FERNANDO
Scritto nel febbraio del 2011

La mia era una famiglia di poveri pescatori Catalani, originari di Puerto Nuevo ma trasferitisi a Marsiglia, in Francia, quand’ero appena un bambino.
Appena fui in grado di maneggiare le reti, mio padre portò con sé sulla sua barca da pesca dove lavorai insieme a Gaspard Caderousse, un marsigliese dall’aria astuta e la lingua lunga. A quindici anni ero già un pescatore esperto, con i muscoli temprati dalla vita di mare. Mio padre acquistò un’imbarcazione tutta sua, ma non cercò altri marinai: io bastavo per due.
Un giorno, appena rientrati dalla pesca, trovammo mia madre al molo. Accanto a lei c’era una ragazza che non conoscevo.
“Fernando”, disse mia madre. “Questa è tua cugina, Mercedes Montiyo, figlia di tuo zio Francisco.”
“Piacere di conoscerti, cugina.” Le diedi la mano, un po’ impacciato ma con un calore che non riuscivo a trattenere. Com’era bella! Capelli scuri, occhi verdi e un corpo esile e snello come quello di una ballerina.
“Il piacere è mio, Fernando.”
Il suo sorriso era gentile, ma già mi colpiva come un raggio di sole.
“Mercedes starà con noi per un po’” spiegò mia madre. “Suo padre è morto, e sua madre è tornata dalla sua famiglia a Lione.”
“Allora benvenuta, Mercedes”, aggiunsi, e dentro di me mi ritrovai a pensare che non sarebbe stato male se fosse rimasta con noi per sempre.
Da quel giorno, io e Mercedes diventammo inseparabili e, quando non ero al lavoro, trascorrevo con lei tutto il mio tempo libero. Le sere che invece rientravo dalla pesca la trovavo ad aspettarmi al porto, a volte con un frutto o una bevanda fresca. Era gentile, intelligente, e il suo spirito allegro mi conquistava.
Mi piaceva, e l’affetto che provavo per lei si trasformò via via in qualcosa di più profondo. Mercedes sembrava ricambiarmi, e mia madre incoraggiava il nostro legame.
Anche mio padre la apprezzava, ma purtroppo una breve malattia ce lo portò via a fine primavera dell’anno successivo. Il dolore per la sua perdita mi devastò, mi chiusi in un muto dolore e per parecchie settimane non riuscii neanche più a prendere la barca per uscire a pescare.
Solo la vicinanza di mia madre e di Mercedes mi aiutò lentamente a superare il dolore, giorno dopo giorno e senza mai farmi sentire solo. Credo che sia stato in quei giorni che m’innamorai di Mercedes, e il sentimento che iniziai a provare per lei crebbe inarrestabile giorno dopo giorno.
Passarono tre anni e, mano a mano che il tempo passava, non riuscii più a nascondere i miei sentimenti Così una sera, sotto il pesco accanto a casa, decisi di parlare con Mercedes.
“Mercedes…” iniziai, sperando che la poca luce aiutasse a mascherare il rossore imbarazzato del mio viso. “Io… non faccio che pensare a te. Non sono bravo con le parole, lo sai ma… ti amo più della mia stessa vita. Dimmi… vuoi diventare mia moglie?”
Abbassò lo sguardo, e vidi il suo sorriso farsi più tenue. “Fernando io… ti voglio bene, davvero. Tu per me sei come un fratello, lo sai, il mio migliore amico. Però non è questo l’amore che sogno.»
“Un… fratello? Mercedes, ma io ti darei la mia vita!”
“Ti prego, lasciami finire. Io sogno un amore che illumina gli occhi e riempie il cuore e so che quando arriverà, lo riconoscerò. Finora però… non l’ho ancora incontrato. Mi dispiace credimi, l’ultima cosa che vorrei è farti soffrire.”
Rimasi in silenzio, senza sapere più cosa dire. Mercedes mi aveva respinto, lei… non mi amava.
Nei mesi successivi non le parlai più dei miei sentimenti ma mi accontentai di amarla in silenzio, all’ombra della speranza di un suo ripensamento. Lei invece diventava ogni giorno più bella, e – anche se allora non me ne rendevo ancora conto – si allontanava sempre più da me.
Capitano Edmond Dantès… credo di aver iniziato a odiare quel nome ancor prima di conoscere l’uomo che lo portava. L’uomo che mi aveva portato via Mercedes.
Negli ultimi mesi, mia cugina lo nominava spesso, raccontando di averlo incontrato per la prima volta un pomeriggio mentre accompagnava mia madre al mercato. Il padre di Dantès era un sarto; Mercedes si era fermata accanto alla sua bancarella e lì aveva conosciuto il giovane capitano, che al ritorno da una missione in mare si era fermato a parlare con l’anziano genitore.
Capii subito che non si trattava della semplice infatuazione di una ragazza di provincia per un bel marinaio. Era amore, quello che Mercedes non provava per me.
Insistette così tanto perché lo conoscessi che alla fine cedetti. Edmond era un bel giovane, biondo e con un viso franco e leale. E leale, da quanto venni a sapere, lo era davvero: buono d’animo, gentile e stimato dai suoi marinai, che lo avevano voluto capitano per il suo valore e la fermezza con cui li aveva condotti fuori da più di una situazione delicata e persino da un recente rischio di naufragio in mare aperto.
Quando lo incontrai, mi sorrise e mi tese la mano. “Fernando, è un piacere conoscervi. Mercedes mi ha parlato benissimo di voi, e mi ha detto che vi ha più caro di un fratello.”
Sotto lo sguardo di Mercedes, mi sforzai di essere cordiale. “Sono lieto che sia così, capitano Dantès. So che siete un capitano di vascello. Su quale nave?”
“La Pharaon, è un mercantile”.
Annuii senza sapere bene cosa aggiungere e fu un sollievo quando, poco dopo, Edmond ci salutò e si allontanò fischiettando lungo la strada. Lo osservai bruciante d’invidia mentre Mercedes, vicino a me, era invece il ritratto della felicità.
“Oh Fernando, sono così felice che tu ed Edmond vi siate incontrati. E vorrei tanto che diventaste amici.”
Avvampai. “L’amicizia è un dono da concedere con prudenza, Mercedes. E questo Edmond lo conosco appena.”
“Hai ragione. Ma vedrai, quando lo conoscerai meglio gli vorrai bene come gliene voglio io.”
Ne dubito, mi trattenni dal dirle, mentre dentro di me già covava il seme dell’odio.
Quella sera mi fermai a bere qualcosa alla locanda dei Tre Squali e, per caso vidi Caderousse seduto ad un tavolo con uno sconosciuto. Quando mi vide, mi salutò facendomi segno di avvicinarmi.
“Fernando! Vieni, siediti con noi. Ti offro da bere.”
“Ti ringrazio, Caderousse. Non ho voglia di tornare a casa.»
“Questo è Jean-François Danglars”, disse lui indicandomi il suo compagno. “Danglars, ti presento Fernando Mondego. È un giovane in gamba, io e suo padre eravamo molto amici.”
Danglars mi squadrò con occhi stretti e un sorriso appena accennato. “Fernando Mondego… interessante. Ho sentito parlare di voi. Conoscete il capitano Edmond Dantès, vero?”
“Di vista.”
“E immagino vi avrà fatto una buona impressione. Tutti lo amano, lo ammirano… e le dame, naturalmente, non resistono al suo fascino.” Si fermò, osservandomi con compiacimento.
Trasalii. Cosa voleva dirmi?
“Da come ne parlate”, intervenne Caderousse. “Sembra un eroe, questo Dantès.”
“Sembra, sì. Ma io ero con lui in mare e, credetemi se ve lo dico, so cose che potrebbero offuscare la sua gloria e gettarlo nella polvere.”
Mi alzai bruscamente. “Non mi piace questa conversazione. Preferisco tornarmene a casa.”
Danglars, per nulla offeso, fece per tendermi la mano ma io non gliela strinsi e mi allontanai. Quel l’individuo aveva qualcosa che non mi piaceva, e non volevo entrare in confidenza con lui.
