. Non per il segreto. Non per la pioggia. Ma per come le aveva parlato. Per come l’aveva esclusa, nonostante lei avesse cercato di stargli vicino.

Aveva creduto che tra loro stesse nascendo qualcosa di vero, di… speciale. Ma forse, pensò, non era lei la persona che lui voleva accanto. Si era solo illusa?

Prefettura di Tokyo, montagna Haniwa

Uscito dal perimetro dell’hotel, Tsubasa camminò a lungo senza una meta precisa. Alla fine, alzata la testa, si accorse di essere arrivato in un luogo che gli era familiare. Alle pendici della montagna Haniwa.

Lì dove i suoi genitori adottivi l’avevano trovato, tanti anni prima.

La terra era umida sotto i suoi piedi, il cielo ancora greve di nuvole scure ma in quel momento la pioggia era l’ultimo dei suoi pensieri. 

Forse la chiave delle mie origini è qui, pensò, guardando la roccia scolpita che sembrava come pulsare sotto la pelle del mondo. C’era qualcosa in quella montagna. Qualcosa che lo chiamava.

Poi, senza preavviso, ricominciò a piovere.

Tsubasa cercò riparo sotto una sporgenza, ma non fece in tempo a raggiungerla. La pioggia gli colpì il viso, e subito sentì la pelle cedere, sciogliersi a tratti come creta bagnata.

Fu allora che la vide.

Una figura femminile, apparsa dal nulla come un’ombra tagliente. Occhi scuri, capelli corti. La stessa persona – anche se il ragazzo non lo sapeva – che aveva osservato lui e Georgiana la prima volta che si erano baciati. Indossava una tuta nera, lucida, aderente come pelle artificiale.

Fissandola, Tsubasa barcollò sotto la pioggia, il volto già segnato da crepe.

Ciao, fratello”, disse la sconosciuta con un sorriso sottile. “Finalmente ti ho trovato.”

Chi… chi sei tu?”

Fece per indietreggiare, ma lei gli si parò davanti. Girò su se stessa con una grazia letale e lo colpì in pieno stomaco con un potentissimo calcio rotante.

Tsubasa volò a terra, il fiato spezzato.

Mi chiamo Tanisha. E sono come te. Apparteniamo alla stessa razza.”

Lui si sollevò a fatica, il respiro corto. “Quale… razza? E comunque non capisco. Se tu sei come me… perché la pioggia non ti fa niente?”

Tanisha gli mostrò un pendente al collo, una pietra scura incastonata in un cerchio d’argento. “Questo è ciò che protegge noi Haniwa dalla pioggia. Il nostro unico punto debole. Noi siamo fatti di terracotta, Tsubasa Ozora. E il nostro popolo vive da millenni all’interno dei recessi più profondi della grande montagna Haniwa. Proprio lì dentro.”

Di terracotta? Tsubasa scosse la testa, incredulo. “È… è tutto assurdo. Ti aspetti forse che io creda a queste cose?”

Tanisha lo fissò, gli occhi fermi come pietra. “Se non mi vuoi credere… allora fammi vedere quanto sei forte.”

Scattò di nuovo all’attacco. Questa volta Tsubasa parò il suo calcio e contrattaccò con un pugno, ma lei lo evitò con facilità. Era veloce. Precisa. E lui, sotto la pioggia, si stava lentamente sgretolando.

Non si era mai sentito così in svantaggio in tutta la sua vita. Ogni movimento gli costava forza, ogni goccia d’acqua sembrava consumare anche la sua più piccola stilla di energia.

Tanisha lo colpì, ancora e ancora. Fino a quando lo spedì di nuovo a terra, a faccia nel fango sotto un gruppo di alberi.

Lì, finalmente al riparo, il corpo di Tsubasa cominciò a riacquistare consistenza. Le crepe si richiudevano, il respiro tornava.

Si rialzò, il corpo ancora tremante ma già più solido, gli occhi pieni di rabbia e confusione.

Tanisha lo osservava, immobile.

Cosa vuoi da me?”

Il tuo aiuto. La nostra gente ha bisogno di te, Tsubasa Ozora, tu sei l’unico che può salvarla. Ma per farlo, adesso dovrai venire con me.”

Lui rimase fermo, incerto sul da farsi. Poi, prima che potesse muoversi, un sibilo tagliò l’aria.

