L’UOMO INVISIBILE
Scritto nel maggio del 2025

Feodor aveva sempre creduto nella gentilezza, nella discrezione ed era sempre stato dell’idea che il mondo girasse meglio se ognuno evitava di creare problemi. Non voglio disturbare, magari sono io che ho un’impressione sbagliata, pensava ogni volta che qualcosa gli sembrava ingiusto.
In ufficio, nella grossa multinazionale nel centro di Mosca dove lavorava da dieci anni, i colleghi sfruttavano la sua disponibilità facendogli sempre fare più del dovuto.
“Feodor, puoi occuparti di questo report? Sei così preciso”, gli diceva Sergej, il suo collega di scrivania, con un sorriso amichevole.
Lui si aggiustava gli occhiali, esitante. “In realtà ho già parecchio lavoro… se non è un problema…”
“Ma figurati!” rideva Sergej dandogli una pacca sulla spalla. “Tu sei veloce. Dai, cinque minuti in più non ti uccidono.”
Cinque minuti che diventavano un’ora. Sempre.
Irina, la segretaria, lo intercettava invece puntualmente quando lui stava per andare a pranzo.
“Feoooodor…” cinguettava, allungando la vocale come una bambina capricciosa. “Mi fotocopi questi documenti? Per favoreeee.”
Feodor guardava la porta d’uscita, poi lei, poi di nuovo la porta. “Io… stavo andando a mangiare, ma se serve…”
Irina si specchiava nel suo mini specchio da trucco. “Ma sì, sei un tesoro.”
E lui finiva per perdere venti minuti di pausa, trovando puntualmente la fotocopiatrice occupata e arrivando al bar quando i piatti caldi erano già finiti. Così doveva accontentarsi di un panino freddo. Sempre lo stesso, una fettina di salame e dell’insalata di scarsa qualità.
Nonostante l’impegno i suoi superiori non lo tenevano mai in considerazione per un aumento o una promozione. Poi, quando un giorno arrivò al lavoro un nuovo dipendente la sua scrivania venne riassegnata senza nemmeno una spiegazione.
Forse è una riorganizzazione interna, pensò Feodor spostandosi senza protestare sulla piccola scrivania nel sottoscala.
Nessuno lo guardò né gli chiese nulla. Ma tutti continuarono, come se niente fosse, a chiedergli favori.
Ekaterina, la sua vicina, era l’opposto di lui: bellissima, teatrale e travolgente. Lunghi capelli scuri, occhi vivaci e una risata che si sentiva in tutto il cortile.
“Feodor, caro!” lo salutava ogni mattina con un ampio gesto della mano. “Sabato cena invito un po’ di amici a cena. Devi venire anche tu!”
“Non so se posso…”
“Ma certo che puoi!” lo interrompeva, già voltandosi per correre a fare altro. “Alle otto!”
Ogni volta che Feodor tentava di rifiutare, lei decideva comunque per lui salvo poi ignorarlo per tutta la sera, impegnata a chiacchierare con gli amici e le amiche più svegli e intraprendenti.
Lui si annoiava a morte ma non osava andare via per paura che Ekaterina si offendesse; anzi a fine serata, quando tutti se ne andavano, restava anche ad aiutarla a sistemare casa.
“Sei un angelo, Feodor”, sorrideva distratta lei.
Anche i vicini lo trattavano come un’ombra.
Quando provò a dire qualcosa sulle auto parcheggiate davanti al suo ingresso, Ivan — un uomo massiccio, con la voce da orso — lo interruppe subito.
“Oh, pensavamo non fosse un problema”, disse, in tono paternalistico come se stesse parlando a un bambino un po’ tardo di mente. “Comunque basta dirle le cose e si risolve. Qui nessuno vuole fare torto a nessuno, eh.”
Feodor annuì. Forse esagerava. Forse era lui il problema.
Come quando gli amici organizzavano feste a casa sua senza nemmeno consultarlo prima.
“Dovresti rilassarti di più amico”, diceva Dmitrij, dandogli la solita manata sulla spalla. “Sei sempre il solito esagerato. Sai che casa mia è troppo piccola per invitare gente, e poi ci divertiamo sempre tutti qui. Dovresti essere contento, no?”
Feodor sorrideva debolmente. Sì, forse esagerava, ma dentro di lui… qualcosa iniziava lentamente a scricchiolare.
I suoi capelli erano sempre stati difficili da tagliare, crespi e ribelli, e l’unico addetto del salone di parrucchieri dov’era cliente che li sapesse gestire era Andrej. Andrej era sempre gentile e, quando gli sorrideva, lo faceva senza nessun secondo fine.
Purtroppo però ogni volta che andava al salone, e che il tintinnio della porta di vetro annunciava il suo ingresso, Andrej sembrava non essere mai disponibile.
Oggi forse sarà diverso, pensò avvicinandosi al bancone del titolare mentre come sempre il profumo dei prodotti per capelli gli solleticava le narici.
“C’è Andrej oggi?” chiese, la voce misurata ma con una punta di speranza.
Il titolare, un omone grande e grosso appoggiato distrattamente al bancone, sollevò lo sguardo dal telefono con aria infastidita. Si comportava come se lui fosse un cliente di serie B, un ospite scomodo nel suo regno di forbici e asciugacapelli.
“È impegnato.”
