SANAE

ttt
Parcheggiata la macchina nel cortile del piccolo condominio, Daichi spense il motore. Poi salì di corsa le scale fino al terzo piano, raggiunse la porta di casa ed entrò.
Sanae Nakazawa, seduta in salotto davanti alla televisione, si alzò appena lo sentì arrivare. Daichi posò la sacca da allenamento a terra, si tolse la giacca e la appese accanto alla porta. Poi la guardò.
Come sempre, gli mancò il fiato. A trent’anni appena compiuti, Sanae conservava ancora il suo fisico perfetto di quand’era liceale. I suoi occhi scuri, ombreggiati dai capelli castani che le scendevano morbidi sulle spalle, avevano affascinato Tsubasa ma su Daichi quell’incanto aveva un effetto se possibile ancora più profondo.
“Ho sentito della tua vittoria, caro…” sorrise Sanae tendendogli le braccia.
Daichi le si accostò, le prese il viso tra le mani e la baciò. “Mi sarebbe tanto piaciuto che fossi lì a tifare per me…”
Lo sguardo limpido di Sanae si offuscò e Daichi le strinse le mani.
“Scusami… non volevo dire…”
“Non fa nulla, non ti preoccupare…”
Daichi si morse le labbra. Sapeva benissimo che Sanae non era più riuscita a entrare in uno stadio dopo la tragica morte di Tsubasa e il solo pensiero di averla turbata gli fece male.
“Vieni…» gli sussurrò lei, le labbra a sfiorare le sue. “Lascia che ti dimostri quanto ti amo…”
Daichi avvampò mentre Sanae lo guidava in camera da letto. Lì lo fece sedere con delicatezza, gli tolse il maglione e poi la maglietta. Quando iniziò ad accarezzargli la pelle nuda Daichi, con mani quasi tremanti per l’emozione, le sfilò la camicetta.
Si lasciò andare, come in un sogno. Perché Sanae era il suo sogno. Un sogno dolce e bellissimo, in cui lui si perdeva ogni volta con il solo desiderio di non svegliarsi mai più.
Qualche ora dopo, Daichi si svegliò e accese la luce sul comodino.
Sono quasi le sette del mattino, pensò, poi si voltò a guardare Sanae, sdraiata nel letto accanto a lui.
Lei dormiva ancora, e la sua espressione gli parve serena.
Quanto ti amo, Sanae…, pensò accarezzandole delicatamente i capelli castani. Sei così bella, dolce…
L’aveva sempre amata. Fin da quando era un ragazzino delle medie, e lei era già la fidanzata di Tsubasa. Tsubasa, suo fratello maggiore. Il campione adorato e stimato da tutti.
Nella sua sfolgorante carriera aveva conquistato tutto: i tornei scolastici, il Mondiale Giovanile under 16, il campionato brasiliano con il San Paolo. Poi il World Youth con la nazionale, gli scudetti e le Champions League con il Barcellona. Il Pallone d’Oro. Il FIFA World Player. E infine, il Titolo Mondiale con il Giappone, un trionfo storico e inedito per la nazionale del Sol Levante, che mai prima di allora aveva anche solo partecipato a un torneo così prestigioso.
Daichi invece, finite le medie, aveva sostenuto un provino nel Barcellona B proprio su indicazione del fratello maggiore Lo superò e si trasferì in Spagna, andando a vivere con Tsubasa e Sanae.
Dopo un anno però tornò in Giappone e, ripresi gli studi, entrò nello Jubilo Iwata. Disputò anche qualche partita con la nazionale giovanile, ma senza mai eccellere alla pari del celebrato fratello maggiore.
Tsubasa aveva l’amore di Sanae, l’ammirazione del Paese e l’amicizia e il rispetto dei più grandi campioni mondiali del loro sport: Wakabayashi, Misaki, Hiyuga, Schneider, Rivaul, Santana, Natureza e molti altri.
Eppure, nonostante gli otto anni di differenza e la distanza che c’era fra loro, tra i due fratelli c’era sempre stato un legame profondo.
Quando Daichi vinse il campionato di prima media, Tsubasa approfittò di una pausa nel campionato spagnolo per tornare a casa. Aveva solo per due giorni, ma ci teneva a congratularsi di persona con il fratello minore.
Il campo di allenamento della Nankatsu era illuminato anche la sera, e Daichi ne approfittò per andarci e allenarsi un po’.
Provò diversi tiri in porta, poi sentì una voce alle sue spalle.
“Il tuo tiro è migliorato, campione! Bravo!”
Si voltò, quasi incredulo. “Tsu… Tsubasa…? Sei proprio tu?”
Tsubasa sorrise e lo abbracciò con affetto.
“Avevo un paio di giorni di vacanza e sono subito venuto qui a trovarti. Complimenti per la tua vittoria, fratellino. Ho saputo che hai anche segnato due gol.”
“Sì… e ho tentato anche un Drive Shot, sai?”
Negli occhi di Tsubasa sembrò passare un’ombra di lieve divertimento. “Il Drive Shot…» mormorò. «È stato il secondo tiro che mi insegnò Roberto, sai?”
“Lo so…» annuì Daichi. “La prima è stata la rovesciata.”
Roberto Hongo, il più forte centravanti brasiliano della sua generazione, era stato il primo allenatore di Tsubasa. Gli era stato accanto negli anni più importanti, prima che un cancro al cervello se lo portasse via in soli sei mesi.
“Lo imparerò anch’io, vedrai.”
“Buon sangue non mente…” replicò Tsubasa.
Daichi ebbe la fugace impressione che ci fosse qualcosa di strano nel suo tono. Ma no, forse mi sbaglio…
Poi Tsubasa si chinò a prendere il pallone.