Sulla via di casa, venni colto da un pensiero. Dantès era un marinaio, già scampato a un naufragio. Se la fortuna l’avesse abbandonato e fosse morto in mare, Mercedes avrebbe sofferto, certo. Ma forse, per me, si sarebbe aperta una nuova speranza…
Una sera incontrai Danglars al porto.
“Buonasera, Mondego”, mi salutò. Il suo sorriso era sottile e sinistramente compiaciuto. “Posso offrirvi da bere? Ho appena concluso un affare importante e oggi sono particolarmente di buon umore.”
“Vi ringrazio”, risposi freddamente. “Ma stavo tornando a casa.”
“Come volete. Ah, a proposito… avete sentito l’ultima sul capitano Dantès?”
Stavo già per voltarmi, ma quel nome mi trattenne. “Che intendete?”
“Beh, è una faccenda lunga… magari davanti a una bottiglia di bourbon?”
Esitai. Quell’uomo non mi piaceva, ma la tentazione di scoprire i segreti del mio rivale era troppo forte.
Lo seguii all’osteria e ci sedemmo a un tavolo vicino alle finestre.
“Allora?” chiesi mentre lui ordinava da bere. “Che avete da dirmi?”
“Sapete già che ho navigato con Dantès. Ero il contabile della Pharaon, e la notte in cui il precedente capitano morì facemmo scalo all’isola d’Elba. Dantès sparì per due giorni, poi tornò senza dare spiegazioni. Ebbene… vi fu chi sospettò che avesse addirittura incontrato Napoleone.” Si fermò un momento. “Pensate, il signor Dantès, un giovane così buono e leale, un traditore bonapartista! È un’accusa grave, che potrebbe persino costargli la prigione a vita.”
Mi sporsi in avanti sul tavolo. “Che cosa volete da me?” lo fissai.
“Oh, nulla. Ma riflettete: non renderemmo un servizio alla corona denunciando Dantès alle autorità?”
Deglutii e pensai a Mercedes. Poi scossi la testa. “Non intendo correre quel rischio. Se lo denunciassimo e poi risultasse innocente, noi…”
“Esiste anche un altro tipo di denuncia. Quella anonima.”
Il sorriso di Danglars era gelido.
Sbiancai, tremando per l’agitazione. Una lettera anonima…
Mi alzai di scatto e, senza salutare Danglars, uscii di corsa e finii per perdermi, travolto dai miei pensieri, per le vie di Marsiglia.
Ci furono occasioni, in seguito, in cui rischiai la vita, eppure la solitudine e la disperazione di quella notte sono paragonabili solo a un’altra, che ancora oggi non riesco a dimenticare.
Cercavo di riflettere lucidamente, ma il mio unico pensiero era Mercedes. La sola idea di perderla per sempre mi faceva impazzire, tanto da rendermi capace di qualunque gesto. Se avessi sfidato a duello Dantès e lo avessi ucciso, Mercedes non mi avrebbe mai perdonato, ma un’accusa anonima non avrebbe attirato su di me nessun sospetto…
All’alba rientrai in casa in uno stato pietoso e fui lieto che nessuno mi vedesse.
Trascorsi la giornata successiva al lavoro ma la sera, rispondendo al demone che si era impadronito di me, andai a cercare Danglars per dirgli che accettavo la sua proposta.
E così lo facemmo. Insieme.
“Si desidera far sapere al signor sostituto procuratore della corona”, iniziai a scrivere, “che il tale Edmond Dantès si è reso responsabile di…”
Sono passati tanti anni da allora, e non ricordo più bene le parole esatte. Ricordo però che, finito di scrivere, imbustai la lettera e la spedii dal primo ufficio postale che trovai.
Compiuto quell’atto spregevole, cercai di nascondere a Mercedes il disgusto che provavo per me stesso e la segreta e folle speranza che, sulla base delle mie accuse, Dantès venisse accusato e imprigionato, finendo per marcire in prigione per il resto dei suoi giorni…
Lei non parve notare il mio stato d’animo, presa com’era da Edmond e dalla festa di fidanzamento che avevano organizzato al caffè dove, mi raccontò, si erano confessati i loro sentimenti per la prima volta.
Naturalmente fui invitato. E, controvoglia, accettai.
La festa era al culmine. Dantès e Mercedes danzavano, splendidi, al centro della sala. Io li osservavo, divorato dall’invidia mentre Danglars – invitato lì dallo stesso Dantès – beveva scambiando battute con il padre di quest’ultimo.
All’improvviso, la porta del caffè si spalancò ed entrarono alcuni gendarmi.
“Chi di voi è il capitano Edmond Dantès?”
“Sono io.”
“Capitano Dantès, siete in arresto per ordine del procuratore del re.”
Edmond era sorpreso, ma non mostrò paura. “In arresto? Con quali accuse?”
“Edmond!” si fece avanti Mercedes. “No, vi prego, dev’esserci uno sbaglio! Edmond non ha fatto nulla!”
Si aggrappò al braccio del gendarme con le lacrime agli occhi, ma lui la ignorò. “Lasciateci fare il nostro dovere. Ogni chiarimento avverrà davanti alla giustizia.”
“Mercedes, non temere”, la rassicurò Dantès. “Padre, amici miei state tranquilli! Tornerò presto.”
“Edmond…” sussurrò Mercedes, stringendogli la mano fino all’ultimo istante.
Quando Dantès sparì con i gendarmi, scambiai una rapida occhiata con Dainglars poi mi avvicinai a Mercedes e al padre di Edmond.
Le ore passarono senza nessuna notizia, e a sera Mercedes era ormai in preda alla disperazione.
“Sono certa che Edmond è stato trattenuto da una formalità”, cercò di confortarla mia madre. «Vedrai che domattina tornerà. Vero, Fernando?”
“Sì madre, ne sono convinto anch’io.”
Il padre di Edmond non disse nulla ma l’indomani, quando suo figlio non tornò né mandò notizie, andò dall’armatore Morrel insieme a Mercedes.
Grazie a quest’ultimo, un vecchio amico di famiglia che a Marsiglia godeva di una certa fama, vennero a sapere – dopo molti tentativi – che Edmond Dantès era stato accusato di alto tradimento e condannato alla prigione a vita nel castello d’If.
Avevo vinto quindi, mi ero liberato del mio rivale… ma ero anche sorpreso. Quali accuse potevano giustificare una condanna tanto dura? Certo la mia lettera anonima non poteva essere stata sufficiente… doveva essere successo qualcos’altro.
Cercai di stare vicino a una disperata Mercedes e di confortarla come meglio potevo, cercando di mascherare il disagio che provavo. Che cos’avrebbe pensato, la fanciulla che amavo, se avesse scoperto che ero io — io, che lei amava come un fratello — il responsabile della sua angoscia?
I mesi successivi trascorsero veloci e, nonostante i ripetuti tentativi del signor Morrel di ottenere almeno un colloquio con il sostituto procuratore di Marsiglia, il signor de Villefort, di Edmond non si seppe più nulla.
Io intanto mi ero convinto – o forse illuso – che, se Edmond era stato punito con tanta durezza, doveva essere per forza colpevole. Forse era davvero un traditore bonapartista… o persino qualcosa di peggio.
Altrimenti, mi dicevo, il procuratore non l’avrebbe condannato con tanta fretta.
Mercedes, grazie alla mia costante vicinanza, lentamente si riprese rassegnandosi a un’evidenza che ormai non si poteva più negare. Il suo sguardo aveva perso la limpida lucentezza di un tempo, ma a poco a poco era tornata a sorridere. Brevi momenti, fugaci ma reali.
Io ero felice. Di giorno lavoravo alla mia barca e la sera stavo con Mercedes, a scherzare e chiacchierare vicino al fuoco. La nostra vita sembrava tornata alla normalità, come prima che Edmond Dantès cambiasse ogni cosa.
Ma proprio quando credevo di aver trovato un po’ di pace, arrivò una lettera di convocazione dell’esercito francese. Mi si ordinava di partire per Rouen, dove avrei dovuto mettermi agli ordini del generale di stanza lì, il signor conte de Morcerf.
