BELLEZZA FATALE

La costruzione più alta di Blue Town, a nord dei territori controllati dal Re d Hokuto, dominava la città come un dio di pietra. Era un palazzo a forma di piramide, immenso, con un terrazzo che si apriva sul paesaggio sottostante come un occhio vigile. Da lassù, il panorama si stendeva in ogni direzione: tetti di alti palazzi ridotti a tristi rovine, strade polverose, il fiume che serpeggiava lento tra le case.

Un uomo era affacciato al terrazzo. Alto, imponente e riccamente vestito, portava sulle spalle un mantello viola che si muoveva appena nel vento. I capelli rossi, lunghi come quelli di una donna, gli scendevano sulla schiena e sfioravano il viso pallido, truccato con cura. Le labbra, dipinte di un viola scuro, erano piegate in un sorriso sottile e inquietante, come se l’uomo stesse assaporando un pensiero segreto.

Alle sue spalle, disposte in due ali lungo il perimetro della sala, erano schierate due file di fanciulle. Bellissime, silenziose, immobili come statue. Il profumo dolciastro dei loro corpi si mescolava all’incenso che bruciava nei bracieri della sala.

L’uomo si voltò lentamente, il mantello frusciò sul pavimento di marmo. Osservò le fanciulle una ad una, con uno sguardo che imitava la benevolenza ma tradiva tutto il suo disprezzo.

“Allora, mie spose…” disse con tono mellifluo, quasi canzonatorio. La parola “spose” che sembrava uscita dalla sua bocca come un veleno sottile. “Ditemi… non mi trovate bello?”

“Sì, nostro signore lord Yuda…” risposero loro in coro, con voci meccaniche come se recitassero una preghiera imposta. “La vostra bellezza è senza paragoni. Siete come un Dio che ci illumina tutte con la sua luce abbagliante…”

Yuda socchiuse gli occhi. Il compiacimento gli si disegnò sul volto, ma era un compiacimento stanco, quasi annoiato. Poi, tra le fanciulle, comparve un uomo. Alto, capelli grigi, un occhio coperto da una sottile benda nera. Il suo passo era deciso, ma il silenzio che lo accompagnava aveva un qualcosa di sinistro.

Era Dagar, consigliere e stratega, uno dei migliori generali dell’esercito di Yuda. Aveva perso l’occhio sinistro in uno dei tanti combattimenti sostenuti in passato, e da allora portava la benda come memoria e monito. La sua divisa rossa, ricamata in stile settecentesco, era l’unico vezzo che si concedeva. Il suo volto era severo, ma non privo di intelligenza.

“Ah, sei tu, Dagar”, disse Yuda voltandosi con indifferenza. “Che notizie mi porti?”

“Il Re di Hokuto è scomparso, mio signore”, rispose Dagar, la voce ferma, il tono rispettoso. “Dopo aver combattuto contro i suoi fratelli Kenshiro e Toki, ha riportato gravi ferite che lo hanno costretto ad abbandonare il campo di battaglia. Si dice che ora si stia curando… ma nessuno sa dove.”

“Capisco. C’è altro?”

“Sì, mio signore. Prima di affrontare i suoi fratelli, Raoh ha combattuto contro Rei, della Sacra Scuola di Nanto.”

A quel nome, gli occhi di Yuda si strinsero appena. Un fremito impercettibile attraversò il suo volto.

“E…?” chiese, con voce più bassa.

“L’ha sconfitto, mio signore. Gli ha inflitto il Pugno Mortale. A Rei restano solo tre giorni di vita, dopodiché il suo corpo si disgregherà lentamente, pezzo dopo pezzo. La Stella della Morte oscurerà il suo astro protettore, fino a farlo scomparire del tutto. Per lui non c’è più speranza.”

Yuda rimase immobile. Solo un rapido sbattere di ciglia tradì la sua reazione. Alle sue spalle il vento si alzò, portando con sé l’odore salmastro del mare lontano.

