LA LUCE
Scritto nel marzo del 1999

Un uomo camminava per la brughiera, tra una nebbia fittissima e una pioggia sottile che sembrava sospesa nell’aria. Avanzava, incurante dei rovi e dei rami che gli graffiavano il viso e le gambe. Non riusciva a vedere nulla: la nebbia era così densa che pareva avvolgerlo da dentro e la luna, piena quella sera, non riusciva a penetrare quella coltre spettrale.
Ad un tratto, gli sembrò di veder brillare una luce in lontananza. L’uomo si voltò, attratto da quel bagliore, e cominciò a dirigersi verso quella che, per lui, poteva essere una via di salvezza. Ma ogni volta che si avvicinava, la luce si spostava, come se lo stesse guidando… o mettendo alla prova.
La luce pulsava, si muoveva, cambiava forma. Ad ogni suo movimento, l’uomo sentiva crescere un’inquietudine profonda, ma ormai non poteva più sottrarsi: quella luce lo chiamava.
Quando fu vicino, sentì un colpo dietro la nuca e una voce profonda, che sembrava provenire da un luogo antico e remoto: “Chi cammina nelle ombre non può afferrare la luce.”
Cadde a terra, privo di sensi. Quando si risvegliò, il silenzio era assoluto. Ma non era un silenzio morto: era sospeso, come se il mondo stesso trattenesse il respiro.
Si alzò, confuso. Doveva fuggire, ma non sapeva da cosa. E non ricordava chi fosse. Il suo nome… svanito. La sua memoria… dissolta.
Eppure, la luce era di nuovo lì. In fondo al sentiero. Sentiva che doveva raggiungerla. Che in lei avrebbe trovato le risposte. Anche se non ricordava più le domande.
Correva, e la luce si spostava, sempre fuori dalla sua portata. Si lanciò in avanti, disperato, ma lei sembrò sfuggirgli. Aveva le lacrime agli occhi. E la voce tornò, come un sussurro nel vento: “Chi cammina nelle ombre non può afferrare la luce.”
Avrebbe voluto gridare, ma non aveva voce. Si rialzò, ma ogni passo era più difficile. La luce si allontanava. I contorni del mondo si sfocavano. La vista lo abbandonava.
Poi, qualcosa in lui scattò. Non nel corpo. Nella memoria.
Un’immagine si fece strada nella sua memoria, nitida, come se fosse incisa sotto la pelle: una stanza piccola, con le pareti color sabbia e una finestra da cui filtrava la luce del mattino. Una giovane donna rideva, leggera. “Sei sempre in ritardo”, diceva. “Ma almeno mi porti il caffè.”
“Ti amo”, sorrideva lui. Posava due tazze sul tavolo, e lei lo guardava come se il mondo fosse tutto lì, in quel semplice gesto.
Alla fine il ricordo si incrinò. La stanza si dissolse. La voce svanì.
Ma il calore rimase. Un’eco. Un’ancora.
Io ero qualcuno, pensò. Qualcuno che amava. Qualcuno che era amato.
La luce, per un istante, sembrò rallentare. Come se lo avesse sentito. Come se gli stesse offrendo una possibilità.
Ma lui inciampò. Cadde. Quando guardò su che cosa era inciampato, vide un tronco d’albero, grosso e nodoso. Strano che non l’avesse visto prima. I contorni del tronco e delle altre cose intorno a lui gli apparvero d’un tratto più sfuocati, sempre meno nitidi. Stava perdendo la vista?
Il panico più nero s’impadronì di lui. Gli sembrò di sentire nuovamente la voce misteriosa, ma questa volta così lontana che quasi pareva un sussurro portato dal vento.
L’oscurità più totale sembrò calare da ogni dove. La luce, prima debole e fioca, era adesso sparita del tutto. L’erba su cui camminava sembrava umida di rugiada, ma ora non riusciva più nemmeno a sentirne l’odore. Gli parve di essere precipitato in un abisso senza fine. Strano come non avesse mai pensato che senza l’olfatto si perdesse anche l’equilibrio…
Non riusciva più a reggersi in piedi, a pensare, a sentire… così non seppe mai quando arrivò la fine.
“Eccone un altro”, disse il novizio, osservando la figura riversa sulla spiaggia grigia. “Lo prendiamo, maestro?”
Il vecchio incappucciato annuì. Non c’era fretta. Lui, Caronte, sapeva che ogni anima arrivava quando era pronta.
Il novizio si chinò. “Perché hanno tutti quest’espressione smarrita?”
Il maestro parlò piano: “Quando l’anima lascia il corpo, in un primo momento cerca di tornare indietro. Rifiuta il passaggio. E così, rivive frammenti di ciò che era, cercando una via d’uscita a un destino ormai ineluttabile. La luce è il simbolo di quel ritorno. Ma non è mai la stessa per tutti.”
“E noi? Siamo qui per guidare il passaggio delle anime?”
“Per osservarle,” rispose il maestro. “E custodire il confine fra la vita e la morte.”
La barca attendeva. Caronte non pensava alla dannazione. Solo al viaggio. Alle soglie. Ai passaggi fra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Perché chi cammina nelle ombre… può ancora cercare la luce.
FINE
Recensioni e commenti
RECENSIONI