“Senti, che ne dici se ci facciamo due tiri? Su, fammi vedere quanto sei migliorato.”
Daichi esitò un istante, poi Tsubasa gli lanciò il pallone. Allora annuì e, palla al piede, gli si lanciò contro.
Ti supererò! Adesso scarto a destra e…
Scartò ma Tsubasa, prevedendo la mossa, lo contrastò. Velocissimo gli rubò palla e lo fece volare lungo e disteso sul prato.
“Non ci siamo…” scosse la testa. “Avanti, riprova.”
Daichi annuì. Ricevuta di nuovo la palla, si allontanò poi si rilanciò all’attacco, una, due, tre volte.
Tsubasa lo fermò ogni volta. E ogni volta lo invitò a ritentare.
“Se vuoi raggiungermi, un giorno”, gli disse, serio e con gli occhi scuri fissi nei suoi, “devi imparare a superare i tuoi limiti. Su, fatti avanti!”
Per l’ennesima volta, dopo innumerevoli tentativi falliti, Daichi si gettò in avanti stringendo i denti e deciso a superare Tsubasa. Ma ancora una volta, il fratello maggiore gli rubò la palla e lo sbattè faccia in giù sul prato.
“Per oggi basta…” disse Tsubasa alzando il pallone e scagliandolo in rete con un tiro diretto. “Torniamo a casa?”
“Va’… va’ pure avanti tu…” mormorò Daichi, rialzandosi su un gomito. “Io ti seguo.”
Per tutta risposta, Tsubasa si inginocchiò accanto a lui e lo guardò negli occhi, che erano dello stesso colore dei suoi.
“Coraggio non ti abbattere, fratellino. Io, alla tua età, passavo ore e ore al campo, cercando di migliorarmi in tutti i modi possibili. Vedrai che, se insisti, un giorno raggiungerai anche tu i tuoi traguardi.”
Daichi annuì appena. Tsubasa gli posò una mano affettuosa sulla spalla, poi si alzò e si allontanò veloce lungo il campo.
Daichi restò solo. Il respiro ancora affannato e il cuore pieno di emozioni contrastanti.
Rientrò a casa un’ora dopo, stanco e abbattuto e con la sola voglia di chiudersi in camera. Ma passando accanto al dondolo vicino alla porta di casa, si fermò.
Una ragazza era seduta lì, con gli occhi chiusi come se dormisse.
Ma è… è Sanae…
Il cuore gli balzò in petto.
Non la vedeva da quasi sei mesi. Da quando si era trasferita a Barcellona con Tsubasa infatti, tornava in Giappone solo di rado.
Restò incantato a fissarla.
Indossava un nero vestito aderente e i capelli scuri le ricadevano morbidi sulle spalle. Le labbra, appena sfiorate dal rossetto, sembravano attirarlo come una promessa silenziosa.
In quel momento, Sanae aprì gli occhi e gli sorrise con dolcezza.
“Daichi…” mormorò, alzandosi per abbracciarlo con affetto. “Come stai?”
“B-bene, grazie…”
Cercò di nascondere l’imbarazzo, dopo che al contatto con lei si era sentito avvampare. “Ho… ho appena finito di allenarmi…”
“Anche tu come Tsubasa, eh?” sorrise Sanae.
“Sì. E tu…? Stavi…”
“Mi stavo godendo un po’ d’aria fresca. La primavera, secondo me, è il periodo migliore dell’anno. Tu cosa ne pensi…?”
Daichi non seppe rispondere ma Sanae, che non sembrava aspettarsela davvero, gli diede un bacio sulla guancia.
“Adesso vado a dormire. Buonanotte Daichi.”
Rientrò in casa e Daichi ebbe l’impressione che senza di lei i contorni del giardino e della casa attorno sembrassero perdere ogni nitidezza.
Daichi si scosse dai suoi pensieri quando sentì la voce di Sanae accanto a sé.
“Mmmh… che ore sono…?”
“Appena le sette”, le rispose sorridendo. Poi la prese fra le braccia, e lei lo baciò, affondandogli le mani nei capelli, così simili – anche nella pettinatura – a quelli di Tsubasa.
“Ti amo così tanto, Sanae…” le mormorò, accarezzandole la pelle morbida mentre lei, stretta al suo corpo snello e muscoloso, continuava a baciarlo con passione.
“Lo so…” sussurrò sulle sue labbra. “E io amo te, Daichi… adesso vieni qui.”
Si sdraiarono fra le coperte, vicini, i respiri che si cercavano e si fondevano. Le mani si muovevano lente, come se volessero ricordare ogni curva, ogni battito. Il tempo sembrava sospeso, e nel silenzio della stanza, solo il loro amore parlava.
“Ti amo…” ripeté lui, mentre si stringevano l’uno all’altra, come se nulla potesse separarli. “Ti amo tantissimo, Sanae…”
Fare di nuovo l’amore fu stupendo, e quando infine si abbandonarono l’uno all’altra Daichi si accasciò contro di lei, il viso affondato fra i suoi seni e il cuore colmo. Sanae gli accarezzò piano i capelli e la schiena, sussurrandogli all’orecchio parole dolci.
Fra le sue braccia, Daichi sentiva di aver trovato ciò che aveva sempre cercato. Un amore che non era solo desiderio, ma rifugio. E un sogno che, per una volta, sembrava reale.
Recensioni e commenti
RECENSIONI
Se vuoi lasciare un tuo commento al racconto scrivimi, sarò felice di risponderti!
I tuoi dati sono al sicuro. Non riceverai mai SPAM da me.





Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!