ALLA RICERCA
DEL GRAAL
parte 2
Scritto nel febbraio del 2002- rieditato nell’agosto del 2025

GALAHAD
Mi sono separato da Percivale. Mi sta bene così. È uno dei pochi amici che mi sono fatto durante la mia permanenza a Camelot ma è troppo
loquace, troppo… entusiasta in un modo che a volte mi confonde. Scherza su tutto, persino sul sangue dei martiri. E io, che vorrei solo ascoltare il vento per capire dove andare, con lui vicino non riuscivo a concentrarmi.
Adesso cavalco da solo, lungo un sentiero che sa di muschio e foglie cadute. Non ho una mappa – non ne ho mai voluta una, se devo essere onesto. Chi cerca il Graal non segue i sentieri; si lascia trovare dalla fede.
Mi sento felice, anche se un po’ tremante. È tutto così grande. La cerca è reale. Il mio cuore pulsa forte, come se ogni battito fosse un giuramento segreto. Perché il Graal non è solo un oggetto, ma una promessa, quella di un futuro migliore per tutti noi.
Quando lo ritroverò -perché lo sento, io ce la farò – e tornerò con la sacra coppa, tutto sarà diverso. I cavalieri smetteranno di litigare come fratelli gelosi. Si parlerà di fratellanza, non più solo di strategie militari. Ne sono più che certo.
Verso sera, inciampo in un castello che non avevo previsto. È silenzioso e solido, e le guardie che mi aprono i cancelli hanno l’aria di chi non dice mai una parola di troppo. Il lord del posto, sir Ironmeir, mi accoglie con cortesia che sa di pietra levigata: ruvida ma solida.
A cena mangio con lentezza, ma la mia curiosità è veloce.
“Chiedo scusa”, dico in tono cortese. “Dove ci troviamo? Ho cavalcato per giorni, e ho quasi l’impressione di aver girato più volte intorno allo stesso albero.”
Ironmeir sorride. “Siamo a nord di Extraux, ai confini di Extrangore. Non mi sorprende che siate confuso. Queste terre hanno più curve che un racconto di Merlino.”
Annuisco, anche se quel nome mi suona più come un luogo inventati apposta per una recita che reale.
“Posso chiedere,” mi fa lui, “perché viaggiate senza una guida o una mappa?”
Sorrido. “Perché cerco il Santo Graal, mio signore. E ho deciso di lasciarmi guidare solo dal cuore. Le mappe non indicano i miracoli.”
Ironmeir mi scruta per un istante, poi annuisce. “Un bel pensiero. Come vi chiamate, mio giovane amico?”
“Sono sir Galahad di Corbenic, e sono un Cavaliere della Tavola Rotonda. Di certo anche qui…”
Lui stringe gli occhi e m’interrompe.
“Venite da Camelot, quindi.”
“Sì.”
“E ditemi. Avete mai sentito parlare del mio vicino, re Brangoris di Extrangoris?”
Non l’ho mai sentito nominare e glielo dico.
Mi guarda in modo diverso, poi si alza con una certa gravità.
“C’è una cosa che dovreste vedere. Seguitemi?”
Scendiamo insieme in una cantina che sa di muffa e di segreti. Le torce appese alle pareti dipingono ombre che mi sembrano più vive di alcune dame di corte.
Ci fermiamo davanti a una cella, e sir Ironmeir rende una torcia dal muro.
“Abbiamo catturato un uomo, giorni fa”, mi dice. “Si aggirava tra le campagne come un lupo in caccia. Da allora lo teniamo qui senza perderlo mai di vista. Sembra totalmente impazzito, ed è pericoloso.”
“Capisco. Quando avrò il Graal, tornerò a guarirlo. Quando Dio è con noi, nulla ci è precluso.”
Ironmeir mi scruta con più intensità.
“Non è per questo che ve ne ho parlato.”
“Allora… perché?”
“Gli uomini di re Brangoris sono stati qui, chiedendomi di consegnare quest’uomo a loro. Sostengono che sia uno dei vostri.”
“Un… Cavaliere della Tavola Rotonda?”
“Sì, un vostro fratello giurato. Io ovviamente ho rifiutato di consegnarlo, dato che non è in sé gli uomini di Extrangoris hanno rifiutato di dirmi il motivo della loro richiesta.”
“Capisco. Di chi si tratta?”
Mi fissa. “Di sir Lancillotto del Lago.”
Mi sento frantumare. Il nome mi cade dentro con tutto il peso di un castello.
Lancillotto.
Non so se parlare, piangere… o ridere in modo isterico.