Il momento del trapasso e dell’atavica ed umana paura che lo accompagna è il tema di questo racconto. Una foresta tenebrosa, un uomo in fuga che insegue una luce che sembra farsi beffe di lui e progressivamente più la insegue e più perde le forze e la consapevolezza di se stesso… fino ad esalare l’ultimo respiro, la sua anima che poi si presenta tormentata al cospetto di Caronte, il terribile ed inflessibile Traghettatore delle Anime.
Da queste brevi ed intense righe emerge una rappresentazione immaginaria eppure realistica dell’ora della propria morte che prima o poi coglie tutti gli esseri umani, l’anima drammaticamente angosciata che tenta di tornare nel suo corpo e vive con terrore il trauma del distacco dalla vita terrena. E in fondo ogni anima segue segue il suo destino, eppure vi è, a mio modo di vedere, anche un aspetto “salvifico” di conforto: la rappresentazione del momento della propria morte come esorcizzazione della paura del momento stesso.

Un povero disgraziato che non sa neanche dove vuole andare e neanche si accorge di stare morendo… ci penserà Caronte il Traghettatore di Anime a farglielo capire.
Sembra quasi la storia del contribuente medio italiano 🙂 continuamente sballottato di qua e di là senza capirci niente fino alla mazzata finale.
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Questo racconto riesce a trasmettere molta inquietudine e oltre che il momento della morte sembra ricordare tutti i momenti di smarrimento in cui non sappiamo dove stiamo andando. Ma comunque una luce per quanto lontana ci indica la via e noi dobbiamo camminare, quasi per forza sennò sarebbe anche peggio. È bello che sia un ricordo d’amore a riaffiorare nell’ anima forse perché è l’ unica cosa che conta davvero. Poi ognuno il concetto d’ amore lo può declinare in mille modi ma è ciò che conta
Grazie di aver letto e recensito 🥰
Sì penso che senza amore – che poi come osservi giustamente tu ha molte sfumature e molte declinazioni – l’essere umano sia perduto.
E infatti il ricordo che affiora è proprio quello, non casualmente.
In questi ultimi giorni, visto anche quello che ho attraversato ultimamente per via di vicissitudini di malattia familiari, penso molto al trapasso e a volte ho paura che sia come una luce che svanisce all’ improvviso e che io mi trovo in un luogo buio, senza sapere dove andare, senza più riferimenti. Questo racconto mi è piaciuto molto perché mi ha fatto riflettere su questa mia paura e sul trauma del distacco dalla vita terrena. E poi anche sul fatto che mi è capitato diverse volte di essere come avvolta nella nebbia, senza uno scopo. I tuoi racconti mi rimandano spesso a qualche aspetto, presente o passato, della mia vita.
Ciao ☺️.
Di vagare nella nebbia, confuso e senza sapere bene che fare, è capitato varie volte anche a me.
In questi momenti bui della nostra vita ci aggrappiamo con tutte le forze a quelli che sono i nostri punti fermi.
Sono contento che i miei racconti ti piacciano e ti facciano riflettere, uno degli scopi della scrittura e della lettura dovrebbe essere proprio quello.
A presto e grazie di tutto ☺️🌹
Sai che credevo che il ricordo della donna che gli diceva: “Ti amo” l’avrebbe aiutato ad uscire da quella nebbia, da quel buio? E invece… era l’anima che rifiutava a lasciare il corpo, la vita terrena, e alla fine il pover’uomo si trova al cospetto di Caronte, il traghettatore infernale. Ha lottato con tutte le sue forze per sfuggire all’infausto destino, ma il destino non perdona.
Ciao ☺️.
Si, la voce era purtroppo solo l’ultimo ricordo “vivo” di un’anima ormai condannata.
Il destino, come hai detto anche tu, non perdona.
A presto 🌹