L’ANGELO
Scritto nel febbraio del 2024

Orlando d’Anglante è il più famoso e valoroso dei Paladini di Carlo Magno. Possessore della mitica spada Durlindana e nipote dello stesso imperatore dei Franchi, Orlando era capace di scatenare in battaglia una furia combattiva tale da renderlo praticamente invincibile.
La luce del tramonto filtrava dalle alte finestre della stanza, tingendo di oro le pietre antiche del palazzo reale dell’Heristal.
Gisela, figlia del re dei Franchi Pipino e della regina Berta, sedeva davanti allo specchio mentre le dame le intrecciavano i lisci capelli scuri con nastri d’argento e piccoli fiori di campo. Il suo volto era sereno e gli occhi chiari le brillavano di una felicità che nessuna guerra e nessuna paura avrebbe mai potuto offuscare.
“Domani sarò sua moglie…” sussurrò quasi a se stessa, e le dame si scambiarono sorrisi complici.
Milone d’Anglante, conte di Bretagna e di Neustra. Il primo dei Paladini. Il più forte, il più bello e il più leale dei cavalieri scelti di suo padre. Alto, capelli chiari come il grano maturo e fieri occhi azzurri, era il sogno di tutte le fanciulle di Francia.
Gisela si era innamorata di lui durante il viaggio di ritorno a corte dal suo castello di Saint Roquier, che proprio Milone – allora non ancora capitano dei Paladini – aveva salvato dall’assedio dei crudeli scorridori Normanni.
Ricordava molto bene quel giorno.
Le fiamme che salivano dalle torri, il clangore delle armi e il terrore che le stringeva il cuore alla vista dei coraggiosi difensori del castello che cadevano, l’uno dopo l’altro, nel tentativo di opporsi alla ferocia degli invasori.
Indossata una leggera cotta di maglia, si era recata sulle mura per incoraggiare i soldati incurante del pericolo e, afferrato lo stendardo reale dal portabandiera, l’aveva sventolato nell’aria. “Non perdetevi d’animo, soldati!” aveva gridato, e gli sguardi di tutti si erano voltati verso di lei. “Dobbiamo continuare a combattere! Dio è con noi!”
I Normanni però erano di gran lunga superiori di numero e, nonostante il coraggio dei Franchi, tutto sembrò sul punto di essere perduto.
Il cuore di Gisela si era serrato in una morsa di ghiaccio quando all’improvviso, il suono dell’Olifante – il dorato corno da guerra di Milone – era rimbombato tutt’attorno.
I Paladini e il loro esercito si erano riversati come un fulmine sui Normanni facendone strage. Milone, alla loro testa, combatteva con un’eleganza spietata, una danza di colpi che sembrava ispirata da una mano divina. Il nemico era stato respinto e costretto alla fuga, subendo perdite devastanti e il castello messo finalmente in salvo.
“Aprite il portone principale!” aveva ordinato Gisela.
Non appena Milone e i suoi cavalieri erano entrati al galoppo, lo sguardo del Paladino aveva incrociato quello della principessa… e in quel momento il cuore aveva iniziato a batterle più forte.
Suo padre avrebbe desiderato per lei un’unione con un principe, per cementare le alleanze politiche, ma si era trovato di fronte alle insistenza, oltre che della figlia, della regina sua sposa e anche di suo fratello maggiore, il principe Carlo, che considerava Milone uno dei suoi migliori amici.
Pipino, famoso per la sua intransigenza, aveva infine ceduto, e adesso Gisela e Milone erano ad un passo dal coronamento del loro sogno d’amore.
Da domani, pensò ancora la principessa. Niente potrà separarci.
Fuori, le campane del vespro iniziarono a suonare. Il cielo si fece viola mentre il vento portava profumo di lavanda e di mare. Gisela si alzò, il vestito di broccato rosso rubino ondeggiava attorno a lei come un’onda. Uscì sulla balconata della stanza e guardò lontano, verso le colline dove Milone stava accampato con i suoi uomini, pronto a raggiungere il palazzo reale all’alba.