Da fondo sala, Andrej lo vide e gli fece un cenno con la mano. “Feodor! Finisco qui e arrivo!”
“No, Andrej”, lo bloccò il titolare. “Dopo hai l’ingegner Nastase. Il signor Grijogoric lo facciamo seguire da Pyotr.”
Feodor avrebbe voluto dire no. Avrebbe voluto dire Pyotr mi sbaglia sempre il taglio. Voglio Andrej.
Ma si limitò a un breve sospiro. “Va bene… Pyotr andrà benissimo.”
E si sedette.
Camminava per strada, perso nei suoi pensieri. Sentiva un peso dentro di sé, un disagio che da tempo cercava di ignorare. Ma pian piano quel peso era diventato così grande che aveva finito con l’opprimerlo.
Ho sempre cercato di essere accomodante, pensava. Di non creare problemi, di non disturbare. È così sbagliato voler vivere in pace? Non volevo conflitti, non volevo discussioni. Ma… ma adesso mi sembra di aver perso ogni spazio, ogni diritto, persino la più piccola possibilità di scegliere.
E se avessi parlato prima? Se avessi detto: No, la mia scrivania non si tocca? Oppure: preferisco essere servito da Andrej? E se avessi detto: questa è casa mia, voi non potete decidere per me?
Feodor si fermò. Si guardò le mani, quasi aspettandosi di vedere attraverso di esse come se fosse invisibile.
Non perché fosse insignificante, ma perché non aveva mai imposto la sua presenza.
Quando tornò a casa, trovò il suo appartamento invaso. Bottiglie ovunque, giacche sulle sedie. La musica era sparata a tutto volume e gli amici ridevano e parlavano a voce alta.
“Cosa sta succedendo?” chiese.
“Festa, Feodor! Serve un po’ di vita in questa casa!” gli rispose ridendo Dmitrij.
Lui chiuse gli occhi per un momento. Inspirò. Ora basta, pensò.
“Uscite”, disse, in tono calmo ma fermo.
Nessuno gli prestò attenzione.
Inspirò di nuovo, più profondamente.
“HO DETTO… USCITE!”
La stanza si fermò. Le risate morirono. Gli sguardi si voltarono verso di lui, qualcuno rise nervosamente. “Feodor, ma che ti prende?”
Lui fissò Dmitrij negli occhi. “Questa è casa mia. E vi voglio tutti fuori di qui. SUBITO!”
Un silenzio innaturale calò nella stanza. Poi, uno dopo l’altro, gli amici raccolsero le loro cose e se ne andarono.
Feodor chiuse la porta dietro di loro. La chiuse piano, ma dentro di lui qualcosa si era chiuso con un tonfo.
E per la prima volta, sentì di esistere davvero.
FINE
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Quanto Feodor ritrovo in me, lasciavo correre per il quieto vivere e quando osavo alzare la testa tutti si “offendevano”. Ho imparato a dire quello che non mi va senza farmi troppi problemi, ma è stato un processo lungo che avrei dovuto intraprendere molto prima.
“Ho detto uscite!” Bravissimo Feodor!
Sì, se si dà agli altri l’abitudine di dire sempre sì poi appena si ha una reazione diversa si passa per cattivi, per aggressivi ecc (mentre invece chi magari è scorbutico e maleducato viene più rispettato e quando è gentile lo si apprezza). Purtroppo la tendenza al quieto vivere non sempre viene apprezzata, ogni tanto un “uscite!!” ci sta alla grande.
Grazie 🙂
Bravo Feodor! Ha fatto benissimo! Era ora! Meglio tardi che mai, come si dice. In troppi si sono approfittati della sua bontà d’animo e della sua pazienza: il suo amico, i colleghi di lavoro, il titolare del negozio di parrucchiere, i vicini di casa… Io credo che a forza di farci andare giù tutto quello che non approviamo, a forza di stare zitti, a forza di subire, si rischia di ammalarsi, perché il nervoso, la frustrazione, si manifestano anche attraverso il fisico, che prima o poi ci presenta il conto. Dopo la (tardiva) ribellione di Feodor, adesso ci vorrebbe la sua rivincita.
Sì, si rischia di ammalarsi e di sparire, diventando tappezzeria e spettatori della nostra stessa vita. Bisogna sempre stare attenti. Grazie 🙂
Bravo Feidor 😊 finalmente. Essere accomodanti non aiuta affatto a farsi rispettare
No, per nulla 🙂.
Grazie 😘
Questo racconto mi è piaciuto molto perché ho provato una sensazione di liberazione quando Feodor, alla fine, ha detto a tutti di uscire e ha sentito finalmente di esistere. A me spesso è successo di comportarmi come lui e di non riuscire a “liberarmi”. Ma bisogna essere assertivi e ricordarsi che anche le nostre necessità e opinioni sono importanti. Bisogna poter percepire la nostra esistenza attraverso il coraggio di prendere delle decisioni, anche se non piacciono agli altri. Anche noi siamo importanti. Complimenti per il racconto.
Ciao, grazie di aver letto e recensito ☺️.
Si, non bisogna farci “travolgere” dagli altri e dalle loro aspettative ma ricordarci che anche noi abbiamo diritto ad esistere e ad avere il nostro spazio nel mondo.
Bisogna principalmente esserne convinti noi, di questo, poi tutto il resto viene di conseguenza.
Un abbraccio 🤗