IL RITORNO DI KENSHIRO

Un anno dopo…
La polvere si sollevò nell’aria come un presagio di morte mentre il rombo dei motori risuonava tra le strade del villaggio, facendo tremare gli edifici fatiscenti e i cuori dei suoi abitanti.
“È la banda di Zeta!”
Il grido disperato di un uomo risuonò tra le case scatenando il panico. Uomini e donne si affrettarono a fuggire, raccogliendo quel poco che avevano prima di scomparire nelle ombre.
Tra loro, nascosto ai margini di una strada secondaria, Burt—un ragazzino di tredici anni dai capelli color rosso carota—stringeva nervosamente una tanica di benzina appena rubata.
Accidenti, questa non ci voleva…, pensò fissando le moto dei predoni che sfrecciavano per le strade de villaggio. Proprio adesso che avevo trovato la benzina…
“Lynn!” chiamò guardandosi freneticamente attorno. “Dove ti sei cacciata? Muoviti, dobbiamo andarcene!”
Nessuna risposta poi, quando la confusione delle persone si diradò… il respiro di Burt si fermò.
A pochi passi da lui, come in un incubo divenuto realtà, la fragile e graziosa ragazzina dai luminosi capelli rossi che era diventata la sua migliore amica era stretta nella morsa di un gigante dall’ingellata chioma crestata e dallo sguardo crudele.
“Quello è Zeta…” mormorò il decano del villaggio, e il gigante, che portava tatuati sulla fronte la lettera Z seguita dai numeri 666, il cifrato del demonio. “Oh povera piccola…”
Lynn tremava. Gli occhi sgranati, il respiro corto e il corpo paralizzato dalla paura si sforzava coraggiosamente di non piangere.
Zeta rise con ferocia, stringendola più forte e alzandola in modo che tutti potessero vederla. “Portatemi subito tutto il cibo, l’acqua e la benzina che possedete!” gridò, “altrimenti stritolerò questa mocciosa sotto i vostri occhi!”
Nessuno ebbe il coraggio di replicare: chi distoglieva lo sguardo chi digrignava i denti desiderando opporsi ai feroci predoni ma alla fine solo Burt fece un passo avanti.
“Lasciala!” gridò. “Lynn è soltanto una bambina!”
“Supplicami”, lo derise Zeta. “Anzi no, perché non lo fa lei?”
Strinse un po’ più forte il collo di Lynn i cui occhi stavolta si riempirono di lacrime.
“Non può farlo!” urlò Burt. “Lynn è muta e non può parlare, ha subito un trauma tremendo anni fa! Ti prego lasciala andare… ti darò tutta la benzina che ho!”
Zeta lo guardò per un momento poi scoppiò in un’oscena risata. “Sai che ti dico invece? Che vi ucciderò tutti e due, e poi mi prenderò tutto ciò che voglio! State tutti a vedere: Zeta non ha pietà per nessuno! Vi sottometterete a me, oppure morirete!”
Il suo ghigno crudele accompagnò la mano che strinse un po’ di più il collo di Lynn, pronta a spezzare la sua piccola vita.
Poi, di colpo, tutto cambiò: l’aria si mosse e uno sconosciuto, i cui lineamenti erano nascosti da un mantello, apparve alle spalle di Zetta con un movimento fulmineo.
Un attimo ancora… e Lynn non era più nelle mani del brigante ma stava adesso fra le braccia dello sconosciuto.
Zeta si voltò di scatto.
“Ma… ma cosa…?!” sgranò gli occhi. “Chi diavolo sei, maledetto?”
Lentamente, lo sconosciuto si inginocchiò e, posata Lynn a terra, le premette delicatamente le mani sulle tempie. “Adesso dovresti poter parlare…” mormorò, quindi si rialzò in piedi e con un gesto deciso si liberò del mantello.
Ora di fronte a Zeta si trovava un giovane alto e muscoloso vestito di pelle blu, con i folti capelli castani che ombreggiavano un viso dai tratti decisi.
“Tu”, disse al predone che lo superava di tutta la testa, la voce ferma come una lama pronta ad affondare. “Lascia questo villaggio e portati via i tuoi uomini. Subito.”