Le armate del nostro re Luigi XVIII, infatti, stavano partendo per la Spagna, per combattere lì al fianco dei nativi e al nostro esercito servivano forze fresche.
Ero iscritto alle liste dei possibili reclutati e non potevo sottrarmi al mio dovere così, pur con la morte nel cuore, mi rassegnai a partire.
Mia madre, piangendo, mi abbracciò forte augurandomi buona fortuna e Mercedes mi diede un bacio sulla guancia.
“Mercedes…” mormorai, senza sapere cos’altro dire.
«Fernando, non morire, ti prego. Non sopporterei di perdere anche te, dopo…»
La interruppi. Non volevo sentire quel nome. Quel nome che avrei voluto cancellare dal suo cuore.
“Mercedes, io tornerò”, promisi prendendole la mano. «Promettimi che mi aspetterai.»
Annuì appena e io, allacciatomi alla vita il pugnale che mio padre mi aveva regalato quand’ero bambino, presi la mia sacca da viaggio e mi misi in cammino.
Gli anni che passai sotto le armi furono duri e difficili, ma anche intensi e avventurosi.
Arrivai a Rouen in una sera di pioggia e, bagnato e infreddolito, presi alloggio in una locanda modesta. Dopo una cena frugale, restai seduto in silenzio sorseggiando un boccale di birra scadente.
Poi, a un tavolo vicino, una voce attirò la mia attenzione.
“Lo affermo senza timore di essere smentito, signori: anche dopo la caduta di Bonaparte, le armate di Francia restano le migliori d’Europa.”
A parlare era stato un anziano ufficiale francese, con i capelli bianchi e i lunghi mustacchi, ma un altro militare – dalla divisa chiaramente straniero – arricciò il naso.
“E… allora…” replicò in un francese stentato. “Come spiegate… le sconfitte navali… degli ultimi mesi?”
Il vecchio non si scompose. “Ve lo ripeto. Gli ufficiali francesi sono i migliori, e non solo sul campo di battaglia. Se volete, ve lo posso dimostrare anche solo con una semplice partita a dadi.”
Giocarono, e l’ufficiale francese vinse rapidamente una discreta somma. Poi si alzò sorridendo.
“Bene, signori. Vi ho dimostrato coi fatti la veridicità delle mie parole. Ora, se volete scusarmi, mi ritiro.”
Si diresse alla porta, e qui una moneta d’oro gli cadde dalla tasca. Non mi piacquero le occhiate avide lanciategli da alcuni avventori, e così decisi di seguirlo fuori.
“Signore!” lo chiamai.
Si voltò, brusco, verso di me. “Che volete?”
“Semplicemente accompagnarvi. È buio, e temo che corriate il rischio di essere rapinato.”
Sembrò trovare le mie parole divertenti. “E io dovrei fidarmi di voi, ragazzo? Siete un angelo custode, per caso?”
Non ebbi tempo di rispondere, perché due uomini ci assalirono. Sguainai il pugnale, colpendone uno al braccio mentre l’ufficiale, sorprendentemente agile per la sua età, evitò l’altro e gli puntò la spada alla gola un attimo dopo averla sguainata. L’uomo arretrò, poi lui e il suo compagno fuggirono dileguandosi nella notte.
“Siete ferito, signore?” chiesi al vecchio.
“No, grazie a Dio. O forse dovrei dire… grazie a voi. Come vi chiamate?”
“Fernando Mondego. Sono qui per arruolarmi nell’esercito francese, agli ordini del generale conte de Morcerf.”
“Fernando Mondego”, annuì dopo un attimo d’incertezza. “È un nome che ricorderò. Bene, mio giovane amico, io adesso devo fare rientro ai miei alloggiamenti. Vi auguro la buonanotte.”
Si allontanò a passi svelti, senza darmi il tempo di replicare. Così mi voltai e tornai alla locanda pensando che, nella concitazione del momento, non avevo neppure chiesto al vecchio il suo nome.
Il giorno successivo mi presentai al comando militare per mettermi al servizio del generale de Morcerf che, con mia grande sorpresa, scoprii essere proprio il vecchio ufficiale al quale avevo salvato la vita la notte precedente.
Morcerf mi prese subito in simpatia e, dopo dure esercitazioni, partimmo per la zona dei Pirenei e per due anni ci battemmo contro i rivoluzionari che infestavano il Paese.
Frattanto, in Francia scoppiò il finimondo. Napoleone Bonaparte, fuggito miracolosamente dall’Elba, fece ritorno a Parigi, mise in fuga il re e si riappropriò del potere.
Molti ufficiali della nostra armata abbandonarono gli avamposti spagnoli per mettersi al servizio di Bonaparte, travolti dall’entusiasmo per il suo ritorno, ma Morcerf non li seguì.
Giocavamo spesso a carte, io e lui, e una sera, mentre la pioggia batteva contro i vetri del suo alloggio, mi confidò un pensiero. “Napoleone non durerà.” La sua voce era calma, ma ferma, come se parlasse di un destino già scritto.
“Come potete esserne così sicuro, signore?”
Lui sorrise appena. “L’armata francese non ha numeri sufficienti per far fronte a tutti i suoi nemici, ed è priva di flotta. I soldati dello zar avanzano da est, e Inglesi e Prussiani sono pronti. Bonaparte non ha alcuna possibilità di farcela, questa volta, ed è per questo che sono rimasto al mio posto. Presto dovrà abdicare nuovamente e, alla sua caduta, la nostra fedeltà al re sarà premiata.”
Ancora una volta si dimostrò saggio interprete degli eventi. Solo tre mesi dopo infatti, il 18 giugno 1815 Bonaparte fu sconfitto definitivamente a Waterloo ed esiliato in una remota isola nel bel mezzo dell’Oceano. Gli Inglesi non gli avrebbero mai più dato una seconda opportunità di tornare.
Poco dopo, restaurato sul trono, Luigi XVIII richiamò i generali — pochi, in verità — che gli erano rimasti fedeli e Morcerf, che nel frattempo aveva sconfitto con astuzia le truppe ribelli spagnole, rientrò a Parigi. Io lo seguii, e ottenni la nomina a tenente-colonnello per meriti sul campo.
Era la mia prima volta nella capitale, ma il mio pensiero era solo per Mercedes, a Marsiglia e per mia madre. Morcerf, che conosceva i miei sentimenti, mi concesse una licenza di una settimana. “Vorrei poterti dare più tempo, Fernando. Ma ho sentito dire che il re mi vuole affidare una missione importante e, quando partirò, ti voglio al mio fianco.”
Ero commosso. L’affetto e la fiducia che quel vecchio soldato mi dimostrava mi riempivano d’orgoglio e, se non fosse stato per il desiderio di rivedere i miei cari, non mi sarei mai separato da lui.
“Vi ringrazio, signore”, risposi, poi lo salutai e mi precipitai alla corriera più vicina.
La mia vecchia casa di Marsiglia sembrava sempre uguale e mia madre, più stanca ma comunque in salute, mi accolse con gioia.
“Madre, sono tornato!” esclamai abbracciandola con affetto.
Lei, felice nel vedermi dopo tanto tempo, mi affondò il viso nel petto. “Fernando, figlio mio… sono così felice di rivederti…”
Mi sedetti con lei e parlammo a lungo. Raccontai a mia madre delle mie imprese militari poi, a cena, mi decisi a fare la domanda che tanto mi stava a cuore.
“Dimmi madre, Mercedes, dov’è?”
“È andata a vivere con sua madre, a Lione, sei mesi fa. Te l’avrei fatto sapere, se avessi saputo dove scriverti.”
Annuii, non riuscendo a nasconderle la mia delusione. “Capisco”, mi limitai a commentare, ma mia madre mi posò una mano sulla mia.
“So che avresti voluto rivederla, figlio mio. Mi spiace.”
“Non preoccuparti. Se dovesse scriverti però, madre, ti prego di dirle che le mando i miei saluti. E che la penso sempre.”
