UN CUORE FUORI GIOCO

Tokyo, Muji Hotel
Più tardi, nella penombra della stanza, Sanae fissava il vuoto, i pensieri avvolti in un vortice che non riusciva a placare. Si mordicchiò nervosamente l’unghia del pollice mentre l’immagine della ragazza bionda incontrata nella hall non le si staccava dalla testa.
Chi sarà? continuava a chiedersi. L’aria fresca della sera entrava dalla finestra socchiusa, portando con sé il brusio lontano del traffico di Tokyo: un contrasto netto con il tumulto silenzioso che le agitava il cuore mentre Kumi e Yukari chiacchieravano del più e del meno.
Lo sguardo che quella ragazza ha dato a Tsubasa…, pensò. E lui… lo conosco fin da quando eravamo bambini, eppure non l’ho mai visto guardare nessuna in quel modo…
Le sue mani tremarono lievemente… anche se tra di loro non c’era mai stato niente, il solo pensiero di perderlo era una cosa a cui non era per niente preparata.
“Sanae, tutto bene?” Lo sguardo premuroso di Yukari interruppe per un momento il flusso incessante dei suoi pensieri.
“Sí. Sono solo un po’ stanca, oggi è stata una giornata impegnativa. Penso che me ne andrò a dormire.”
Nella sua stanza Tsubasa, sdraiato a letto si passò una mano tra i capelli. Lo sguardo perso sul soffitto, cercava disperatamente di fare ordine nei suoi pensieri. Devo concentrarmi sulle prossime partite, pensò, il corpo immobile sul letto come un’ancora capace di legarlo alla realtà. I miei compagni contano su di me, e come capitano non posso permettermi di deluderli.
Eppure…il modo in cui quella ragazza mi ha guardato… nei suoi c’era qualcosa di… di magnetico. Non riesco a togliermela dalla testa. Però… cosa dovrei fare?
Sospirò. Da quando, parecchi anni prima, aveva scoperto di non essere come tutti gli altri, il pensiero fisso dei suoi genitori era sempre stato quello di proteggere il suo segreto. Per farlo però era stato necessario alzare una barriera che aveva finito per separarlo da tutti imponendogli di mantenere le distanze soprattutto con le persone che gli stavano più a cuore.
Wakabayashi, Ishizaki, Munemasa Katagiri, Misaki, Roberto… persino loro, i suoi amici più cari, non avevano mai sospettato nulla. E Sanae… con lei era stato ancora più difficile. Provava qualcosa per lei da sempre, ma proprio per questo aveva deciso di tenerla ancora più a distanza, fingendo che per lui fosse soltanto una buona amica. Se solo avesse scoperto la verità… come avrebbe reagito?
Amato, osannato e anche temuto dai suoi rivali però in fondo profondamente solo… quel muro che gli aveva sempre dato sicurezza da un po’ di tempo minacciava però di sgretolarsi.
Forse… con quella ragazza della hall potrebbe essere tutto diverso? Potrei conoscerla e, se stessi abbastanza attento…
Si girò, affondando il viso nel cuscino come se potesse nascondersi dalle sue stesse emozioni.
Pensò ai suoi genitori, lo sguardo amorevole di sua madre e quello marziale del padre: se fossero stati lì sicuramente avrebbero saputo consigliargli la cosa giusta da fare. Solo che… lo sarebbe poi stata per davvero?
Due piani sotto invece, Georgiana era seduta sul letto a gambe intrecciate, la schermata di Google ancora aperta sul cellulare. All’improvviso, un sorriso malizioso le si dipinse sul viso.
“Eccolo qua… il campo di allenamento della nazionale giapponese.”
“E allora?” Marzia alzò lo sguardo dal libro che sta leggendo fissandola con aria sospettosa. “Non vorrai mica andarci? E per fare cosa, poi?”
“Certo che voglio andarci. Voglio vedere con i miei occhi se Tsubasa Ozora è davvero bravo come si dice. Vieni con me?”
Gli occhi di Georgiana brillarono di una luce quasi ipnotica, e Marzia capì subito che il calcio, in fondo, non c’entra affatto. Tsubasa le interessava, questo era evidente… ma non certo per il talento che dimostrava in campo.
