IL RISVEGLIO DELLA STELLA

DEL CIELO FURIOSO

Scritto nell’agosto del 2024

“Siamo ormai entrati nel recupero di questa emozionantissima partita!” gridò il telecronista, mentre sugli spalti del palazzetto del ghiaccio di Wolfsburg i tifosi di entrambe le squadre si scalmanavano, urlando i nomi dei loro idoli.

“Il risultato è ancora di parità, tre a tre! I nostri Grizzlys attaccano furiosamente, mentre gli ospiti dell’Adler Mannheim si chiudono in difesa! Ecco che il capitano Ulm supera un avversario e mette il palèo al centro, dove accorre la nostra punta von Stauhfen!”

“Bloccatelo ragazzi!” gridò il capitano dell’Adler. “Dobbiamo impedirgli di tirare!”

Non mi fermerete mai! pensò von Stauhfen, correndo verso il palèo. Era alto, spallato, imponente con le protezioni. Sono troppo forte per voi.

“Von Stauhfen si impossessa del palèo e travolge tre avversari! Ora è a tu per tu con il portiere! L’arbitro sta per fischiare la fine…”

“Questo sarà il punto decisivo!” gridò von Stauhfen sollevando la mazza. “Rassegnatevi, Adler. Contro di me non avete speranza!”

“Von Stauhfen colpisce con una forza incredibile! Il disco vola vorticando verso la porta mentre il portiere rimane immobile… e il palèo s’insacca in rete, sfondandola con la forza di un tornado! Punto! Proprio mentre l’arbitro decreta la fine della partita!”

“Grazie a questo straordinario tiro di Heinrich von Stauhfen, i Grizzlys battono l’Adler per quattro a tre e balzano in testa alla classifica! Incredibile partita… con un finale pazzesco!”

“Ce l’abbiamo fatta, Heinrich!” esultò Hans Franz Ulm, battendo una pacca sulla spalla del compagno. “Il tuo tiro era incredibile!”

“Abbiamo solo vinto una partita,” rispose Heinrich togliendosi il casco. I suoi capelli, biondi e ribelli, gli ricaddero sulla fronte. “E il mio era solo un tiro. Non è il caso di esaltarsi troppo.”

“Io non ti capisco… hai segnato un punto fantastico, battuto una squadra fortissima e i tifosi sono tutti per noi. Non sei contento? Si può sapere che ti prende ultimamente?”

Heinrich non rispose. Gli voltò invece le spalle e imboccò a testa bassa il tunnel verso gli spogliatoi.

Più tardi, dopo la doccia, uscì dal palazzetto. Raggiunta la sua Mercedes nera nel sottopasso, aprì il bagagliaio e vi posò dentro il borsone.

Poi salì in macchina, accese il motore e partì a tutta velocità, superando il traffico scarso della sera.

Mentre guidava, ripensava alle parole rivoltegli dal suo capitano. Per quanto detestasse ammetterlo, Hans Franz aveva ragione.

Aveva sempre avuto un carattere difficile, ma nell’ultimo anno si era chiuso in se stesso. Inquieto. Insoddisfatto. Anche lo sport che aveva sempre amato non sembrava più soddisfarlo come prima.

Eppure non ho motivi per essere scontento, pensò, superando una macchina con una manovra precisa.

La sua famiglia era ricchissima. Il padre, imprenditore di successo. La madre, pittrice. La sorella minore, Ilse, studiava invece in una prestigiosa scuola inglese.

Era nato alle isole Fær Øer ventitré anni prima, dove i genitori si erano trasferiti per un breve periodo. Adesso erano lì in vacanza, e li sentiva per telefono tutte le sere.

Aveva sempre avuto tutto. Le ragazze più belle, il successo nello sport, la popolarità. Una naturale propensione alla leadership.

L’unico momento difficile risaliva a sei mesi prima, quando la Germania – e il mondo intero – erano stati travolti da piogge torrenziali, nubifragi e alluvioni.

Disastri. Morti. Mari che invadevano la terraferma, fiumi che esondavano. E già qualcuno aveva iniziato a parlare di fine del mondo.