Rimasi a Marsiglia fino a fine licenza, poi riabbracciai mia madre e ripartii per Parigi senza aver rivisto Mercedes. Ero deluso, ma almeno mia madre mi aveva detto che, da quanto sapeva, non si era sposata e questo mi lasciava qualche speranza.
Non appena rientrato al mio battaglione, mi comunicarono che da lì a tre giorni saremmo partiti per Giannina, in Grecia. Ci era stato assegnato il compito di sostenere – insieme a un contingente portoghese – il sultano Alì-Pascià, assediato nel suo palazzo dai rivoluzionari guidati da El Tigre, guerriero astuto e senza scrupoli. Mi sarei fatto di nuovo onore… e questa volta, al mio ritorno, avrei fatto visita a Mercedes.
La Grecia era un Paese brullo e inospitale, completamente diverso dalla nostra dolce Francia. Tre forze s contendevano il potere sul territorio: oltre al regime traballante del sultano e ai rivoluzionari di El Tigre, vi erano anche i Turchi, che occupavano la parte meridionale del Paese.
Appena arrivati, fummo attaccati dai rivoluzionari, evidentemente informati dell’arrivo di truppe straniere. Mi battei con il consueto valore e quando vidi un rivoluzionario avventarsi su Morcerf, pronto a colpirlo alle spalle, mi gettai su di lui trafiggendolo a morte con la spada.
Il vecchio si voltò e mi sorrise. “Mi hai salvato la vita, Fernando…» mormorò. “Ancora.”
Poi la confusione della battaglia ci separò.
Eravamo superiori militarmente e meglio addestrati e presto avemmo la meglio tanto che al nemico non rimase altro da fare che ritirarsi sulle montagne, che senza dubbio conosceva a menadito.
Noi entrammo in forze a Giannina e la popolazione, fedele al sultano, ci accolse festosamente.
Alì-Pascià, uomo anziano e temprato dalle avversità, ci invitò nella sua reggia. Si mostrò cortese, ma c’era qualcosa in lui che non mi convinceva come se, dietro ai suoi modi regali, volesse nasconderci qualcosa.
Sua figlia, Haydèe – alta, dalla pelle scura e con due profondi occhi neri – ci servì personalmente da bere. Era di una bellezza magnetica e gli altri ufficiali sembravano non avere occhi che per lei. Io però non riuscivo a pensare ad altro che a Mercedes, e a quanto lei mi mancasse. Chissà se anch’io le mancavo?
“Il sultano sta tramando per vendere il suo regno ai rivoltosi”, mi disse Morcerf, quando una sera lo raggiunsi nella stanza che gli era stata assegnata all’interno della reggia. La sua voce era grave, come un giudizio irrevocabile.
Impallidii. “Che cosa dite, signore?”
“La sua condotta mi sembrava sospetta, così ho indagato e ho scoperto che ha preso accordi con i rivoluzionari. Dopodomani, le truppe di El Tigre, prenderanno Giannina massacrando le forze straniere qui presenti. Alì-Pascià a quel punto sarà già lontano con la sua famiglia. La soffiata mi è giunta da un eunuco che sorveglia le sue mosse.»
Mi appoggiai al davanzale della finestra. “Ci vende…”
Otto mesi a Giannina, e ora il tradimento. “Cosa possiamo fare?”
Morcerf sospirò. “Fernando, ci sono momenti nella vita di un uomo in cui bisogna agire con prontezza. E a volte, non c’è altra scelta che rispondere a una scorrettezza con un’altra.”
“Che cosa intendete dire?”
“Dobbiamo anticipare il traditore. Abbandoneremo Giannina domani stanotte, lasciando Alì nelle mani dei Turchi.”
“Ma questo… è tradimento!”
Morcerf mi posò le mani sulle spalle. “Sì, lo è. Ma dimmi: non è altrettanto traditore chi abbandona i suoi alleati per salvarsi?”
“Certo, ma… agendo come suggerite, ci metteremmo al suo stesso livello. Non intendo macchiare il mio onore con un’azione tanto spregevole. Ora scusatemi, mi ritiro.”
Morcerf non tentò di fermarmi ma si voltò silenzioso verso la finestra.
Uscendo, mi trovai di fronte Haydèe.
“Scusate, colonnello.”
La sua voce era esitante, ma i suoi occhi profondi mi colpirono.
“Ditemi, principessa.”
“Volevo chiedervi… pregarvi… di proteggere la mia famiglia in questi giorni difficili. Io… io non so, ho un brutto presentimento…”
Le sorrisi, cercando di sembrare rassicurante. “Ve lo prometto.”
Mi fissò, con gli occhi lucidi pieni di ingenua speranza. “Lo… giurate?”
“Sono un ufficiale di Sua Maestà il re di Francia, principessa, e per me l’onore viene prima di tutto. Se giuro di proteggervi, manterrò la mia promessa. Potete stare tranquilla.”
Haydèe sorrise e, presemi le mani fra le sue, si sporse per baciarmi. Quando le nostre labbra si toccarono, la strinsi a me.
Durò un attimo, poi lei si staccò.
“Buonanotte, colonnello.”
In quel momento le notai, sulla spalla destra lasciata scoperta dalla veste, una voglia a forma di delfino.
Lei vide che la guardavo e la sfiorò arrossendo leggermente. “Mio padre sostiene che è la prova che discendo dalle sirene.”
Le sorrisi, poi le baciai la mano e mi chiusi nel mio alloggio. Qui mi buttai sul letto, in preda all’agitazione. Il bacio di Haydèe aveva risvegliato sensazioni che credevo dimenticate. Pensai a Mercedes, ancora libera a Lione. Dio, quanto mi mancava!
Volevo disperatamente rivederla. Volevo vivere. Ma tra poche ore saremmo tutti morti, traditi dal sultano…
No. Non poteva finire così. Non potevo gettare via la mia vita in modo tanto inutile.
L’alternativa significava tradire. Tradire la divisa che avevo indossato con orgoglio, e persone che avevano riposto la loro fiducia in me. Ma morire e non rivedere mai più Mercedes…
No. Dovevo salvarmi. E in fondo, che cos’era mai tradire un traditore?
Un uomo che ci avrebbe consegnati al nemico senza esitazione non meritava di vivere, né di vedere sacrificati alla sua causa migliaia di uomini.
Mi alzai di scatto dal letto deciso a tornare da Morcerf. Sulla porta però pensai ad Haydèe. Si era affidata a me, aveva messo la sua vita nelle mie mani… le avevo giurato di proteggerla.
Come potevo condannarla così? Mi morsi le labbra, in preda al dubbio e ai rimorsi. Alla fine presi una decisione e, uscendo dal mio alloggio, mi accinsi a commettere la seconda azione riprovevole della mia vita.
Il generale turco strinse la mano a Morcerf.
Scambiarono qualche parola, poi lui raggiunse me e gli altri suoi luogotenenti.
“Ora possiamo andare”, disse con espressione imperscrutabile. “Ci muoveremo al calar della sera, uscendo dalla porta laterale della città. Così i soldati di Alì non noteranno la nostra fuga.”
E così facemmo. Fuggimmo, abbandonando Giannina al suo destino, per trasferirci in Spagna a rinforzare le truppe del generale Govou a sostegno delle forze regie.
Frattanto, d’accordo con i Turchi, fu fatta circolare una versione ufficiale secondo cui, dopo aver resistito coraggiosamente all’assedio, il nostro corpo d’armata era stato costretto ad abbandonare Giannina in seguito alla morte del sultano e della sua famiglia.
In tal modo, fummo considerati eroi, soldati valorosi che avevano lasciato la battaglia solo quando sul posto non c’era più nulla da difendere.
Nei mesi che trascorremmo a combattere in Spagna io ottenni, per valore sul campo, il titolo di generale. Poi, una volta sconfitti i ribelli iberici, rientrammo a Parigi dove venimmo accolti con grandi festeggiamenti.
Morcerf fu ricevuto persino dal re, che gli conferì il titolo di Pari di Francia e la Legion d’Onore e tutti noi venimmo decorati con medaglie al valore e onorificenze.