“Vi prego. Fatemi entrare. Lasciatemi solo con lui.”
Mi porge le chiavi. “Attento però.”
Annuisco e apro la cella.
Dentro c’è buio che respira. Il letto di paglia geme sotto il peso di un corpo. Mi avvicino, e lui si sveglia. I nostri sguardi s’incontrano.
Lancillotto. Non è come me lo aspettavo. Non è il paladino invincibile delle ballate, né il padre glorioso che ho tanto desiderato incontrare. È un mucchio di ossa e ricordi, incatenato e sporco, con lo sguardo pieno di una rabbia che fa paura.
“Papà…” sussurro.
Non so da dove mi venga quella parola. Non l’ho mai detta a nessuno. Nemmeno a me stesso.
Lui emette un suono, come una pietra che crepa. Fa per muoversi. Le catene gli tintinnano ai polsi.
“Sono Galahad, papà. Di Corbenic… il figlio di Elaine.”
Non reagisce, ma io non provo rabbia. Solo voglia di abbracciarlo. Di portarlo via.
“Ti prometto”, gli dico con voce che trema, “che troverò il Graal. Tu berrai da lì e guarirai. Poi torneremo a casa. Insieme.”
Mi volto e riesco a uscire senza inciampare nei pensieri. Sir Ironmeir non mi chiede nulla, ma si limita a riaccompagnarmi di sopra.
La stanza è semplice. Il letto è più soffice del cuore e mi ci lascio cadere sopra come un sasso stanco. Non piango. Non ci riesco. Ma sogno. E nei sogni, mio padre mi sorride e siamo felici.
La mattina dopo mi congedo da sir Ironmeir e riprendo il mio viaggio solitario. Adesso però è tutto diverso.
Il Graal è solo un tramite, il primo passo della mia missione. Ora so cosa sto cercando davvero.
E perché non posso fermarmi.
LANCILLOTTO
Fingo. Mi riesce bene. Non ho perso la ragione. L’ho semplicemente messa in pausa. È diverso. È comodo. Nessuno pretende nulla da un uomo che si contorce nei sogni e ulula alle mura. Posso dormire. Posso non rispondere alle domande. E posso persino lasciare che, semmai Artù verrà a sapere della mia attuale condizione, sia libero di pensare che sono stato spezzato dalla devozione. Come se fossi un martire, quando in realtà mi fa comodo fare il relitto. Ero nella foresta, in fuga dagli uomini di Extrangoris, quando mi è venuta l’idea: farmi passare per pazzo.
Sono stato uno stupido, lo ammetto. A farmi incantare dalla figlia di re Brangoris. Bella? Sì. Ma anche astuta e profumata… profumata come l’inganno. Mi ha sorriso con quella bocca che sembrava dire “abbracciami”, ma che in fondo gridava “prendimi”. Ci sono cascato come un idiota. Sapevo che Brangoris avrebbe perso la testa appena saputo che ero stato con sua figlia. Mi sono dato alla fuga.
A nord, solo e col rischio di finire catturato, ho gettato armi e armatura, abbandonato il cavallo e iniziato a vivere nei boschi, cacciando a mani nude come una fiera. Poi, quando ho riconosciuto gli stemmi di Ironmeir, mi sono fatto catturare apposta. Ora sono qui, chiuso in un’umida cantina, e ci resterò finché servirà. Prima o poi la rabbia di Brangoris si placherà, richiamerà i suoi armati, e io potrò tornare alla mia vecchia vita.
E se sua figlia dovesse rimanere incinta? Se suo padre andasse da Artù? Naturalmente negherò tutto. E chi crederanno, una volta che avrò riconquistato il mio ruolo? A me, Lancillotto del Lago, il glorioso, il Campione della regina, o a lei, una principessa di provincia che sogna corone in cambio di culle? Potrebbe nascere un bambino, sì. E forse crescerà con qualche bugia tenera e una madre che gli racconterà del padre scomparso. Oppure no. Dipenderà da quanto forte vorrà crederci.
Artù… non è soltanto un re. È l’uomo che ha unificato queste terre divise e insanguinate, creato la leggenda della Tavola Rotonda, trovato il Santo Graal. Si è battuto per un’idea di un regno giusto, e quando io e i miei cugini siamo arrivati qui dal Benoic entrare al suo servizio è stata la cosa più naturale da fare. Artù è forse l’unica persona al mondo per cui provo una sorta di rispetto, ma anche lui è un uomo, con i suoi dubbi e i suoi difetti. Tra gli altri quello di trascurare sua moglie, la regina a cui ha giurato devozione. Ne ho approfittato, affascinato dalla sua bellezza intrisa di tristezza. Me ne pento? Assolutamente no, anche se dopo un po’ la storia clandestina con Ginevra rischiava di mettere in pericolo il mio ruolo a corte. Artù ha mai scoperto di noi? Se sì, sarà disposto a perdonarmi? Forse. A proteggermi? Senz’altro. Non può privarsi di me. Sa che gli sono utile. Sa che faccio la differenza. Io vinco le guerre, e sono imbattibile nei tornei. Non lascerà che una faccenda da ballata lo separi dal suo miglior cavaliere.