E in quel momento, il passato lo travolse…

Sei anni prima, scuola di Nanto

Il cortile era immerso nella luce dorata del tramonto. I giovani allievi si allenavano in silenzio, ma due di loro si fronteggiavano con una tensione che faceva tremare l’aria.

Appartenevano a due rami diversi della medesima Scuola: Yuda, già ammirato per la sua bellezza e il suo stile raffinato, era il rappresentante dello stile della Gru Rossa di Nanto, che possedeva alcune delle tecniche più letali dell’intera Sacra Scuola. Ogni gesto era un’esibizione, ogni colpo una dichiarazione di superiorità.

Di fronte a lui, Rei, appena nominato maestro dello stile dell’Uccello d’Acqua di Nanto: sobrio, diretto, con uno sguardo che non cercava ammirazione ma verità.

Yuda colpiva cercando un varco nella difesa avversaria, Rei invece danzava muovendosi in sincronia con l’aria.

“Tu non capisci cosa significa essere ammirati”, lo apostrofò Yuda con voce tagliente. “Essere desiderati. Essere venerati.”

Rei lo fissò, impassibile. “E tu non capisci cosa significa essere liberi da tutto questo. Lo stile di cui sono diventato maestro non cerca la prevaricazione sull’avversario, Yuda: solo una sempre maggior perfezione della propria tecnica.”

“E allora vedremo”, si lanciò all’attacco Yuda, “quanto ti servirà tutto questo in battaglia! Nanto Denshō Reppa… Colpo della Gru Rossa di Nanto!”

Mosse le braccia con tale rapidità da generare centinaia di colpi taglienti che, solcando il suolo, si diressero su Rei pronti a dilaniarlo senza pietà.

Questi però spiccò un balzo così alto che sembrò quasi volare, per poi piombare sull’avversario in un contrattacco deciso.

“Nanto Suichō Ken… Pugno Colpo dell’Uccello d’Acqua di Nanto!”

Yuda si difese ma un colpo di Rei gli provocò un taglio sulla guancia. Il sangue scese lento, come una ferita all’orgoglio.

Yuda indietreggiò di un passo, fissando Rei con sguardo era colmo di odio. Non per il dolore. Ma per l’umiliazione. Rei non lo aveva guardato con ammirazione. Non lo aveva nemmeno temuto. Aveva ignorato la sua tecnica – fino ad allora infallibile – lanciandosi al contrattacco… e, peggio di tutto, aveva osato ferirlo.

Da quel giorno, Yuda lo odiò. Non per la forza. Ma per l’indifferenza. Perché Rei era l’unico che non si era piegato davanti alla sua bellezza. L’unico che lo aveva fatto sentire… invisibile…

Yuda tornò in sé come se fosse stato strappato da un sogno oscuro. Il ricordo di Rei, la sua indifferenza, il sangue sulla guancia… tutto si era fuso in un’unica fiamma di rabbia. I suoi occhi, prima distanti, si accesero di furia.

Con un gesto improvviso e violento, allungò una mano afferrando per i capelli una delle fanciulle più vicine che a malapena aveva emesso un sospiro soffocato.

Lei emise un gemito strozzato, ma non osò opporsi.

Yuda la sollevò da terra fissandola negli occhi. “Tu… trovi forse noioso stare al mio cospetto?”

“I-io… io vi chiedo p-perdono mio signore…” impallidì, terrorizzata, lei. “N-non volevo…”

Yuda nemmeno l’ascoltò e la scagliò con forza verso i suoi uomini, che attendevano ai margini della sala, leccandosi voluttuosamente le labbra come cani da caccia che sentivano l’odore del sangue.

“Divertitevi”, sibilò, con voce tagliente.

Gli uomini si mossero come un branco, strappando via le vesti della ragazza con brutalità. Si gettarono su di lei tutti assieme, trascinandola sempre più giù in un abisso di orrori e abusi.

Sentendo le urla della povera sventurata, le altre fanciulle si ritrassero, alcune coprendosi il volto, altre inginocchiandosi in silenzio, come se la paura potesse renderle invisibili.

Il profumo dolciastro dell’incenso si mescolava ora a un odore più acre: sudore, tensione, terrore.