Il cuore le batteva forte. Non di paura, ma di gioia.
Il futuro era lì, a un passo. L’indomani avrebbe sposato l’uomo che amava.
Pochi mesi dopo…
“Sono certo”, sorrise Milone, “che il mio castello ti piacerà, amore mio. Si trova a Brest, sulla costa sferzata dai venti della mia Bretagna.”
“Sono abituata a questo tipo di dimore”, rispose Gisela, ripensando al suo castello di Saint Roquier, che improvvisamente non le mancava più così tanto.
I novelli sposi erano in viaggio da settimane perché, quando la gravidanza di Gisela aveva iniziato a diventare manifesta, Milone aveva insistito affinché raggiungessero i suoi domini.
“Mio figlio deve nascere nel mio castello”, aveva detto. “Là dove sono nato io, e mio padre prima di me. È la tradizione. Ma se non te la senti di affrontare il viaggio…”
“E infrangere così le antiche tradizioni della tua famiglia? Dio non voglia!” aveva scherzato lei. “Orlando nascerà nel tuo castello.”
“Hai già deciso che sarà un maschio e anche il suo nome?” La risata di Milone sembrava una cascata che si infrangeva sulle rocce: fragorosa e impossibile da ignorare . “E sia, allora… se avremo un maschio lo chiameremo Orlando.”
Così, dopo aver salutato i genitori e il fratello Carlo, erano partiti con una scorta di cavalieri, dame di compagnia e l’anziano e fedele scudiero Rodoaldo.
Nei primi giorni il tempo era stato clemente, ma via via che avanzavano le piogge si fecero incessanti, e Gisela, in stato interessante, dovette smontare da cavallo per proseguire il viaggio su un carro coperto. Milone cavalcava al suo fianco, cercando di distrarla con facezie e storie di antiche leggende. Proprio in quel momento le stava raccontando la famosa storia dell’antro di Sperlonga quando un cavaliere della scorta li raggiunse al galoppo.
“Mio signore, c’è un problema! Il fiume ha esondato e il ponte a sud è crollato.”
Milone aggrottò la fronte. “Cosa?”
Dal carro, Gisela si sporse preoccupata. “Che succede, amor mio?”
“Nulla d’irreparabile» rispose il Paladino, riacquistando subito il suo sorriso fiducioso. “Solo, temo che dovremo allungare un po’ il nostro viaggio.”
Quella che doveva essere una semplice deviazione si trasformò però presto in una prova durissima: le strade si fecero fangose sotto la pioggia incessante, tanto che a tratti i cavalli si rifiutavano persino di andare avanti. Il morale degli uomini era basso, quasi che la cupezza del cielo si riflettesse anche sui loro animi.
Come se non bastasse, Gisela iniziò a stare male e a vomitare quasi ogni giorno.
“È strano…” disse a Milone. “Al parto mancano ancora settimane, eppure sento il bambino premere, scalciare e agitarsi. Non… non capisco.”
“Potrebbe trattarsi di un parto prematuro» intervenne Lady Maura, una delle dame di compagnia della principessa, che era anche un’esperta levatrice. “Mio signore, quanto manca ancora al castello?”
“Fra qualche giorno raggiungeremo il ponte a nord. Da lì la strada sarà più semplice. Pensi di riuscire a resistere, amore mio?»
“Ci proverò…”
Proseguirono il viaggio e finalmente, qualche giorno dopo, giunsero in vista di un vecchio ponte di legno.
“Ci siamo”, annunciò Milone sporgendosi nel carro. “Gisela, tra poco…”
Lei ansimò, bianca come un lenzuolo.
“Lo sento. Il bambino… sta… sta per nascere!”
“Lady Maura, potete assisterla?” chiese Milone, cercando di celare l’ansia che lo pervadeva. “Io guiderò la traversata.”
“Mi occuperò di lei”, annuì la donna. “Voi andate, mio signore.”
“Siamo nelle vostre mani.”
