LEGGENDE

Scritto nel luglio del 2015

A volte, ciò di cui dubitiamo l’esistenza, potrebbe essere invece più vicino a noi di quanto pensiamo…

“È vero, invece!” sbottò Argol, battendo il pugno sul bancone di legno del mio saloon. “Vi dico che Harlock esiste! Esiste!”

“Harlock?” gli fece eco Rekaam, il verde abitante di Legis II, con il suo tono sempre un po’ irridente. Come tutti i suoi compatrioti, aveva quattro braccia e tre occhi, ciascuno rivolto in una direzione diversa. “Ti riferisci forse… a Capitan Harlock, nonno?”

Argol annuì, stizzito. “Sì! Proprio lui! Il Capitan Harlock dell’Arcadia. Il terrestre che divenne pirata spaziale, issando la sua bandiera nera col teschio in nome della libertà!”

Rekaam scrollò le spalle, lanciandomi un rapido sguardo mentre gli servivo da bere. “Solo una leggenda. E poi, che ne sai tu della Terra, nonno? O anche solo di dove si trova?”

Argol rimase interdetto. Io, dietro il bancone, sorrisi.

Rekaam non aveva tutti i torti. Il nostro Pianeta, Lanos VII era un mondo marginale, fatto di deserti e rovine. La maggior parte di noi non aveva mai lasciato il pianeta e persino i visitatori erano rari.

La Terra… ne avevo sentito parlare da bambina. Si diceva fosse lontana oltre ottomila anni luce. Quasi come se appartenesse a un’altra dimensione.

Non avevo mai visto uno dei suoi abitanti, ma si diceva che somigliassero a noi, solo con la pelle più chiara e priva di pelame serico. Quanto ad Harlock…

“L’ho visto, una volta”, insistette Argol.

Mi voltai per un momento verso il grande specchio alle mie spalle, dove intravidi la mia figura alta e flessuosa, poi tornai a guardare Argol.

Oltre all’attenzione di Rekaam, adesso anche il venusiano Livius e gli altri avventori lo ascoltavano con attenzione. Gli unici a sembrare indifferenti erano due uomini taciturni con addosso lunghi pastrani neri che sedevano in fondo alla sala. I volti nascosti sotto cappelli a larga tesa, nel servire loro da bere avevo però visto due paia di occhi fissarmi con espressione sinistra.

“Tu hai visto Harlock?” chiese nel frattempo Livius ad Argol.

“Sì! A quei tempi vivevo su Lunar XIII, mezzo anno luce da qui. Una sera, tornando dalla miniera in cui lavoravo, vidi una figura solitaria su una collinetta. Alta, avvolta in un mantello nero, sembrava osservare il tramonto. Mi avvicinai per vederlo meglio, poi…” s’interruppe un momento, “un rombo assordante squarciò il cielo e come dal nulla emerse un’astronave immensa, di un colore che mi sembrò verde. Sulla prua, un teschio bianco con due tibie incrociate che sembrava fissarmi…

Capitan Harlock! pensai, come un lampo fra le tenebre.

Un portellone si aprì nel vano di carico e Harlock  saltò a bordo con agilità. Poi si voltò e mi guardò. Io sollevai una mano per salutarlo e lui fece lo stesso. Fu solo un attimo, prima che l’astronave si librasse nel cielo e scomparisse come se non fosse mai stata lì.

Terminato il suo racconto, Argol tacque.

Rekaam e Livius si scambiarono uno sguardo carico di scetticismo, e io tornai al mio lavoro.

Non potevo biasimarli se non gli credevano. Argol era benvoluto da tutti, qui, ma anche noto per infarcire i suoi racconti con molta fantasia.

Quanto ad Harlock, era solo una leggenda. E le leggende… nascevano per darci speranza e per farci credere che, anche nei tempi oscuri nei quali vivevamo, qualcosa di puro potesse comunque sopravvivere.

Mezz’ora dopo i clienti se n’erano andati tutti. Finito di pulire, chiusi a chiave la porta del locale e uscii in strada. Il vento sferzava la via deserta, segno che un’imminente tempesta di sabbia si stava per alzare all’orizzonte.

Poi li vidi, quasi all’angolo della strada. Due figure alte, silenziose, vestite di nero. I clienti taciturni del saloon. I loro occhi di brace brillavano nella notte.