Zetta scoppiò a ridere, una risata piena di disprezzo e arroganza.
“Pensi di affrontarci da solo, ragazzo? Tu contro tutti noi?! Avanti uomini, fatelo a pezzi!”
L’orda di assassini si scagliò contro il giovane, ma invece di arretrare questi si tuffò in mezzo a loro, bersagliandoli di calci di potenza e velocità sovrumane.
“Esplosione Turbinante di Hokuto!”
Hokuto..., pensò impressionato il decano. Ma allora quello sconosciuto padroneggia la terribile arte assassina dell’Orsa Maggiore…
I corpi dei fuorilegge colpiti dalla miriade di calci del giovane si gonfiarono innaturalmente prima di esplodere dall’interno, uno dopo l’altro, fino a quando di loro rimase in vita il solo Zeta.
Questi fissava la scena pieno di rabbia mentre lo sconosciuto si voltò verso Lynn.
“Tutto bene, piccola? Adesso non hai più niente da temere. Io mi chiamo Kenshiro.”
Lei annuì debolmente, ancora tremante, poi fissò qualcosa alle spalle gli occhi le si spalacarono per il terrore.
“K…” mormorò, le note della sua voce che si alzarono ben presto in un grido. “Keeeeeeeeeeeeeen!”
Kenshiro si voltò così velocemente che Zeta rimase impalato a fissarlo con la mazza alta in mano.
“Tu… sei già morto. Hokuto Hyakuretstu Dan!”
Crivellò il viso e il corpo di Zeta di così tanti pugni che il predone, sollevato in aria dalla forza dell’attacco omicida, si gonfiò come un pallone esplodendo in mille pezzi.
Burt fissava la scena a bocca aperta poi, quando Kenshiro si voltò, si avvicinò a lui. “Sei… sei davvero fantastico, straniero! Hai ucciso quei maledetti in un attimo! Io mi chiamo Burt, e se dovessi avere bisogno di qualcosa conta pure su di me.”
“Ti ringrazio.”
“No, straniero”, intervenne il decano mentre la gente del villaggio si radunava piena di gratitudine attorno a Kenshiro. “Siamo noi a doverti ringraziare. Hai salvato il nostro villaggio da Zeta e la sua banda, che ci tormentavano da mesi. Permettici di offrirti in cambio cibo e ospitalità.”
“Siete molto gentili.”
“Lynn..” sorrise Burt, “tu adesso parli!”
“Sì…” annuì timidamente lei.
“Ma come hai fatto, Kenshiro? Ti ho visto farle una breve pressione sulle tempie e…”
“Solo un piccolo trucco, le ho premuto alcuni punti segreti di pressione.”
Una voce, flebile ma chiara a differenza del grido di prima, uscì dalle labbra di Lynn.
“Gra… grazie, Ken…”
Kenshiro sorrise: era sopravvissuto alle fiamme dell’inferno, vagando a lungo spossato e ferito per il deserto in cerca di vendetta ma lo sguardo pieno di innocente fiducia di Lynn gli fece ricordare che al mondo c’erano altre cose oltre a combattere e sopravvivere. Sì, si sarebbe fermato in quel villaggio almeno per un po’.
Aily si ammirava nello specchio tremolante, il bianco del vestito da sposa che brillava sotto la luce fioca delle candele. Le sue dita sfioravano il tessuto, immaginando il giorno in cui avrebbe camminato verso il suo amato Jon con il cuore colmo di speranza.
Domani mi sposerò, pensò, oh Dio sono così emozionata… e anche Rei arriverà qui per assistere al matrimonio…
Ma il suo sogno si spezzò in un istante, mentre il primo urlo squarciò la quiete della sera e un rumore di motori e grida selvagge si propagava nel villaggio. Aily corse alla finestra e vide le torce incendiare le case, mentre predoni sconosciuti si riversavano nelle strade come ombre senza volto. Il cuore della fanciulla si fermò quando vide quello che probabilmente era il loro capo: alto e possente e in sella a una moto, portava un elmetto dalle cupe fattezze e sul petto, illuminato dal fuoco delle torce, sette profonde cicatrici brillavano come stelle fatali.