Milone galoppò veloce raggiungendo la testa del gruppo e scambiò qualche parola con Rodoaldo. Il cielo era nero di nubi temporalesche e la pioggia aumentò ancora d’intensità. A un ordine del conte d’Anglante, i cavalieri della scorta iniziarono ad attraversare, mentre il ponte scricchiolò sinistramente sotto gli zoccoli dei loro cavalli.
“Coraggio principessa, spingete!” esortò Maura, tamponando la fronte sudata di Gisela. “Manca poco, ci siamo quasi…”
Un sobbalzo improvviso squassò però il carro, e le due donne vennero violentemente scaraventate di lato.
“Il ponte ha ceduto!» gridò da fuori Rodoaldo. Al fianco di Milone, già sull’altra riva, vide la struttura di legno su cui stava passando il carro di Gisela cedere, e il convoglio inclinarsi nel fiume impetuoso mentre i cavalli che lo trascinavano nitrivano spaventati.
“Gisela!” urlò Milone, la voce incrinata dalla paura. Smontò subito da cavallo, lanciandosi in acqua prontamente imitato da alcuni dei suoi cavalieri. “Dobbiamo salvarla!”
Nonostante gli sforzi di tutti però, il carro sembrava irrimediabilmente incagliato, finché il conte d’Anglante sentì una presenza alle sue spalle: qualcuno stava sollevando il carro con forza sovrumana!
Si voltò.
Lo sconosciuto era alto, con capelli biondi e ricci che gli ricadevano morbidamente sulle spalle. Indossava una semplice tunica bianca e, come apparso dal nulla, sembrava possedere una potenza inaudita.
Grazie a lui, il carro fu rapidamente trascinato a riva.
“Vi ringrazio, signore”, disse Milone porgendogli la mano.
Ma quando lo sconosciuto si voltò, il Paladino rimase senza fiato. La sua bellezza era irreale, la pelle liscia, gli occhi azzurri e luminosi. Intorno a lui, un’aura di energia dorata sembrò vibrare all’improvviso nell’aria.
“Conte, venite presto!” gridò Maura dal carro. “Vostra moglie ha dato alla luce un bellissimo bambino!”
Milone accorse. Gisela, sfinita, sorrideva debolmente mentre il neonato strillava, vivo e forte, tra le braccia della levatrice.
“Mio figlio…” mormorò il Paladino, prendendolo tra le braccia. “Benvenuto al mondo, Orlando.”
In quel momento si accorse che lo sconosciuto era lì al suo fianco.
“Tu sei un bambino speciale, Orlando”, disse questi in tono soave. Posò una mano sulla fronte del piccolo, e una corrente d’energia invisibile sembrò attraversarlo. “Crescerai forte e coraggioso, e un giorno ci rivedremo. Te lo prometto.”
Pronunciate queste parole, scese dal carro e sembrò diventare ancora più alto. Due magnifiche ali bianche gli si spalancarono dietro le spalle, mentre dalla sua figura emanò un bagliore dorato che sembrò scacciare persino la pioggia.
Poi, sotto gli occhi stupiti degli astanti, si sollevò lentamente in volo, e l’istante successivo era scomparso nel cielo.
“Era… un angelo…” mormorò Milone, stringendo tra le braccia il piccolo Orlando mentre la pioggia lentamente diminuiva d’intensità.
Gisela, ancora pallida, accarezzò la mano del marito. “Hai visto anche tu…? Le sue ali… quella luce…”
Milone annuì, ancora senza fiato, passandole delicatamente il bambino. “Non è stato un sogno. Lui ci ha salvati. E… ha benedetto nostro figlio.”
Attorno a loro, tutti tacevano, ammutoliti dallo stupore. Anche il fiume sembrò placarsi, come se la natura stessa riconoscesse il prodigio appena avvenuto.
Milone si voltò a osservare il cielo, dove le nubi iniziavano lentamente a ritirarsi lasciando intravedere uno spicchio azzurro, lo stesso colore degli occhi dello sconosciuto.