Deglutii, mentre l’agitazione mi strinse lo stomaco. In giro non c’era anima viva, ma non rallentai. Quando li raggiunsi, mi si pararono di fronte.

“Bella”, disse uno. Il viso lungo, pallido, incorniciato da capelli bianchi. Forse era un terrestre. Eppure i suoi occhi…

Quando il suo compagno cercò di afferrarmi, mi ritrassi. 

“Che cosa volete?” domandai, snudando i canini in una smorfia aggressiva. Nel frattempo calcolai quanto mi ci sarebbe voluto per estrarre il pugnale che portavo infilato nello stivale destro.

“Dovrebbe esserti chiaro, ragazza-gatto,” ghignò quello con i capelli bianchi. “Di solito a Rasty non mi piacciono le pelose, ma tu… tu sei appetitosa.”

Feci un balzo all’indietro piegandomi per estrarre il pugnale… ma loro furono più veloci. 

Estrassero pistole laser da sotto i pastrani e mi balzarono addosso disarmandomi. Il più alto dei due mi colpì al viso, poi insieme mi buttarono a terra. Rasty, ridendo, mi si gettò addosso; lottai, ma quando il suo compagno mi immobilizzò da dietro non potei impedire che la mia camicetta venisse strappata fino ai seni.

“Voltati…” sibilò Rasty. Il suo alito puzzava di birra. “Così mi piace di più.”

Ringhiai, dibattendomi furiosamente. Lui, con un ghigno, fece per abbassarsi i pantaloni… poi, all’improvviso, tutto cambiò.

Una figura sconosciuta, alta e con un lungo mantello nero, piombò fra noi e in un lampo l’uomo che mi teneva immobilizzata venne scagliato via.

“Ehi, ma…” sbottò Rasty puntando la pistola contro lo sconosciuto. “E tu… chi sei?”

Sparò, ma il colpo venne evitato poi lo sconosciuto estrasse una spada da sotto il mantello. Un raggio bianco scaturì dalla lama colpendo l’avversario alla spalla.

Questi cadde urlando e quando il suo compagno si gettò sullo sconosciuto questi si voltò e, in un lampo, lo decapitò con un solo fendente.

Vedendo il compagno cadere, Rasty si rimise in piedi e fuggì via urlando di terrore.

“Gra… grazie…” mormorai. Mi rialzai, coprendomi i seni con le mani.

Lo sconosciuto allora prese il pastrano da uno dei cadaveri e me lo porse con gentilezza. “Tieni.” 

Aveva un viso magro e pallido, solcato su una guancia da una profonda cicatrice. Lunghi capelli castani e l’occhio destro che mi fissava con intensità. Quello sinistro era invece coperto da una benda nera ombreggiata dai capelli.

Mi sorrise – o forse fu solo un’impressione? – poi si voltò e fece per andarsene.

“A… aspetta…”

Si voltò e mi guardò.

“Ti ringrazio per avermi aiutata. Se non fossi arrivato tu…” m’interruppi, per un momento incerta su come proseguire. “Io mi chiamo Sayra. Qual è… il tuo nome?”

“Un nome”, rispose, “è solo un nome. A volte muore con chi lo porta, altre volte no. Ma la libertà, la speranza, la lotta per la giustizia… quelle non muoiono mai almeno finché qualcuno le difende. E fino a che qualcuno innalza la loro bandiera la loro leggenda sopravvivrà per sempre.”

Lo guardai, smarrita e confusa.

Poi le sue labbra si piegarono in un sorriso.

“Quanto al mio nome”, aggiunse, “credo che, dentro di te, tu lo conosca già.”

Mi voltò le spalle, e l’istante successivo era scomparso tra le tenebre.

Ancora turbata, rivolsi appena uno sguardo al corpo senza vita a terra, poi mi allontanai per dirigermi verso casa.

Ad un tratto sentii un rombo assordante propagarsi tutt’attorno e vidi un’astronave gigantesca stagliarsi nel cielo. Era allo stesso tempo inquietante e bellissima… e allora capii.

“Harlock…” sussurrai.

Mi strinsi nel pastrano, fissai il grande teschio bianco sulla prua dell’astronave. “Capitan Harlock. Allora esisti davvero. La tua leggenda non è solo una leggenda, e adesso… lo so anch’io.”

FINE

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