Tokyo, campo d’allenamento della nazionale giapponese
Il campo risplendeva sotto il sole del pomeriggio, il verde dell’erba tagliata a raso che contrastava con il bianco delle linee di gioco. Attorno al terreno, i tifosi erano assiepati dietro le reti di protezione, osservando con entusiasmo ogni passaggio.
Il pallone volava rapido tra i giocatori tra tackle feroci e interventi decisi. Ogni passaggio, ogni movimento sembrava una danza orchestrata, e come sempre, Tsubasa era al centro di tutto, agile esicuro come l’astore da cui aveva preso il soprannome.
“Tsubasa!”urlò Taki, scartando un avversario e avanzando verso la linea difondo campo. “A te!”
Un cross perfetto, e il numero 10 della nazionale lo intercettò con una precisione che lasciò tutti a bocca aperta. Jito e Soda gli si fecero incontro per bloccarlo, ma lui scartò a destra e poi, con un perfetto Drive Shot, scagliò la palla in rete superando un incredulo Wakabayashi che riuscì solo a sfiorare la parata.
Tsubasa è davvero incredibile…, pensò il portiere abbozzando un sorriso. Abbiamo passato ore ad allenarci stamattina, eppure lui è fresco come una rosa. Ma come fa?
Raccogliendola palla dal fondo della rete e rilanciandola a centrocampo pensò che dopotutto non c’era niente di cui stupirsi: conosceva Tsubasa fin dalle elementari e a quei tempi l’amico era ancora più esplosivo, potente e forte tanto da dare a volte l’impressione di essere più che speciale.
Crescendo sembrava aver perso un po’ di esplosività, ma Wakabayashi aveva l’impressione che Tsubasa a volte si stesse quasi trattenendo, come se non stesse esprimendo al cento per cento tutte le sue potenzialità.
Non gliene aveva mai parlato, però, anche perché non era sicuro che le cose stessero proprio così: poteva essere solo una sua impressione… o forse c’èra qualcosa che Tsubasa stava nascondendo a tutti?
Georgiana e Marzia si fecero strada tra la folla assiepata dietro le reti di protezione, scambiandosi occhiate furtive mentre il vociare degli spettatori riempiva l’aria. Per un momento i giocatori in campo sembrarono indistinguibili, macchie di colore in movimento. Poi, d’improvviso, Georgiana sorrise e un luccichio malizioso le brillò negli occhi. “Eccolo lì…” mormorò incollando lo sguardo su una figura familiare in mezzo al campo. “Ti ho trovato, Tsubasa Ozora.”
Sul terreno di gioco, il ritmo era incessante, un’esibizione di velocità e abilità che non conosceva tregua.
“Coraggio, Sano!” Tsubasa si avvicinò al compagno che aveva appena sbagliato un passaggio, dandogli una pacca sulla spalla. “Se non t’impegni di più, come pensi di affrontare a testa alta squadre come il Brasile o la Germania? Forza, seguimi!”
“Sì, Tsubasa! Scusami!” rispose Sano, il volto illuminato dalla determinazione mentre riprendeva posizione sul campo.
L’allenamento prese una piega più intensa quando qualcuno con un violento tackle scivolato rubò palla a Nitta, già in posizione per tirare in porta.
“Ragazzi,ci sono Hiyuga e Wakashimazu!”
Un grido attirò l’attenzione generale. “Finalmente sono arrivati!”
“Sì, e siamo pronti per allenarci!” sorrise Hiyuga, rialzandosi con la consueta grinta, mentre Wakashimazu senza perdere tempo corse a piazzarsi in porta sostituendo Morisaki.
Palla al piede, il numero 9 della nazionale avanzò deciso, la determinazione scolpita sul volto. Con la sua solita aggressività, travolse i gemelli Tachibana che cercarono di fermarlo ritrovandosi poi faccia a faccia con Matsuyama.
“Fatti sotto, Hiyuga! Ti fermerò io!” lo sfidò il numero 12 stringendo i denti.
“Provaci!”
Senza rallentare, Hiyuga calciò con forza la palla contro Matsuyama, colpendolo in pieno stomaco e atterrandolo per poi proseguire la sua corsa verso la porta.