Appena possibile, chiesi e ottenni una licenza di tre mesi e questa volta ero deciso: dovevo rivedere Mercedes.
A Marsiglia mi attendeva però una notizia terribile: la mia cara madre era morta, portata via dal colera. Quando lo seppi, mi crollò il mondo addosso. Rimasi a lungo seduto sul letto della mia vecchia stanza, incapace di respirare, come se il dolore mi avesse stretto la gola con una mano gelida. Dopo mio padre, Dio aveva voluto strapparmi anche la mia cara madre. Piansi con tutto me stesso, per giorni, senza riuscire a trovare pace.
Quando riuscii a riprendermi, ancora con il cuore pesante vendetti la casa dov’ero cresciuto e, dopo un’ultima visita sulla tomba dei miei genitori, ripartii.
A Marsiglia non avevo rivisto nessuno delle vecchie conoscenze: Caderousse si era trasferito in Lorena, Danglars invece aveva fatto fortuna a Parigi.
Arrivato a Lione e raggiunta la casa dove Mercedes viveva con la madre, al cancello mi fermai di colpo. Lei era là, ancora più bella di come la ricordavo.
Quando alzò gli occhi e mi vide, rimase come impietrita. Poi corse al cancello, lo aprì e mi corse fra le braccia.
“Fernando… Fernando, sei davvero tu?”
La sua voce tremava, ma il tono era armonioso, più maturo di come lo ricordavo. Il cuore mi batteva a mille.
“Sì, Mercedes. Sono io.”
“Quattro anni, Fernando… quattro anni senza notizie, se non poche righe dalla tua povera madre… e questa divisa…”
Sorrisi, orgoglioso. “Sono generale, adesso.”
“Vieni, entra. Oh, Fernando, non sai quanto sono felice di rivederti…”
La seguii in casa, col cuore colmo di gioia per quell’accoglienza calorosa. Ora restava da vedere se il resto della giornata sarebbe stato all’altezza di quell’inizio così promettente.
E lo fu.
Parlando con Mercedes, venni a sapere che, due anni dopo la mia partenza da Marsiglia, il sostituto procuratore de Villefort, adesso Procuratore Generale della Corona a Parigi, aveva comunicato per lettera al signor Morrel che Edmond Dantès era morto in carcere.
Distrutto dal dolore, il padre del giovane si era suicidato. Mercedes, che gli era stata accanto fino all’ultimo, si era poi trasferita a Lione, da sua madre, per cercare di dimenticare.
Mentre mi raccontava tutto, la voce di Mercedes era rotta dal pianto. Io, invece, ero segretamente felice perché sembrava che tutti gli ostacoli alla mia futura felicità con lei fossero caduti.
Quando mi congedai, le promisi che nel periodo che avrei trascorso lì le sarei stato vicino. Volevo recuperare gli anni perduti.
E così fu. Ridiventammo inseparabili e Mercedes mi sembrava nuovamente felice, anche se a volte un’ombra di tristezza le velava gli occhi.
Ero certo che pensasse ancora a Edmond, ma quella consapevolezza non mi avrebbe fermato. Lui ormai era morto, e non avrei lasciato che la donna che amavo sprecasse la vita nel ricordo di un amore passato.
Quando la mia licenza terminò, salutai Mercedes stringendola forte a me. “Ti amo, Mercedes”, le dissi d’impulso.
Lei mi guardò, come se volesse scrutarmi nel profondo dell’anima. “Lo so, Fernando…” rispose semplicemente.
Con la promessa di tornare da Mercedes appena possibile, rientrai a Parigi. Lì scoprii, con profondo dispiacere, che il conte de Morcerf aveva dato le dimissioni dall’esercito.
Deciso a comprenderne le ragioni, mi recai a casa sua: uno splendido palazzo in rue de Saint Blas, al numero 16.
Lui i accolse con calore, visibilmente felice di vedermi. “Vieni, Fernando, vieni.”
Mi condusse nel suo studio, una stanza calda e ben arredata, con gli scaffali pieni di libri e volumi sull’arte della guerra.
“Signore, ho saputo che avete deciso di ritirarvi dall’esercito…”
“Sì. Ormai sono vecchio, e le questioni militari preferisco lasciarle ai giovani come te.”
“Generale, vi prego di ripensarci… siete uno dei migliori ufficiali di Francia.”
“Nonostante i fatti di Giannina?”
Mi fissò, e la sua domanda che mi arrivò come uno schiaffo in piena faccia.
“Signore, Giannina è stata… una parentesi difficile… ma…”
“Fernando, non cercare di consolarmi, ti assicuro che non ce n’è bisogno. Cambiamo argomento; ti avrei mandato a chiamare io, ma adesso che sei qui c’è una cosa di cui ti vorrei parlare.”
“Vi ascolto, signore.”
Si alzò dalla poltrona e si avvicinò alla finestra. “Sono vecchio, Fernando, e sento che non mi resta molto da vivere. Vorrei fare qualcosa per una delle persone che mi sono state più vicine in questi anni. Tu.”
Ero sorpreso. “Io?”
“«Sì. Ho preso informazioni su di te e so che i tuoi genitori sono morti e che la tua disponibilità finanziaria non è elevata. Io non ho figli e alla mia morte, la mia fortuna andrebbe a dei nipoti che nemmeno conosco.»
Ancora non comprendevo.
“Accetteresti… se ti adottassi come figlio?”
Deglutii, al colmo della sorpresa. “Signore, io…”
“Riflettici pure. Non pretendo una risposta subito, ma mi farebbe piacere che accettassi. Sappi comunque che, qualunque cosa tu decida, per me sei già come un figlio. Anche senza documenti che lo attestino.”
Con le lacrime agli occhi, lo abbracciai già sapendo, nel profondo, che avrei accettato. Così come, da tempo, avevo accettato con gratitudine il suo affetto e la sua stima.
Le formalità vennero sbrigate in pochi mesi e, quando firmai l’atto notarile, divenni Fernando, visconte de Morcerf.
Ogni fine settimana andavo a trovare Mercedes, rinnovandole il mio amore incondizionato. Le chiesi di sposarla, prima timidamente e poi insistendo sempre di più fino a che accettò. Quasi non credevo alle sue parole! Mi affrettai subito a organizzare le nozze e due mesi dopo ci sposammo nella cattedrale di Parigi. col mio padre adottivo a farmi da testimone.
Mercedes arrivò invece all’altare accompagnata dal signor Morrel. Quella scelta non mi entusiasmava; era stato amico di Edmond, e senza dubbio doveva aver formulato delle ipotesi su chi fosse stato il responsabile della sua denuncia.
Non c’erano prove, certo. Ma ogni volta che incrociavo il suo sguardo freddo e inquisitorio, mi sentivo a disagio.
Dopo le nozze, io e Mercedes trascorremmo la luna di miele nelle campagne dell’Armagnac. Tra il verde dei prati e i colori dei fiori, lei sembrava tornata la ragazzina di un tempo.
Non avrei voluto mai più lasciare quel luogo di pace, ma non potevo sottrarmi ai miei doveri e, al comando di due battaglioni di fanteria, dovetti soffocare alcune rivolte nelle campagne meridionali. Intanto mi dedicavo agli studi linguistici e filosofici e partecipavo alle sedute della Camera dei Pari al posto del mio padre adottivo, che nel frattempo si era ammalato.
Gli altri nobili mi accolsero freddamente, ma non mi offesi. Dopotutt0 ero l’ultimo arrivato e poi ero troppo occupato ad ammirare i lussi dei palazzi governativi per badare a loro.
Mercedes intanto si dedicò alla lettura, mentre studiava le materie classiche e iniziò ad assistere il vecchio de Morcerf dopo che andammo ad abitare con lui nella villa di rue de Saint Blas.
Al termine del primo anno di matrimonio, mia moglie mi annunciò di essere incinta e nove mesi dopo diede alla luce un maschio che chiamammo Albert.