La principessa di Extrangoris forse farà una scenata, forse piangerà. Ma poi tornerà qualcuno a farle brillare gli occhi.
Ieri sera… Galahad. Un giovane cavaliere che non avevo mai visto. Mi ha chiamato “papà”. Sciocco ragazzo. Eppure… potrebbe essere?
Mi sono ricordato di Elaine di Corbenic. Non bella, nemmeno particolarente intelligente ma… più che abbastanza per un cavaliere stanco, che in quel momento desiderava soltanto i piaceri semplici dell’amor cortese. Sì, forse Galahad è davvero mio figlio. Non mi somiglia, è biondo e magro, ma… qualcosa nei suoi occhi mi ha trattenuto. Ha promesso di tornare con il Graal. Per salvarmi.
Ma da cosa? Da chi?
So salvarmi da solo. Voglio solo che mi lascino in pace. Eppure… se è davvero mio figlio, ce la farà. Lo sento.
E allora, forse, potrò bere di nuovo dal Graal. Per una volta lascerò che sia qualcun altro l’eroe della storia. Dopotutto, si tratterebbe di mio figlio.
SARÀIDE
Cammino a piedi nudi sui pavimento a mosaico dei corridoi, fino alla sala dove il Graal riposa, sul suo piedistallo avvolto da una luce pallida che illumina un poco la penombra tutt’attorno.
Mi avvicino e lo sfioro con le dita, con la riverenza che si riserva alla più sacra delle reliquie del nostro mondo, e penso.
Da che ho memoria, la violenza ha sempre avuto voce nel mondo. Rumore di acciaio, urla, cavalcate notturne, regni che nascono e si sbriciolano nel sangue. E noi – figlie delle acque, custodi del silenzio – abbiamo vegliato, sempre. Invisibili, ascoltando il mondo morire e rinascere fin da quando ci venne dato in custodia il Santo Graal.
Ricordo Giuseppe d’Arimatea come fosse ieri. Un uomo colmo di luce, fragile nella carne ma saldo nello spirito. Ci chiese di poter versare il sangue del Santo Nazareno – che aveva trasportato partendo dall’altra parte del mondo – nel calice, e noi accettammo. Mai gesto fu più sacro. Quando se ne andò, gli lasciammo portare il Graal con sé, convinte che non avremmo potuto trovare un custode più giusto e puro.
Ma la purezza è rara. Giuseppe morì, e dopo di lui il Graal passò di mano in mano, più desiderato come trofeo che custodito come sacra reliquia. Fino a re Artù.
Oh, Artù… l’unificatore della Britannia, la nostra migliore speranza per un mondo più giusto. Eravamo convinte che con lui, tutto sarebbe cambiato. Ci illudemmo. I suoi sogni erano nobili – almeno all’inizio – e il suo regno prometteva giustizia. Ma alla fine, come tutti, fu conquistato dal clangore del potere. La sua Excalibur brillava come verità, ma feriva come tutte le altre lame.
Indegno di custodire il Graal, gliel’abbiamo sottratto e da allora i suoi cavalieri sono partiti alla ricerca in giro per il mondo: Gawaine, Pellinore, Lamorak, Bors, Lionel… tutti alla ricerca della sacra coppa, tutti convinti che per riuscire in quest’ardua impresa bastino forza, fama e onore. Nessuno di loro ha compreso davvero, o si è anche solo fermato a chiedersi se il Graal li voglia. Il Graal non si lascia prendere. Si dona. E nessuno di questi cavalieri, valorosi ma con le spade sguainate al minimo sussurro d’offesa, è pronto a riceverlo.
Io e le mie sorelle continueremo a custodirlo, non per capriccio ma per necessità. Nessuno di loro è degno di riconquistare la sacra coppa, che rimarrà qui fino al momento giusto. E quando arriverà, io lo sentirò nell’acqua…e il Graal splenderà riconoscendo il suo nuovo possessore.