Una rete metallica si aprì sopra di lui, scattando come un artiglio. Lo avvolse in un istante, stringendosi con forza attorno al suo corpo. Tanisha, veloce, sparì fra le ombre della notte.

Che… che cosa?” si divincolò Tsubasa, ma non fece in tempo a liberarsi.

Dal bosco, come ombre armate, piombarono su di lui uomini in assetto antisommossa. Tute nere, visori opachi e fucili puntati.

Ce l’abbiamo, signore”, disse uno di loro, rivolgendosi a una figura che avanzava lentamente.

Alto. Capelli neri e ribelli. Sguardo da rapace, tagliente, occhi di chi sapeva il fatto suo ed era pronto a tutto per portare a termine una missione.

Si fermò davanti a Tsubasa e lo studiò per un lungo istante. Poi annuì.

Tramortitelo.”

Un teaser di tipo militare, il sibilo di una scarica elettrica… e poi il buio.

Tsubasa cadde, il corpo inerte, la rete ancora stretta attorno a lui. Venne alzato di peso e portato via, verso un furgone blindato nero.

Protetta dalle pendici della grande montagna, Tanisha non intervenne, serrando le labbra con disappunto. Non era riuscita nella sua missione, ma era decisa a non arrendersi. Avrebbe seguito quel furgone, anche se farlo sarebbe stato sicuramente rischioso. La sua gente contava su di lei… e non l’avrebbe delusa.

Tokyo, Tokyo Stadium

Il giorno dopo spuntò un bel sole, e il Brasile batté la Francia per quattro a due, con doppiette di Santana e Coimbra.

Il Giappone invece, sceso in campo privo di Tsubasa, Wakabayashi e degli infortunati Hiyuga e Wakashimazu, venne letteralmente asfaltato dalla Germania con il tennistico punteggio di sei reti a zero.

Schneider, un vero e proprio incubo per la difesa nipponica, mise a segno un’altra tripletta e quasi il Giappone non toccò palla. Al fischio finale dell’arbitro, però, un’altra cosa preoccupava i componenti della nazionale.

Tsubasa era misteriosamente scomparso.

Tokyio, Katagiri Korozon

Il risveglio di Tsubasa fu lento, vischioso. Il numero 10 della nazionale giapponese aprì gli occhi in una luce lattiginosa, circondato da un silenzio innaturale. Era all’interno di una teca di vetro blindato, sdriato su una superficie fredda, metallica, con cinghie allentate che gli segnavano i polsi.

Davanti a lui, in un’ampia sala circolare, file e file di teche di vetro identiche alla sua. Dentro, figure immobili. Corpi semi-umani, scolpiti a metà come se fossero stati modellati e poi dimenticati. Alcuni avevano volti stranamente familiari, altri erano solo abbozzi di espressioni smarrite e piene di sofferenza.

Uno dei prigionieri si contorceva sotto un getto d’acqua continuo, la pelle che si scioglieva lentamente, rivelando strati di terracotta viva. Un altro gridava, ma il suono era ovattato, come se il vetro dentro cui era imprigionato gli inghiottisse anche la voce.

Tsubasa si sollevò a fatica, il cuore in gola. Sono… come me? pensò, mentre il terrore gli stringeva lo stomaco nel fissare quegli sventurati sconosciuti. Questi… sono Haniwa? E se è così… allora Tanisha mi ha detto la verità?

Un rumore di passi interruppe i suoi pensieri. Passi lenti. Sicuri. E… familiari.

Munemasa Katagiri apparve davanti a lui, affiancato dal capo degli uomini che lo avevano catturato e portato lì. Alto ed elegante, come sempre l’uomo che aveva ereditato l’impero tecnologico paterno espandendolo e potenziandolo fino a farne un colosso di livello mondiale portava i lunghi capelli castani pettinati alla perfezione. Non portava i suoi soliti occhiali scuri, e l’occhio sinistro, cieco, era velato da una patina lattiginosa, opaca, che sembrava riflettere la luce in modo innaturale. Intorno all’orbita, la pelle era tesa, attraversata da una cicatrice lunga e sottile che gli attraversava tutta la guancia.

Nell’occhio sano, Tsubasa vide invece la luce glaciale di chi ha già deciso tutto. Non c’era esitazione in quello sguardo. Solo controllo. e una determinazione quasi folle.