Heinrich chiamava Ilse ogni giorno. Anche l’Inghilterra era stata colpita da disastri e maremoti e loro due cercavano di rassicurarsi a vicenda chiedendosi, in cuor loro, se le loro vite sarebbero mai più tornate alla normalità.

Poi, all’improvviso, tutto si era fermato. La pioggia era cessata e i livelli dei mari erano tornati normali.

Il sollievo però, per lui era durato poco. Heinrich era di nuovo scivolato nell’insoddisfazione. E aveva incominciato a sognare.

Sognava castelli su burroni. Luoghi oscuri. Poteri terribili. Combattimenti contro avversari in strane armature fatte interamente d’oro.

In uno di quei sogni, moriva. Trafitto da un dardo d’oro. O da un pugno di energia. Non riusciva a ricordarlo con esattezza.

Si svegliava sempre di colpo. Il cuore a mille e il sudore a imperlargli la fronte.

Ma quello che ricordava meglio di quei sogni… era lei.

Una ragazza sconosciuta, dai lunghi capelli scuri. Bellissima. Indossava lunghe vesti scure, e lo conduceva per mano in luoghi mai visti, eppure familiari.

Facevano l’amore. Sempre. 

E al risveglio, il suo ricordo era così vivido da sembrare reale. Più reale della vita stessa.

Mi chiedo se ci sia una spiegazione a tutto questo, pensò, fermandosi a un semaforo rosso.

Poi alzò gli occhi al cielo.

Le stelle vorticavano. Vive. Come mosse da una forza invisibile.

Poi iniziarono a precipitare, come tante comete infuocate dirette sulla terra.

Quella sera, il cielo sembrava impazzito.

Lasciata la città, la Mercedes di Heinrich imboccò l’ampia statale che attraversava la Foresta Nera. Al bivio, svoltò a sinistra e iniziò a salire la strada a tornanti che conduceva alla villa di famiglia, immersa in un grande parco verde.

In alcuni punti la strada si faceva stretta e si inerpicava sulla collina scarsamente illuminata. Ma Heinrich conosceva quel percorso a memoria, tanto che avrebbe potuto percorrerlo ad occhi chiusi.

Per tutto il tragitto incrociò solo un SUV e una moto. Poi, all’ultima curva prima del rettilineo che portava alla villa, una donna comparve in mezzo alla strada.

Heinrich inchiodò.

“Ehi!” gridò, abbassando di scatto il finestrino. “Tutto bene?”

Nessuna risposta. Allora spense il motore, scese dall’auto e si avvicinò alla alla sconosciuta. Lei se ne stava lì, in mezzo alla strada come se aspettasse proprio lui.

“Dovresti stare più attenta! Potevo investirti…”

Si bloccò. Adesso che era abbastanza vicino da vederla bene…

“Ma tu…!” esclamò, sentendo il cuore accelerare i battiti. “Tu sei la ragazza dei miei sogni…”

Lei sorrise. Bellissima. Alta e slanciata proprio come nei suoi sogni. Il fisico snello e formoso che si intravedeva sotto le lunghe vesti scure. I capelli le scendevano fino alla vita e gli occhi, viola e intensi, illuminavano un viso dalla carnagione molto chiara che sembrava cesellato nel marmo più fine.

“Finalmente ci incontriamo, Heinrich von Stauhfen”, disse sorridendo. La voce aveva un tono musicale. “È da tempo che ti cercavo.”

“Da tempo… ma come sai il mio nome? Anche tu mi hai…”

“Il mio nome è Pandora.” Sorrise ancora. Poi, con un gesto, aprì un varco circolare che sembrava portare nel vuoto. Che si trattasse… di un passaggio verso un’altra dimensione?

“Vieni con me. È tempo che tu abbracci il tuo destino.”

“I… io…” mormorò Heinrich, scuotendo la testa. Tutto era assurdo. Avrebbe dovuto tornare in macchina. Ma un impulso al quale non seppe resistere lo spinse ad afferrare la mano di Pandora.

E a seguirla verso l’ignoto.