GALAHAD
Sono mesi che giro in tondo. A volte mi sembra di passare negli stessi luoghi con alberi che si prendono gioco di me. Non ho mai incontrato nessuno, se non qualche contadino o pastore subito pronto ad abbassare o distogliere lo sguardo al mio passaggio. Nessun cavaliere della Tavola Rotonda. Non ho sentito di nessuna loro impresa gloriosa, in questa cerca, e ho dmenticato il nome dei regni che ho attraversato. Solo silenzio, erba alta e la mia fede.. che a volte comincia a inciampare.
Poi, eccolo. Un castello. Ma non è normale. Galleggia sull’acqua, senza sentieri e senza ponti che conducano all’ingresso. I portoni sono aperti come bocche che aspettano una risposta. Mi avvicino al lago e noto che ogni tanto emergono lembi di terra, isole passeggere che appaiono e svaniscono in un lampo.
Capisco. Devo attraversare nel momento giusto. Devo sbrigarmi, cogliere l’attimo giusto.
Smonto da cavallo. Lo libero. Non voglio che rischi con me. Se devo cadere, lo farò da solo.
Procedo deciso, ma attento ai movimenti. I piedi toccano appena i lembi di terra. Sono più rapide di me, ma riesco a tenerne il passo. Poi… un passo sbagliato. Cado nell’acqua.
È fredda. Gelida. Non sembra naturale. Mi mozza il fiato, mi afferra la gola, mi fa tremare come se avessi incontrato l’ombra del male. Ma raggiungo la riva. Mi accascio. Respiro. Ce l’ho fatta.
Faccio un passo, poi un altro fino a varcare le porte del castello misterioso. E subito le vedo… fanciulle misteriose e bellissime che mi accolgono con ammalianti sorrisi.
Sono simili alla vergine – ma perché poi ho pensato a lei come a una vergine? – che ho visto sottrarre il Graal a Camelot, quando tutto è cominciato. Si muovono leggere e mi guardano come se mi conoscessero da sempre.
“Benvenuto, sir Galahad di Corbenic,” dicono. “Eri atteso.”
“Dove… dove mi trovo?”
“Al Castello del Graal. Noi siamo le Vergini custodi. Tu sei il cavaliere dal cuore puro destinato a salvare il mondo dalle tenebre.”
Mi commuovo. Il Castello del Graal. Sono qui. Ci sono davvero.
Sento una pace che mi riempie il petto, come se ogni dubbio fosse un errore di calcolo. Qui tutto è giusto. Adesso tutto è chiaro.
Vengo accompagnato ad una stanza immersa nella semioscurità. Il Graal è lì, posto su un piedistallo. Faccio un passo in avanti, incerto se inginocchiarmi o no.
La fanciulla più vicina prende fra le mani la coppa dorata e me la porge. La guardo negli occhi, ma ci vedo solo l’azzurro del mare.
“Tieni, sir Galahad. Tu sei il Predestinato. Hai superato le acque fatate e il tuo cuore è puro. Ora… bevi.”
Lo faccio.
L’estasi quasi mi fa girare la testa. Come l’ultima volta a Camelot, ma mille volte più forte. Non so dove finisco io, e dove comincia la luce.
Ma poi… la luce cambia. Si spegne e tutto intorno a me si oscura.
Mi ritrovo nel buio. Le fanciulle sparite, la sala dove mi trovo sempre più immersa nell’ombra. Solo il Graal resta, luminoso e nuovamente al suo posto sul piedistallo.
Allungo una mano, ma una voce mi ferma.
“Fermo, Galahad. Non puoi prenderla.”
Mi volto. Una delle fanciulle è ricomparsa.
“Che… cosa significa tutto questo?”
“La profezia dice che il Graal, nelle mani del Predestinato, abbatterà le tenebre e l’oscurità del mondo.”
“Sì. È per questo che voglio portarlo a Camelot! Per combattere l’oscurità!”
“Non capisci. Camelot è l’oscurità.”
Mi si ferma il cuore.
“C-che cosa? No…”
“Hai capito benissimo.”
“No. Io… io non vi credo.”
“Camelot è piena di passioni corrotte ed egoismi. I suoi cavalieri sono stati sedotti dal Maligno. Nessuno, infatti, è stato degno di arrivare qui. Nessuno… tranne te.”
“Non è vero! I Cavalieri della Tavola Rotonda sono uomini nobili. Forse hanno commesso degli errori, sì, ma non sono malvagi! Io… non posso… credervi!”
Lei mi prende la mano.
“Guarda, Galahad. E giudica tu stesso.”
Il muro di tenebre si squarcia… e inizio a vedere.