“Quel numero 9 ci sa fare, eh?” osservò Marzia, lanciando un’occhiata curiosa a Georgiana.
“Sì. Ma adesso se la dovrà vedere con Tsubasa. Guarda!”
Tsubasa attese immobile Hyuga poi, in un attimo e con movimenti così veloci da essere quasi indistinguibili, gli rubò palla superandolo con un preciso pallonetto che lasciò l’altro impalato a fissarlo incredulo.
“Grande!” esclamò Georgiana attaccandosi alle reti di protezione, il viso illuminato dalla meraviglia. “Hai visto, Marzia?”
Tsubasa nel frattempo proseguì la sua corsa, superando Aoi e Akai con un dribbling inarrestabile poi, arrivato al limite dell’area di rigore, si fermò per un attimo. “E adesso… vai, Flying Drive Shoooot!”
Scagliò verso la porta un tiro incredibile, con la palla che si alzò al cielo in un arco perfetto, per poi ricadere in picchiata con una potenza travolgente, superando un esterrefatto Wakashimazu.
“Bravo, Tsubasa! Sei sempre il migliore!”
“Misaki! Sei qui anche tu!” sorrise Tsubasa, correndo verso l’amico che lo applaudeva da bordo campo. “Adesso la nostra squadra è davvero al completo.”
Georgiana intanto era immobile, incredula e con il cuore che le martellava nel petto. Il suo sguardo era incollato su Tsubasa. Tu… tu sei incredibile, Tsubasa Ozora…, pensò fissando il capitano della nazionale senza riuscire a togliergli gli occhi di dosso. Io…non avevo mai visto niente del genere…
Poco dopo Mister Mikami decretò la fine della sessione di allenamento, e i giocatori iniziarono a lasciare il campo e a raccogliere le loro cose.
Fra i tifosi e i giornalisti che si stavano allontanando, Tsubasa notò Georgiana ancora attaccata alle reti di protezione. È… è la ragazza di ieri..., pensò senza far caso a Sanae che gli porgeva il solito asciugamano. E sta guardando… proprio me. E se corressi da lei e le chiedessi almeno come si chiama?
Con un sorriso amaro scosse la testa e l’attimo propizio passò come un soffio di vento. Riuscirà mai, si chiese chinando il capo, a superare le sue paure?
Nei giorni successivi, Georgiana e Marzia diventarono una presenza costante agli allenamenti, sistemandosi puntuali fra gli spettatori e ben presto vennero notate da più di un componente della nazionale.
“Quelle due sono sempre qui”, scherzò un giorno Hiyuga dando una gomitata a Tsubasa. “E quella bionda non ti stacca gli occhi di dosso.”
“Ricambiata a quanto sembra…” ridacchiò Ishizaki, mentre Tsubasa arrossì fino alla radice dei capelli.
“Smettetela ragazzi, e pensate piuttosto a concentrarvi sugli allenamenti!”
Anche Sanae aveva notato Georgiana fra gli spettatori, e ogni occhiata che lei e Tsubasa si scambiavano per lei era una stilettata dritta al cuore.
Quella ragazza sembra piacergli molto…, pensò, sentendo un nodo stringersi allo stomaco mentre i giocatori riprendevano i loro posti in campo. Non l’ho mai visto concentrato su altro che il calcio. Ma adesso…?
L’azione ripartì e Tsubasa e Misaki, con uno scambio fulmineo di passaggi, superarono tutti i compagni senza che nessuno riuscisse a fermarli.
“Venite, Tsubasa, Misaki!” sorrise Wakabayashi saldo in porta. “Vi aspetto!”
“Tira tu, Tsubasa!”
Il passaggio perfetto di Misaki raggiunse il compagno che caricò un perfetto Drive Shot: questa volta però Wakabayashi era pronto e, con un balzo impressionante, riuscì a bloccare la palla al volo.
“Bel lavoro!” sorrise Tsubasa, poi i suoi occhi si spostarono su Georgiana. La trovò tra la folla e, fissandola, per un momento dimenticò tutto il resto.