Sollevando mio figlio tra le braccia, mi sentii orgoglioso e sentivo che, con al fianco la donna che amavo e padre la mia felicità era finalmente completa.
Trascorsero così i quindici anni più felici della mia vita. Avevo una buona posizione, una bella famiglia e nessuna ombra sembrava destinata a offuscare la mia serenità. Al termine di un’onorata carriera – nella quale ricevetti riconoscimenti come la Legion d’Onore e la coccarda di cavaliere dell’Ordine del Bagno – mi ritirai dall’esercito. Desideravo dedicarmi alla politica e trascorrere più tempo con la mia famiglia, e poi ero stanco della vita militare.
Quando il signor de Morcerf morì serenamente di vecchiaia, lo piansi come avevo pianto i miei veri genitori. Lo feci seppellire con tutti gli onori nella cappella di famiglia e assunsi il titolo di conte e Pari di Francia al posto suo.
Due estati più tardi, mio figlio Albert mi chiese il permesso di recarsi a Roma per festeggiare il carnevale con i suoi amici. Mercedes era restia a lasciarlo andare, ma io gli concessi di partire perché sapevo quanto desiderasse fare un viaggio all’estero.
E poi se lo meritava: Albert era un bravo ragazzo, e non ci aveva mai dato modo di preoccuparci per lui.
La sua permanenza nella città della Santa Sede durò un mese. Quando ricevemmo una sua lettera, scoprimmo che, durante una festa in strada, era stato rapito da alcuni banditi e salvato da un conte, che diceva di essere di passaggio a Roma.
L’uomo era arrivato appena in tempo per evitargli guai seri e, dopo averlo liberato, l’aveva invitato nel suo palazzo vicino al Colosseo. Albert aveva accettato e ci scriveva che, per ricambiare, saputo che il conte aveva manifestato l’intenzione di venire a Parigi, l’aveva invitato da noi al suo ritorno in Francia.
Mercedes, sollevata nel sapere che tutto si era concluso per il meglio, mi chiese: “Come si chiama questo conte misterioso, caro? Nella lettera c’è scritto?”
“Sì, si tratta di un aristocratico di origini italiane”, le risposi. “Il conte di Montecristo.”
Montecristo…
Allora non sapevo chi fosse in realtà, e quando venne da noi con Albèrt non ravvisai in lui alcun tratto familiare. Sono invece certo che Mercedes intuì la verità sin dal primo sguardo, ma non mi disse nulla né io notai in lei alcuna reazione strana.
Venni a sapere che Montecristo aveva aperto un conto illimitato presso la banca di Danglars, trasferitosi anche lui a Parigi dov’era diventato ricchissimo e aveva fatto una carriera strepitosa. e stretto amicizia con il procuratore de Villefort,
Curioso come non ci avessi pensato prima. Ognuno degli uomini che avevano avuto parte nella rovina del capitano Edmond Dantès aveva fatto fortuna. E ora Montecristo era in stretti rapporti con tutti e tre.
Nessuno di noi ebbe mai nemmeno un sospetto. Nessun dubbio. Eppure, avremmo dovuto essere più guardinghi, considerando i segreti che ci portavamo dentro.
Intanto, il cacciatore compiva la sua vendetta.
Danglars cadde in disgrazia. Rovinato da investimenti sbagliati e accusato dai clienti a cui aveva fatto perdere enormi somme alla fine, disperato, si uccise.
Lessi tutto sui giornali, dato che non avevo più voluto avere a che fare con lui dopo quella famosa lettera e a Parigi lo avevo sempre evitato.
Poi fu la volta di de Villefort.
La sua carriera sembrava giunta all’ennesimo trionfo: aveva catturato un famoso bandito, ricercato da tempo ma, dopo aver emesso la condanna a morte, scoprì che quel criminale era suo figlio, avuto da una relazione giovanile e creduto morto.
De Villefort, distrutto, dovette assistere alla morte del figlio che lui stesso aveva condannato e impazzì. Fu rinchiuso in una clinica psichiatrica, dove — si diceva — blaterava di fantasmi del passato tornati a perseguitare i peccatori.
Io non lo conoscevo direttamente e mai, nemmeno per un istante, collegai la sua fine a quella di Danglars.
Non avevo alcun sospetto mentre il nemico che tramava nell’ombra aveva già scelto la sua prossima vittima.
Il giorno in cui la vergogna si abbatté su di me, mi presentai alla Camera dei Pari puntuale come sempre, con la cartellina dei punti da discutere sotto il braccio e un sorriso disteso a celare i miei veri pensieri.
Prima ancora di potermi sedere, notai che alcuni colleghi mi osservavano con uno sguardo strano ma non vi diedi peso e presi posto. Ero tranquillo e perfettamente a mio agio.
Per questo mi stupii quando il presidente aprì la seduta dicendo che l’ordine del giorno doveva essere sovvertito a causa di fatti gravissimi appena giunti alle sue orecchie.
“Perdonate, signori. Oggi dobbiamo occuparci di una questione di estrema gravità. Sono state rivolte accuse pesanti verso un membro della nostra compagnia. Prego, alzatevi, signor de Morcerf.”
Obbedii, più stupito che altro. “Di che cosa mi si accusa, signor presidente?”
“Signore, vi si accusa di tradimento e fellonia. Nello specifico, per quanto concerne i fatti di Giannina, avvenuti vent’anni fa.”
Sentii un brivido freddo. “Signore, vi avverto, non sono qui per farmi accusare impunemente. Di cosa si tratta esattamente?”
“Dagli atti che mi sono stati consegnati, si avanza l’accusa che voi abbiate tradito il sultano Alì-Pascià, abbandonando lui e la sua famiglia alla loro triste sorte mentre fuggivate con l’esercito.”
“È falso! Noi combattemmo fino alla fine, e il sultano e la sua famiglia furono uccisi prima che potessimo impedirlo. Solo dopo, pressati dai Turchi e dai rivoluzionari, fummo costretti ad abbandonare la città. Si trattava di evitare un massacro e sono certo che molti di voi avrebbero agito allo stesso modo.”
“Qui si sostiene però che il sultano e la sua famiglia erano ancora in vita quando li abbandonaste. Dunque, signor de Morcerf, qual è la verità?”
“Quella che vi ho detto.”
“Signor conte, respingete dunque le accuse? Potete presentare testimoni?”
“Le respingo fermamente, come semplici e infamanti calunnie. Purtroppo non ho testimoni in mio favore, perché come tutti sapete il mio generale di allora, nonché mio padre adottivo signor conte de Morcerf, è morto e gli altri membri del suo stato maggiore invece sono morti o dispersi. Soltanto io posso sostenere la mia innocenza e la sostengo con la mia parola d’onore, di valoroso soldato e servitore della Patria.”
Più di uno fra i presenti mi applaudì, ma il presidente della Camera non si fece impressionare.
“Voi dite che non ci sono testimoni, ma di là c’è una persona che afferma di conoscere i fatti nel dettaglio. Non avreste nulla in contrario se l’ascoltassimo?”
“No, certo che no.”
Lui annuì e, a un suo ordine, una delle porte laterali della sala si aprì. Sbiancai, vedendo la giovane che veniva avanti affiancata da due soldati.
Ma quella era Haydèe! Certo, era cresciuta e gran parte della sua bellezza era sfiorita, ma era lei, l’avrei riconosciuta ovunque. Che ci faceva qui?
“Signor conte”, mi chiese il presidente. “Conoscete questa donna?”
“No, signore.”
Lui distolse lo sguardo da me, invitando Haydèe a parlare.
“Mi chiamo Haydèe, figlia di Alì-Pascià”, disse lei, con voce ferma e dignitosa. “Sultano di Giannina. Ho con me a dimostrarlo gli atti della mia nascita e il diadema che mio padre fece coniare per me. Mi furono rubati dagli uomini che mi catturarono, ma un amico potente mi aiutò a recuperarli. E oggi sono qui a chiedere giustizia.”
“Signor di Morcerf, continuate a negare di conoscere questa donna?”
Sentivo come se una gabbia d’acciaio si stesse lentamente chiudendo su di me. “Sì, signore. E gli atti di cui parla sono certamente falsi!”