La foresta di Broceliande. Vedo Gawaine e i suoi fratelli Agravaine e Gaheris. Aspettano qualcuno… è Pellinore, che sta arrivando al galoppo di gran carriera.
“Pellinore!” grida Gawaine. “Pagherai la morte di nostro padre!”
Pellinore snuda la spada, ma lo attaccano in tre. Sono più giovani di lui, e dopo una breve lotta lo gettano a terra massacrandolo di colpi. Il corpo del cavaliere viene fatto a pezzi e il suo sangue sparso ovunque.
“No!” urlo. “Questo è… è…”
“Un assassinio”, annuisce dice la fanciulla del Graal.
Mi appoggio al muro. Mi manca il respiro. Non può essere vero. Gawaine, stimato e ammirato da tutti, modello di cavalleria… si è reso colpevole di un omicidio a tradimento? E quel che è peggio…
“È stato tutto orchestrato…” mormoro.
“E non è tutto.”
La scena davanti ai miei occhi cambia ancora.
Un villaggio sassone in fiamme. Yvain e re Uryen, suo padre, alla testa dei loro armati. I bambini… gli anziani…
“Uccideteli!” urla Uryen. “Massacrateli!”
Una donna implora. “Mio figlio è appena nato, vi supplico risparmiatelo…”
Uryen però la calpesta, il suo cavallo le schiaccia il viso.
Stringo i pugni. Ma prima che possa gridare, cambia tutto di nuovo.
Un letto. Due corpi nudi, un uomo e una donna. A un certo punto lui si alza. Si riveste e… indossa una corona.
Re Artù.
Saluta la donna con un bacio poi lascia la stanza… e io capisco che nel frattempo devono essere passati mesi. Adesso Artù siede sul trono, e un’alta e severa figura con lunghe vesti scure lo fronteggia piena d’ira.
“Tua sorella Morgana, Artù! Ha nascosto il suo figlio incestuoso, ed ora ci è impossibile stabilire con certezza dove si trovi!”
“Merlino… che cosa devo fare?”
“Uccidili, Artù. Devi dare ordine di uccidere tutti i bambini maschi nel mese di maggio… lo stesso mese del parto di Morgana.”
“M-ma…”
“Non hai scelta.” Merlino si accostò al re, freddo e implacabile come un araldo di morte. “Se tuo figlio crescerà fino a diventare un uomo… un giorno ci distruggerà.”
Piano, Artù annuisce e io mi sento morire. Il re a cui ho giurato fedeltà e che tanto ammiro… si è reso responsabile di un massacro di innocenti?
Vedo tutto. Le esecuzioni, i cavalieri sgozzare con le spade bambini urlanti strappati alle madri. E Morgana, in fuga con il suo bambino, scampare di un soffio al massacro…
“Basta! Vi prego!” urlo.
“È necessario. Così capirai che Artù e i suoi cavalieri sono il male. Ed ora guarda bene… perché ciò che vedrai ti riguarda da vicino.”
Vedo me stesso. Il giorno del mio arrivo a Camelot. Mi fanno sedere alla Tavola… ma questa volta sento i loro pensieri. Il posto che mi indicano è il Seggio Periglioso.
“Ti hanno esposto a una morte atroce, Galahad”, mi spiega la fanciulla di fianco a me. “Ben sapendo di farlo.”
“Io… non avevo idea…”
“Ma Artù sì. Volevano testare la profezia. Se tu fossi morto… non gli sarebbe importato poi molto, si sarebbe limitato ad attendere il prossimo nuovo cavaliere da mettere alla prova.”
“No… no… non posso crederci. Allora Artù… mi ha ingannato…”
“Sì. E ha mentito molte volte, non solo a te. Non è degno della corona che porta.”
Ho le lacrime agli occhi.
Artù… il mio re… è un mostro. E i suoi cavalieri… sono forse ancora peggio di lui.
Di colpo, un pensiero.
Mi viene un pensiero. Papà… è per questo che sei impazzito? Per la delusione di aver servito un re che credevi giusto e invece si è rivelato indegno? Se è così, ti aiuterò io. Insieme, possiamo ancora cambiare questo mondo.
Faccio un passo verso il Graal.
“Fermo…”
“No, no ascoltatemi. Ho capito. Non porterò il Graal ad Artù. Lo userò per guarire mio padre, Lancillotto del Lago. Si trova al nord, solo e totalmente privo della ragione. È il più grande cavaliere del mondo, e se riuscirò ad aiutarlo…”
Mi blocco.
La fanciulla è sparita.
Al suo posto… una camera da letto. La regina Ginevra entra, poi fa passare un uomo. Non è Artù.