Tokyo, Aeroporto di Haneda
L’aeroporto era un vortice di caos ed entusiasmo. Flash di telecamere illuminavano i volti dei giocatori, mentre le voci si accavallavano in un coro di domande e grida. Anche gli altoparlanti, con i loro annunci monotoni, sembravano sommersi dal clamore.
Il primo aereo atterrato era quello della nazionale francese. I giocatori scesero dalla passerella, un gruppo che trasudava sicurezza e ambizione. Con il capitano Leblanc in testa, il suo sorriso sicuro e il portamento regale, gli attaccanti Napoleon e Mbappé seguivano, fianco a fianco con le stelle Pogba, Thuram e Barcola. Tutti determinati e pronti a lasciare il segno nel torneo imminente.
Quando il gruppo salì sul pullman che doveva portarlo all’albergo i giornalisti corsero verso il secondo aereo, da cui scendeva la nazionale tedesca. Compatta, imponente e pronta a imporsi sugli avversari.
“Capitano Schneider!” gridò un cronista, mettendo sotto il microfono sotto il naso del numero 11 tedesco. “Qual è il vostro obiettivo in questo torneo? Temete di più la Francia o il Brasile? Oppure il Giappone padrone di casa?”
Schneider si fermò appena, lo sguardo di ghiaccio che brillava sotto i riflettori. “Non temiamo nessuno,” rispose con voce ferma. “Il nostro obiettivo è vincere, come sempre.”
Dietro di lui, il colosso Bauer, il Portiere Fantasma, avanzava con passi pesanti e sicuri, attirando gli sguardi di tutti. Al suo fianco, Musiala, con il portamento elegante, sembrava più un artista che un atleta. Beckster e Wirz si muovevano come ombre, osservando tutto con occhi vigili. Gli attaccanti Havertz e Margas chiudevano la fila, il loro atteggiamento spavaldo era una dichiarazione silenziosa di fiducia. Sì, la Germania era lì per vincere… e non sarebbe stato facile fermarla.
Tokyo, Muji Hotel
Sul balcone della loro stanza, Tsubasa e Misaki osservavano il cielo notturno. L’aria fresca accarezzava i loro volti, mentre il brusio lontano della città rompeva il silenzio. “A cosa pensi, Tsubasa?” chiese Misaki, con un sorriso curioso.
Tsubasasi girò verso l’amico. “Domani ci aspetta una partita importante.”
“Già, contro il Brasile di Roberto. È l’inizio del torneo e dobbiamo giocare al meglio.”
Misaki annuì, lo sguardo si fece più serio. “I brasiliani non sono ancora arrivati, forse stanno seguendo qualche allenamento speciale. E ho sentito che tra loro c’è un nuovo attaccante, Coimbra. Viene dal San Paolo, la tua ex squadra.”
“Lo conosco di nome, sì. Non l’ho mai visto giocare, ma se Roberto lo ha convocato sicuramente merita attenzione. E poi ci sono Santana e Natureza, il portiere Salinas e il libero Alberto. Dovremo dare il meglio contro questi avversari.”
“Ma con te in campo”, sorrise Misaki, “l’Astore del Sol Levante, vinceremo di sicuro!”
Tsubasa sorrise a sua volta, ma il suo volto tradiva pensieri diversi. Pensava a Georgiana, agli occhi azzurri e al sorriso audace che non riusciva a togliersi dalla mente.
In un’altra stanza dell’hotel, Marzia fissava proprio Georgiana con un’espressione incredula, la bocca leggermente aperta per lo shock. “Non… non dirai sul serio, vero? Ma sei impazzita?”
“Perché no? Sono riuscita a scoprire dov’è la stanza di Tsubasa e anche un’altra cosa interessante. I giocatori della nazionale giapponese non chiudono mai a chiave la porta, così il loro allenatore può assicurarsi che non se ne vadano in giro a ubriacarsi.” Rise divertita. “Sono proprio come dei bambini. Questi giapponesi sono davvero stupidi!”
“Però tu ci vorresti andare a letto con uno di questi stupidi. E sei sicura che lui ti voglia?”
“Tsubasa è diverso…” gli occhi azzurri di Georgiana brillarono pieni di sicurezza. “E ho visto come mi guarda. Gli piaccio, lo sento. E stanotte…”
“Tu sei fuori di testa”, sbottò Marzia incrociando le braccia. “Fai pure come vuoi, ma non venire a lamentarti con me se le cose ti vanno male, okay?”