Spaventata, Aily si tirò indietro poi la porta della casa si spalancò con un fragore. Sua madre si voltò verso di lei, gli occhi lucidi di terrore ma ancora pieni d’amore. Con mani tremanti, le porse il velo da sposa, come se quel gesto potesse proteggerla o salvare almeno un frammento del futuro che sognavano insieme. Ma l’illusione durò solo un istante.
I predoni invasero la casa colpendo a morte i suoi genitori che subito stramazzarono a terra; il loro capo fece il suo ingresso e ad Aily così da vicino sembra ancora più grande, persino più spaventoso.
“È questa?” chiese l’uomo e quando gli altri annuirono strappò il velo dalle mani di Aily, gettandolo a terra dove il sangue dei suoi genitori si allargava sempre più in macchie scure. “Tu adesso sei mia.”
“Aily!”
Un grido, e Aily vide Jon ritto sulla porta; aveva lo sguardo sconvolto ma sembrava illeso. “Sono qui amore mio.”
Fece per correre da lui ma subito una lama lo trafisse alle spalle e il giovane cadde a terra, subito coperto di calci e sputi fino a che lo stesso capo dei predoni gli schiacciò la testa sotto il suo stivale.
“Jooooooon!” pianse disperata Aily mentre il suo mondo le crollava attorno: la notte che avrebbe dovuto essere piena di sogni era diventata un incubo dal quale non poteva svegliarsi.
“E sta’ zitta!”
Il capo dei predoni la schiaffeggiò in pieno viso, più volte e così forte da farla alla fine ammutolire mentre il sangue le colava dal labbro. Poi la trascinò via e l’ultima cosa che Aily vide della sua casa era la stoffa candida del suo velo da sposa impregnarsi sempre più di sangue e i suoi genitori che morivano lì a terra senza che nessuno si occupasse di loro.
Il dopo fu ancora peggiore: distrutto e saccheggiato il villaggio, i predoni ripartirono e viaggiarono per metà della notte fino ad arrivare a una città il cui unico palazzo ancora del tutto integro sembrava proprio il loro covo.
Aily notò, sulla piazzetta di fronte al palazzo, un mezzobusto in marmo raffigurante il capo dei predoni poi venne portata dentro e sbattuta in una squallida stanzetta con solo un letto dal materasso mezzo sfondato come arredamento.
Il capo dei predoni venne da lei quando già tremava per il freddo ed era quasi mezza morta di fame, ma lui sembrò non curarsene.
Si accostò a lei e trascinandola rudemente in piedi le strappò il vestito, quel vestito che l’aveva fatta così tanto sognare, per poi palpeggiarla oscenamente ovunque.
Quando le infilò una mano in mezzo alle gambe lei gridò e lui, per tutta risposta, rise, l’elmetto che nascondeva il suo volto ma non la sua crudeltà e le cicatrici come stelle maledette sul suo petto.
La sbatté di nuovo a terra e iniziò a spogliarsi, il suo petto possente e i muscoli di gambe e braccia così in rilievo che solo con un movimento avrebbe potuto spezzarla in due: ma fu quando si tolse l’elmetto che Aily vide in faccia il vero terrore.
“Ti faccio paura, troietta?” le chiese lui, incombendo su di lei mentre il suo viso orribilmente deformato per poco non le fece perdere i sensi. “Rispondi!”
“N-no…”
Lui per tutta risposta si chinò su di lei e le strinse il collo togliendole il fiato. “No… mio signore. Coraggio, dillo!”
“N-no… mio signore.”
“Incominci a imparare”, ridacchiò l’uomo; poi le lasciò il collo, iniziando ad abusare su di lei in modi che Aily nemmeno poteva concepire.
La costrinse a fare le cose più umilianti, penetrandola da davanti mentre la costringeva a fissarlo in viso e da dietro girandole la testa per imprimerle sulla bocca i suoi baci ripugnanti.
Rei, fratello mio..., pensò Aily quando alla fine lui la lasciò andare, sfinita, violata e in preda ai conati di vomito. Ti prego vieni ad aiutarmi…
A seguire…
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