Poi chinò lo sguardo su Orlando, che si era addormentato sereno tra le braccia di Gisela.
“Orlando, figlio mio…” sussurrò con voce colma di emozione. “Il mondo ti attende. E tu farai grandi cose, ne sono convinto.”
FINE
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Mi sono venuti i brividi quando hai descritto l’Angelo. Mi aspettavo che svanisse nel nulla come era capitatoa me a Capo d’Orlando in autostrada. Invece si è palesato del tutto. Bellissimo racconto 🌟
Grazie ❤️❤️.
Sono felice che ti sia piaciuto 😘
Questo racconto, molto emozionante per me, mi ha fatto ricordare che ci sono stati due eventi nella mia vita in cui ho rischiato grosso e nei quali credo che “qualcuno” mi abbia aiutata. Qualcosa, un’ energia. Forse un angelo custode. Sarebbe troppo lungo raccontarli qui, ma ho pensato in quel momento che esistesse davvero una forza più grande di noi, in grado di aiutarci. Complimenti, mi piace molto questo racconto 😘
Ciao, grazie 🤗.
Si io credo che ci sia sempre qualcuno vicino a noi, e anche che il “sistema razionale” in cui si pretenderebbe di chiudere tutto, e che porta l’essere umano a “non fare caso” a tutto quello che è mistico e spirituale sia molto limitante (e non casuale, ma questo è un altro discorso 😁).
E vedi che poi, se ci si fa caso, gli episodi in cui si percepisce “qualcosa o qualcuno” sono molto più frequenti di quanto lo si immagini.
Un abbraccio 🤗
Non so da dove cominciare perché ho ancora il cuore che batte forte. Questo racconto sembra uscito da uno di quei codici miniati che sfogliavo da bambina, quando sognavo cavalieri splendenti e principesse coraggiose. Hai ricreato l’atmosfera carolingia con una naturalezza che raramente si vede: non c’è nulla di polveroso o “da manuale”, tutto è vivo, luminoso, quasi palpabile.
Ho adorato Gisela. Non la solita figura eterea che aspetta e sospira, ma una principessa che sale sulle mura, che affronta la paura, che viaggia sotto la pioggia pur di rispettare una tradizione che sente sua. È forte senza perdere dolcezza, e questo la rende modernissima pur restando perfettamente credibile nel contesto.
E Milone… beh, Milone è proprio il tipo di cavaliere che mi fa venire voglia di rileggere tutto il Ciclo della Chanson de Roland. Leale, luminoso, quasi “troppo” perfetto — ma è quel troppo che funziona, perché appartiene al mito, non alla cronaca.
La scena del ponte è la mia preferita. Ha quella tensione epica che ricorda certi passaggi arturiani, quando il destino si manifesta all’improvviso e cambia tutto. L’apparizione dell’angelo poi è un colpo di scena bellissimo: non kitsch, non eccessivo, ma solenne e misterioso come dovrebbe essere ogni intervento del soprannaturale in un racconto medievale. E il fatto che benedica Orlando alla nascita… brividi. Sembra davvero l’inizio di una leggenda.
In generale, quello che mi ha colpita è il tono: caldo, avventuroso, romantico senza essere stucchevole. Si sente l’amore per questo mondo, per i suoi simboli, per la sua grandezza. E soprattutto si sente che questo è solo l’inizio di qualcosa di enorme.
Se questo fosse il prologo di un romanzo, io sarei già in fila per comprarlo.
Ciao, ma grazie! 🙂
Mi fanno particolarmente piacere tutti questi commenti, perché il ciclo Carolingio è un altro dei miei preferiti e l’averlo saputo rendere al meglio non può che farmi felice.
L’Angelo è stato un tocco in più, benedice Orlando e con la sua benedizione dà il là a quello che sarà – in futuro – il più grande eroe della cristianità. Questo in realtà è proprio il prologo di un romanzo che ho lì in attesa di editing, quando sarà pronto ti contatto 🙂
Ciao e grazie