“Tranquilla, non ci penso neanche.”
Proprio in quel momento, la porta del bagno si aprì. Maria Elena uscì dalla doccia, asciugandosi i capelli con un asciugamano. “Che succede, ragazze?” chiese, gettando uno sguardo curioso da una all’altra.” C’è qualcosa che dovrei sapere?”
Molte ore più tardi, con l’hotel già avvolto in un profondo silenzio, Georgiana si avventurò nel piano dove alloggiava la nazionale giapponese. Il corridoio era immerso in una quiete irreale, interrotta solo dal ronzio dell’impianto di ventilazione. Le luci soffuse proiettavano ombre irregolari lungo le pareti, rendendo tutto più stretto e opprimente.
Ogni suono — il fruscio del suo vestito leggero, il lieve cigolio delle scarpe — sembrava amplificato, come se tutto l’hotel potesse sentirla. Per poco non si imbatté in Gamo, che stava concludendo il giro d’ispezione delle stanze. Si fermò di colpo, il cuore le martellava nel petto. Si nascose nell’ascensore, trattenendo il respiro mentre lo osservava. Dai, muoviti e sparisci…, pensò. Quando finalmente Gamo si allontanò, Georgiana uscì cautamente e si avvicinò alla stanza numero 20.
La sua mano si posò sulla maniglia della porta. Il metallo freddo sembrava amplificare il tremore delle sue dita. Eccomi qui, si disse. Ma un turbinio di emozioni le invase la mente e la sicurezza sfrontata mostrata con Marzia all’improvviso sembrò sgretolarsi.
Cosa sto facendo? Era davvero lì per passare la notte con Tsubasa, un ragazzo di cui non sapeva praticamente nulla? Solo poche ore prima, l’idea le era sembrata eccitante e irresistibile. Ma adesso? Adesso le sembrava quasi assurda. Il cuore le batteva furiosamente, e ogni suono nel silenzio dell’hotel le faceva trattenere il respiro.
Forse sto facendo una sciocchezza… e se lui mi respingesse? Se… se mi fossi sbagliata?
Inspirò profondamente, cercando di calmarsi, ma i dubbi continuavano a insinuarsi uno dietro l’altro. Perché? Non sarebbe stata di certo la sua prima bravata, lei figlia di aristocratici era già stata fonte di preoccupazione per i suoi genitori più di una volta.
Perché si comportava così? Forse per sentirsi viva, allo stesso modo in cui tormentava i suoi compagni di scuola più timidi e sfortunati per spezzare la monotonia di un ambiente che altrimenti rischiava di soffocarla.
Non ci aveva mai riflettuto molto, ma adesso lì davanti a quella porta tutti i suoi pensieri le sembravano infantili. Ridicoli, persino.
Strinse più forte la maniglia della porta, le dita tremanti. Per un lungo momento rimase immobile, paralizzata tra il desiderio e il dubbio. Deciditi, Georgiana, pensò. Ormai sei qui. O entri… oppure te ne torni indietro.
A seguire…
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La bravura leggendaria di Tsubasa si intreccia con una fervida attrazione amorosa, peraltro ricambiata. Senza però accorgersi di far soffrire senza saperlo e senza volerlo un’altra ragazza innamorata di lui. Capisco la situazione molto bene, l’ho vissuta anch’io: un bel racconto che riflette uno spaccato di vita reale molto comune.
Sì, e inoltre Tsubasa sembra nascondere un segreto che gli fa tenere lontane proprio le persone che dovrebbero stargli più vicino. Di cosa si tratterà?
Grazie di aver letto e recensito ☺️
Grazie a questo racconto si capisce meglio il perché dell’atteggiamento sempre insofferente e “dispettoso” (diciamo così) di Georgiana, che però in questo contesto mostra anche lei le sue paure e perplessità. È sempre affascinante notare le sfaccettature delle persone :).
Sì Georgiana è un personaggio complesso come ben sappiamo ☺️.
Questo racconto nasce anche per mostrare un suo lato più inusuale.
😘