È… è Lancillotto. Mio padre.
No. Non è possibile.
Lui e la regina Ginevra… si amano. Si parlano. Si conoscono. Sono amanti… da quanto tempo?”
“Allora… è per questo che non è rimasto con noi a Corbenic…”
Un palpito e all’improvviso mi sembra di essere dentro di lui e di sentire i suoi pensieri. Di come ha sempre voluto essere il migliore, il più forte e il più valoroso, di come il suo orgoglio smisurato l’abbia portato a pensare di poter fare tutto… di potersi permettere tutto. E le donne… la regina Ginevra è stata solo una delle sue tante avventure, sentimenti che lui ha calpestato gettandoli via quando non gli servivano più. Di mia madre si ricorda appena, di me – di avere un figlio che per tutti questi anni l’ha cercato desiderando solo conoscerlo – gli è mai importato qualcosa? Mio padre non è migliore di Artù o di Gawaine… e rendermene conto è il crollo dell’ultima delle mie illusioni.
Mi getto a terra. Vomito. Piango. Non riesco a smettere.
Poi… una mano gentile mi sfiora la spalla.
MORDRED
Lo trovo appena entro. È piegato su se stesso, tremante. Le sue lacrime odorano di rivelazione. Non lo scuoto con violenza – sarebbe troppo teatrale, anche per me. Appoggio la mano sulla sua spalla. Gentile. Una carezza quasi fraterna, ma solo quasi.
Si volta a guardarmi. I suoi occhi bagnati di lacrime sembrano due lune incrinate.
Non parliamo.
Penso di sapere cos’ha visto… o perlomeno lo immagino. In questo luogo incantato deve aver finalmente visto Camelot per quello che è realmente: senza le vesti dorate, senza le trombe della gloria. Ha visto il marcio nelle vene del regno. Bene. Com’è giusto che sia.
Mi chiamo Mordred, e sono il figlio bastardo di re Artù.
Frutto di un incesto. Lo sussurrano nei corridoi. Lo cantano nei bordelli. Lo negano nei salotti. Ma io lo so. È stata Morgana, mia madre, a rivelarmelo. E lo sa anche lui, l’amatissimo sovrano massacratore di bambini. Lo sa da sempre, l’ha capito dal primo momento in cui mi ha visto.
Ha cercato di uccidermi poi, quando mi sono presentato da lui ormai giovane cavaliere, mi ha accolto. Ma non mi ha mai completamente accettato: si limita a tenermi d’occhio, a sorvegliarmi in attesa della mia prossima mossa.
E nel frattempo si serve di me. Un classico.
Sono cresciuto a Lothian, sotto lo sguardo gelido di Morgause, sposa del re del luogo, Lot. Una madre per finta, vestita di gelo e orgoglio. E i suoi figli – Gawaine, Gaheris, Agravaine – fratelli di sangue per metà, ma fratelli di lividi per intero. Mi prendevano in giro. Mi picchiavano. Ogni scusa era buona per scatenarsi contro di me. C’è da stupirsi se risi loro in faccia quando arrivò la notizia della morte di re Lot?
Gareth invece, il più giovane dei quattro… lui era diverso. Gentile. Il solo che mi abbia mai guardato senza disprezzo. Una meteora di bontà. Ma anche le meteore sono destinate a cadere.
Poi c’era Morgana. Mia madre. Dotata di una bellezza letale, ma velenosa e amareggiata. Mi ha mai amato come una madre dovrebbe amare un figlio? Non lo so. Ricordo che mi sorrideva come si sorride a una spada nuova. Promesse e potere. Mi ha insegnato l’arte della parola, e il piacere del dubbio. E io ho imparato.
Partito alla ricerca del Graal solo per la curiosità di poter finalmente vedere un po’ di mondo al di fuori della noia della corte, adesso sono arrivato qui.
Un castello strano, sospeso sulle acque di un lago ma… appena ho spronato il cavallo in avanti, la strada è comparsa come per magia. Avanzo e supero le porte, senza trovare ostacoli né armati sulla mia strada. Nel cortile smonto da cavallo e improvviamente me le vedo comparire di fronte.
Cinque fanciulle dalla pelle chiara che, per portamento ed eterea bellezza, sembrano simili alle fate di cui mi parlava mia madre da bambino.
“Benvenuto, sir Mordred”, mi salutano in coro. “Ti attendevamo.”
“Mi conoscete?” replico diffidente. “Chi siete voi?”
“Siamo le custodi del Santo Graal, e questo è il castello in cui è custodito.”