Uscito dal varco, Heinrich si ritrovò sulle mura di un castello arroccato su una vetta altissima. Sulle torri brillavano fuochi di energia verde.

Ci sono già stato… nei miei sogni, pensò, seguendo Pandora su una torre.

Nel cortile sottostante, un’armata in lugubri armature nere. Volti celati da elmi delle forme più svariate.

“Chi sono?” chiese.

“Sono gli Skeleton” rispose Pandora. “I soldati dell’armata del Sommo Hades, Signore dell’Oltretomba.”

“Hades? Ma… ma che significa?”

“Che il potere del Sommo Hades è rinato. Le 108 stelle malefiche, imprigionate dal sigillo della Dea Atena, si sono risvegliate. Osserva tu stesso.”

Heinrich alzò gli occhi. Le stelle vorticavano nel cielo impazzito. Più grandi. Più… oscure.

“Ognuna cerca il suo Specter”, gli spiegò Pandora. “Guerrieri degli Inferi, al servizio di Hades. Anche la tua stella ti sta cercando.”

“La mia… no.” Heinrich fece un passo indietro. Tutto questo non ha senso. “Hades, Specter, Skeleton… tu sei pazza.”

Non riuscì a proseguire, perché una stella cadente puntò su di lui. Heinrich cercò di fuggire, ma la cometa oscura lo investì in pieno.

Tutti quei sogni… non erano sogni, pensò, non sentendo stranamente alcun dolore. Erano frammenti delle mie vite passate. Cosa… mi sta succedendo?

Pandora lo osservava, mentre l’energia della stella penetrava in lui.

Quando Heinrich riaprì gli occhi, lei sorrise. “Ora sai chi sei… vero?”

Lui annuì, lo sguardo cupo e feroce. Aveva recuperato tutti i ricordi, e adesso sapeva cosa ci si aspettava da lui.

Allungò una mano, e dal pavimento della torre emerse un’armatura nera come la notte. In forma di totem, raffigurava una viverna dalle ali spiegate.

L’armatura si scompose e i pezzi si ricomposero sul suo corpo, modellandosi alla perfezione. Heinrich sembrava ancora più alto, adesso. E più terribile.

La surplice della Viverna è magnifica, pensò Pandora. Davvero degna di uno dei tre comandanti del nostro esercito.

Poi colui che era stato Heinrich von Stauhfen si inginocchiò davanti a lei.

“Chiedo perdono per il mio ritardo, lady Pandora”, disse in tono deferente, con una voce totalmente diversa da prima. “Ma ora Rhadamantys della Viverna, Gigante degli Inferi della Stella del Cielo Atroce e comandante delle armate infernali, è qui di fronte a voi. Pronto a servirvi. E ad eseguire ogni vostro comando.”

FINE

NOTE: in questa breve one-shot mi sono preso alcune libertà, come dare un nome e una famiglia al protagonista e al dargli ricordi delle sue vite passate presi sia da Next Dimension che da Lost Canvas, come se il personaggio fosse lo stesso in entrambe le saghe (lo ammetto, Chagall non mi è proprio piaciuto 🙂

Del resto, se mi fosse stato bene tutto di quello che ho letto non avrei avuto motivo di scrivere nulla 🙂

Recensioni e commenti

RECENSIONI

2 commenti
  1. Nicola
    Nicola dice:

    Questo capitolo sembra l’alba di una leggenda oscura: la caduta di un campione terreno e la rinascita di un guerriero immortale. Il passaggio da atleta idolatrato a incarnazione della Viverna è descritto come un rito iniziatico, in cui sogno e realtà si fondono fino a diventare un’unica verità. Pandora appare come una sacerdotessa del fato, e l’investitura finale di Rhadamantys ha il peso di un giuramento eterno. Un momento che segna non solo un cambiamento, ma l’ingresso definitivo nel mito. Interessante.

    Rispondi
    • admin
      admin dice:

      Ciao, ti ringrazio. Sì, il risveglio delle stelle oscure me lo sono sempre immaginato così, al richiamo di Pandora si risveglia il cosmo del male. Spero mi leggerai ancora in futuro.

      Rispondi

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