“Debbo informarvi che invece sono già stati esaminai e risultano autentici. E fanno riferimento a un segno di riconoscimento: una voglia a forma di delfino sulla spalla destra.”
Senza esitare, Haydèe scoprì la spalla. “Eccola.”
“Prego, ora, raccontateci la vostra versione dei fatti.”
Haydèe annuì, lanciandomi appena un’occhiata. “Sapevamo di essere in pericolo, e che la nostra unica speranza di salvezza erano i soldati francesi. Quest’uomo mi giurò che ci avrebbe protetti, lo fece sulla sua divisa e sull’onore. Invece fuggì nella notte insieme a tutti i suoi, lasciandoci alla ferocia dei Turchi.”
Un indignato mormorio si diffuse per tutta la sala.
“E che ne fu di voi?”
“Mio padre e mia madre vennero barbaramente uccisi e io venduta come schiava. Per anni soffrii fame e percosse. Poi, un benefattore sconosciuto venne a salvarmi… proprio quando ormai avevo perso ogni speranza.”
“Signor di Morcerf, avete qualcosa da replicare?”
Non risposi.
“E sia. In questo caso, dichiaro chiusa la seduta. Vi vengono mosse le accuse di fellonia, tradimento, codardia e spergiuro. Verrete sottoposto a un regolare processo e se…”
Continuò a parlare, ma smisi di ascoltarlo perché la mia mente si era concentrata su una sola cosa. Come avrei fatto ad affrontare Mercedes, adesso?
Non dovetti aspettare molto per scoprirlo, perché una volta a casa la trovai ad aspettarmi.
“Fernando? Va tutto bene?”
“Sì”, mentii. “Sono solo un po’ stanco. Oggi è stata una strana giornata.”
“Sembri turbato. Sicuro che vada tutto bene?”
“Sì.”
Il giorno successivo però la notizia degli accadimenti alla Camera dei Pari uscì su tutti i giornali e non potei più evitare la verità.
“È vero?” mi chiese Mercedes. “Tutto quello che scrivono di te, di Giannina… dimmi che non…”
“Ho fatto quello che dovevo, Mercedes. E ti ho dato tutto. Una vita agiata, ogni privilegio… come osi accusarmi di qualcosa?”
“Fernando, ma io…”
“Tu!” esplosi, invaso da una rabbia improvvisa. “Tu avresti preferito sposare Edmond, vero? Quel cane, quel… traditore!”
“Fernando, ma cosa ti prende…?”
La presi per le spalle. “Tu non immagini nemmeno cosa ho fatto per te… per noi!”
“Lasciami, ti prego. Mi stai… facendo male.”
Ma cosa stavo facendo? La lasciai subito. “Mercedes, io…”
Ma lei scosse la testa e, piangendo lacrime silenziose, si allontanò. Avrei voluto rincorrerla, dirle che mi dispiaceva ma non ne ebbi la forza. L’avevo persa… per sempre?
Il mattino dopo mi svegliai. Il letto, a parte il lato dove avevo dormito io, era in ordine, segno che Mercedes non era salita a dormire.
Ma io dovevo parlarle… spiegarle.
Scesi per la colazione e trovai Albert ad attendermi con il giornale in mano.
“È vero quanto si dice qui?” mi domandò, stringendo il giornale. “Vi prego, padre, ditemi che siete innocente.”
Gli sorrisi, posandogli le mani sulle spalle. “Sono innocente, te lo giuro. È una montatura, orchestrata da nemici che non hanno nemmeno il coraggio di affrontarmi a viso aperto. Non temere, saprò difendermi.”
Il sorriso fiducioso di Albert mi fece quasi male al cuore. “Ho la massima fiducia in voi, padre. Adesso come pensate di agire?”
“Mi consulterò quanto prima con i miei legali. Hai visto tua madre, questa mattina?”
“Di sfuggita, l’ho vista prendere la carrozza penso per andare in centro. Adesso devo uscire a cavallo con Franz e Bernard, padre. Ci vediamo per pranzo?”
“Certo. Va’ pure.”
Quando uscì, bevvi il caffè poi mi ritirai nel mio studio. Nonostante le parole fiduciose rivolte a mio figlio, ero più che preoccupato.
Poco dopo un valletto bussò alla porta e mi annunciò che il conte di Montecristo desiderava vedermi. Seppur sorpreso, ordinai di farlo passare.
Il suo contegno del nobiluomo mi parve ancora più freddo del solito, l’incarnato pallido come di chi non vedeva la luce del sole da tempo in contrasto con il nero del suo vestiario. Quando lo invitai a sedersi e gli chiesi a cosa dovevo il piacere della sua visita, si strinse nelle spalle.
“Semplice cortesia”, rispose sedendosi di fronte a me dall’altro lato della scrivania.
“Via, non c’inganniamo. Avrete senz’altro sentito le ultime notizie.”
Mi rivolse un accenno di sorriso che mi parve possedere una punta di derisione. “Impossibile non saperle. Ne parla tutta Parigi.”
“E ditemi, voi che ne pensate, signor di Montecristo?”
Montecristo congiunse le mani sotto il mento. “Il conte di Montecristo vi offrirebbe il suo aiuto, da nobiluomo a nobiluomo. Ma tra me e voi… non servono simili cortesie. Non lo credete anche voi?”
“Ammetto francamente di non seguirvi.”
Ogni segno di cortesia sembrò scomparire in lui, e mi fissò con occhi glaciali.
“Che io e voi… via, non ci arrivate da solo?”
“Confesso di no.”
“Suvvia. Sappiamo entrambi che le nostre origini non sono nobili, signor Mondego.”
“C-come fate a conoscere…?”
“Oh, non ve l’ho detto? Io vi conosco bene, Fernando Mondego. Conosco l’invidia e l’egoismo che si nascondono sotto la vostra parvenza di rispettabilità e so che il vostro cuore è marcio. Devo riconoscere che siete abbastanza bravo a celarlo, persino a chi vi sta più vicino, ma con me non potete fingere.”
“Come vi permettete? Io non vi conosco…”
“Vi sbagliate, mi conoscete invece. O meglio, mi conoscevate un tempo.”
“Chi siete? Ditemi chi siete o io vi…”
“Che cosa pensi di potermi fare, ancora? Peggio di ciò che mi hai già fatto?”
“Già fatto… ma… chi sei, dunque?”
“Davvero non lo sai? Ebbene, te lo dirò. Il mio nome è Edmond. Edmond Dantès.”
“Edmond… Dantès…?”
“Sì, e sono tornato dall’inferno al quale ero stato condannato per vendicarmi. Danglars e Villefort hanno pagato per le loro malefatte. E ora tocca a te.”
“E va bene. Allora ti trafiggerò con la spada, come avrei dovuto fare tanti anni fa. Questa volta ti ucciderò!”
“Ma non qui. Ti aspetto fra tre ore nel vicolo dei contrabbandieri. Non tardare.”
“Stanne certo. Ti spedirò all’Inferno.”
Rimasto solo, pieno di rabbia e freddo istinto omicida, lucidai la mia spada e caricai le mie due pistole da duello. Dantes era tornato e mi aveva rovinato… ma non aveva vinto che il primo scontro. Presto avrei messo fine alla sua vita, e questa volta…
Venni interrotto dall’aprirsi della porta. “Albert, che cosa c’è?”
Mio figlio fece un passo avanti, il viso rigato di lacrime e l’espressione sconvolta.
“Padre… come avete potuto?”
Mi alzai in piedi. “Se ti riferisci al discorso di prima, c’è una cosa che non sai…”
“Padre, io so tutto adesso. TUTTO.”
“T-tutto…”
“Sì. Mia madre mi ha detto ogni cosa.”
Mercedes? pensai. Ma come…
“So della lettera anonima e dell’odio che provavate per Edmond Dantèes, l’uomo di cui mia madre era innamorata. So che le accuse di Haydèe sono vere e… e posso solo immaginare cos’altro avrete fatto di orribile e vergognoso. Oh padre, io vi ammiravo così tanto e adesso… adesso non so più chi siete…!”