Molto suggestivo, ma so distinguere la realtà dalla messinscena.
“Il castello del Graal, eh? E come faccio a sapere che non dite lo stesso a ogni cavaliere smarrito?”
Una di loro mi sorride. “Tu sei più di questo, e più di un cavaliere. Sei sangue di re… sei il futuro di queste terre.”
“Il futuro ha molti volti. E non tutti sono belli.”
“La profezia parla di un Predestinato e di un suo avversario. Tu sei quell’avversario, sir Mordred.”
“Non capisco.”
“Il Predestinato, colui che ha nelle mani il potere di salvare questo regno, è qui e adesso ci sei anche tu. Ma la domanda che ti faccio é: il regno di Artù merita la salvezza?”
“Se siete le custodi del Graal”, è la mia risposta. “Dovreste già saperlo.”
“Infatti è così. Ma non siamo noi a dover decidere. Vieni.”
Mi guidano all’interno del castello e, arrivato a una stanza dove vedo il Graal brillare di luce propria su di un piedistallo, mi accorgo di non essere solo. Un giovane cavaliere è inginocchiato lì a terra, come in contemplazione. Lo riconosco subito.
“Galahad…” mormoro rimanendo fermo dove sono. “È lui il Predestinato, dunque?”
“Sì.”
“E io dovrei… ucciderlo, o cos’altro?”
“La profezia ha più di un volto. Galahad adesso ha visto che cos’è realmente il regno che è venuto a salvare. Conosce il vero volto di Artù, di Lancillotto e di tutti gli altri. Lui, che rappresenta la purezza la fede… adesso ha perso la speranza.”
“La speranza è inutile”, replico. “Soprattutto in tempi come questi… e nel regno di Artù. Il suo regno è destinato a cadere, e a lasciare spazio a qualcosa di nuovo. Per quanto mi riguarda”, aggiungo, “il Graal può rimanere lì. Al suo posto.”
La fanciulla si fa indietro e io raggiungo Galahad. La sacra coppa è lì a pochi passi. Perfetta. Irradia calma.
Con tutta la gentilezza di cui sono capace, tocco Galahad sulla spalla. Lui si volta verso di me, il viso rigato di lacrime.
“Ma voi… voi siete sir Mordred…”
“Andiamo, Galahad”, gli dico sforzandomi di sorridere. “Torniamo a casa.”
“Ma… e il Graal?”
“Lasciamolo qui, dove deve stare. Lontano da mani che lo userebbero per pulirsi la coscienza. Questo regno non lo merita.”
Lui annuisce, alzandosi in piedi, e le fanciulle del Graal si scostano per farci passare. Una di loro mi guarda con occhi. “La profezia si è compiuta. Il Predestinato ha perso la sua fede… e il suo avversario l’ha convinto ad abbandonare la sua missione. Tutto si è concluso, adesso.”
Non rispondo. Sogni, profezie? Non mi riguardano.
Io e Galahad rimontiamo in sella, e mentre lui in silenzio si asciuga le lacrime il Graal rimane a riposare fra le ombre.
IL GRAAL
Mi hanno lasciato qui. Al mio posto.
Dopo secoli di mani tremanti, promesse che profumavano di gloria e cavalieri pronti a vendere l’anima per sfiorarmi… finalmente, pace. Qualcuno ha deciso di cambiare le cose.
Mordred è l’unico ad aver capito. Cinico, sì. Ma lucido come la lama di una spada. Non mi ha pregato. Non mi ha invocato. Ha semplicemente detto: “Questo regno non lo merita.” E poi se n’è andato, portando con sé Galahad. Il Predestinato. Il puro. Il deluso.
Da quando è stato qui, Galahad non è più lo stesso. Ha gli occhi pieni di ciò che voleva ignorare. Ha visto Camelot per quello che è: non una culla di fratellanza, ma un teatro dove gli attori dimenticano il copione e si mordono dietro le quinte.
Poi ho sentito le storie.
Lancillotto… si è ripreso. Ha riso. Ha stretto mani. Si è riavvicinato ad Artù. Un abbraccio che sapeva di perdono. La Fratellanza della Tavola Rotonda di nuovo ricostituita.
Poi, all’improvviso, ha rubato Ginevra sotto la luna e se n’è andato con lei come un ladro d’amore.
Tradimento? O solo coerenza?
Galahad lo ha incontrato, finalmente. Faccia a faccia, senza più finzioni né maschere. E ha pianto. Non per ciò che suo padre ha fatto. Ma per ciò che non ha mai saputo fare: restare.
E Mordred.
