UNA SCINTILLA DI SPERANZA
Scritto nell’aprile del 2024

Italia, Milano, Stazione Centrale, 10 settembre 2032
Pensatevi insetti.
Thea rilesse per l’ennesima volta quella scritta che campeggiava sui monitor della stazione. Abbassò lo sguardo, attenta a non urtare nessuno mentre camminava lungo i binari verso il terminal centrale. Attorno a lei, file di persone avanzavano con lo stesso passo lento e sincronizzato, come se qualcuno avesse regolato i loro movimenti. Tutti con indosso anonimi vestiti grigi, capelli corti o rasati e stessi occhi spenti che non guardavano mai davvero nulla: sembravano davvero aver smarrito la loro umanità.
In un mondo schiacciato da mille tiranni, dove il pensiero unico, il controllo delle nascite e la povertà imposta fino al limite minimo della soglia di sopravvivenza erano diventati la norma, Thea non avrebbe più dovuto stupirsi di nulla. Eppure, quelle tre parole le avevano trafitto il petto come una pugnalata.
Per le élite, le masse erano davvero insetti. Costrette a nutrirsi di scarafaggi e larve in scatola, private della luce del sole da scie chimiche e guerre atomiche. Thea, nata in provetta come tutti i non privilegiati, non aveva mai conosciuto i suoi genitori. La sua vita era poco più di una lenta sopravvivenza, ma nonostante tutto e come ostinata forma di ribellione dentro di lei ardeva ancora una scintilla ostinata, un rifiuto viscerale di diventare come gli altri: vuota, docile, spenta.
Uscì all’aperto. La pioggerellina, sottile e maleodorante, le si appiccicò alla pelle. Il cielo era una lastra grigia, senza sole né nuvole, come se qualcuno avesse cancellato il mondo con un colpo di spugna. Si mise in coda con gli altri, diretti alla catena di montaggio e sorvegliati attentamente da guardie armate.
Camminava a testa bassa, evitando gli sguardi. Le guardie impugnavano lunghi frustini elettrici e incrociare i loro occhi significava mettersi in pericolo. Ma non era solo per quello che li evitava: anche solo guardarli, infatti, le provocava un disgusto che non avrebbe saputo nascondere.
Erano i “nuovi uomini”: alti e muscolosi, ma con volti e corpi femminili. Seni in mostra, gonne corte, stivali di pelle e genitali esibiti con orgoglio. Creati in laboratorio, incarnavano la spersonalizzazione assoluta. Non avevano identità, solo un’estetica volgare e imposta dall’alto. Ogni loro gesto era meccanico, ogni sorriso identico al precedente, come se fossero stati programmati per imitare l’umanità senza capirla.
All’improvviso, davanti a lei un anziano inciampò e cadde su un ginocchio.
Una guardia gli fu subito addosso.
“Alzati, verme”, ringhiò, con un tono di voce acuto che contrastava con il fisico massiccio. “Non ho tutto il giorno.”
“Pie… pietà…” balbettò il vecchio. “Solo un momento… vi prego…”
“Guarda come tremi”, gli sputò addosso la guardia. “Mi fai schifo.”
Stava per colpirlo con lo stivale quando Thea, d’impulso, si chinò accanto a lui.
“Lasciate che lo aiuti”, supplicò. La voce le tremava, ma non si tirò indietro.
Il vecchio la fissò, mentre la guardia piegò le labbra truccate in un ghigno osceno.
“Oh, guarda,” sibilò sollevando il frustino. “Vediamo quanto duri.”
Stava già per calare il colpo quando una mano si levò a bloccarle il braccio.
“E tu… tu chi sei?”
Thea sollevò lo sguardo. Davanti a lei adesso si stagliava una figura alta e possente, totalmente avvolta in un mantello scuro e pesante.
“Un uomo,” disse lo sconosciuto. La sua voce era calma e ferma, e tutto in lui emanava sicurezza senza alcun bisogno di ostentarla.
Poi sollevò il cappuccio, rivelando lunghi capelli biondi e occhi azzurri. In quel mondo grigio, quei colori ricordarono a Thea il cielo e il mare che aveva visto solo in alcune vecchie e sbiadite fotografie. Per un istante, le sembrò di respirare davvero.
“Un uomo”, rise sguaiatamente la guardia. Liberò il braccio e scattò all’attacco: “Ora ti insegno io come funziona qui!”
Il frustino sibilò nell’aria, ma fu solo un istante perché subito lo sconosciuto estrasse da sotto il mantello una spada dalla lama lucente. Un lampo d’acciaio, un colpo deciso… e il braccio della guardia cadde a terra, amputato di netto.
“Ba-bastardo…!” strillò questa, indietreggiando di un passo mentre il sangue zampillava tutt’attorno. “Tu… tu non puoi… non puoi vincere da solo!”
“Ti sbagli, non sono affatto solo.” L’uomo misterioso scosse la testa, raccogliendo il frustino e gettandolo ai piedi di Thea. “Non siete schiavi. Dovete solo ricordarvelo.”
Guardò la ragazza negli occhi e lei, incoraggiata dal suo sorriso, impugnò il frustino e si alzò in piedi.
Quello sconosciuto, chiunque fosse, le aveva ridato speranza. Guardando le persone accanto a sé e vedendole animate dallo stesso sentimento, Thea sorrise.
Era pronta a battersi. E – adesso ne era certa – per quanto dura sarebbe stata la lotta… la razza umana avrebbe riconquistato la sua libertà.
FINE
NOTE: Stamattina ero più schifato del solito per tutte ste porcherie che ci si vorrebbero imporre dall’alto di chissà quale autorità poi – pensiero unico, gender fluid, grilli per cibo ecc – e così ho scritto questo brevissimo racconto.
Recensioni e commenti
RECENSIONI




Fantastica storia, Enrico.
Siamo in molti a sentirci Thea e a renderci conto della realtà in cui ci hanno catapultato.
Dovremmo fare come lei e ribellarci.

Un bellissimo racconto



I tempi moderni che corrono…
Quella scritta un pugno nello stomaco, così c0me è stato sconvolgente rendersi conto della realtà che ci circonda.
Ma fino a che ci saranno persone che saranno capaci di lottare la speranza non morirà mai.
Bellissimo pezzo, molto toccante.
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Con un racconto così con me ci vai a nozze
Sai benissimo come la penso
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Siiii!
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