“Voi siete solo i miei giocattoli”, disse loro Yuda. “Mi appartenete e io posso decidere di voi come meglio mi aggrada. Non dovete mai dimenticarlo!”

Dagar era rimasto immobile, il volto una maschera di pietra. Non intervenne né distolse lo sguardo dall’orrore che stava avvenendo a pochi passi da lui. Sembrava osservare tutto con la freddezza di chi ha visto troppo per lasciarsi scuotere.

Solo quando la furia di Yuda cominciò a spegnersi, fece un passo avanti. Il suono dei suoi stivali sul marmo del pavimento ruppe il silenzio come un colpo di tamburo.

“Lord Yuda… quali sono le vostre istruzioni, mio signore? Ora che il Re di Hokuto è scomparso… dobbiamo attaccare i suoi domini?”

Yuda non rispose subito. Lo fissò, il respiro ancora affannoso, gli occhi colmi di ombre. Per un istante, sembrò sul punto di colpire il suo stesso comandante. Poi, come se le parole di Dagar avessero trovato un varco nella sua mente, si voltò di nuovo verso il terrazzo, fissando l’orizzonte dove il cielo al tramonto si tingeva di rosso.

Il vento gli accarezzò il volto. E la sua voce, quando parlò, era nuovamente fredda e controllata.

“Ci rifletterò, Dagar”, rispose infine, ma la voce era distante, come se parlasse a se stesso. “Non tutte le guerre si vincono con la forza bruta. È l’ingegno che fa di un comandante l’uomo adatto a diventare un re.”

Dagar lo osservò. Qualcosa, nello sguardo del suo signore, gli fece intuire che quelle parole erano vuote. Yuda non stava pensando alla guerra. Non in quel momento. C’era altro, qualcosa che lo tormentava. Un pensiero oscuro, forse un ricordo. Ma nessuno avrebbe potuto indovinare di cosa si trattasse.

Dopo un lungo silenzio, Dagar parlò di nuovo.

“Mio signore, c’è un’altra cosa. Insieme al gruppo di Rei le nostre spie hanno visto una donna. Mamiya.”

Yuda aggrottò appena le sopracciglia. “Mamiya…?” ripeté, come se il nome gli fosse estraneo. “Non mi dice nulla.”

“È una guerriera. Non potente come i guerrieri di Hokuto, certo, ma coraggiosa e determinata. Ha guidato il suo villaggio contro il Clan della Zanna e, quando Raoh ha attaccato il suo villaggio, gli ha addirittura scagliato contro una freccia. E non sono molti coloro che hanno osato sfidare il Re di Hokuto e sono sopravvissuti.”

Yuda si voltò lentamente, il mantello ondeggiò come un’ombra. “Una donna che sopravvive a Raoh e alle sue armate? Improbabile.”

“Eppure Mamiya ci è riuscita. E continua a combattere. Alcuni la chiamano la ‘Rosa di Ferro’. Altri dicono che la sua bellezza sia pari solo alla sua rabbia. E, mio signore…”

“Sì?”

“Mamiya è stata qui, tre anni fa… l’avevate presa prigioniera dopo averle ucciso i genitori proprio davanti agli occhi…”

Un lampo attraversò lo sguardo di Yuda. “Ah… forse ora la ricordo. Occhi chiari? Capelli rossi? Un viso però… troppo serio per essere interessante?”

Dagar non rispose subito. Poi, con tono neutro, azzardò una risposta.

“Era una delle poche che non si piegava al tuo fascino, mio signore.”

Inaspettatamente, la reazione di Yuda si limitò ad un sorriso. “Allora è per questo che l’ho dimenticata. Le donne che non mi adorano… per me non esistono.”

Dagar abbassò lo sguardo, ma nel suo occhio rimasto brillava qualcosa. Forse rispetto. Forse timore. O forse, solo la consapevolezza che anche le rose di ferro, prima o poi, lasciano cadere i petali. E adesso che aveva ricordato a Yuda di Mamiya… era certo che il destino della giovane guerriera era segnato.

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