Lui ha alzato il velo. Ha gridato verità che nessuno voleva ascoltare. Ha portato caos e rivelazioni. Non ha cercato salvezza. Ha cercato, spada in pugno e armatura nera, la fine del regno di suo padre.
E Camelot… è crollata. Non subito. Ma come un castello troppo alto per reggersi sul cuore degli uomini, alla fine il suo destino era segnato.
Polvere. Fiamme. Incubi. La Britannia di nuovo divisa come una volta, ma forse destinata un giorno a ricostruirsi.
E io?
Io sono ancora qui.
Su di un piedistallo al Castello del Graal. Intatto. Calmo.
Aspetto.
Ogni tanto sento passi nell’ombra. Sussurri. Poesie spezzate. Ma nessuno entra, se non le fanciulle che mi custodiscono. Nessuno osa. Nessuno è degno.
E forse… nessuno lo sarà mai.
FINE
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Interessante e intenso questo racconto sui Cavalieri della Tavola Rotonda, io non sono molto ferrata sulla loro storia o leggenda ma me li immaginavo senza macchia, e invece sono imperfetti e corrotti, violenti. Forse il Graal non è mai stato ritrovato proprio perché come hai fatto capire tu nel racconto, nessuno è degno di lui.
Ciao, si, Galahad sarebbe stato degno del Graal ma usarlo per salvare il regno di Artù, che non lo meritava, non sarebbe stato giusto.
E si, i Cavalieri della Tavola Rotonda sono tutt’altro che perfetti, e del resto il messaggio di Camelot io l’ho inteso proprio così: non radunare li gli uomini migliori del mondo, ma cercare, con tutte le sue imperfezioni, di costruire un mondo migliore.
Grazie di aver letto e recensito 😘
Questa seconda parte mi ha letteralmente spaccata in due. È come se la tua storia avesse preso tutto ciò che amo del ciclo arturiano — la purezza, la tragedia, la cavalleria, le ombre — e lo avesse fatto esplodere in una versione più intima, più umana, più… vera.
Parto da Galahad, perché è impossibile non farlo. È così diverso da tutti gli altri cavalieri che ho incontrato nei racconti: non è un santo di marmo, non è un eroe già pronto. È un ragazzo che crede. Che spera. Che si illude. Che si aggrappa alla fede come un bambino alla mano della madre. E questa sua ingenuità non lo rende debole: lo rende struggente. Quando entra nella cella e dice “Papà”… giuro, ho sentito un colpo allo stomaco. È una scena che non ha bisogno di effetti speciali: basta la sua voce tremante.
E poi c’è Lancillotto. Oddio, che ritratto incredibile. Non l’eroe perfetto, non il cavaliere senza macchia, ma un uomo che si nasconde dietro la follia come dietro uno scudo. Un uomo che manipola, che fugge, che seduce, che sbaglia… e che però, in un angolo del cuore, forse sente qualcosa. Non amore, non pentimento — qualcosa di più sottile, più doloroso. Una specie di eco. Il fatto che finga la pazzia è geniale e terribile allo stesso tempo. E quando pensa a Galahad… non lo dice, ma si capisce che una crepa gli si è aperta dentro.
La scena tra i due è una delle più potenti che tu abbia scritto. Non c’è retorica, non c’è melodramma. Solo un figlio che cerca un padre, e un padre che non sa cosa farsene di quel ruolo. È bellissimo proprio perché fa male.
E poi arriva Saràide. La sua voce è un balsamo dopo tutta quella tensione. È antica, calma, quasi cosmica. Mi piace tantissimo come rappresenti le custodi del Graal: non come fate eteree, ma come donne che hanno visto troppo, che portano sulle spalle secoli di sangue e rinascite. La sua presenza dà respiro alla storia, la allarga, la rende più grande del singolo destino dei cavalieri.
In generale, quello che mi colpisce è la tua capacità di far convivere il mito e la fragilità umana.
Camelot non è più un luogo perfetto: è un mondo vivo, pieno di crepe, di errori, di speranze che si ostinano a brillare anche quando non dovrebbero.
Mordred questo l’ha capito benissimo e Galahad… Galahad è la luce che non sa ancora di essere luce.
Ciao, sì hai tratteggiato molto bene i personaggi del mio racconto. Io fin da piccolo sono appassionato di miti arturiani, ma non mi sono mai piaciuti gli eroi perfetti e tutti d’un pezzo. Artù, Lancillotto e tutti gli altri erano uomini anche loro, con pregi e difetti, e come tali mi è sempre piaciuto rappresentarli.
Grazie ancora di aver letto e recensito 🙂