Non replicai. Che cosa potevo dirgli?
“Padre”, proseguì. “Mi dispiace, ma lascio questa casa. Per sempre.”
“No, ti prego…” lo implorai, “tu non puoi…
“Posso invece! Il disonore è sceso sul nome della nostra famiglia ed è solo colpa vostra. Forse un giorno capirò, forse… troverò in me la forza per perdonarvi. Ma non adesso.” Posò una busta sulla scrivania. “Questa lettera è di mia madre. Non vuole più vedervi né parlarvi e ha deciso di partire con me.”
Mi sentii morire e ricaddi sulla poltrona, prendendomi il viso fra le mani. “M-Mercedes…”
“Addio, padre”, aggiunse Albert. Aveva la voce rotta, ma ugualmente uscì lasciandomi solo.
Con i miei incubi e i miei rimorsi.
Guardai la busta con la lettera di Mercedes. Era lì, immobile sulla mia scrivania, come un testimone silenzioso. E se fosse stata diversa da ciò che immaginavo? Se non avesse contenuto accuse, ma solo l’ultimo sguardo di chi avevo amato?
La presi e la aprii.
Riconobbi subito la calligrafia di Mercedes, quella che aveva affinato quando eravamo andati a vivere con il conte de Morcerf. Elegante e ferma.
Fernando, non ti scrivo per accusarti. Lo faccio perché non riesco a lasciarti senza dirti ciò che sento. Questa mattina ho parlato con il conte di Montecristo… con Edmond, e mi ha detto tutta la verità. Scoprire che è ancora vivo è stato un colpo al cuore, ma il resto…
Ho amato Edmond, sì. Ma ho amato anche te, in un modo diverso forse, ma insieme siamo stati felici. Hai sbagliato, tradito e mentito, sì. Ma sei stato anche un uomo che ha cercato di amare e di proteggere. Non posso restare ma non ti odio, non credo ci riuscirei mai. Spero che un giorno tu possa trovare finalmente pace, anche se io non sarò lì al tuo fianco per vederlo. Addio. Addio per sempre.
Mi accasciai sulla poltrona, con le lacrime che incontrollabili mi rigavano il viso. Adesso ero solo… completamente solo.
Anche il duello con Edmond mi sembrava ormai totalmente inutile. Lui aveva vinto, e ucciderlo non sarebbe servito a niente. Avevo perso tutto, tutto quello per cui avevo lottato… la mia famiglia, il mio onore. Persino me stesso.
Non avevo più motivi per vivere.
Estrassi dal cassetto una delle mie pistole. Ne sentii il freddo del metallo contro la pelle poi, lentamente, me la portai alla tempia.
Un colpo secco, pensai. E sarà tutto finito.
Epilogo
“Io torno indietro”, disse Albert alla madre, seduta accanto a lui su uno dei due letti della stanza che avevano preso in affitto in una locanda alla periferia di Parigi. “È pur sempre mio padre. Sono stato duro con lui, lo so, ero sconvolto, ma l’ho sempre ammirato, gli ho sempre voluto bene e… e gliene voglio ancora. È stato un buon padre, per me e anche se ha sbagliato non posso abbandonarlo così.”
Mercedes lo guardò, gli occhi offuscati di pianto. “Hai ragione. Va’. Io non ho il coraggio di farlo…”
Albert le baciò la mano e uscì di corsa in strada, prendendo la prima carrozza disponibile.
Arrivato al palazzo dei de Morcerf, entrò di corsa e fermò un domestico. “Mio padre è ancora nel suo studio?”
“Sì, signorino. Non ne è uscito per tutto il giorno.”
“Bene.”
Senza perdere tempo, il giovane salì di corsa le tre rampe di scale, sicuro che una volta riabbracciato il padre insieme avrebbero trovato il modo di superare tutto. Gli avrebbe chiesto perdono per le parole fredde e accusatorie che gli aveva rivolto. Sapeva che suo padre era colpevole, sì, ma forse insieme avrebbero potuto…
D’improvviso, nell’aria, il suono secco di uno sparo.
Rimbombò, freddo e mortale, in tutto il palazzo e Albert si fermò, il cuore in gola.
E, ancora prima di aprire la porta dello studio del padre, comprese che il tempo delle riconciliazioni era scaduto.
FINE
Recensioni e commenti
RECENSIONI

La lettura di questo racconto è avvincente e interessante. Sì percepisce che l’autore ha grande dimestichezza con il periodo storico trattato e i suoi protagonisti.
È bello il mix tra finzione, realtà e personaggi letterari. Chi ama il genere a cui appartiene questo racconto, lo apprezzerà di sicuro, e anche gli altri lettori potranno essere rapiti dalla narrazione in cui si avvicendano passione, tradimento, onore, spade, e mistero.
Se vuoi lasciare un tuo commento al racconto scrivimi, sarò felice di risponderti!
I tuoi dati sono al sicuro. Non riceverai mai SPAM da me.





Incredibile come abbia letteralmente “divorato” il tuo racconto, non ci crederai , ma ” Il conte di Montecristo ” è il mio romanzo preferito, da quando ho 9 anni 😅. Leggere la trama da un punto diverso di vista, quello di Fernando, è una cosa inusuale, che quasi ci fa “parteggiare” per uno dei tre cattivi della situazione, o perlomeno ci fa comprendere un pochino il perché di certe azioni.. anch’io, come te, ho visto quasi tutte le trasposizioni televisive o cinematografiche di questo romanzo immortale, e la più appassionante per me rimane sempre quella con Depardieu, seppur mi stia “prendendo” molto anche la fiction TV che stasera propone rai1. Ti rinnovo ancora i miei complimenti, sai far entrare il lettore nelle atmosfere che descrivi in maniera molto realistica 👏👏👏
Ciao, intanto grazie di aver letto e recensito, non sai quanto mi faccia piacere ☺️.
Dovessi fare una classifica tra le varie versioni ci metto in testa l’anime del 2004, è ambientato nel futuro però per il resto è fatto benissimo con i personaggi caratterizzati in modo divino ed è raccontato dal punto di vista di Albert, con un Franz che qui assurge a spalla principale del protagonista.
Le altre versioni sono anche molto ben fatte e curate, ognuna con le sue peculiarità i suoi pregi e i suoi difetti.
Ti ringrazio per tutti i complimenti che mi fanno sempre tanto felice 🥰 e dato che anche tu come me sei appassionata del genere ti dò uno scoop 😁: ho in mente di scrivere una versione della storia in tinte dark, ci saranno alcune cose diverse e personaggi rivisitati…
Mi dirai poi, quando proporrò i vari capitoli, cosa ne pensi 🙂.
Un abbraccio e grazie ancora soprattutto dei bellissimi complimenti 🤗
Bellissima storia, mi è piaciuta moltissimo, è piena di azione, passione, tradimento e colpi di scena fino al tragico epilogo.
Questo racconto, secondo me potrebbe essere opportunamente ampliato, dettagliato e trasformato in un ottimo libro. Alcuni temi sono appena accennati per esigenze di spazio, un racconto da leggere on line non può essere eccessivamente lungo, ma credo che ne uscirebbe bene anche un film, gli ingredienti ci sono tutti. Hai fatto galoppare la mia fantasia.
Bravo!
Grazie mille 🥰.
Si io sono un appassionato della storia di Montecristo e ho in mente di scriverne al più presto una versione tutta mia in stile dark 🙂.
Ti tengo aggiornata ☺️
Ciao Enri
Pensavo di avertelo lasciato il commento su questo racconto che mi è piaciuto tantissimo
Veramente non c’è nulla che scrivi che non mi piace 😬
Sei assolutamente versatile e riesci benissimo a scrivere diversi generi con estrema facilità……
Ti abbraccio
Ciao no non me l’avevi lasciato ☺️.
Grazie mille dei complimenti, apprezzatissimi soprattutto perché arrivano da una persona che legge molto e che dice quello che pensa.
Un abbraccio anche a te 🤗