Ci lasci soli, agente Yamada”, ordinò Katagiri. Quindi, rimasto da solo con Tsubasa, lo fissò a lungo senza dire nulla. Il silenzio tra loro era carico, come se ogni parola non detta pesasse più di quelle che sarebbero inevitabilmente venute. Tsubasa fissava il suo mentore – l’uomo che per primo aveva creduto in lui, quand’era soltanto un bambino che aveva vinto il suo primo campionato delle elementari, per poi seguirlo in tutto il proseguimento della sua carriera – senza riuscire ad aprire bocca. Erano stati gli uomini di Katagiri a catturarlo… e se sì, che cos’era quel posto?

Alla fine, Katagiri parlò. “Finalmente ti sei svegliato, Tsubasa. Sai, ho sempre pensato che tu fossi speciale. E vedo che non mi sbagliavo.”

Recensioni e commenti

RECENSIONI

6 commenti
  1. Agata
    Agata dice:

    Mi dispiace un po’ per Georgiana, è una delle poche volte in cui si è mostrata gentile e interessata a qualcuno, non è da lei, ed è stata delusa, ma così va la vita, a volte. Sono particolari questi personaggi, soprattutto Tsubasa che si scioglie con la pioggia, e interessante anche il ciondolo protettivo.

    Rispondi
  2. icelady
    icelady dice:

    E’ dura conoscere la sconfitta dopo una serie interminabile di successi… non è una cosa semplice. C’è da fare i conti con un’emozione nuova.

    Rispondi
    • admin
      admin dice:

      Si, bisogna imparare anche a perdere, senza lasciarsi travolgere dall’onda emotiva ma cercando di trovare le forze e le energie per ripartire verso nuovi traguardi.
      Cosa tutt’altro che semplice.
      🌹

      Rispondi
  3. Monica
    Monica dice:

    In tutto… 16 goal?!? 😱 E giusto con Yuzo in porta poteva succedere, con Ken infortunato, Genzo assente per salvare la vita a una ragazza, Maria Elena! Oltretutto abbiamo uno Tsubasa che ricorda molto quello della partita contro la Musashi e contro Jun Misugi! Ok, il segreto, ok che non hai potuto dare il tuo prezioso contributo per vincere quella partita, visto che rischiavi che tutti venissero a conoscenza della tua vera natura, ma si è rivelato un ragazzino senza carattere, Georgiana ha ragione. E la ragazza, ovviamente, è rimasta delusa. Tsubasa, addirittura, invece che apprezzare il suo aiuto, tira in ballo Sanae, facendo capire che solo lei può comprenderlo. Georgiana, punta qualcun altro, da’ retta a me! Come può essere fondamentale per la sua gente questo ragazzo? Facciamo la conoscenza di Tanisha, la vera sorella di Tsubasa, nel frattempo. Munemasa Katagjiri è veramente inquietante nel finale.

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    • admin
      admin dice:

      Ciao! 🙂
      Si, sedici gol ed è andata ancora bene 😁.
      Diciamo che la nazionale giapponese è allo sbando, Genzo, Ken e Hiyuga infortunati, Tsubasa espulso e senza Misugi – che almeno un po’ d’ordine in difesa poteva darlo.
      Onestamente Yuzo non me lo vedo proprio parare i tiri di Santana e dei goleador carioca ma nemmeno sfiorare un Fire Shot o le bordate dei vari Kaltz, Beckster ecc…
      E infatti ecco il risultato.
      Adesso rimane solo più la Francia, vediamo che succede.
      Quanto a Georgiana, l’unica volta in cui è stata un po’ gentile con qualcuno le è andata male – a conferma del fatto che essere carini e gentili a volte non paga 🙂.
      E Tsubasa si, è in crisi nera e ha mostrato un carattere abbastanza egoista e individualista: lui abituato a vincere sempre al primo rovescio è caduto ben di brutto.
      Vedremo se si riprenderà, intanto le sue vere origini sembrano essere state svelate: ma Tanisha non sembra l’unica interessata a lui.
      Compare infatti anche un Katagiri piuttosto diverso dal solito… e occhio all’agente che ha catturato Tsubasa. Potrebbe rivelarsi per qualcuno di inaspettato!
      Un abbraccio, grazie e a presto 🤗

      Rispondi

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